Raccontatrekking 2026
12 luglio 2026: Tramutola (PZ). Risorgenza "Nido dell'Aquila" di Giampaolo Pinto
La risorgenza "Nido dell'Aquila" si apre nel territorio di Tramutola, all'interno del Parco Nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri - Lagonegrese, in un settore di cerniera tettonica e stratigrafica prossimo al confine campano. • Litologia e Stratigrafia: La cavità si sviluppa all'interno dei complessi carbonatici del Mesozoico (Trias superiore - Cretaceo), tipici della Piattaforma Campano-Lucana. Si tratta prevalentemente di calcari e calcari dolomitici intensamente fratturati, che presentano un'elevata permeabilità per fessurazione e carsismo. • Assetto Tettonico: L'area è fortemente influenzata dalla tettonica appenninica, caratterizzata da sistemi di faglie ad alto angolo con direzione principale NO-SE e NE-SO. Queste discontinuità strutturali hanno guidato la circolazione idrica sotterranea, determinando lo sviluppo delle gallerie lungo i piani di frattura ed estensione della roccia. • Idrogeologia: La grotta agisce come risorgenza carsica attiva/semiattiva. Rappresenta il recapito finale di un bacino di alimentazione ipogeo che drena le acque meteoriche assorbite dagli ammassi calcarei sovrastanti. La morfologia orizzontale è il risultato del modellamento da parte di un flusso idrico a pelo libero o in pressione (condotte forzate), che convoglia l'acqua verso il livello di base carsico, riversandosi poi nel sistema idrografico dell'Alta Val d'Agri. La progressione ci ha permesso di rilevare e osservare diverse macro e micro-forme carsiche lungo lo sviluppo orizzontale: Forme di Erosione e Flusso • Condotte forzate: Settori a sezione sub-circolare che testimoniano una genesi in regime di totale riempimento idrico (regime freatico). • Scallops: Micro-forme di dissoluzione asimmetriche presenti sulle pareti, utili per determinare la direzione e la velocità del flusso idrico paleo-corrente o attuale. • Morfologie d'approfondimento: Solchi ed evidenze di crollo legati al passaggio da regime freatico a regime vadoso (a pelo libero). Depositi Solidi e Concrezionamento • Depositi clastici: Il fondo delle gallerie presenta depositi di origine chimico-fisica e meccanica, caratterizzati da ciottoli calcarei arrotondati, sabbie e frazioni argillose residue del lavaggio della roccia. • Depositi chimici (Speleotemi): Nelle zone strutturalmente più elevate o protette dal flusso idrico ordinario, si osservano fenomeni di concrezionamento attivo (stalattiti, stalagmiti e croste calcitiche) dovuti al velo d'acqua di percolazione e alla conseguente liberazione di CO2. L'esplorazione congiunta ha permesso il monitoraggio dello stato di conservazione delle morfologie interne, la verifica dei flussi idrici correnti e la presenza di fauna soprattutto troglofila, confermando l'importanza del sito per lo studio dell'evoluzione carsica del massiccio dell'Appennino Lucano.
12 luglio 2026: La cascata di Bivongi di Mariarosaria D'Atri
Incastonato nel Monte Consolino, in provincia di Reggio Calabria, Bivongi è il borgo calabrese che ha scoperto "l'elisir dell'eterna giovinezza", tanto da essere annoverato “Borgo della Longevità” a livello planetario. Le sue origini basiliane risalgono all'XI secolo, ed è stato un fiorente centro di produzione della seta e dell'estrazione mineraria, come testimoniano ancora oggi miniere, ferriere e resti di antichi mulini. Il territorio incontaminato è circondato da sorgenti termali e acque cristalline, tra le migliori in Calabria. Il trekking che conduce al Monastero di San Giovanni Theristis e alla Cascata del Marmarico, nel cuore della Vallata dello Stilaro, è una delle escursioni più suggestive della Calabria. Una caldissima giornata di luglio ci accoglie per condurci verso un itinerario che non è soltanto un'escursione naturalistica, ma un vero viaggio attraverso la storia della Calabria bizantina. Il percorso ha inizio nei pressi di Bivongi, antico borgo di origine bizantina immerso tra le Serre calabresi. Percorrendo una strada stretta e tortuosa dopo pochi minuti si raggiunge il Monastero di San Giovanni Theristis, autentico gioiello dell'architettura bizantinonormanna dell'XI secolo. Costruito sul luogo in cui visse San Giovanni Theristis, il "Mietitore", il monastero è oggi uno dei più importanti luoghi di culto ortodosso d'Italia e conserva intatta l'atmosfera di raccoglimento e pace che da secoli caratterizza questo luogo sacro. Dopo un lungo periodo di abbandono, negli anni Novanta è stato restaurato ed è tornato ad essere un centro di vita monastica con rito grecoortodosso. Arriviamo durante la celebrazione della messa, terminata la quale uno dei monaci ci illustra la storia del monastero: La Calabria fu sotto il dominio bizantino sino agli inizi dell'XI secolo, permettendo che la regione conservasse la cultura e la lingua greca e che nel territorio si sviluppasse il cristianesimo di rito bizantino piuttosto che di rito latino. L'Italia meridionale divenne in quei secoli una delle principali mete dei monaci ortodossi provenienti dall'oriente, soprattutto a partire dal VII secolo dopo la lotta degli iconoclasti. In Aspromonte sorsero moltissimi monasteri, soprattutto nella Vallata dell'Amendolea e nella Vallata dello Stilaro e vi furono parecchi santi italogreci. Proprio nella vallata dello Stilaro visse ed operò nel IX secolo San Giovanni Theristis. Dopo la sua morte la sua fama presso le popolazioni della zona crebbe così tanto che esse lo acclamarono santo e divennero meta di pellegrinaggio i suoi luoghi ed il suo aghiasma (fonte sacra). Nel luogo di questo aghiasma sorse nell'XI secolo un monastero bizantino a lui intitolato. Esso si sviluppò in periodo normanno come uno dei più importanti monasteri basiliani nel Meridione d'Italia e mantenne splendore e ricchezza sino al XV secolo. I suoi monaci erano molto dotti e possedeva una vasta biblioteca e ricchi tesori. Il monastero cominciò a conoscere in seguito fasi di declino, come tutti i monasteri greci della zona: nel 1457 il visitatore apostolico del Papa ne constatava la decadenza. Nel Seicento una banda di briganti creò molte difficoltà al monastero e nel 1662 i monaci lo abbandonarono definitivamente per trasferirsi nel convento più grande di San Giovanni Theristis fuori le mura a Stilo, dove furono portate le reliquie di San Giovanni Theristis e dei Santi asceti Nicola e Ambrogio. All'inizio dell'800, in seguito alle leggi napoleoniche sui beni ecclesiastici, divenne proprietà del comune di Bivongi. Appartenne poi a diversi proprietari, che lo adattarono all'uso agricolo. Gli eredi dell'ultimo proprietario lo donarono nel 1980 nuovamente al comune di Bivongi. Oggi l’uso del monastero greco-ortodosso di San Giovanni Therestis è concesso alla Diocesi Romena Ortodossa d'Italia e attualmente vi risiede stabilmente una comunità monastica. Lasciato il monastero, raggiungiamo il parco Nicolas Green punto di partenza delle navette che ci conducono fino all’imbocco del sentiero che si inoltra nella rigogliosa Valle dello Stilaro; Dopo un bel tratto fatto con i fuori strada, ci incamminiamo attraversando uno stretto ponticello in cemento e ci immergiamo nel bosco seguendo un percorso obbligato tra ponticelli in legno sul fiume e piccole arrampicate tra alberi secolari di lecci, querce, castagni e macchia mediterranea. Il cammino costeggia il torrente, tra gole scavate dall'acqua, imponenti pareti rocciose e piccoli ponti, offrendo scorci di rara bellezza. Il silenzio è rotto soltanto dai nostri passi, dal rumore dell'acqua e dal canto degli uccelli, regalando un'immersione totale nella natura del Parco Naturale Regionale delle Serre. Alla fine del percorso ci ritroviamo di fronte alla grande cascata del Marmarico che con i suoi tre salti sembra uscire da un racconto di favole. Per ammirare meglio lo spettacolo qualche temerario si arrampica su un sentiero sulla sinistra, non molto impegnativo, con il quale si arriva su una balconata a pochi metri dalla cascata. La cascata è la più alta della Calabria e tra le più imponenti dell'Italia meridionale. Con un salto di circa 114 metri, l'acqua precipita lungo una parete di roccia formando laghetti naturali dalle acque limpide e freschissime, ed è uno spettacolare monumento naturale, come uno scrigno nascosto nel cuore della Calabria Per la sua bellezza, dal 6 settembre 2011 è stata anche inserita nell’elenco delle “Meraviglie d’Italia”. Il nome “Marmarico” deriva dal termine dialettale “marmaricu”, cioè lento o pesante, perché l’impressione che si ha guardando la cascata è quello di un'eterna immobilità, nonostante lo scorrere dell’acqua. La vista della cascata, incastonata tra alte pareti e una vegetazione lussureggiante, rappresenta il momento culminante del trekking e ripaga pienamente della camminata. L'acqua col suo scroscio risalta in questo luogo incontaminato dove in molti si attardano sulle rocce ad asciugarsi dopo un bagno ristoratore. Al termine dell'escursione, ritornati alle macchine la giornata prosegue con un piacevole momento di relax presso il Parco Nicolas Green, un'ampia area attrezzata immersa nel verde, ideale per recuperare le energie dopo la camminata. Qui degustiamo le nostre prelibatezze comodamente seduti ai tavoli dell’area aree picnic rendendo la nostra sosta particolarmente piacevole. Infine stanchi ma soddisfatti ci avviamo sulla strada del ritorno verso casa con la consapevolezza che in pochi chilometri abbiamo attraversato luoghi che raccontano oltre mille anni di spiritualità, cultura, immersi in uno degli ambienti naturali meglio conservati della Calabria, percorrendo un itinerario dove storia, paesaggi incontaminati e tradizioni si fondono in una giornata ricca di emozioni.
5 luglio 2026: Giardino degli Dei di Barbara Cersosimo
Come di consueto, ormai da un paio d’anni, il mio rientro in Calabria coincide con un appuntamento a cui non saprei rinunciare: l’escursione della prima domenica di luglio nel Parco Nazionale del Pollino, organizzata insieme a mio padre. Un’occasione speciale per ritrovarsi con i soci CAI, respirare l’aria della montagna e lasciarsi nuovamente conquistare dalla bellezza di questi luoghi. I soci del CAI di Castrovillari si sono ritrovati per l’escursione a Timpone del Capriolo, diretti al suggestivo Giardino degli Dei. Prima delle direttive sul corso dell'escursione, l’organizzatore ha rivolto un sentito ricordo al socio Domenico Mandarino, grande conoscitore, appassionato e frequentatore di questi luoghi, dove ha trascorso la sua infanzia. Un pensiero condiviso da tutti, nel segno di quella memoria che continua a camminare insieme agli escursionisti. Il percorso si rivela fin da subito piacevole e mai monotono. Lunghi tratti nel bosco ci accompagnano all’ombra del connubio tra maestosi faggi e abeti bianchi, rendendo particolarmente gradevole la salita nonostante la stagione estiva. Facciamo una breve deviazione dal sentiero principale per raggiungere, nel pianoro di San Francesco, uno dei giganti vegetali più affascinanti del Pollino: il maestoso Abete Bianco di San Francesco, autentico monumento naturale che, con le sue dimensioni imponenti e la sua storia secolare, suscita ammirazione e rispetto. Il cammino prosegue attraversando luoghi ricchi d’acqua, bene prezioso in montagna. Ci rifocilliamo dapprima alla sorgente di San Francesco, dove una piccola statuetta del Santo sembra vegliare silenziosamente sui viandanti, e successivamente alla Fontana di “Pitt’accurc”, che offre acqua fresca e cristallina, particolarmente gradita dopo la salita. Il primo ampio pianoro che incontriamo è Piano di Jannace, da cui inizia a vedersi Serra Crispo con i suoi solenni Pini Loricati, mentre il cielo limpido regala una luce intensa che esalta ogni dettaglio del paesaggio. Continuiamo a salire fino a raggiungere una delle estremità del celebre Giardino degli Dei. Ad accoglierci è un monumentale Pino Loricato, simbolo indiscusso del Parco del Pollino. Questi alberi straordinari rappresentano una delle specie più rare e affascinanti d’Europa. Il loro nome deriva dalla corteccia, suddivisa in grandi placche che ricorda la “lorica”, l’antica corazza dei legionari romani. Sono autentici sopravvissuti del tempo: alcuni esemplari superano oltre i cinquecento anni di vita, riuscendo a crescere aggrappati alla vita nelle condizioni più impervie, modellati dal vento, dalla neve e dal gelo. Le loro forme contorte raccontano secoli di resilienza e rendono ciascun albero un’opera d’arte irripetibile. Davanti a tanta meraviglia noi escursionisti ci disperdiamo spontaneamente tra i loricati, quasi alla ricerca dell’angolo perfetto da contemplare e fotografare. Ognuno si lascia guidare dalla curiosità, scoprendo scorci sempre nuovi. Ovunque volgiamo lo sguardo incontriamo armonia, colori e forme che sembrano usciti dal pennello di un pittore. Le sagome scolpite dei pini si stagliano contro l’azzurro del cielo, mentre tra le rocce bianche e il ginepro basso, i prati d’alta quota compongono paesaggi che trasmettono un profondo senso di pace. Il Giardino degli Dei conferma ancora una volta il motivo del suo nome: è un luogo capace di emozionare ogni visitatore. La pausa pranzo, resa ancora più piacevole da una splendida giornata estiva, trascorre tra chiacchiere e sorrisi. L’aria, sorprendentemente fresca per il periodo, è accarezzata da una lieve brezza che rende il clima ideale per sostare a lungo immersi nella natura. Complice l’entusiasmo generale e le condizioni perfette della giornata, decidiamo all'unanimità di proseguire oltre la meta dell’escursione inizialmente prevista e raggiungere Serra Crispo, superando la quota dei 2.000 metri. Per alcuni del gruppo è la prima volta su questa splendida vetta. La fatica della salita viene immediatamente ripagata da un panorama vastissimo: lo sguardo spazia senza ostacoli sulle principali cime del Pollino, fino a perdersi verso l’orizzonte in un susseguirsi di montagne che sembrano non avere fine. È uno di quei momenti che restano impressi nella memoria e che ricordano perché vale sempre la pena mettersi in cammino. Dopo aver goduto ancora per qualche istante della quiete della montagna, esplorando gli esemplari di Pino Loricato considerati più imponenti, intraprendiamo il lungo rientro verso Timpone del Capriolo rifocillandosi alle acque fresche delle sorgenti. Solo arrivati alla fine, ci rendiamo conto di aver percorso quasi sedici chilometri con circa mille metri di dislivello; la bellezza dei luoghi attraversati ha reso il cammino leggero, facendo quasi dimenticare la fatica. Come ogni bella escursione che si rispetti, anche questa si conclude nel migliore dei modi: con i saluti, gli arrivederci alla prossima avventura e i graditissimi dolcetti alle mandorle offerti dalla socia Caterina, un dolce gesto di condivisione che suggella una giornata vissuta all’insegna dell’amicizia, della montagna e dell’amore per il Pollino.
