Raccontatrekking 2017

III Note al tramonto, grande successo di Carla Primavera

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Grande successo di pubblico per la III edizione di “Note al Tramonto”, concerto di musica tenutosi nel nostro Rifugio “Biagio Longo” in località Campolongo nel Comune di Mormanno. L’evento fa parte della rassegna “Rifugi di cultura”, arrivato alla V edizione, organizzato dal Gruppo Terre Alte del Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano. Evento estivo diffuso che vede il rifugio non solo come ricovero per alpinisti ed escursionisti, ma come luogo dove diffondere la cultura e le usanze degli abitanti delle terre alte. La Sezione di Castrovillari, unica in Calabria, è parte integrante di questi eventi nazionali. Trentadue eventi in altrettanti rifugi alpini e appenninici di quattordici regioni da giugno a ottobre. Il Club Alpino Italiano promuove concerti, spettacoli teatrali, reading, degustazioni e visite guidate in quota, dalle Alpi Marittime alle Dolomiti, dal Bernina alle Madonie per promuovere la cultura delle montagne attraverso concerti, spettacoli teatrali, letture, conferenze, visite guidate e proposte gastronomiche legate alle produzioni locali. Quest’anno, in occasione della terza edizione, si era pensato a qualcosa di diverso. L’idea era di ospitare una vocalist, accompagnata da uno strumento che potesse esprimere tutta la passione che è nella musica stessa. La scelta, su consiglio della nostra socia Annamaria, appassionata di musica, è caduta su Vince Abbracciante e Paola Arnesano, che hanno presentato il loro ultimo lavoro discografico: MPB! (Musica Popular Brasileira) Il primo, apprezzato dal nostro pubblico già alla prima edizione, fisarmonicista d’eccezione e compositore, dotato di una tecnica notevole, padroneggia la fisarmonica come pochi e suona con talento qualsiasi genere musicale. Nel 2000 vince il “25° concorso internazionale Città di Castelfidardo” e nel 2003 vince il 53° Trofeo Mondiale di fisarmonica. È stato autore ed esecutore delle musiche originali del film "Le Mamme di San Vito" di Gianni Torres. Si è esibito in varie parti del mondo: Germania, Brasile, Stati Uniti, Indonesia, Malesia, Tailandia, Singapore, Inghilterra, Austria, Sud Africa, Danimarca, Olanda e Canada, in festival e jazz club prestigiosi: Virada Cultural (San Paolo), NAMM Show (Los Angeles), Vibrato Grill Jazz (Los Angeles), Java Jazz Festival (Jakarta), Mellow Yellow jazz club (Bangkok), Esplanade Hall (Singapore), ed altri…suonando con musicisti di spicco: Juini Booth, Marc Ribot, Marvin Bugalu Smith, Stacy Dillard, Flavio Boltro, Davide Penta, Antonio Di Lorenzo, Roberto Ottaviano, Lucio Dalla. Paola Arnesano, nuova per il nostro pubblico, ma celebre ovunque con la sua corposa e versatile vocalità, è riuscita a trasmettere emozioni senza tempo da un genere musicale infinitamente intriso di passionalità e sensualità. Ha studiato canto con il soprano Maria Grazia Pani e contemporaneamente recitazione con Antonella Porfido e Franco Damascelli. Il suo esordio come jazz singer risale alla fine degli anni '80, con un quintetto a suo nome. Studia pianoforte con Nico Marziliano e arrangiamento per big band con il M° Luigi Giannatempo. Innamorata del jazz samba e della bossanova, ne studia lingua e repertorio, che sfocerà nella costituzione di gruppi stabili agli inizi degli anni '90 come Abrasileirado e Trio de Janeiro, di cui è coleader Guido Di Leone. Fondamentalmente attratta dalle cantanti cool degli anni '50, inizia ad affrontare progetti originali, come canzoni italiane degli anni '40 in chiave jazz, o brani più moderni mai cantati, ai quali aggiunge testi. Inizia nello stesso periodo anche a comporre, e il tutto porterà ai due primi dischi. Nel frattempo viene chiamata a far parte stabilmente del quartetto del contrabbassista Attilio Zanchi, con Guido Di Leone e Gilson Silveira. Ha collaborazione stabile, inoltre, con Davide Santorsola, Mimmo Campanale e Maurizio Quintavalle. In quel periodo arriva al secondo posto al Premio Urbani. Collabora con grossi nomi del panorama jazzistico italiano, come Stefano Bollani, Roberto Ottaviano, Angelo Adamo, Gianni Cazzola, Ettore Fioravanti, Franco Cerri, Gianni Basso, Luigi Bonafede, Tiziana Ghiglioni, Marco Micheli, Massimo Manzi, Tomaso Lama, Gianluca Petrella, Daniele Scannapieco, Renato Sellani, Ares Tavolazzi, Dado Moroni. Vincitrice dell’Italian Jazz Awards 2009. I due artisti, rapiscono immediatamente l’attenzione del numeroso e qualificato pubblico, snocciolando attimi di intensa ritmicità, a momenti di struggente melodia. Spunti armonici e potenza espressiva che regalano un intenso impatto emozionale. Sembrava quasi che Paola accarezzasse ogni nota del fisarmonicista che, incalzante, seguiva ogni curvatura armonica della sua voce…uno spettacolo! A completamento della bella serata un gustoso buffet, ricco di prodotti tipici della nostra zona. Ringraziamo le aziende che ci hanno sostenuto: Astorino Casearia, Fattorie Covelli, Azienda Agricola Campotenese, I Fornai di Fiore e Pinelli, Cantine Campo Verde. Un particolare ringraziamento all’Ente Parco del Pollino che con grande lungimiranza e disponibilità sostiene l’iniziativa. A tutti un sincero ringraziamento e un arrivederci alla prossima edizione.