Dall’alto del canyon del Ciolo, la terra sembra spalancarsi per tuffarsi nel blu. Prima ancora di scendere, fermi sul ciglio della falesia calcarea, l’emozione afferra lo stomaco, basta chiudere gli occhi per sentire il respiro profondo e la voce potente del mare che si infrange sulle rocce. Il cammino lungo la falesia è un esercizio di equilibrio, si avanza a mezza costa, muovendosi su calcare aspro e tagliente, modellato dal vento e dal sale. Sotto gli scarponi da speleologia, la roccia scivola ripida, precipitando dritta nelle acque blu e profonde del Ciolo. Il sentiero non esiste, si individuano i passaggi migliori tra gli spunti di roccia, sfruttando le fessure per le mani. L’aria è satura di iodio e il calore del sole rende la pietra rovente. Poi, all'improvviso, la linea della falesia si interrompe e il terreno sembra cedere verso l'interno del promontorio. Ci si ritrova sul ciglio della Bocca del Pozzo, una ferita circolare spalancata sul vuoto. L’arrivo è d’impatto. Avvicinandosi all'orlo, lo sguardo perde i punti di riferimento. È il momento in cui l'attenzione si concentra sullo spazio millimetrico dell'armo, pronti a passare alla verticalità assoluta del pozzo. Intorno a noi, i gesti caldi e precisi degli amici del Gruppo Speleologico Tricase spezzano la tensione. Il rumore dei moschettoni, il controllo degli imbraghi, il clic secco dei caschi. Non servono molte parole, in speleologia la fiducia non è un concetto astratto, ma un legame tangibile fatto di nodi ben stretti e metallo che scatta all'unisono. L’armo è un rito di precisione e silenzio. I moschettoni scattano con un suono metallico e secco, fissandosi ai tasselli nella roccia. La corda viene tesa e un filo di Arianna protegge i passi sul bordo esposto. Poi inizia la vera progressione verso il vuoto, una sequenza di manovre calcolate. Ci si appende alla corda affrontando i primi due frazionamenti in rapida successione. Ogni ancoraggio intermedio è un momento di massima concentrazione. Un braccio di corda dopo l'altro, ci si cala lungo l'orlo instabile della roccia, scendendo quel tanto che basta per superare le ultime sporgenze taglienti della falesia. Solo allora, nel punto esatto in cui la pietra si interrompe per lasciare spazio al nulla, si incontra l'armo definitivo, il nodo a "Y" bilanciato e studiato per garantire lo sfregamento zero. Il brivido vero inizia quando ci si siede nel vuoto assoluto, oltre quella "Y". Si scioglie la chiave di sicurezza, il discensore scatta e i piedi staccano l'ultimo, definitivo contatto con la pietra solida. In un istante, la parete svanisce. La “ucca dellu puzzu” si allarga e la discesa diventa una sospensione totale. Il metallo delle pulegge si scalda sotto il palmo guantato, mentre lo sguardo viene rapito da uno spettacolo maestoso. Sopra la testa, la bocca del pozzo rimpicciolisce; sotto, l'oscurità del salone monumentale si accende di riflessi smeraldo. La luce del giorno non arriva solo dall'alto, ma penetra lateralmente dall'immenso arco che si affaccia sul mare, creando un contrasto ipnotico di ombre e bagliori d'acqua. L'aria cambia, si fa densa. Sospesi nel nulla, si avverte la scala ciclopica di quel tempio naturale, dove il silenzio è rotto solo dal respiro dello speleologo e dal sordo rimbombo della risacca. I piedi cercano infine lo sbarco sulla grande china di massi di crollo al centro della sala. Il terreno è scivoloso, bagnato dall'abbraccio tra il mare e le infiltrazioni dolci della terra. Quando il peso si scarica dalla corda e ci si sgancia dall'armo, ci si scopre piccoli, minuscoli testimoni sul fondo di una delle cattedrali più selvagge e intense del Mediterraneo. Accendiamo le frontaline dei caschi e i nostri fasci di luce tagliano l’oscurità. I rumori del mare esterno si spengono, sostituiti dal suono dei nostri passi e dal respiro ritmico del gruppo. Muoversi come un unico corpo insieme alla squadra di Tricase trasforma la paura dell'ignoto in pura avventura. Ci addentriamo nel cuore buio della terra, dove la progressione si fa tecnica. I ragazzi di Tricase si muovono con una naturalezza disarmante, indicando appoggi sicuri tra i giganteschi massi di crollo. A qualche metro dall'ingresso, la grotta si rivela in tutta la sua magia: lo specchio immobile del laghetto interno, dove l'acqua dolce delle sorgenti galleggia sopra quella salata del mare, creando riflessi color smeraldo. "Spegniamo tutto", sussurra qualcuno e per un minuto facciamo spazio al buio totale, ascoltando il respiro lento dell'acqua. Ma la nostra esplorazione non si ferma qui. Accese di nuovo le torce, ci spingiamo ancora oltre. Ed è lì, nel silenzio più sacro e nell'oscurità più fitta della grotta, che incontriamo il vero segreto del Ciolo. In una stanza piccina e intima, aggrappati alla volta di roccia, decine di pipistrelli proteggono i loro piccoli che crescono protetti dal mondo esterno. Restiamo immobili, col fiato sospeso, muovendoci lo stretto necessario per non disturbarli. Sapere che lì in fondo la vita pulsa e germoglia nel buio più scuro, difesa dal silenzio della terra, è un’emozione che toglie il fiato. Quando iniziamo la via del ritorno, i muscoli sono stanchi ma la mente è colma di meraviglia. Inizia così la risalita con le manovre speleo. Il peso si scarica sull'imbrago, la maniglia e il bloccante ventrale mordono la corda a ogni spinta delle gambe sul pedale. È un movimento ritmico, fisico, fatto di concentrazione e respiro, mentre il vuoto sotto i piedi si fa sempre più profondo e lo spettacolo del mare si allarga a perdita d'occhio. Guadagniamo metro dopo metro sospesi sulla falesia calcarea, finché l'ultimo sforzo ci deposita sul grande terrazzo inclinato. Ci togliamo i caschi con gesti lenti, i volti stanchi e segnati dal caldo. Abbiamo condiviso il respiro del mare, il segreto del laghetto e il battito nascosto della natura. Quel legame resterà scritto nella roccia per sempre. L’avventura speleologica si trasforma in una festa di amicizia e pura luce. Ci raggiungono i nostri amici calabresi, non speleologi, portando con sé quell'entusiasmo travolgente di chi si affaccia su una costa magica. Per suggellare questo ponte ideale tra Salento e Calabria, tutti intorno a una tavola imbandita per una cena tipica salentina. Tra i profumi intensi della tradizione, i calici sollevati e le risate che uniscono le due terre, i racconti dell'esplorazione del giorno diventano leggenda. Ma è proprio tra un piatto e l'altro che la complicità si trasforma in futuro. Mettiamo le carte sul tavolo e, tra un sorriso e un brindisi, lanciamo la proposta e programmiamo il prossimo ritrovo speleologico per il 2027. Il giorno dopo, guidati ancora una volta dall'inesauribile ospitalità degli amici di Tricase, entriamo nella celebre Grotta della Zinzulusa. Questa volta il percorso è turistico, ma lo stupore è lo stesso. Gli occhi si riempiono di meraviglia davanti alle stalattiti che pendono come "zinzuli" (stracci). E’ un'emozione diversa, eppure altrettanto intensa: il buio tecnico del giorno prima cede il passo alla gioia della condivisione totale. La conclusione perfetta di questo viaggio incredibile ci vede viaggiare lungo la spettacolare litoranea, guidati sempre dagli amici di Tricase, Massimiliano e Paolo. Il sole colora di oro la roccia calcarea mentre seguiamo la costa dei due mari fino a raggiungere il Capo di Santa Maria di Leuca. Lì, dove l'Adriatico e lo Jonio si abbracciano all'infinito, ci fermiamo a guardare l'orizzonte. Siamo partiti dalle profondità silenziose della terra e siamo arrivati dove lo spazio non ha confini. E la cosa più bella è stata farlo così: uniti dalla speleologia, legati dall'amicizia e circondati dalla bellezza immensa del mare con la certezza che il nostro cammino sotterraneo è appena iniziato e che il 2027 ci vedrà di nuovo uniti.
20/21 giugno 2026: Storie di lupi. due giorni che ci hanno insegnato a guardare di Tania Armentano
Ci sono esperienze che si ricordano per un panorama, altre per un incontro o per una scoperta inattesa. Quella vissuta il 20 e 21 giugno nel Parco del Pollino è riuscita a racchiudere tutto questo: conoscenza, cammino, meraviglia e la sensazione profonda di essere entrati, anche solo per qualche ora, nel cuore più autentico della natura. L’iniziativa “Storie di Lupi - Conoscere, capire e convivere con il lupo”, promossa dalla Sezione CAI di Castrovillari e organizzata con grande impegno dal socio Carmine Fasano, è stata molto più di un evento dedicato a uno degli animali più affascinanti dell’Appennino. È stata un’esperienza completa, articolata in due giornate strettamente legate tra loro: la prima dedicata alla divulgazione scientifica e al confronto, la seconda all’osservazione diretta del territorio. Prima abbiamo incontrato il lupo attraverso le parole, le immagini e le esperienze di chi lo studia. Il giorno successivo siamo entrati nel suo ambiente, imparando a riconoscerne le tracce e, soprattutto, a osservare con occhi diversi tutto ciò che vive nel bosco. La manifestazione ha preso avvio nel pomeriggio di sabato 20 giugno presso La Catasta, a Campotenese, dove un pubblico numeroso e partecipe ha accolto gli ospiti dell’incontro. Dopo i saluti della presidente della Sezione CAI di Castrovillari, Carla Primavera, è intervenuta Benedetta Orsini, responsabile del Gruppo Grandi Carnivori del Club Alpino Italiano per Calabria e Puglia, che ha illustrato l’attenzione e l’impegno del CAI nei confronti della conoscenza, della tutela e della corretta convivenza con i grandi predatori. La parola è poi passata a Gianluca Damiani, fotografo naturalista e a Sarah Droghei, ecobiologa, protagonisti del progetto “Storie di Lupi”. Attraverso immagini, racconti ed esperienze maturate sul campo, Sarah e Gianluca ci hanno accompagnato alla scoperta del lupo, della sua biologia, del suo comportamento e del ruolo fondamentale che svolge negli ecosistemi naturali. Si è parlato di monitoraggio, conservazione, rapporto tra il predatore e le attività umane, ma anche delle paure e dei pregiudizi che continuano ad accompagnare questa specie. Il lupo viene spesso raccontato attraverso estremi contrapposti: animale da temere o simbolo idealizzato di una natura selvaggia. L’incontro ce ne ha restituito invece un’immagine più autentica e complessa, fondata sulla conoscenza scientifica e sull’osservazione diretta. Le varie domande rivolte dai partecipanti e l’attenzione con cui sono stati seguiti gli interventi hanno dimostrato quanto sia importante creare occasioni di confronto capaci di avvicinare la ricerca scientifica alle persone che vivono e frequentano i territori montani. È difficile raccontare pienamente queste due giornate senza soffermarsi proprio su Gianluca e Sarah, che ne hanno rappresentato l’anima scientifica e naturalistica. Professionisti preparati, disponibili e profondamente innamorati della natura, hanno saputo trasmettere contenuti complessi con un linguaggio semplice, diretto e mai superficiale. Il loro rigore si è unito a una rara capacità di coinvolgere, incuriosire e far sentire ogni partecipante parte attiva dell’esperienza. La loro passione era evidente nel modo in cui raccontavano il lupo, nell’attenzione dedicata a ogni domanda, nel rispetto con cui parlavano degli animali e nell’entusiasmo con cui condividevano conoscenze ed esperienze. Il giorno successivo abbiamo compreso ancora meglio il valore della loro presenza. Durante l’escursione non si sono limitati ad accompagnarci lungo il sentiero: ci hanno insegnato a rallentare, a guardare il terreno, a osservare le foglie, i tronchi e i segni più piccoli lasciati dagli animali. Con loro ogni particolare diventava una storia. Una foglia, un ragno, un’incisione sulla corteccia o una traccia sul terreno potevano aprire una finestra su un mondo che era sempre stato davanti ai nostri occhi, ma che fino a quel momento non avevamo saputo leggere. Gianluca e Sarah non ci hanno soltanto trasmesso informazioni: ci hanno insegnato un modo diverso di stare nella natura, fatto di curiosità, rispetto, pazienza e meraviglia. Dopo una piacevole pausa caffè, diventata occasione per continuare informalmente il confronto tra relatori e partecipanti, il pomeriggio è proseguito con il talk “Pollino… a me piace a piedi”, promosso dalle Guide Ufficiali del Parco Nazionale del Pollino. Il confronto ha posto al centro il valore di una frequentazione lenta, consapevole e rispettosa dell’area protetta. Camminare nel Parco non significa soltanto raggiungere una vetta o attraversare un sentiero, ma entrare in punta di piedi in un ambiente vivo, imparando a riconoscerne la bellezza, gli equilibri e la fragilità. La giornata si è conclusa con un coinvolgente concerto di musica popolare. Nella fresca cornice di Campotenese, tra suoni, racconti e atmosfere d’altri tempi, abbiamo ritrovato anche l’anima culturale del Pollino: quella fatta di tradizioni, memoria, comunità e profondo legame con il territorio. La mattina successiva le parole ascoltate durante l’incontro sono diventate passi, osservazioni ed emozioni vissute direttamente sul campo. Dopo il ritrovo previsto presso il Rifugio CAI “Biagio Longo” di Mormanno, il gruppo ha raggiunto il Rifugio Conte Orlando, posto a quota 1.193 metri, punto di partenza dell’escursione naturalistica al Monte Palanuda, a quota 1.635 metri. Dopo il consueto briefing iniziale e le indicazioni necessarie per affrontare il percorso in sicurezza, ci siamo messi in cammino. L’itinerario, classificato di difficoltà escursionistica E, prevedeva un dislivello complessivo di 442 metri e una durata di circa cinque ore tra andata e ritorno. Non avevamo percorso che pochi passi quando il bosco ha iniziato subito a raccontarsi. Il primo segno incontrato è stato un escremento di lupo, una “fatta” posizionata in un punto ben visibile del percorso. Gianluca e Sarah ci hanno spiegato come questi escrementi non rappresentino soltanto il residuo dell’alimentazione dell’animale, ma possano avere anche una funzione di marcatura e comunicazione sul territorio. Osservandola da vicino, abbiamo riconosciuto peli e piccoli frammenti di ossa, testimonianza concreta della dieta carnivora del lupo. Il ritrovamento ha immediatamente dato senso all’intera escursione: eravamo appena entrati nel bosco e già la presenza del grande predatore si manifestava davanti a noi, non attraverso un incontro diretto, ma tramite il linguaggio silenzioso delle sue tracce. Fin dai primi passi abbiamo capito che non sarebbe stata una semplice camminata alla ricerca del lupo. Quella che ci attendeva era una vera immersione nella biodiversità del Pollino, un laboratorio naturalistico a cielo aperto nel quale ogni sosta diventava occasione di scoperta. Alle spiegazioni di Gianluca e Sarah si è aggiunta la competenza di Nino Perrone, Guida ufficiale del Parco del Pollino e medico veterinario, che ha arricchito ulteriormente l’esperienza con le sue conoscenze e con il suo sguardo attento sul mondo animale. I suoi interventi ci hanno permesso di approfondire alcuni aspetti osservati lungo il cammino, aggiungendo nuovi elementi alla lettura delle tracce, dei comportamenti e delle condizioni della fauna selvatica. La sua preparazione professionale e la profonda conoscenza del territorio hanno completato le spiegazioni degli altri esperti, offrendo punti di vista diversi ma perfettamente complementari. La presenza di competenze differenti, unite dalla medesima passione per la natura e dalla capacità di trasmettere il proprio sapere con semplicità, ha reso l’escursione ancora più ricca. Non una lezione impartita dall’alto, ma un continuo scambio di osservazioni, domande e scoperte, nato direttamente da ciò che il bosco decideva, passo dopo passo, di mostrarci. Il vento attraversava le chiome degli alberi, il canto degli uccelli interrompeva il silenzio della faggeta e, nei punti più aperti, lo sguardo poteva perdersi nei panorami del Pollino. A volte camminavamo parlando e scambiandoci impressioni; in altri momenti veniva spontaneo rimanere in silenzio, ascoltando soltanto ciò che ci circondava. Non eravamo più concentrati unicamente sulla meta. Guardavamo a terra, tra i rami, sulle cortecce e sotto le foglie. Il bosco, poco alla volta, si mostrava come un libro aperto. Proseguendo lungo il percorso abbiamo osservato una talpa morta. Partendo da quel piccolo animale, gli esperti hanno analizzato le possibili cause del decesso, trasformando anche quel ritrovamento inatteso in un momento di conoscenza. La natura non è soltanto bellezza e armonia. È anche fatica, fragilità, adattamento: comprenderlo significa imparare a osservarla senza filtri, accettandone tutte le dinamiche. All’interno della faggeta ci è stata fatta notare la presenza di alcuni agrifogli, elementi importanti della varietà vegetale e della complessità ecologica del bosco. Abbiamo osservato le loro foglie, differenti tra la parte bassa e quella più alta della pianta. Quelle poste vicino al terreno, maggiormente esposte al morso degli animali erbivori, apparivano più spinose; procedendo verso la cima, le foglie assumevano invece una forma più regolare e meno pungente. Un dettaglio semplice, ma capace di raccontare il continuo adattamento delle piante all’ambiente e alle altre specie con cui condividono il bosco. Poco dopo, la nostra attenzione è stata catturata da una femmina di ragno lupo, che trasportava nel suo ovisacco i suoi numerosi piccoli. Una scena minuscola e delicata, difficile da dimenticare: un’immagine sorprendente di cura parentale in un mondo che spesso attraversiamo senza neppure accorgercene. Sulle foglie degli alberi abbiamo osservato anche i segni lasciati da insetti e parassiti, mentre sui tronchi più deboli erano visibili alcuni funghi. Anche in questo caso le spiegazioni degli esperti ci hanno aiutato a comprendere che nel bosco ogni processo è collegato agli altri: la fragilità, il decadimento e la trasformazione di un organismo diventano occasione di vita per molti altri. Su un tronco caduto al suolo abbiamo poi notato alcune particolari tracce disposte in maniera radiale. Ci è stato spiegato che erano state lasciate dalle larve che, dopo la schiusa delle uova, si erano progressivamente allontanate le une dalle altre. Sembrava quasi un disegno inciso nel legno. In realtà era il racconto di una nascita e di un movimento avvenuti in silenzio, lontano dallo sguardo dell’uomo. Dopo aver incontrato la prima fatta di lupo, lungo il percorso abbiamo imparato a distinguere anche gli escrementi di altri animali. Nelle feci della volpe erano visibili resti di scarafaggi e noccioli di ciliegia. Da una traccia apparentemente insignificante emergeva così tutta la varietà della dieta di questo animale. Continuando a camminare, abbiamo incontrato numerosi segni del passaggio del capriolo. Ne abbiamo riconosciuto i percorsi abituali, i giacigli utilizzati per riposare e i rami segnati dallo sfregamento dei palchi. Abbiamo trovato anche un palco ormai caduto, testimonianza concreta della presenza discreta e costante di questo elegante abitante del bosco. Il capriolo non era davanti ai nostri occhi, eppure sembrava accompagnarci lungo il cammino. Ogni giaciglio, ogni ramo e ogni impronta raccontavano un suo gesto: il passaggio, il riposo, lo sfregamento del palco, forse una fuga improvvisa. Questa è stata una delle scoperte più belle della giornata: comprendere che gli animali non devono necessariamente mostrarsi per farci sentire la loro presenza. Occorre soltanto imparare a riconoscere il linguaggio silenzioso delle loro tracce. Il momento più forte e inatteso dell’escursione è arrivato con il ritrovamento di un capriolo predato da pochissime ore, la cui uccisione è stata attribuita dagli esperti al lupo sulla base dei segni osservati. Non avevamo assistito alla predazione, ma tutto faceva pensare che fosse avvenuta da poco. Gianluca, Sarah e Nino ci hanno aiutato a leggere la scena e a ricostruire quanto probabilmente era accaduto, spiegandoci quali elementi consentissero di riconoscere l’azione del grande predatore. Davanti a quel ritrovamento il gruppo si è raccolto spontaneamente in silenzio. Era una scena forte, capace di suscitare emozioni contrastanti. Da una parte il dispiacere istintivo davanti alla morte del capriolo; dall’altra la consapevolezza di trovarsi di fronte a uno dei processi più naturali e autentici della vita selvatica. In quel momento tutto ciò che avevamo ascoltato e osservato sembrava trovare una sintesi. Il lupo non era più soltanto il protagonista delle fotografie, dei racconti e degli studi scientifici. La sua presenza era reale, vicina, leggibile attraverso i segni lasciati nel territorio. Non c’era crudeltà nel significato umano del termine. C’erano la sopravvivenza, l’equilibrio tra le specie e la natura che seguiva il proprio corso, senza chiedere di essere giudicata. Ci siamo sentiti testimoni discreti di qualcosa che normalmente avviene lontano dai nostri occhi. Dopo tutto ciò che avevamo osservato, ascoltato e imparato lungo il percorso, raggiungere la cima sembrava quasi non essere più la priorità. Il cammino ci aveva già regalato così tanto che, per qualche momento, la meta era passata in secondo piano. Eppure, passo dopo passo, abbiamo raggiunto anche la cima del Monte Palanuda, a 1.635 metri di quota. Una volta arrivati in vetta, davanti a noi si è aperto un panorama capace di ripagare ogni fatica. Lo sguardo poteva spaziare a trecentosessanta gradi sulle montagne del Parco: sul versante calabrese, i monti dell’Orsomarso e le cime della Catena del Pollino; dall’altra parte, il versante lucano, con i suoi rilievi, le vallate e i paesi adagiati nel paesaggio. In lontananza si distinguevano il Mar Tirreno e il Golfo di Policastro, mentre tutt’intorno le montagne sembravano susseguirsi senza fine. Ci siamo fermati lassù per consumare il nostro pranzo al sacco, sospesi tra il cielo e le cime, con la sensazione di avere davanti agli occhi l’intero Pollino. Il vento, la luce, il silenzio e quella visuale immensa hanno reso la sosta uno dei momenti più belli della giornata. Dopo aver trascorso ore con lo sguardo rivolto verso il terreno, alla ricerca delle tracce più piccole e dei segni quasi invisibili della vita selvatica, sulla vetta abbiamo finalmente alzato gli occhi e lasciato che fosse l’orizzonte a raccontarci la grandezza del territorio che avevamo attraversato. Pranzare lassù, a un passo dal cielo, circondati dalle montagne e con il mare in lontananza, è stato il coronamento perfetto di un’esperienza già andata ben oltre ogni aspettativa. Il cammino verso il Monte Palanuda si è trasformato così in qualcosa di molto più profondo di una semplice escursione. Abbiamo imparato che la biodiversità non è una parola astratta, ma una fitta rete di relazioni che unisce alberi, funghi, insetti, piccoli mammiferi, erbivori e predatori. Ogni elemento, dal più piccolo al più evidente, contribuisce all’equilibrio dell’intero ambiente. Abbiamo imparato anche che per conoscere davvero la natura occorre cambiare il nostro modo di attraversarla. Bisogna rallentare, fare silenzio, osservare attentamente e accettare che non tutto si mostri immediatamente. Il vento, il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccelli e gli ampi panorami del Pollino hanno accompagnato l’intera giornata, rendendo ancora più intensa ogni scoperta. Al termine dell’escursione siamo tornati al punto di partenza stanchi, ma con gli occhi pieni di immagini e la sensazione di aver vissuto qualcosa di raro. Tra fotografie, racconti, sorrisi e commenti entusiasti, non poteva mancare il nostro “terzo tempo”: una meritata birra fresca condivisa tra i partecipanti, brindando alle emozioni, alle scoperte e alla bellezza del Pollino. Sono state due giornate capaci di unire divulgazione scientifica, cultura, tradizioni ed escursionismo. Un ringraziamento particolare va a Gianluca Damiani e Sarah Droghei, per la competenza, la disponibilità e la passione con cui hanno saputo coinvolgerci; a Nino Perrone, per aver messo a disposizione la propria esperienza di guida ufficiale del Parco e medico veterinario; a Benedetta Orsini, per il contributo offerto in rappresentanza del Gruppo Grandi Carnivori del CAI; alla presidente Carla Primavera e alla Sezione CAI di Castrovillari; a Gaetano Cersiosimo per il coordinamento organizzativo; alle Guide Ufficiali del Parco Nazionale del Pollino per la collaborazione nell’ambito della manifestazione “Pollino… a me piace a piedi”. Un ringraziamento speciale va al socio Carmine Fasano, che ha creduto nell’iniziativa e l’ha seguita con impegno, entusiasmo e grande capacità organizzativa, riuscendo a costruire non un semplice evento, ma un percorso completo di conoscenza e condivisione. Torniamo a casa con nuove conoscenze, ricordi difficili da dimenticare e, soprattutto, con uno sguardo diverso. Perché conoscere il lupo significa comprenderne il ruolo, superare paure e pregiudizi e imparare a convivere con una natura che non ha bisogno soltanto di essere ammirata, ma anche rispettata e custodita. Ancora una volta il Pollino ci ha ricordato che la montagna non è soltanto una meta da raggiungere: è un mondo da attraversare lentamente, da ascoltare e da imparare a guardare.
7 giugno 2026: Giornata di Accompagnamento Solidale Di Carla Primavera
Quest'anno la nostra meta è stato il versante Est del Parco del Pollino, destinazione il Santuario di Santa Maria delle Armi nel comune di Cerchiara di Calabria. Il consueto appuntamento con le associazioni di Castrovillari Filo di Arianna e Associazione Famiglia Disabili è stato arricchito da una presenza ancora più numerosa rappresentata dall’associazione “I Girasoli della Locride”. Era dal 2023 che non venivano sul Pollino con le loro magliette colorate di giallo, che danno quel tocco di colore e calore alla giornata. Un bel gruppo di quasi 70 persone, formato da ragazzi e ragazze con diverse abilità, i loro accompagnatori, qualche genitore, i ragazzi del servizio civile e gli accompagnatori del Club Alpino Italiano di Castrovillari. Insomma un bel gruppone colorato e festante. Arrivati sul posto abbiamo percorso parte del sentiero CAI 946 che conduce dal paese di Cerchiara al Santuario e che rappresenta la cosiddetta “Via dei Pellegrini per la Madonna” e che passa per il “Lacco”, promontorio da dove è possibile ammirare per intero il conglomerato urbano del borgo e la vallata su cui insiste. E proprio qui, il 25 aprile di ogni anno, la cerimonia sacra prevede che la Madonna venga portata in processione dal Santuario e dopo aver benedetto il paese dall’alto ritorni in Chiesa. Al termine dell’escursione visita all’interno del Santuario dove i partecipanti hanno potuto godere della bellezza del posto. Come è noto questa giornata è possibile grazie al contributo economico della Sede centrale del Club Alpino Italiano attraverso un progetto ad hoc gestito dalla SODAS (Struttura Operativa di Accompagnamento Solidale) che permette a tante Sezioni di poter organizzare queste giornate senza oneri per le associazioni partecipanti. Il progetto si prefigge di favorire le capacità della persona di utilizzare le proprie risorse psico-fisiche attraverso le uscite in ambiente e il rapporto con la natura. Di fornire opportunità di socializzazione con persone esterne al contesto di cura; di rielaborazione delle esperienze vissute insieme, tramite momenti di condivisione delle avventure vissute dal gruppo; di rielaborazione dei momenti di relazione e contatto con gli accompagnatori e quanti si incontreranno durante le escursioni. E’ chiaro però che queste giornate ci convincono sempre più che quello che ci trasmettono i ragazzi riempie il cuore, lo spirito e la mente. In realtà l'escursione di per sé non era la parte più importante della giornata, ma bensì la voglia di stare insieme e di condividere queste ore conviviali e di spensieratezza. Certamente il luogo mistico e ricco di storia ha affascinato tutti i presenti. Il panorama, la visita al Santuario hanno reso la giornata davvero speciale.