16 Luglio 2017: Il Raganello da Ponte di Pietraponte di Francesco Pugliese

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Nessuno saprà mai dire in che epoca e in quali circostanze la natura ha deciso di giocare con se stessa, creando un bizzarro ponte con un enorme masso che cadendo si va a incastrare sulle pareti di una stretta e profonda forra, per poi essere successivamente attrezzato dai pastori con muretti e passamano in rudimentali travi di legna che permettevano alle loro greggi di passarvi sopra. Giungere in questo contesto naturale, sprigiona nel visitatore molteplici emozioni e forse, la più significativa e più forte, è l’impressione di trovarsi nell’ Odissea di Omero, dove il ciclope Polifemo smuove questo enorme masso per condurre le pecore nella terrificante grotta. Il CAI di Castrovillari nel programma 2017 inserisce un nuovo percorso interessantissimo e di notevole valore naturalistico che dal punto di vista escursionistico va leggermente fuori dai tradizionali canoni a cui siamo abituati. Non solo Canyoning, non solo montagna, ma un percorso misto che prevede oltre due ore di avvicinamento al torrente, ripercorrendo un antichissimo sentiero che collegava le comunità di Civita e San Lorenzo Bellizzi, attraverso boschi e vari manufatti in pietra che fanno rivivere al visitatore l'atmosfera, i suoni e gli odori che gli originari abitanti, in un incedere lento caratterizzato dalla semplicità della quotidianità assaporavano, mentre assorti nei loro pensieri, percorrevano questa antica via di comunicazione. Si proprio così, un’importante antica via di collegamento, se si considera la cura con la quale vengono disposte enorme pietre a contenimento dei pendii scoscesi che conducono al monumentale Ponte D’Ilice. Quest’ultimo gravemente ferito e mutilato in un fianco da una enorme slavina di fango e pietre che ha costretto le maestranze ad imbrigliarlo in un enorme impalcatura di ferro nel tentativo di salvarlo da un eventuale crudele crollo. Dicevo prima, un’importante via di collegamento tra due comunità che si diramava per un tortuoso sentiero tra valli e rigogliosi boschi che oggi noi del CAI di Castrovillari aggiungendo gli oltre 6 Km. di torrente che vanno dalla briglia dopo Pietraponte fino al Sentiero degli Oleandri attraverso il Ponte D'Ilice, ci siamo inventati una fantastica escursione di oltre 14 Km. Un Viaggio che partendo da Colle La Ciuca conduce il visitatore, prima attraverso una ripida e interminabile scalinata al Ponte D’ilice e dopo, una volta attraversatolo con estrema cautela, lo accompagna in un sentiero a volte nascosto dai rovi, a volte spazzato via dalle frane susseguitesi nei Canali di Nocilli e Santa Venere per giungere a Pietraponte e quindi al Ponte di Pietraponte, dove si potrà immergere direttamente nel greto del Raganello. Un trekking lento e interminabile attraverso tratti di sentieri ormai quasi scomparsi i cui fitti rovi, seppur ci costringe a farci strada con la falcetta, tuttavia, senza il pericolo di esagerare, si deve considerare una vera “manna” che soddisfa le esigenze dei puristi della natura, i quali trovano il culmine dell’estasi dopo essersi immersi nelle affascinanti marmitte di Pietraponte e le poco frequentate gole poste a sud di San Lorenzo Bellizzi. Il rientro avvenuto attraverso il Raganello, ripercorrendolo seguendone il corso e ripassando questa volta, sotto il Ponte D’Ilice fino a intersecare Il sentiero degli Oleandri, ci ha concesso di apprezzare, seppur ormai stanchi ed esausti, le magnificenze del fondo delle gole le cui tumultuose piene invernali, cambiandone di anno in anno il percorso, spostando anche grossi massi, crea sempre scenari modificati i cui scorci si estendono fino ai rilievi della timpa del Demanio, che li, assestata da immemori e immani forze della natura, si erge a difesa… dell’antico borgo di Civita.