Week end in Val Veny di Antonio Bono
Ormai da tanto tempo è scienza: il tempo non scorre uguale ovunque. Per nove persone, infatti, venerdì 29 maggio, il giorno di inizio della trasferta valdostana, non è durato le solite 24h. Per qualcuno è iniziato parecchie ore prima della mezzanotte, con scomode ed interminabili attese al gate di un aeroporto; per qualcuno all’alba in una stazione deserta; per altri ancora in tarda mattinata, con corse a rotta di collo per un appuntamento che non si può perdere. Troppo atteso, troppo desiderato per mancare. Dopo la stagione invernale appenninica, finalmente l’estate apre le porte all’alta quota, e noi vogliamo essere proprio lì, nel cuore del massiccio del Monte Bianco. Sarà necessaria la tratta in auto da Milano a Courmayeur e l’arrivo in alloggio per sincronizzare i tempi di questi nove compagni: le chiacchere, gli scherzi, la gioia di ritrovarsi assieme mentre tutto sta diventando reale. È giusto quindi festeggiare il ritrovo e il buon Beppe a Morgex sa come far sentire bene i suoi ospiti: il celebre lard d’Arnad con castagne e miele è solo l’inizio di un banchetto in cui le risate sorpassano solo di poco le varie espressioni di gastronomica estasi… Scaricata la tensione e ristorati, davanti ad un buon genepy, gli organizzatori ci ricordano che mancano ormai poche ore alla salita e assieme ripercorriamo il piano per il giorno seguente: nel giro di pochissimi secondi le bocche non ridono più, gli sguardi si fanno attenti e assorti, qualche gamba inizia a tamburellare al pensiero dell’indomani: per molti sarà la prima salita sui satelliti del Bianco. Alle 8:40 siamo già dentro la famosa Skyway Monte Bianco, e in pochissimi secondi tutte le aspettative che ci portavamo addosso da centinaia di km di distanza iniziano ad esaudirsi. Davanti a noi come in un lento cortometraggio iniziano ad apparire sempre più grandi e nitide alcune meraviglie del versante meridionale del Bianco: a sinistra, in fondo, la cresta di Peuterey, un lungo, meraviglioso e affilato intreccio di roccia, ghiaccio e neve che porta fin al tetto d’Europa, il sogno di tanti alpinisti; a destra, invece, i bastioni rocciosi sono più vicini e riusciamo a vedere le ferite del ghiacciaio sottostante solcate da poche tracce che salgono fin su attraverso degli stretti canali. Galleggiante in tale ambiente, la cabina sembra più una navicella spaziale quando si apre e ci rilascia in un mondo che per molti di noi è completamente nuovo. Dalla piazzola del rifugio Torino gli occhi si allargano sul grande ghiacciaio su cui svetta, iconico e bellissimo, il celebre dente del Gigante. Ci guardiamo basiti e subito i primi sorrisi, gli accenni di intesa per gioire assieme di una vista che aspettavamo da tanto. Il tempo di un caffè, per decantare un momento tanto atteso, prima di entrare nel vivo della giornata. In cerchio, sulla magnifica terrazza del rifugio, ascoltiamo Gian mentre rinfresca alla nostra meridionale memoria i dettagli e le accortezze della legatura in ghiacciaio. Formiamo tre cordate in cui i membri più esperti sono in centro. Sì, proprio così, ognuno dei partecipanti guiderà a turno la propria cordata nell’attraversamento del ghiacciaio. Una prima assoluta per la maggior parte di noi, che cerchiamo di affrontare con la massima concentrazione. Inizia l’attraversamento, tra la mente concentrata sulla tecnica e sulla attrezzatura che stiamo usando e il cuore che si bea di sublime man mano che l’obiettivo della giornata si avvicina a noi: le Aiguilles Marbrées. Superate le friabili guglie delle Punte Payot, pieghiamo a destra verso il Col de Rochefort e poco prima di questo raggiungiamo la base della cresta frastagliata su cui la poca neve ci consente di evitare i ramponi. Rapido riassetto dell’attrezzatura e delle cordate prima di iniziare la salita. Gian fa da apripista ma gli occhi sono puntati su Claudia che guida la sua cordata e ci fa emozionare quando con determinazione supera il passo chiave della cresta: una placca fessurata di terzo grado molto esposta. Tra la vista mozzafiato sull’arco alpino e la concentrazione per le necessarie manovre, il tempo scorre veloce più di quanto volessimo e così decidiamo di non completare l’intera traversata. Riscendiamo il tratto di cresta percorso con piccole difficoltà che sono preziosa esperienza per i più novelli, e veloci ripercorriamo il ghiacciaio fino al rifugio giusto in tempo per l’ultima corsa della giornata. A Courmayeur, gambe e testa chiedono ristoro, che decidiamo di realizzare davanti a delle meritate e freschissime birre. Qui si consuma uno momento fondamentale che ripeteremo come un rito ogni giorno: a turno, ognuno di noi ripercorre il vissuto dando spazio alle proprie riflessioni, dubbi e prese di coscienza. È un momento in cui ognuno porta la sua piccola pietra ed insieme costruiamo una base solida e condivisa. È da questa che l’indomani vogliamo ripartire: bisogna consolidare il buono e affinare quello che ancora è tozzo, che deve prendere forma. Così, cambiando i programmi ufficiali ma inseguendo quello che più c’era a cuore, alle 9:30 davanti al rifugio Torino siamo già pronti nelle tre cordate per iniziare un altro viaggio. Oggi puntiamo verso ovest, l’obiettivo è la stupenda e panoramica Aguille de Toula. Iniziamo la traversata del ghiacciaio tenendo alla nostra sinistra il Grand Flambeau e giungendo dopo poco alla sella che lo congiunge col il fratello minore, il Petit Flambeau. Appena arrivati capiamo il perché di un gruppo di persone fermo lì: la vista sul Mont Blanc du Tacul e sul Cirque Maudit è di quelle che non vanno più via dalla mente. Per molti di noi un’altra cartolina che diventa realtà. Per la salita alla Toula decidiamo di dividerci: la maggior parte di noi risalirà il versante ovest, una cordata userà invece lo scivolo di neve e ghiaccio che risale la parete nord. Ci ritroviamo quasi contemporaneamente prima della breve e stretta cresta sommitale. Compatti ma ordinati risaliamo questi ultimi metri che ci regalano panorami unici. La vista sul ghiacciaio del Gigante e l’omonimo colle è la stessa di quella vista in diversi libri; dalla parte opposta L’arete de la Brenva e la Tour Ronde uniti dalla bellissima cresta. Foto di rito in vetta, abbracci, visi inebriati dalla felicità per la bella soddisfazione e via di nuovo giù per il lato ovest fino al ghiacciaio. Qui, a mente più fredda e senza fretta, grazie all’aiuto di Gian e Alessio, il ghiaccio inizia a parlarci: vediamo zone con neve di diverso colore e forma e ci rendiamo conto che il nostro percorso, prima dato quasi per scontato, non è casuale ma disegna le giuste curve per evitare tali regioni. Iniziamo a capire come il vuoto e il disgelo possano mutare il manto del ghiacciaio che in questo inizio stagione sembra, a primo acchito, un unico solido strato. Procediamo lenti e pensosi verso il rifugio, che oggi, ancora più di ieri ci appare l’unico luogo davvero sicuro, dove poter allentare l’attenzione e dare il giusto spazio alla convivialità. Dopo queste intense esperienze tra neve, ghiaccio e roccia, sentiamo il bisogno di abbassare la quota e cambiare ambiente per il nostro ultimo giorno. La scelta non può non ricadere sulla bellissima Val Veny che apprezzeremo grazie al frequentato sentiero che la attraversa. Partendo al cospetto del rifugio Monzino attraversiamo pian piano il fondovalle. In un paesaggio tardo primaverile, notiamo gli effetti delle slavine mentre ci avviciamo al lago Combal. Qui abbiamo modo di vedere parzialmente il ghiacciaio del Miage coperto interamente da detriti morenici e in lontananza, grazie al binocolo, lo storico rifugio Gonella attaccato saldamente alla bastionata rocciosa che guarda il ghiacciaio del Dome. Da lì, un lungo tratto piano ci porta veloce alle pendici delle Pyramides Calcaires alla cui base si annida la nostra meta: il rifugio Elisabetta. La giornata è splendida, la vista della valle altrettanto ma prima di goderci il meritato e lauto pasto Gian ci raccoglie per mostrarci le basi della manovra fondamentale per la progressione in ghiacciaio: il recupero del compagno da crepaccio. Passiamo un paio di ore su un abbondante accumulo nevoso in prossimità del rifugio assorti e concentrati sulle varie fasi della manovra mentre Paolo e chi scrive simulano rispettivamente il soccorritore e il soccorso. Ne usciamo con nuove conoscenze, nuovi dubbi naturalmente ma una consapevolezza comune: l’esercizio della manovra in ambiente controllato è fondamentale per poter essere poi pronti nel malaugurato caso necessario. E forse questa parola, consapevolezza, che più di altre mi risuona dentro mentre inizia il lento ma inesorabile ritorno che dal bellissimo rifugio Elisabetta mi porterà fino a casa, all’altro estremo della penisola. Per quanto piccola sia la mia esperienza, avevo già attraversato dei ghiacciai, avevo già percepito il vuoto sotto di me sulle creste rocciose, così come non era nuova l’aria sottile nei polmoni. Questa volta, però, qualcosa era stato radicalmente diverso: l’andare da primi di cordata; assumersi delle responsabilità nella progressione cercando di imparare diverse tecniche; capire un po' meglio i pericoli di un ambiente complesso come quello di un ghiacciaio dove dalle pietre sopra di te, ai vuoti sotto di te, tutto dice che non è un ambiente in cui l’uomo ha il suo posto; le manovre, e tutto il resto... Questo vissuto si stava pian piano distillando dentro di me, fornendomi un nuovo colore nella mia tavolozza da apprendista: un colore profondo ed avvolgente che sarà il fondo delle mie future tele alpine.
31 maggio 2026: Pietra Portusata e Tavola dei briganti di Mario Sammarco
In anticipo di un’ora ci ritroviamo quattro amici al bar di San Sosti, che non volevano cambiare il mondo ma che avevano, invece, tanto voglia di ripercorrere un tratto del sentiero Italia 601, che dal Santuario Madonna del Pettoruto, ci condurrà agli scavi archeologici di Artemisia, all’altopiano del Campicello, alla Pietra Portusata e da lì a poco, alla Tavola dei Briganti, meta della nostra gita domenicale. Un tratto del sentiero Italia, a mio avviso, particolarmente suggestivo dal punto di vista naturalistico, ed estremamente interessante dal punto di visto storico-archeologico che occorre, tutelare, valorizzare e promuovere alle scolaresche, e alle future generazioni, per meglio comprendere l’importanza strategica e funzionale della cittadina fortificata di origine longobarda-bizantina, risalente al XII-XII sec. d.C. ed abbandonata intorno alla metà del XIV sec. d.C, posta a monte del Santuario, con le sue torri di avvistamento per garantire e salvaguardare lo scambio commerciale attraverso questa vallata, tra il mar Ionio e il Tirreno. Per via delle varie e sempre più, diversificate attività della nostra sezione CAI, degli innumerevoli impegni della componente direttiva, della concomitanza di oggi, circa l’assemblea dei delegati e della candidatura di alcuni nostri soci del Club Alpino Italiano presso la città di Modena, di cui seguiremo, come in una radio cronaca, gli esiti ed i risultati delle votazioni, le incertezze e le titubanze fino all’ultimo momento della partecipazione e non di alcuni soci alla gita odierna, motivazioni che hanno influito, certamente sulla ridotta presenza dei partecipanti. Pertanto il nostro gruppetto composto da Giuseppe, Mauro, Maurizio e dallo scrivente, (denominati per l’occasione i magnifici quattro), intorno alle ore 8:00 ci avviamo dal piazzale del parcheggio, nei pressi del Santuario per incamminarci, lungo l’imbocco del S.I. n° 601. La giornata, fin dalle prime ore dell’alba, si presenta serena, priva di nubi e con un cielo particolarmente azzurro, ideale per osservazioni e lo scatto di foto panoramiche. Il sentiero si caratterizza subito per la presenza cospicua della fitta vegetazione di lecci e roverelle, rigogliosi che ricoprono gran parte del percorso, regalandoci una piacevole e gradevole frescura che ci accompagna fino alla sommità della cittadina fortificata. Purtroppo la mancata manutenzione e l’incuria del sentiero, ormai dimenticato dall’Ente Parco e dalle Istituzioni locali, mi hanno indotto, nelle recenti scorse settimane, ad effettuare un sopralluogo e conseguente intervento del taglio di rovi e arbusti, grazie anche all’aiuto dei giovanissimi volontari, Nicola & Gabriel, indispensabili per garantire un accesso adeguato e sicuro, e sopperire così anche alla visita degli alunni della classe 3^A del Liceo Scientifico di Cetraro, in occasione della gita all’area archeologica del 20 maggio u.s., grazie al progetto Ermes della SO CAIScuola, promosso e ideato dagli amici della sezione di Verbicaro e dallo scrivente. Oltrepassato il sentiero, lungo la staccionata, ormai fatiscente e precaria, giungiamo ai primi ruderi dell’area archeologica ed osserviamo la prima cisterna, realizzata per la raccolta dell’acqua. Gli archeologi e studiosi ne hanno censito ben sei attorno alla cittadina muraria. Alcune di esse misurano una profondità di 5-6 m. necessarie per contenere le riserve e le provviste di acqua, indispensabili per gli approvvigionamenti dell’epoca e per garantire la riserva, in caso si assalti ed incursioni nemiche. Più a monte osserviamo i resti di un’antica abitazione, mentre sulla sommità dell’area, sono ancora ben visibili le basi dei resti delle torri di avvistamento, l’ingresso principale della cittadina fortificata e la chiesetta di origine bizantina. Da questa sommità ammiriamo un suggestivo panorama dove lo sguardo si perde nelle immense foreste di faggi in una natura per fortuna ancora incontaminata e selvaggia da dove si può osservare il Varco del Palombaro, la Valle del fiume Rosa, Montalto, Pietra dell’Angioletto, il monte della Mula, il massiccio del Cozzo del Pellegrino e ancora più a nord i monti del Pollino e Dolcedorme, e quando siamo po' fortunati, come oggi, ammiriamo anche il volteggiare della regina dei nostri cieli, l’aquila reale, che su queste pareti rocciose, sembra essere ormai di casa. Un punto certamente ottimale per tutti coloro appassionati che intendono cimentarsi nello birdwatching. Dopo una breve pausa all’area archeologica, riprendiamo il nostro sentiero in leggera discesa, attraverso la scalinata in terra battuta intrecciata con i rami e delimitato da una staccionata, ormai in equilibrio alquanto precario, dove non è certamente consigliabile appoggiarsi. In leggera salita attraversiamo il vallone di Valle Colonna, ma prima di immetterci nella strada sterrata che giunge dalla località Fravitta, del comune di San Sosti, non possiamo fare a meno di fermarci al tavolo per una breve colazione e riprendere un pò di energia. E qui, il nostro socio, Maurizio ci diletta con le proprie primizie di ciliegie rosse, raccolte il giorno prima per l’occasione. Iniziamo a percorrere la strada sterrata, che dopo qualche tornante, per la notevole pendenza diventa subito lunga e impegnativa. I circa mezz’ora, raggiungiamo la sommità della sterrata carrabile, in località Papi di Pietro. Ci soffermiamo un attimo per riprendere fiato, scattare qualche foto e osservare la regina di queste montagne “La Montea” che ci regala tutto il suo fascino e la sua imponenza a dominio sulla vallata e sul Varco del Palombaro. Sempre dalla strada sterrata, iniziamo la discesa che dopo qualche tornante, ci conduce all’alto piano del Campicello. Un piano, verde caratterizzato dalla presenza di una fioritura di papaveri, dalla presenza di alcuni esemplari di faggi e dalla presenza di una piantagione di patate, utilizzata dagli agricoltori locali. All’uscita della faggeta, appena dopo il pianoro del Campicello, a sinistra, contrassegnato dal segnavia bianco-rosso intraprendiamo il sentiero che attraverso una faggeta e la presenza di giovani pini loricati ci conduce alla Pietra Portusata. Da li a poco, lungo il sentiero veniamo attirati da un faggio del tutto particolare, che si offre a tutti gli escursionisti e viandanti, mostrando a nudo le proprie caratteristiche evidenziate da un bizzarro e curioso intreccio delle radici ben ramificate al suolo. Ancora mezz’ora di ascesa tra la vegetazione di faggi di alto fusto e giungiamo alla sommità della quota più alta della nostra gita, 1.237 m. la Pietra Portusa. Prima di intraprendere in discesa il sentiero che costeggia e aggira il costone roccioso, veniamo attirati dalla presenza di una vipera di notevoli dimensioni, che per fortuna e in apparente dormiveglia, ci mostra tutta la sua elegante imponenza. Scendiamo lungo il sentiero, ai piedi della roccia, caratterizzato in alcuni punti dalla presenza di faggi di notevoli dimensioni e da lì a poco osserviamo la Pietra Portusata. Un vero e proprio fenomeno straordinario della natura. Un foro nella roccia, attraverso il quale un faggio piega improvvisamente la propria direzione verso est alla ricerca della luce solare e oltrepassare così il foro, e un acero, pur non passando attraverso il foro, piega in direzione opposta per sormontare la roccia, anch’esso alla ricerca della luce. Mentre alla sommità del foro e proprio dalla roccia, nasce un esemplare straordinario di pino loricato. Risaliamo il sentiero per qualche minuto, per poi scendere di quota, ed in solo poco più di dieci minuti, giungiamo alla Tavola dei brigati, meta della nostra gita. Una forma rocciosa e alquanto bizzarra, alta poco più di due metri a forma di fungo che per via dell’erosione e degli agenti atmosferici, che si restringe alla sua base. Pertanto La Comunità Montana Unione delle Valli, nel 2000, decise, purtroppo, di porre alla base della stessa dei sostegni, anti estetici per scongiurane la definitiva caduta. Una doverosa sosta per consumare la nostra meritata colazione, insieme ad un buon bicchiere di vino fatto in casa, una foto in autoscatto del nostro gruppo dei magnifici quattro e a ritroso riprendiamo la via del ritorno. Un percorso lungo (A/R 16-17 Km.) a tratti anche un pò impegnativo, ma ne vale sicuramente la pena percorrerlo. Più tardi, al rientro e sulle alture della città misteriosa di Artemia, in diretta da Modena, in occasione dei lavori dell’Assemblea dei delegati, ci giunge il filmato dei risultati elettorali: primo eletto per il Collegio Nazionale dei Probiviri Francesco Crescente e non possiamo che essere felici nel condividere e brindare alla bella notizia. Auguri Francesco e arrivederci alla prossima escursione.
Il 24 maggio si è svolta un’escursione a Coppola di Paola, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, organizzata dal CAI Castrovillari e dal TAM, Tutela Ambiente Montano del CAI, intersezionale che ha visto la partecipazione di soci provenienti da quasi tutte le sezioni calabresi. Il grande biologo conservazionista Edward Wilson, vedeva la biodiversità sia in termini di diversità di specie e organismi viventi che come diversità e varietà di ecosistemi e inoltre avanzava l’ipotesi della biofilia, ovvero della tendenza dell’essere umano a connettersi con la natura, un bisogno prima di tutto psicologico. Ma cosa fare per tutelare la biodiversità, nel concreto? Wilson avanzò la proposta nota come “metà della terra”: tutelare la metà delle aree terrestri e marine con la creazione di aree protette. Wilson faceva chiarezza anche a proposito della natura selvaggia e del concetto di wilderness, che non significa “natura incontaminata”, escludente l’uomo, visto che tante aree selvagge nel mondo sono state da sempre frequentate dai popoli indigeni (pensiamo all’Amazzonia o al West americano degli Indiani d’America prima della colonizzazione bianca). I parchi nazionali dovrebbero tener fede sempre alla loro mission, la conservazione delle aree naturali più integre e quindi della biodiversità ad esse associata. Ma anche le associazioni come il CAI, i cui soci frequentano con passione creste, vette e boschi, possono dare il loro contributo con un approccio teso alla corretta frequentazione della montagna. Coppola di Paola è una delle montagne “minori” del Massiccio del Pollino (1919 m) e raggiungere la sua cima da Colle Dragone non è difficile, visto che si percorrono un paio di km e si sale per 330 metri di dislivello. Il percorso si snoda lungo un sentiero che è stato sistemato recentemente dall’Ente Parco, con lavori di manutenzione e segnaletica e consente di arrivare, tra boschi ed apie radure, ad una delle vette più panoramiche del Pollino, con una vista che spazia su montagne come Serra di Mauro, Monte Grattaculo, Serra del Prete, Monte Pollino, Dolcedorme, e valli come laValle del Mercure, la Valle del Sinni, la Valle del Coscile, la Piana di Campotenese. Ma l’altra meraviglia che attende il visitatore è la faggeta vetusta che si incontra prima del crinale che porta alla vetta, con faggi di oltre 400 anni. Le faggete vetuste di Cozzo Ferriero-Coppola di Paola e del Pollinello sono entrate a far parte del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, nel sito del Pollinello sono stati scoperti faggi di oltre 600 anni, i più antichi d’Europa con datazione scientifica. Una faggeta vetusta è un tratto di foresta in cui gli alberi hanno potuto compiere il loro ciclo biologico naturale quasi senza nessuna interferenza da parte dell’uomo, in cui anche gli alberi caduti, vengono lasciati a terra a decomporsi lentamente, svolgendo una funzione importante per la biodiversità. Del resto, come si faceva notare, ogni albero monumentale è un piccolo habitat. La faggeta di Coppola di Paola è un luogo in cui andare in punta di piedi, i soci CAI, anche se erano tanti, hanno saputo procedere in fila indiana e in silenzio, ascoltando con interesse, durante le pause, le spiegazioni fornite dalle guide sulle caratteristiche del sito e sulla fauna del Parco del Pollino, come ad esempio i picchi, tra cui il picchio nero, che trova nelle faggete d’alta quota il suo habitat ideale: qui si possono osservare dei tronchi marcescenti pieni dei buchi di alimentazione di queste specie. Dopo la lunga sosta sulla sommità di Coppola di Paola, ammirando i bei panorami che si aprivano nella giornata soleggiata, con il verde intenso e brillante delle faggete che ricoprono i fianchi delle montagne, i soci CAI hanno concluso la breve escursione tornando al parcheggio lungo lo stesso percorso dell’andata.
16/17 maggio 2026: Cilento di Carla Primavera
Causa avverse condizioni meteo, siamo costretti a cambiare gli itinerari del fine settimana che avevamo programmato. Sabato mattina optiamo per una partenza un più comoda, in maniera tale che le prime ore del pomeriggio saranno a disposizione per percorrere il bellissimo sentiero di Apprezzami l'Asino, il quale, fino agli inizi del Novecento e prima della costruzione della SS18, era l’unica via costiera che collegava Sapri e Maratea, permettendone scambi economici e commerciali. La partenza è dal porto di Sapri. È conosciuto e storicamente legato alla ristrettezza di alcuni suoi tratti. Quando lungo il percorso si incontravano due asini provenienti dai sensi opposti, occorreva ricorrere a una valutazione del valore degli animali. I due commercianti, proprietari dei rispettivi asini, giungevano a una stima su quale fosse il meno costoso, così da poterlo sacrificare, spingendolo in mare, giù dalla rupe. Per molti rimane una leggenda e forse... meno male! Dopo pochi minuti che si è iniziato a camminare, sulla destra, dai primi scorci sul mare, ammiriamo la bellissima statua della spigolatrice di Sapri, sdraiata sullo scoglio dello Scialandro, con lo sguardo rivolto verso la baia. Ci fermiamo presso i ruderi della Torre di Mezzanotte per le foto di rito e passata la bufera mattutina, il mare ci regala colori così belli , tanto che i nostri occhi non riescono a saziarsi di tanto azzurro e turchese. Nel percorso di rientro, il nostro Domenico, profondo conoscitore dei luoghi, ci fa fare una piccola digressione per ammirare la Grotta della Colonna. Così, con la salsedine nelle mani, ci immergiamo in un ambiente ipogeo di una bellezza disarmante... stalattiti e stalagmiti che la natura ha costruito in milioni di anni, sono li, davanti i nostri occhi, che devono abituarsi prima al buio, per poterne cogliere tutta la bellezza. Mentre il mare con la risacca ancora un po' rabbiosa, ci ricorda che tutto li è roba sua. Noi non possiamo fare altro che osservare e ringraziare Madre Natura per tutta questa bellezza. Il secondo giorno, percorriamo l'anello del monte Ceraso, sentiero che si dipana in leggera salita, offrendo superbi panorami costieri, caratterizzati da una tipica vegetazione a macchia mediterranea. L’intero versante settentrionale del rilievo, è caratterizzato da una fitta boscaglia cedua di lecci, cui si aggiungono la roverella, l’acero, il frassino, il carpino. Il sentiero raggiunge la Fontana del Lauro, dove si erge maestoso uno splendido esemplare di pioppo nero, censito come albero monumentale. Da qui, la cima è vicina e dopo la foto di rito, la raggiungiamo, perdendoci con lo sguardo da sud, verso la nostra Calabria, a nord dove il monte Bulgheria è il re incontrastato, fino al promontorio di Punta Infreschi. Il Golfo di Policastro in tutta la sua bellezza! Ma questa due giorni, ha soprattutto suggellato nuove amicizie, nuove interconnessioni, tra la nostra sezione e i soci che vivono in tutto l'alto cosentino e l'alto Ionio con quelli di Castrovillari e Cosenza. Ci raggiungono anche due soci dalla Puglia, una bella compagine di Alessandria del Carretto, appartenenti alla nostra sottosezione di Cerchiara di Calabria e altri del gruppo CAI Corigliano Rossano. Insomma un mix molto interessante che è diventato l'essenza stessa della nostra sezione. Ci salutiamo al porto di Sapri, dove non poteva certo mancare un bel gelato sul lungomare. Ci siamo lasciati con la promessa di tornarci l'anno successivo, alla scoperta di nuovi sentieri e nuovi scorci da ammirare.
30 aprile/3 maggio 2026: Monti Iblei e Parco dell’Etna di Walter Bellizzi
Fuoco e Acqua e Terra e l’altezza immensa dell’Aria,
e Contesa, disgiunta da essa e di pari peso, e ovunque
Amore, in essi, uguale in lunghezza e larghezza.
Frammenti sulla Natura
Empedocle di Agrigento
Siamo partiti puntuali alle 15 da Castrovillari. Cadeva dal cielo quella sottile pioggia primaverile che ci rendeva ansiosi anche se il cuore era colmo di attesa. A Cosenza ci attendevano Giusy e Mariagrazia. Puntuali giungiamo a Mascalucia e ci sistemiamo nel B&B. Carla ci avverte che i giorni delle escursioni sono invertiti causa meteo. Il primo maggio alle 8 siamo già sul pullmino in direzione di Avola (SR) nel cuore della costa ionica della Sicilia, famosa per le sue mandorle. Giungiamo nello spiazzale antistante l’ingresso nella “Riserva Naturale Cavagrande del Cassibile - Scala Cruci”, una delle meraviglie della Sicilia. Lì incontriamo Giosuè e Donatella, le nostre guide. Giosuè è un socio CAI esperto dei sentieri del luogo. Lo sguardo spazia verso Avola e Noto. Le nuvole ci accompagnano ma la visibilità è buona. Le scale del Cruci sono impegnative ma lungo il sentiero, immersi nella bellezza incontaminata della Riserva Naturale carsica degli Iblei, dove il Fiume Cassibile ha scavato nei millenni un singolare Canyon. Ci sorprendono i panorami meravigliosi che si stagliano lungo pareti rocciose possenti dove emergono grotte paleolitiche e villaggi rupestri. La Grotta dei Briganti, ben descritta da Giosuè, attira il nostro sguardo. Scendiamo lungo il percorso e ci allietano le tante piante officinali e i loro profumi che esplodono nell’aria. I laghetti, alcuni di un verde smeraldo e altri di un blu zaffiro, ci stupiscono. Scendendo tra le rocce, le cascatelle e i laghetti scegliamo un posto per godere il silenzio, la pace e ristorarci. Carla ci sorprende sempre con i suoi peperoni “cruschi”, sempre più saporiti. Le sorprese naturalistiche non mancano come i grossi granchi di fiume, i cavedani e i girini. Al ritorno percorriamo il sentiero naturalistico Carrubella per vedere il laghetto “Uruvu tunnu“ (lago rotondo), d’un blu cobalto. Lungo il tracciato notiamo varie specie vegetali, notevoli il Salice e il Platano orientale e ci stupiscono le grotte e lo scorrere, in gallerie profonde, dell’acqua che scende dalla cosiddetta “a Prisa”, presa ENEL di Cugno Mulino. Al mattino seguente ci attende l’Etna. Il 2 maggio il cielo è limpido spazzato dal Grecale. Arriviamo a Milo e qui sul piazzale ammiriamo le statue bronzee di Lucio Dalla e Franco Battiato. Giungiamo al rifugio Citelli del CAI. Ci prepariamo per l’escursione. Il vento si è alquanto addolcito. Iniziamo la scalata verso la Grotta di Serracozzo. La giornata è splendida, il cielo ha lo stesso colore del mare Jonio che si intravede dall’Etna e quasi si può toccare con mano. Imbocchiamo il sentiero 723 per Serracozzo. Tra le betulle dalla candida corteccia che si mimetizza con la neve percorriamo un saliscendi tra lingue di neve ghiacciata e roccia lavica. Il Sole, già caldo, fonde la neve e cascatelle si formano scorrendo limpide lungo il nero delle rocce. Ormai giungiamo alla grotta. Qui un gruppetto dei nostri si avventura nella stretta feritoia che immette nella grotta. Entrati, un raggio di luce che penetra dall’altro conferisce al tunnel di scorrimento lavico creato durante l’eruzione del 1971, un’incantevole bellezza che rende questa grotta tra le più affascinanti dell’intero Parco. Dopo una breve sosta-pranzo visitiamo i Monti Sartorius formatisi dalle colate laviche dell’eruzione dell’Etna del 1865 e coperti da folti boschi di “pino laricio” e “betulla aetnensis”. Un percorso tra conetti lavici, ciottoli e sabbia nera lavica e alture da dove si contemplano i panorami magnifici della costa Jonica, da Taormina fino alla Calabria. La serata viene allietata dal timbro armonico del mandolino suonato magistralmente da Pino che con la sua maestria ha coinvolto non solo noi con il canto di repertori napoletani ma anche gli avventori del Ristorante “Miseria e nobiltà” di Mascalucia che ci ha servito piatti siciliani succulenti e prelibati. Pino ha ottenuto un meritato successo tanto da essere invitato dalla proprietaria a ripetersi davanti a tutta la clientela. L’indomani, il giorno del ritorno, visitiamo il centro storico di Acireale con le sue mirabili chiese barocche e le strade eleganti. Passeggiata sul lungomare di Capo Mulini con vista sull’Isola dei Ciclopi e subito dopo andiamo ad assaggiare le delizie del pesce “Al Mulino”. Una passeggiata finale al Faro di Capo Mulini con la splendida vista dei Faraglioni. A malincuore saliamo sull'autobus per il rientro a casa. Una meravigliosa gita. Un ringraziamento a Giosuè e a Donatella per la loro accoglienza. Un grazie a tutti i partecipanti che con il loro grande calore umano ci hanno fatto vivere una solida amicizia. Al Presidente del CAI Castrovillari, Carla, sempre premurosa e sollecita va la nostra riconoscenza.
E’ stato un meraviglioso weekend quello appena trascorso nel Parco Nazionale della Maiella. Per la prima volta due sezioni si sono incontrate e conosciute in modo caloroso e accogliente: la Sezione di Castrovillari e quella di Sulmona. Abbiamo ammirato panorami spettacolari, abbiamo avuto il piacere di conoscere l’orso, ammirandolo nell’area faunistica di Palena (CH) e, infine, abbiamo percorso un sentiero che ci ha portato ad osservare nella sua bellezza l’Eremo di San Bartolomeo. Scendendo più nello specifico: sabato 25 aprile siamo partiti da Castrovillari e dopo circa cinque ore di viaggio siamo giunti a Palena (CH), dove ci aspettava Benedetta Orsini, Responsabile cooptata del Gruppo Grandi Carnivori del Club Alpino Italiano per le regioni Molise e Calabria. E’ stata un piacere finalmente conoscerla dal vivo, dopo più di due anni che ci scambiamo informazioni e curiosità sui Grandi Carnivori… Ci ha accompagnato all’interno del museo dedicato all’Orso, in cui una guida, molto preparata e appassionata, ci ha illustrato le diverse tematiche legate all’orso: dall’immagine dell’orso nelle antiche culture, nell’arte, nell’architettura alla mitologia; dalla evoluzione della famiglia degli Ursidi agli importanti ritrovamenti di orso speleo; dalla biologia ed ecologia della specie alle tematiche di conservazione e ai progetti di salvaguardia della specie. Ci siamo fatte tante fotografie accanto a un orso scolpito nel legno da un bravissimo artista: Michele Vitaloni. Terminata la visita ci siamo spostati nell’area faunistica dove un’altra guida, anche lei molto brava, ci ha raccontato l’habitat naturale in cui vive l’orso marsicano e perché è molto importante la presenza di un’area faunistica dedicata a questo animale all’interno di un parco nazionale. Tale luogo non è solamente un posto dove è possibile incontrare in sicurezza l’animale, ma è anche un centro dove è possibile accogliere temporaneamente orsi selvatici feriti per essere curati o per essere spostati in altre habitat o per essere studiati per finalità scientifiche. Nell’area faunistica attualmente sono presente due sorelle gemelle di orso bruno, Iris e Margherita, che sono nate in “cattività” e per questo motivo non potranno mai ad andare a vivere nel mondo selvatico, perché la loro madre non gli ha insegnato le tecniche di sopravvivenza necessarie. Qui abbiamo avuto un grande dono: a un certo punto della visita dopo avere cercato in lontananza le due orse, sono scese e si sono avvicinate a noi, ci annusavano per capire chi eravamo – hanno un olfatto molto sviluppato rispetto alla vista - e una di loro si è seduta e si è messa in posa per essere fotografata… Faccio una precisione: noi eravamo completamente in sicurezza nell’area faunistica perché si cammina in un corridoio protetto e le orse si trovano nel loro habitat naturale al di là di una ricezione. Terminata la visita all’area faunistica siamo partiti alla volta di Sant’Eufemia di Maiella (PE) dove ci aspettava il nostro albergo e la cena… Durante il tragitto abbiamo ammirato la catena della Maiella e in lontananza anche il Corno Grande del Gran Sasso. Le montagne erano ancora belle innevate… Arrivati in albergo, abbiamo scoperto che era tutto per noi. Ci hanno accolto molto bene coccolandoci con una lauta e buona cena… Il giorno dopo siamo partiti per andar a percorrere l’anello Decontra e Valle Giumentina Siamo partiti dalla frazione di Decontra (Caramanico Terme - PE) e abbiamo percorso un itinerario facile e adatto a tutti, che si svolge interamente su strade sterrate o buone piste forestali, ad una quota compresa tra i 750 ed i 850 m s.l.m. circa. L'ambiente attraversato è quello tipico delle aree agricole di media montagna con alternanza di colture erbacee di vario genere (cereali e foraggere), pascoli, incolti ed aree boscate. Per quanto riguarda i manufatti in pietra, il complesso più interessante che si incontra è sicuramente quello dell’ecomuseo della Valle Giumentina nel comune di Abbettaggio (PE), che, purtroppo, era chiuso, Siamo, comunque, riusciti ad ammirare tali abitazioni. Tutto il giro si svolge in ambiente molto panoramico, con belle visuali sia sul massiccio della Maiella che sulla montagna del Morrone, mentre più in lontananza è ben visibile il massiccio del Gran Sasso. A un certo punto del percorso abbiamo fatto una deviazione e dopo una discesa in scalinata abbiamo potuto visitare il suggestivo Eremo di San Bartolomeo: il romitorio dove Pietro da Morrone, futuro Celestino V, dimorò con alcuni seguaci per diversi anni. Terminata questa breve escursione abbiamo sostato per il “terzo tempo” con gli amici/soci del Cai Sulmona e dopo esserci rifocillati siamo partiti per il rientro con la promessa di rivederci l’anno prossimo nel nostro Parco Nazionale del Pollino.