2 luglio 2017: Torrente Lepre di Michele Florio

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Si sa, tuffarsi in un fiume incassato tra le montagne lo abbiamo sognato un pò tutti, se poi la cornice è quella del tratto basso delle gole del torrente Lepre, con i suoi scivoli e le sue cascate resistere è impossibile. E così, per sedici tra soci e amici del CAI Castrovillari inizia quest'avventura. C'è chi è alla sua prima esperienza in forra e chi conosce già questo ambiente così insolito e spettacolare. Il gruppo, da subito affiatato, dopo un necessario breefing si muove sotto gli occhi discreti e attenti degli organizzatori Franco Formoso, Domenico Bloise e Michele Florio. In questo ambiente così bello e selvaggio il tempo sembra volare e, dopo poco, siamo a cospetto della prima, imponente cascata. Un salto di oltre venti metri. Il rumore di quella cascata lo porteremo dentro per molto tempo cosi come le emozioni che ci ha suscitato. Grazie al supporto di Luigi Vincitore e Roberto Pappaterra la calata viene attrezzata rapidamente ed in sicurezza. Uno dopo l'altro ci emozioniamo in un'adrenalinica discesa. L'acqua che cade su di noi ci fa toccare davvero la forza della natura e ci ricorda che qui siamo ospiti. Tutti viaggiano spediti e, in breve tempo, ammiriamo la cascata dal basso mentre ci concediamo un tuffo in attesa che tutti completino la calata. Gli organizzatori seguono scrupolosamente ogni fase della discesa e, superata la cascata, procediamo in questo ambiente severo e affascinate. Avanziamo divertiti e attenti tra tuffi, scivoli e pozze fino a raggiungere una seconda cascata, poco più corta della precedente ma non meno spettacolare ed insidiosa. In breve anche questa cascata e lo scivolo che la precede sono attrezzati e pronti per farci emozionare. Via, ci si cala! Nessun intoppo, tutti bravi. Ad attenderci alla fine della cascata c'è una ben più tranquilla e larga pozza dove divertirci tra qualche tuffo e qualche battuta per allentare la tensione. Riprendiamo il cammino nell'alveo, ora più calmo, del torrente. Siamo completamente circondati dalla natura, alzo gli occhi e noto alcuni arbusti incastrati ad un paio di metri su alcuni alberi, a ricordarci l'enorme portata che questo fiume ha nei mesi di piena. Intercettiamo il punto di uscita senza incertezze e, dopo una risalita su campi arsi dal sole, giungiamo alle auto dove ci attende una birra ghiacciata offerta dall'amico Roberto e un brindisi al gruppo di oggi chiude il cerchio di questa giornata da incorniciare. Spendo una parola per le tre ragazze del gruppo che hanno affrontato bene un ambiente cosi particolare, brave! Grazie gli altri organizzatori che hanno reso possibile questa uscita. Un Saluto speciale va in fine a Mimmo Pace, esempio di dove possano portarci le passioni, è stato un piacere averti con noi.