26 aprile 2026: Piano Novacco > Laghetto di Tavolara di Gaetano Cersosimo
L’aria del mattino, con una temperatura fresca, ci accoglie nel Piano di Novacco, in una distesa immersa nel verde. Escursione intersezionale con la Sottosezione CAI di Montano Antilia, provincia di Salerno. Una occasione di incontro e di condivisione tra appassionati provenienti da un territorio diverso ma uniti dalla stessa passione per la montagna. Il gruppo si raduna in un cerchio tra sorrisi e saluti, gli zaini pronti, i bastoncini telescopici aperti, gli scarponi allacciati per mettersi in cammino. Siamo carichi di energia, dopo i saluti degli accompagnatori Gaetano, Walter e Eugenio interviene anche il reggente di Montano Antilia, Enzo, esprimendo apprezzamento per questi momenti di incontro. La meta è il Piano di Tavolara, oggi percorriamo un itinerario ad anello, una variazione rispetto alla descrizione della scheda tecnica presentata nei giorni scorsi, raggiungibile attraverso il sentiero SICAI 601, contrassegnato dalla nostra sezione con le bandierine bianco/rosso. Un percorso immerso nel cuore del Parco del Pollino inaugurato il 20 novembre 2022 durante la Giornata Nazionale dei Sentieri. In quella occasione era presente anche Mimmo Filomia, Past President, il cui ricordo resta sempre vivo in noi. Questo tratto del Sentiero Italia è all’interno di una splendida faggeta, si presenta con un fondo di terra battuta con una leggera salita. Ci mettiamo in cammino su di uno sterrato all’aperto finché non raggiungiamo il Piano di Vincenzo, qui il gruppo si compatta prima di intravedere a pochi metri il Cancello della Fiumarella di Rossale. Rubiamo un istante del nostro tempo per osservare la sua acqua limpida che scorre piano piano accarezzando i sassi levigati nel tempo. Proseguiamo a sinistra del cancello in salita e Il sentiero si snoda tortuoso tra faggi maestosi, i cui tronchi slanciati filtrano la luce del sole, è il tratto più impegnativo del nostro percorso. Man mano che si sale, il bosco lascia spazio a tratti più aperti, a volte il passo rallenta per gli scorci più suggestivi, qualche breve sosta diventa occasione per osservare tronchi di faggi contorti, si condividono pensieri sulla montagna. Il Sentiero Italia CAI 601 è una traccia culturale, oggi è un itinerario escursionistico immerso nella quiete del bosco, unisce il valore storico e naturalistico, conserva i segni del passato con muretti a secco e la presenza di qualche carbonaia. Un sentiero con una storia antica, fatta di fatica, percorsa dai boscaioli per il trasporto della legna verso i paesi a valle. L’ ultimo tratto prima dell’arrivo al Piano di Tavolara è in discesa, uno splendido pianoro ad alta quota, uno dei più suggestivi del versante calabrese del Pollino. Un ampio spazio erboso incorniciato da faggi e abeti secolari dai tronchi imponenti. In estate e in primavera diventa un prato verde con fioriture stagionali, mentre in autunno le foglie del faggio variano dal giallo intenso al rosso ramato, in inverno si ricopre di un tappeto di foglie e poi in una distesa bianca con la neve. Il Laghetto di Tavolara nella sua semplicità ci accoglie e il nostro sguardo spazia libero. Qualcuno resta in silenzio, mentre altri condividono alcuni scatti intorno al lago, senza dimenticare le consuete foto di gruppo. Il Laghetto è un piccolo specchio d’ acqua naturale che si forma al centro del piano, alimentato dal fiume Tavolara e dallo scioglimento delle nevi, ha dimensioni variabili a secondo delle stagioni. L’acqua è quieta e riflette il cielo e il bosco circostante. Attorno crescono giunchi ed erbe palustri, è una vasca d’ acqua per far dissetare cervi, caprioli e cinghiali. Qui vivono rane, tritoni, ululone, salamandre pezzate e libellule, è uno di quei posti del Pollino dove senti davvero la natura e cogli il senso dell’ escursionismo, inevitabile rispettarla e amarla. Ci si ferma, si mangia qualcosa, ma soprattutto si condivide il piacere del momento, i pensieri e le sensazioni, si vive quell’istante, semplice e prezioso. Dopo la sosta, il rientro avviene lungo un percorso diverso, il sentiero CAI 601D che ci consentirà di chiudere l’anello senza ripercorrere la stessa traccia dell’andata. Gli accompagnatori, poiché il percorso sarà più lungo, raccomandano di mantenere il gruppo compatto e rispettare i tempi delle soste, soprattutto per consentire a tutti, in particolare i soci del CAI di Montano Antilia, di rientrare senza ritardi. Il sentiero del rientro si è rilevato più pianeggiante, più lungo e con passi più stanchi, ma con spirito diverso. L’inverno è stato duro, perciò abbiamo trovato degli ostacoli, alberi caduti per il forte vento che hanno ostruito il sentiero, superati comunque in sicurezza senza particolari difficoltà. Chiudiamo l’ escursione fatta di fatica, bellezza e amicizia. Un’altra esperienza vissuta insieme nello spirito del CAI che unisce passione, sicurezza e amore per il territorio.
19 aprile 2026: Rifugio Piano di Lanzo - La Muletta di Mario Sammarco
Come stabilito nella scheda tecnica per la consueta gita di domenica, ci ritroviamo un po’ prima delle ore 8:30 presso il bivio Lìcastro al bar l’incrocio con gli amici e soci della sezione; Giuseppe, e Mauro da Roggiano Gravina, Antonio da Crotone, Luca da Amantea, Giusy da Cosenza, Paolo, Rosa da Corigliano-Rossano, Gianfranco, Mauro, Carmela, Gaetano, il nostro vice Presidente, con Mariolina e Giuseppina da Castrovillari. Il tempo di bere un caffè e dall’incrocio, crocevia con la S.P. 267 di Acquaformosa, ci dirigiamo con le auto per 11 Km verso il Rifugio in località Piano di Lanzo nel comune di San Donato di Ninea. Per comodità aggiriamo il centro storico e proseguiamo prestando attenzione ad alcuni tratti del manto stradale un po’ scoscesi fino al piazzale del rifugio dove parcheggiamo le nostre auto. Fin dalle prime ore del mattino la giornata si presenta limpida e azzurra, se pur con la presenza di po’ di foschia dovuta al crescere della temperatura. Un doveroso briefing di benvenuto ai partecipanti da parte del nostro vice presidente Gaetano, che coglie l’occasione per porgere i saluti dello staff e della nostra presidente Carla, impegnata oggi, con un altro gruppo di soci, in Abruzzo in una intersezionale con la Sezione di Sulmona nel Parco della Maiella. A guidare il gruppo verso la Muletta, meta della nostra gita domenicale, ci siamo io e Mauro. Una breve descrizione tecnica delle caratteristiche del sentiero, che andremo a percorrere e le dovute attenzioni che occorrerà porre, non tanto per il dislivello, bensì per la distanza del percorso, abbastanza notevole di 17-18 Km. Fin da subito è palese l’entusiasmo dei partecipanti, in particolar modo delle audaci signore del gruppo, che manifestano la volontà di giungere fino alla vetta della Muletta. Dal Rifugio Piano di Lanzo, attraverso un’ampia e inopportuna sterrata realizzata, purtroppo, dalla società boschiva che ha eseguito un taglio eccessivo di faggi di alto fusto. Imbocchiamo il sentiero contrassegnato dalle bandierine bianco/rosse del Sentiero Italia CAI n. 601 attraverso il bosco di cerri, ontani e faggi, con un leggero dislivello di circa 60 metri ci conduce con circa 1,30 ore alla sorgente Acqua di Frida a quota 1290 m. Qualche giorno prima, ed in occasione di un sopralluogo effettuato , con i giovani del luogo e prossimi, futuri soci CAI, Gabriel e Nicola, ci siamo presi cura della manutenzione del percorso, effettuando di qua e di la, alcuni tagli di rovi e soprattutto tagli di rami, caduti per via dei forti venti e delle piogge, lunghe e incessanti di questo lungo inverno. Una doverosa sosta per riprendere fiato, riempire le borracce, ed ammirare l’acqua limpida e chiara che scende dalla cascata. Lo scorrere incessante delle sue acque merita una breve pausa con relativa foto di gruppo. Ci spostiamo a monte della sorgente omonima che nasce direttamente dalla grotta, profonda 60-70 metri e visitabile, al suo interno, dagli amanti degli ambienti suggestivi del sottosuolo, solo in estate, con la presenza di poca acqua e sotto la vigile ed attenta guida di esperti ed attrezzati speleologi. Ci avviamo, da lì a poco, a lasciare il sentiero, per incamminarci lungo la strada sterrata, attraversando la radura conosciuta con il toponimo della “dispensa di Spinici”. Qui fino alla fine degli 50, era attiva una struttura in legno, dove la ditta boschiva omonima, eseguiva il taglio di alberi sui cantieri collocati ai piedi del monte La Mula, e riforniva, pertanto, gli operai di generi alimentari, necessari per la permanenza degli operai sui luoghi di lavoro. Lungo il percorso, tra una scambio di battute, e di opinioni, usufruiamo del supporto tecnico-informativo, che il nostro socio Paolo, grazie alle sue dettagliate applicazioni, ci fornisce dati e statistiche utili circa il percorso già effettuato, la distanza chilometrica, i tempi di percorrenza e la distanza che ancora ci occorre percorrere per giungere alla meta. Lungo il sentiero è doveroso, talvolta, osservare il panorama che dall’alto domina la pianura sottostante, del mar Ionio, golfo di Rossano, Piana di Sibari, media valle del Crati, la Valle dell’Esaro ed i suoi centri storici, il lago artificiale di Roggiano Gravina, fino ai monti della Sila. Proseguiamo sul sentiero sterrato di Sferra Cavallo, e al bivio, con segna via bianco-rosso del S.I. con una leggera pendenza giungiamo all’alto piano del Campo, detto di Annibale a quota 1565 m. Ha sempre un certo fascino e ed eleganza questo altopiano, racchiuso tra i monti de La Mula, de La Muletta e a Sud-Ovest i monti della Montea. Una sosta al Campo ci induce ad ammirare e fotografare le sue meraviglie; i colori sempre vivaci ed esuberanti della fioritura; dai crochi appena nati che sbucano dal manto nevoso, la viola mammola, l’euforbio, la scilla bifolia, l’anemone appenninica. Varietà che ci sottolinea e suggerisce il nostro maestro Vincenzo, la presenza della neve, il laghetto, ancora ghiacciato, la presenza di cavalli e mucche, che qui vivono allo stato brado pascolando indisturbate alla ricerca di erba fresca, appena sbucata dal manto nevoso. Una sosta alle panchine e al crocifisso in legno, dove fino a qualche anno fa, l’ultima domenica di agosto, veniva celebrata una solenne messa. Ancora un piccolo sforzo verso l’ultima ascesa per condurci tra i faggi che lungo la salita diventano sempre più fitti e contorti e alla loro base, nel versante Sud è presenta ancora la neve. Con 30-40 minuti dal campo giungiamo alla vetta de la Muletta, a quota 1717, meta della nostra gita domenicale. E’ certamente un’emozione e un’esperienza da condividere per meglio apprezzarne la sorpresa della sua straordinaria visuale che ci riserva e nasconde questa vetta a forma di piramide, per troppo tempo, poco apprezzata e all’ombra della sorella maggiore la Mula. Il panorama è da mozzafiato, le distanze ottiche, con le montagne circostanti si riducono notevolmente. La Mula, per certi aspetti, la montagna, il gigante irraggiungibile, da questa sommità è sempre più vicina a noi, sembra quasi toccarla con mano, e molto più vicine a noi ci appaiano anche le altre vette della Montea, del Cozzo Pellegrino e a più a Nord quelle del Pollino. L’euforia e la gioia del gruppo, è davvero incontenibile e lo si legge negli occhi e nell’espressione di ognuno di noi, gratificati da abbracci e strette di mano per l’arrivo sulla vetta. Grazie a tutto il gruppo per la partecipazione e un particolare grazie, va alle donne, per la loro presenza e infaticabile tenacia. E dopo gli abbracci e rituale foto di gruppo, non ci resta che ritornare giù al Campo per consumare in allegria le proprie provviste alimentari, accompagnate, chiaramente, sempre da un buon bicchiere di vino fatto rigorosamente in casa.
12 aprile 2026: Madonna del Riposo di Eugenio Iannelli
Questa domenica è domenica di mercato. Parte di Corso Calabria, Via XX Settembre e Corso Garibaldi sono interessati dalla presenza di centinaia di ambulanti e di tanti cittadini che già dalle prime ore del mattino affollano i corsi principali. Nonostante ciò un folto numero di partecipanti si raduna al semicerchio di Castrovillari, consueto punto di partenza dell’escursione. Tra di essi facce nuove, incuriosite da questa uscita escursionistica, ma anche fedelissimi che hanno partecipato tante volte e che ci accompagnano da diversi anni in questa che era la Pasquetta dei Castrovillaresi. Prima tappa la Caserma Manes, per i più anziani le gloriose “Casermette”, per poi raggiungere il Piano di Santa Lucia, meglio conosciuto come “Tiro a segno”, dove con il solito breafing approfittiamo per dare le giuste informazioni sugli aspetti naturalistici, culturali, storici, architettonici che riveste l’escursione odierna ma soprattutto è l’occasione per ricordare un amico che non è più con noi e a cui abbiamo voluto dedicare la giornata odierna, Mimmo Filomia. Egli amava tantissimo questa escursione e nel corso degli anni è stato sempre artefice e partecipe, ha curato anno dopo anno il suo percorso e ha contribuito a sistemare l’interno della chiesetta. Il gruppo con calma, godendosi il panorama raggiunge la Chiesetta dove sull’altare sistemiamo il quadro della Madonna (a onor del vero una copia) che custodiamo gelosamente in sezione e tiriamo fuori in questa occasione. L’escursione per molti continua fino alla vetta di Monte S. Angelo e dopo le foto di rito si rientra alla chiesetta dove gli zaini si svuotano lasciando uscire prelibatezze nostrane, sia salate che dolci molto gradite ed apprezzate. Dopo aver condiviso, oltre alle pietanze, il piacere di stare insieme riprendiamo la strada del ritorno. La promessa è di rivedersi di nuovo l’anno prossimo per continuare una tradizione e ricordare un Amico.
11 aprile 2026: Monte Cervati di Antonio Rende
L’11 aprile 2026 il CAI di Castrovillari, in collaborazione con il Gruppo Speleo del Pollino di Morano, ha vissuto una bella uscita alpinistica sul Monte Cervati, la vetta più alta della Campania, una montagna che, pur non avendo un’elevazione imponente rispetto ad altre cime appenniniche, riesce comunque a esprimere un carattere deciso e affascinante. Il Cervati offre ambienti molto vari e sa regalare percorsi interessanti anche in una stagione già primaverile. La meta della giornata era il Canale dell’Eglise, o Canalone della Chiesa, una linea classica e molto bella, che consente di salire verso la parte sommitale della montagna attraversando un ambiente alpinistico vero, ma mai eccessivamente severo. La partenza è avvenuta di buon mattino, con il ritrovo iniziale a Morano e poi l’incontro con il resto del gruppo lungo il percorso. L’avvicinamento è stato uno dei momenti più piacevoli della giornata. Il sentiero iniziale si è sviluppato tra fogliame, tratti boschivi e passaggi morbidi, con un fondo che accompagnava bene i primi metri di salita e permetteva di entrare gradualmente nell’ambiente del Cervati. la temperatura decisamente alta ma non troppo, tanto che per buona parte dell’avvicinamento e per alcuni anche nei primi tratti del canale si è camminato in maglietta. Terminato l’avvicinamento, calzati i ramponi e, poco dopo, impugnato la picca, davanti a noi si è presentato il canale, abbastanza impegnativo da richiedere attenzione continua ma mai difficile. Le pendenze si sono mantenute intorno ai 35/40°, con un breve tratto finale un po’ più ripido in uscita. La neve, in condizioni ormai primaverili, non era uniforme: in alcuni punti ancora abbondante, in altri più consumata dal sole e meno consistente. Questo ha reso la salita interessante, perché ogni passo andava costruito con cura, soprattutto per chi era davanti e doveva tracciare la via nel fondo più cedevole. La soddisfazione più bella è arrivata proprio all’uscita dal canale. Dopo quel tratto finale un po’ più ripido, il passaggio verso l’aperto ha dato una sensazione forte di liberazione e di ampiezza: la montagna, fino a quel momento raccolta e verticale, si è improvvisamente aperta davanti a noi, lasciando spazio a un orizzonte molto più vasto. La vetta è arrivata poco dopo, attorno a mezzogiorno. Dalla cima il panorama si è aperto in modo straordinario, mostrando un insieme vastissimo di rilievi e linee montuose che si distendevano tutt’intorno con grande chiarezza. La visuale era ampia e luminosa, capace di abbracciare le montagne delle regioni vicine. Mimmo ha condotto la giornata con grande efficacia. Era evidente che il percorso lo avesse studiato bene, e il fatto che si fosse recato sul posto già il giorno prima per verificarne le condizioni ha dato alla gita un’impronta molto sicura e concreta. Durante tutta la salita si è mosso in modo svelto, attento e sempre vigile. Accanto a lui, Claudia è stata molto utile con i suoi consigli, capaci di aiutare nella lettura del terreno e nel mantenere il passo giusto nei vari passaggi, anche Pietro ha contribuito alla buona riuscita dell’uscita con presenza e attenzione. La discesa ha interessato passaggi diversi e altrettanto interessanti. Il rientro si è svolto infatti attraverso tratti su roccia e misto, con piccoli scavalchi e passaggi mai difficili ma che richiedevano attenzione e precisione nei movimenti. In alcuni punti il terreno obbligava a scegliere bene dove appoggiare i piedi, mentre in altri la progressione risultava più libera e fluida. Non sono mancati anche tratti su neve ripida, non in perfette condizioni, da affrontare con attenzione tra piccoli sprofondamenti e momenti più divertenti, che hanno reso il rientro vario e mai scontato. Nel complesso la giornata si è conclusa per il meglio, molto bella e molto riuscita. Il Cervati ha mostrato un volto accogliente ma deciso, la neve ha dato il giusto carattere al percorso, il sole ha reso l’ambiente quasi primaverile e il gruppo ha vissuto l’uscita con il giusto spirito, tra attenzione, collaborazione e piacere di condividere la montagna. Il Canale dell’Eglise si è confermato un itinerario davvero interessante, capace di offrire una salita bella, tecnica il giusto e molto appagante, in una cornice naturale che sa ancora sorprendere chi la affronta con rispetto e voglia di camminare dentro la montagna.
L’escursione in programma per sabato 4 aprile con il CAI Castrovillari ha avuto un parto difficile. Già rinviata due volte per mancanza di condizioni, è stata ostacolata successivamente da ulteriori eventi meteorologici estremi. Infatti, dopo il passaggio di "Pedro", la penisola è stata investita in sequenza dai cicloni polari “Deborah” ed “Erminio”, sistemi depressionari di eccezionale intensità che, tra il 26 marzo e il 2 aprile, hanno trasformato il territorio in un vero e proprio campo di battaglia meteorologico, portando abbondanti nevicate fino alle quote di alta collina. L’escursione nasce con l’obiettivo di raggiungere in modalità alpinistica la Manfriana Orientale, vetta iconica del Parco del Pollino, rinomata per la combinazione unica di fattori paesaggistici, geografici e storici che la rendono davvero speciale. Avremmo percorso parte della cosiddetta "Via dell’Infinito", una delle creste più scenografiche ed eleganti dell’intero Appennino, capace di regalare panorami vastissimi. Nelle giornate limpide, l’apertura visiva spazia dallo Jonio al Tirreno, abbracciando il Dolcedorme, Serra delle Ciavole, Crispo e il settore delle Timpe, evocando un intenso senso di isolamento e maestosità tipico dell’Appennino più autentico. Il gruppo di intrepidi è composto da sei escursionisti del CAI Castrovillari, a cui si unisce Alessandro, proveniente dalla sezione di Catanzaro. Dopo un breve briefing presso la località di partenza Colle San Martino, lungo la strada che conduce a Colle Marcione, ci avviamo in direzione di Colle della Scala. La giornata si presenta moderatamente ventosa, ma non particolarmente fredda. Accompagnati da scenografiche nubi lenticolari generate dai forti venti in quota, affrontiamo la prima ripida rampa rocciosa ed erbosa lungo quella che è conosciuta come "Salita Rascio", completamente sgombra da neve. Quest’ultima compare in modo abbondante già a partire dai 1500 metri circa. Alle nostre spalle si pone in bella evidenza il Sellaro con il Golfo di Sibari, illuminato da timidi raggi di sole offuscati da sottili cirri increspati che completa un quadro paesaggistico di grande suggestione. Crea stupore anche l'inusuale scenario delle Timpe di San Lorenzo e la Falconara innevate. Con notevole difficoltà, avanzando su neve alta e farinosa, raggiungiamo le due cime di Timpa del Principe. Dai 1741 metri della vetta principale si apre davanti a noi uno scenario incredibile sulla lunga cresta frastagliata e innevata che ci attende. Da questo punto il paesaggio smette di essere semplicemente bello per assumere contorni quasi irreali. Questa “spina dorsale” sospesa nel vuoto sembra non avere fine, trasformandosi in una linea pura e continua tracciata nella neve. La stessa cresta che d’estate invita al cammino, d’inverno appare tagliente e inaccessibile, trasmettendo rispetto, se non addirittura timore. In lontananza svetta, isolata, la Manfriana Orientale, che sembra invitarci esercitando su di noi un fascino quasi magnetico. Ma la neve è tanta, troppa. Superata Timpa del Principe, dobbiamo scendere di quota per raggiungere l’omonimo passo e puntare verso il successivo ostacolo, le due piccole e appuntite cime di Costa la Verna. Con non poca difficoltà raggiungiamo il primo culmine, a quota 1746 metri, e subito dopo aggiriamo la seconda cima di 1782 metri, sul versante sud, affrontando un affannoso traverso. A tratti, dalla neve alta affiorano i cavi in acciaio delle teleferiche utilizzate negli anni ’30 del secolo scorso dalla Ruheping, la compagnia italo tedesca legata allo sfruttamento forestale, particolarmente impattante sull’ambiente del Pollino. Nel frattempo osserviamo le eleganti cornici di neve che si protendono dal filo di cresta, mentre iniziano a comparire anche i primi pini loricati, abbarbicati negli anfratti rocciosi esposti a nord. Dopo ben quattro ore e mezza di lotta nella neve alta, raggiungiamo il Passo Marcellino Serra. A questo punto, il tempo impiegato è troppo per pensare di affrontare la non banale e ancora lunga salita verso la Manfriana, seguita dalla successiva discesa nuovamente al Passo. Riuniti in cerchio, dopo un breve consulto, decidiamo di rinunciare. Non è una sconfitta, ma una scelta ponderata, dettata dalla capacità di leggere correttamente la montagna. Va considerato, infatti, anche il lungo e delicato rientro inizialmente lungo un ripido canalone, affrontato “dritto per dritto” e colmato da uno strato di neve di un metro e mezzo ma anche due, e successivamente lungo la pista della Fagosa fino a Colle San Martino. Durante il rientro attraversiamo il pittoresco Piano di Ratto, punteggiato dai primi teneri e vivaci crochi spuntati dopo lo scioglimento della neve, insieme alle tracce di un lupo transitato nei giorni precedenti. Sebbene la rinuncia alla Manfriana lasci un leggero amaro in bocca, i panorami e gli scenari spettacolari vissuti lungo uno dei percorsi di cresta più belli, arditi e aerei dell’Appennino, nella sua veste invernale, ci hanno ampiamente ripagato di tutto. La vetta aspetterà…
8 marzo 2026: Via Luzzo, alpinistica su Serra Dolcedorme di Alessandro Tucci
L’8 marzo 2026, contro ogni pigrizia, avversità e scoraggiamenti psico-meteorologici, ho tenuto fede alla decisione di rimettere gli occhi (e non solo!) su una delle innumerevoli vie di ascesa al Dolcedorme. Mi sono allegramente unito all'escursione multietnica, "multi-CAI", capitanata dal nostro Gian ed altri 3 simpatici accompagnatori, Elisa, Francesco e Francesco. Ci tenevo moltissimo a ripercorrere quei passi che avevo "sudato" ben 20 anni or sono, con Vittorio Luzzo in persona! Stesse gambe e stessi ramponi di allora ma, occhi sempre nuovi allenati da 20 inverni trascorsi su quei crinali e sulle ripidità dell'anima in cammino. Ricordavo la strada sconnessa di avvicinamento, la salita umida nel fogliame del bosco e poi la neve fresca di quel giorno in cui, per buona parte della salita, ero apripista, sprofondando, dentro e fuori di me, silenziosamente, ad ogni passo fino ad altezza giarrettiera! Così fino alla vetta ma, lo spettacolo dei primi loricati ad accoglierci e la sosta con le nuvole ai nostri piedi in cui i pini sembravano posare le proprie eteree radici, non ha prezzo allora come ora! In entrambe le occasioni, abbiamo zigzagato lungo il canale fino alla forcella di roccia che sale dritta al crinale, quasi a segnare il passaggio verso l'infinito. Con 20 anni di "esperienza" in più, arrivo in vetta, con grande sorpresa, felice come un bambino che ha riconquistato il suo giocattolo più prezioso ed anche più in forma che in passato! La conquista riguarda soprattutto il ricordo e l'importanza affettiva di quella prima salita, salvo poi scoprire, interpellando Vittorio e la sua fedele agendina delle escursioni, che in realtà è stata la mia prima Via Luzzo! Perché con lui e gli altri 4 prodi del 2006 in realtà percorremmo il canale che lui chiama "Scilla e Cariddi" ad Ovest della protagonista! Ma il tratto finale è comune ai due canali e mi ha riportato comunque allo stupore di un tempo. Stupore e meraviglia che dedico a Gian che mi ha permesso di tornare nella mia dimensione montagna ed a Vittorio che avrebbe voluto, con tutto se stesso, essere di nuovo lì con noi tutti. La salita non è solo verso la vetta, ma verso una versione di noi stessi che avevamo dimenticato di avere. Grazie, alla prossima ascesa!!!
1 marzo 2026: Anello Monte Tre Calli di Carla Primavera
Per noi è stato un ritorno. Un bel ritorno. Dopo essere stati circa tre anni fa sul Sentiero degli Dei classico, accettiamo l'invito della sottosezione CAI di Montano Antilia e decidiamo di tornare in questi luoghi meravigliosi, lungo un sentiero leggermente più in alto, a mezza costa, che offre una visuale ancora più sorprendente. La riunione è nella solita piazzetta di Bomerano di Agerola dove ci si riunisce con gli altri partecipanti. Alcuni addirittura provenienti da Milano, nostri soci. Siamo veramente un gruppo molto numeroso e il nostro briefing sarà di supporto per dare tutte le indicazioni, affinché si riesca a percorrere il sentiero in assoluta sicurezza e con il passo giusto per tutti. L'attacco del sentiero dalla piazzetta fa subito capire il "carattere" di questa escursione. Sicuramente non difficile dal punto di vista tecnico ma il dislivello è costante, lungo gradinate e con sentiero spesso costituito da pietre instabili. Il passo deve essere fermo. Abbiamo sperato fin dall'inizio della giornata che questa densa foschia presente si diradasse, cosa che è successa in parte quando siamo arrivati proprio sulla cima del Monte Tre Calli, così che ci ha permesso di godere di questa vista affascinante sul Mar Tirreno e le meravigliose isolette all'orizzonte, compresa Capri. Anche la discesa ha richiesto particolare attenzione, ma si era talmente inebriati da questa bellezza che è stato davvero piacevole, intanto che si ammirava il panorama e si facevano due chiacchiere. Abbiamo salutato gli amici del CAI di Montano Antilia con la promessa di rivederci al più presto, già nel mese di aprile in quanto abbiamo un escursione sui monti dell'Orsomarso, giù sul nostro Pollino! Adoro il mondo del CAI proprio per questo scambio di bellezza, legata ai nostri territori tutti ugualmente belli, interessanti e ricchi di storia.
1 febbraio 2026: Pollinociaspole di Carla Primavera
Dopo qualche anno, in cui abbiamo avuto dei mesi di gennaio e febbraio molto avari di neve e siamo stati costretti ad emigrare nel vicino Sirino, finalmente quest'anno siamo riusciti a fare la Pollinociaspole con uno scenario nevoso adatto a questa attività. Per dire la verità nella nottata precedente si è presentata una pioggia fitta ed insistente, ma in realtà facendo un attenta analisi delle previsioni meteo, il tutto sarebbe andato verso il miglioramento, e cosi è stato. Essendo una attività promozionale sulla quale la Sezione conta molto al fine di avvicinare più appassionati che condividono il nostro modo di "andare" in montagna attraverso una fruizione sostenibile della stessa e dove, di conseguenza, possono partecipare soci e non soci, il raduno a Campotenese ha fatto registrare ben 39 partecipanti, tutti ben attrezzati e con tanta voglia di immergersi nella natura. Arrivati a Piano dell'Erba, breve briefing per i saluti di rito e per qualche info tecnica per l’utilizzo delle ciaspole soprattutto per coloro i quali erano alla prima esperienza. Dopodiché il lungo serpentone si è diretto, attraverso il bosco, verso il Piano di Novacco, meta della giornata. Tanti appassionati provenienti da diversi paesi del comprensorio del Pollino che nonostante le turbolenze meteo della notte non hanno rinunciato a trascorrere una bella e promettente giornata. Presenti anche 3 giovanissimi, Sara, Giuseppe e Gabriel. Davvero un piacere vedere adolescenti lontani da telefonini e tablet! Il sentiero si dipana in un incavo dove la neve non manca, ma ci si aspettava un Piano di Novacco totalmente coperto di neve. Le temperature in leggero rialzo e la pioggia dei giorni precedenti però ha fatto diventare il piano una pelliccia a macchia di leopardo. Anche se, guardando verso il Timpone Scifarello, nella nottata, intorno sui 1500 m era scesa una delicata nevicata. Il gruppo dopo 3 ore buone di escursione rientra alle auto. Ci aspetta il lauto pranzo da Paolo, sempre garbato e disponibile. Qui, rifocillati dal buon cibo e dal piacevole tepore, da una mia deliziosa torta, si ripete la bella storia del CAI... star bene insieme, ripercorrere la bella giornata trascorsa e darci appuntamento alla prossima edizione!
18 gennaio 2026: Monte Grattaculo di Eugenio Iannelli
Da qualche anno, a causa dei cambiamenti climatici, sta diventando difficile organizzare uscite sulla neve e ancor di più con le racchette. Poi la neve arriva, anche se non eccessivamente copiosa, e il meteo fa le bizze con alte temperature anche a quote elevate. Cosi è stato anche per questa domenica dove la pioggia l’ha fatta da padrona. Ma, nonostante ciò, un nutrito gruppo di soci si è presentato all’appuntamento per partecipare all’escursione. Da anziano accompagnatore e convinto sostenitore che la montagna va frequentata, sempre in sicurezza, con qualsiasi condizione meteo, sono rimasto favorevolmente sorpreso e compiaciuto. Ci ritroviamo quindi a Campotenese dove, dopo aver ottimizzato i posti nelle auto, partiamo per Piano Ruggio. Arrivati all’incrocio dei tre comuni ci rendiamo conto che le condizioni della strada non permettono di andare oltre con le auto considerato il sottile strato di ghiaccio presente. Inforchiamo le racchette e ci avviamo verso il Rifugio De Gasperi. Nell’avvicinarci al rifugio, dove la visuale sulle cime circostanti è più favorevole, gli organizzatori valutano e comunicano ai presenti che visti i tempi di percorrenza, ma soprattutto le condizioni del tempo, non si può procedere per la salita alla Serra del Prete, una delle mete previste. Si decide pertanto di raggiungere il Monte Grattaculo che avrebbe garantito una maggiore sicurezza per tutti i partecipanti. L’ascesa a questa montagna spesso viene ritenuta banale ma in inverno presenta le sue belle difficoltà con i suoi 1890 metri. Il gruppo, con fare deciso ma consapevole che l’escursione non avrebbe consentito la veduta di un benché minimo panorama, si avvia nel bosco con passo lento e costante apprezzando quello che oggi la montagna avrebbe concesso. D’altronde la forza del gruppo e aggiungo, del nostro Sodalizio, è anche il desiderio di stare insieme, divertirsi e fare attività all’aria aperta con persone che condividono la passione per la montagna. E cosi è stato. Anzi il gusto di stare insieme si è protratto anche dopo l’escursione seduti a tavola dove abbiamo potuto gustare le nostre prelibatezze.
18 gennaio 2025: Alpinistica su Timpa Scazzariddo di Sara Rizzo
Immaginate di avere in mano il modellino in stampa 3d di una montagna, magari è anche la vostra montagna preferita, immaginate di poterla toccare e osservare in tutte le sue parti, avvicinarla a voi per scrutare tutti i particolari della roccia, tutte le sue curve e piccole insenature, le creste, tutti gli speroni di roccia, immaginate di disegnare un percorso su di lei con le dita, dalla base fino alla cima. Adesso immaginatela innevata, in inverno, entra all'interno di quelle bolle di vetro che agitandole fanno cadere la neve e che ci piacevano tanto da bambini, poggiatela sul tavolo, è piena di neve ed è freddissimo lì dentro; bene ora avvicinatevi, vedrete dei piccoli esseri umani che dopo averla studiata attentamente sulle carte cominciano a risalire la montagna lungo le sue spaccature innevate, sono equipaggiati di tutto punto e di punte, per affrontare il freddo e il ghiaccio, non c'è un sentiero vero e proprio, nessuna mulattiera o bandierina rassicurante, solo la roccia e le pendenze create dalla neve raccoltasi tra gli spazi vuoti. In inverno la montagna si risale così, lungo quelli che vengono chiamati canali, e percorrerne uno per la prima volta ha l'abitudine di chiamarsi "apertura" nel gergo tecnico alpinistico. Io sono stata uno di quei piccoli uomini a risalire la montagna la scorsa settimana, nello specifico la Timpa Scazzariddo nel Parco Nazionale dell'Appennino Lucano. L'idea che mi sono fatta io alla prima esperienza di alpinismo invernale è che il significato della parola che si è deciso di usare per risalire un canale riflette a pieno ciò che succede sia dentro che fuori di noi. Aprire: all'esterno si apre letteralmente una via in un contesto naturale impervio che rigetta la presenza dell'uomo mentre lui si ostina a volerlo attraversare per conquistare la cima; internamente si apre una via diversa, ci si apre ad una maggiore consapevolezza di sé stessi, delle proprie capacità, delle proprie paure, dei rischi che si è disposti a correre per raggiungere un obiettivo. Mettersi a risalire un canale in alta montagna non è mai banale, basta mettere un piede in fallo per scivolare e perdere ogni cosa. Accettare il rischio connesso alla volontà di raggiungere l'obiettivo riesce a metterci al centro di noi stessi, più di qualunque altra arte spirituale e filosofica, perché fai direttamente esperienza che è solo su di te che puoi contare per riuscire nell'impresa, ed è a te stesso che devi essere grato, perché se non ti affidi a te non arrivi da nessuna parte, nè in montagna nè nella vita di tutti i giorni. Cercano di insegnarcelo in tutti i modi e poi arriva lei, la montagna, a darci lezioni di rispetto e riconoscenza verso noi stessi. Questo è il breve racconto, chiuso all'interno di una bolla di vetro, di cosa si può provare e trovare in un'uscita di alpinismo invernale; queste sono le emozioni che mi regala lo stare in montagna, il camminare, e non fatico a dire che nell'alpinismo forse è tutto ancora più amplificato rispetto all'escursionismo classico, probabilmente per il suo carattere più estremo. È un'esperienza che consiglio a chi ama le sfide, a chi sogna di conoscere la montagna nella sua veste a mio avviso più bella e austera, quando tutto sembra respingerti e alla fine ti meraviglia la sua capacità di accogliere, mettendo davanti ad ogni cosa il rispetto per la natura e per le condizioni meteorologiche, ricordandoci che siamo sempre ospiti e non padroni del mondo che ci circonda. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la collaborazione e la guida dei volontari del CAI Castrovillari, che ringrazio infinitamente per la disponibilità e la passione che hanno mostrato nel far scoprire questa attività attraverso i propri luoghi; Quanti sarebbero disposti a credere che ci sono le condizioni per fare alpinismo invernale anche al Sud? Se non ci vieni non ci credi.
4 gennaio 2026: Monte Cerviero di Gaetano Cersosimo
Pronti al primo racconto dell’ anno 2026 . Appuntamento allo Spiazzo Cappella del Carmine, dove è situata “la Madonna della Neve” nel comune di Rotonda. Presentata come una escursione senza grandi difficoltà ha catturato l’attenzione di 22 soci che, con tanta voglia di buon cammino, hanno infilato scarponi e zaini per un trekking adatto a questo periodo, con ancora il panettone fra i denti. Iniziamo con i saluti della presidente Carla per l’augurio di un nuovo anno in montagna e un ringraziamento a tutti i soci, il benvenuto del Consigliere Centrale del CAI nazionale Eugenio a tutti noi per il primo trekking ufficiale del 2026. Ringrazia per aver scelto di vivere la montagna pronti a scoprire nuovi sentieri, storie e panorami che solo la montagna può regalarci. Un anno che si apre con poca neve, presente solo in alta quota e infatti questa escursione era destinata a svolgersi con le racchette. Ci incamminiamo per il sentiero 907 per la cima del Monte Cerviero, i passi si accordano al respiro, ogni passo una caloria bruciata, ogni respiro un sospiro di sollievo. Il gruppo si allunga in fila indiana, si snoda tra castagni e pini neri, qualcuno già inizia a scattare qualche foto, foto veloci perché ogni curva nasconde un’inquadratura diversa, una radice contorta, il muschio verde profondo che non si vede mai nel paese. Il Monte Cerviero è poco conosciuto e poco considerato come meta di escursionismo nel Parco del Pollino, invece ha una sua storia. Una montagna di origine vulcanica, testimonianza di rocce note come “Pillow Lavas”, lave raffreddate, che fuoriescono dal terreno in modo particolare. Il Cerviero è nel territorio di Mormanno, qui i mormannesi praticavano e praticano ancora oggi, ma solo in alcune zone, le loro coltivazioni di patate e frumento, oltre a dedicarsi al pascolo di bestiame. Si tramanda dai racconti di pastori e boscaioli della presenza di numerosi lupi, in questa montagna è stata segnalata anche l’esistenza della lince, presente fino alla metà Novecento. Dalla contrada Colletta si può salire il monte dall’altro versante, si attraversano vari terrazzamenti e si arriva al Passo di Costapiana. La presenza del bosco di faggi, dove ancora oggi ci sono i segni dei boscaioli, ci ricorda gli uomini che con seghe e asce venivano a tagliare tronchi, in qualche radura sono visibili spiazzi in cui i carbonari preparavano la carbonella e tra la vegetazione si notano i resti di suggestivi ricoveri. Oggi, gran parte di questi posti sono nascosti dalla vegetazione spontanea, è molto difficile immaginare che un tempo queste zone erano così vissute. Il sentiero prosegue, il gruppo con passo costante e attento al percorso cammina su un tappeto di foglie marroni, con l’entusiasmo per la scoperte di scorci inesplorati. Il coordinatore, constatando la disponibilità, l’entusiasmo e la tenacia del gruppo, alimentata da brevi pause con condivisione di stuzzichini energetici, propone una deviazione di qualche kilometro e poche centinaia di metri di dislivello in più ma certamente con una vista panoramica su un crinale in un area di sosta naturale. La deviazione si è rivelata strategica, superando il tratto più impegnativo, ci ha consentito di apprezzare un bosco di faggi in rigenerazione, un punto di osservazione del Lago Pantano di Mormanno, del monte Vernita, delle montagne dell’ Orsomarso. Un valore aggiunto sul percorso per il gruppo. Giunti finalmente in cima, il panorama è un autentico spettacolo. Si presenta la vista dei due mari, Jonio con il golfo di Sibari e Tirreno con Scalea, Praia a Mare e Maratea. Ancora di più si sofferma lo sguardo sulla contrada Pantano così vasta, le maestose vette dei monti di Saracena e ancora la valle del Mercure con colpo d’occhio alla centrale termoelettrica, al Viadotto Italia, in lontananza il monte Sirino, i paesi di Laino, Castelluccio, Viggianello e Rotonda. A Ovest la Coppola di Paola e la pendice di Serra del Prete innevata. Raggiunta la cima, visita al vicino rifugio di proprietà della Regione Calabria, vuoto, aperto e in pessime condizioni, presenti un traliccio metallico altissimo che sorregge antenne e ripetitori ancora attivi, impianti di pannelli solari nascosti sul tetto e sulle rocce, tra natura selvaggia e storia dimenticata il mondo moderno non smette mai di stupirci. Dopo tanti anni non riusciamo a comprenderne la ragione di tanto accanimento soprattutto qui, in un luogo “fantastico e interessante”, invaso da antenne e parabole di ogni genere che lo abbruttiscono, lasciando contemporaneamente al suo destino di lento e totale disfacimento l’unico e solo presidio di cultura e di sicurezza presente, il rifugio. Dopo la pausa pranzo, si va per la via di ritorno però con una piccola deviazione per raggiungere un’altra cima, un pò più bassa, dedicata dai mormannesi a San Josemaria Escrivà, fondatore dell’ Opus Dei, beatificato da Papa Giovanni II nel 1992. Qui ci aspetta l’amara sorpresa del ritrovamento della Targa commemorativa (apposta dall’amministrazione Comunale di Mormanno nel 2008) fatta a pezzi e lasciata alla base del cippo di vetta. Noi del CAI restiamo sempre più meravigliati e attoniti da questi continui atti vandalici che sono sempre più frequenti e che colpiscono anche la segnaletica verticale lungo i sentieri del Parco. Superato la sconforto riprendiamo la discesa. Giunti alle macchine, saluti più veloci per chi deve percorrere altri chilometri per il rientro, ma il resoconto finale dell’uscita è per tutti senz’altro positiva per l’ autentico spettacolo e conoscenza che ci ha offerto.
Presentati il Programma e il Calendario 2026, consegnati i riconoscimenti ai soci venticinquennali
Domenica 14 dicembre, come consuetudine, i soci della Sezione di Castrovillari si sono ritrovati per il pranzo sociale di fine anno. Ospiti del Ristorante La Grotta del Romito, i circa 90 soci presenti hanno trascorso insieme bei momenti di socializzazione all’insegna della cordialità e convivialità. Il tutto innaffiato non solo dal buon vino ma anche dalla piacevole musica del nostro socio Pino Salerno. La presidente, Carla Primavera, nel suo saluto ha ringraziato quanti hanno concesso la loro disponibilità per la realizzazione del nutrito programma impegnandosi come coordinatori delle attività. Ripensando al 1999, anno di nascita della Sezione, il ringraziamento va a tutti quelli che con la loro partecipazione e il loro impegno volontaristico hanno consentito il consolidarsi di una indiscussa e bella realtà associativa che ha saputo ritagliarsi uno spazio adeguato nel panorama regionale e nazionale del Club Alpino Italiano raggiungendo grandi traguardi. Tra questi l'elezione di Eugenio Iannelli quale Consigliere Centrale (la prima volta di un calabrese negli Organi Centrali del CAI) e di Francesco Crescente e Claudio Zicari membri del Collegio dei Probiviri Nazionali e ancora quella di essere da qualche anno a questa parte la Sezione numericamente più grande della Calabria. E' stato anche ricordato il grande successo riscosso per il recente convegno con l'inaugurazione della parete di arrampicata di Cerchiara di Calabria tenutosi a Castrovillari, che ha visto, oltre alla partecipazione di un foltissimo numero di soci provenienti dalle Sezioni Calabresi e Lucane, la presenza del VicePresidente Generale Giacomo Benedetti e del Consigliere Centrale Franco Capitanio. Nel corso della giornata è stato consegnato un riconoscimento a quanti hanno compiuto 25 anni consecutivi di iscrizione al Club Alpino Italiano, Massimo Gallo, Marisa Mortati, Mariella Greco, Leonardo Valiante e uno alla memoria, a Mimmo Filomia, mai dimenticato Past President della Sezione. A seguire sono stati presentati il Calendario e il Programma Attività 2026. Nel dare una sbirciata alle nuove proposte, dopo il doveroso ringraziamento agli sponsor che hanno partecipato alla realizzazione del calendario, è stata apprezzata dai presenti la redazione di un programma variegato che si avvale soprattutto dell’impegno volontario di tanti soci e collaborazioni cercando di soddisfare le esigenze di tutti. L’intento resta quello di promuovere la conoscenza e la promozione della montagna ma contribuire anche alla sua crescita culturale e sociale. Una giornata trascorsa in allegria e spensieratezza conclusasi con gli auguri per il nuovo anno e il proposito di rivedersi sempre più numerosi sulle nostre e altrui montagne.