25 giugno 2017: “Santa Maria del Monte - Acquaformosa di Giuseppe Cersosimo

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Non impegnativa ma meravigliosa, l'escursione di domenica ad Acquaformosa, con il CAI di Castrovillari, che ha inizio dopo il rifugio del Faggio. In seguito a una breve ascesa raggiungiamo il Timpone del Pino dove ci attende un panorama tutto da esplorare, la nostra attenzione è rivolta inizialmente verso le cime del Pellegrino, del Monte la Mula, del Monte Caramolo e del Piano di Campolongo di Lungro. Dopo aver focalizzato le cime, il nostro sguardo cattura altri aspetti caratteristici del territorio, come la crescita di un ginepro conficcato in una roccia, delle orchidee e i pini loricati. Il paesaggio, le fontane e ciò che s’incontra durante il cammino viene osservato attentamente e fermato in uno scatto fotografico dell'escursionista. Giungiamo alla Chiesa consacrata di Santa Maria del Monte all'interno di una vasta area recintata e attrezzata per fare dei piacevoli picnic. Le prime fondamenta della Chiesa si pensa siano state poste prima del X secolo ad opera dei monaci della chiesa d'Oriente. Essa si trova a 1400 metri sul livello del mare e al suo interno è contenuta l'effige della Madonna che allatta, la quale secondo la leggenda fu trovata da un pastore e la cui festa viene celebrata l'ultima domenica di luglio. Sazi di queste nuove conoscenze, riferiteci dall’amico Luigi, continuiamo il nostro cammino verso Cozzo del Lepre, prima però andiamo a omaggiare la memoria dell'aeronautico S. Tenente Pinto Giovanni caduto su questo territorio. In seguito alla sosta a Cozzo del Lepre ci incamminiamo sulla cresta, questa volta non scoperta ma caratterizzata da una mista vegetazione di faggi, lecci, aceri, agrifogli e pini. Quando mancavano solo pochi metri all'aria faunistica, destinata ai rapaci feriti, improvvisamente si è abbattuta su di noi la pioggia. Per fortuna è durata poco e nel frattempo abbiamo consumato il nostro consueto pranzo a sacco. Dopo aver recuperato le energie, prima di proseguire il nostro cammino, ci siamo soffermati visitare i vari tipi di rapaci del territorio: allocchi, civette, poiane, falchetti e barbagianni. Per raggiungere la piazza di Acquaformosa attraversiamo per prima un territorio con maestosi e secolari castagni per poi passare nel paese attraverso vicoli antichi e stretti che lo rendono molto particolare. Giunti in paese osserviamo l' antichissima fontana del paese chiamata "Fontana Vecchia", dove noi tutti ci rifocilliamo dopo una giornata calda. La nostra escursione ad Acquaformosa termina con la visita a casa di Luigi dove esprimiamo le nostre emozioni in merito al percorso appena concluso, assaggiando i dolci tipici di questo paese fatti con cura dall’anziana mamma. Lasciamo questo borgo che ci ha accolto per un'intera giornata portando con noi un ricordo e un'esperienza meravigliosa.

18 giugno 2017: “Dall’alba al tramonto per le 5 sorelle del pollino oltre i 2000” di Francesco Pugliese

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Mentre mi accingo a descrivere l’escursione delle 5 cime oltre i 2000 del parco del Pollino, mi viene in mente subito da fare questa riflessione: descriverla sarà un’impresa quasi come è stata un’impresa raggiungere le cinque cime in un solo giorno, per la semplice ragione che le emozioni che affiorano nel mio animo sono tante, sono intense e racchiuderle in una sintesi sarà veramente arduo. Ma andiamo in ordine. Nei giorni precedenti sembrava che nessuno fosse interessato a questa impresa, perché diciamocelo con franchezza, è una grande faticata che si può affrontare solo con un buon allenamento e una grande carica interiore. Invece, man mano che si avvicinava il giorno dell’escursione, uno dopo l’altro, gli amici del CAI provenienti da Lecce, Bari, Rossano Cosenza e Lamezia mi interpellavano confermando la loro partecipazione. In tutto 9 anime che alle 6,30 si danno appuntamento a Colle dell’Impiso per iniziare quella che immediatamente,per via delle avverse condizioni climatiche, si prospetta un’ avventura da vivere soffrendo. Legati l’uno all’altro dalla stessa passione e dalle stesse incertezze tutti ci siamo chiesti come avrebbe risposto il nostro fisico per il raggiungimento dell’obiettivo.Convinti che ci sarebbe stato un intenso caldo come quello che ci aveva afflitto nei giorni precedenti, riempiamo gli zaini con almeno tre litri d’acqua, ma, neanche iniziato a percorrere il sentiero che ci porta a Serra del Prete, veniamo aggrediti da un forte e intenso vento gelido ed una temperatura quasi invernale che oltre a rallentare notevolmente l’andatura ci costringe da subito ad indossare l’equipaggiamento pesante. Raffiche fortissime e a tratti grossi nuvoloni provenienti da nord ci accompagnano e, passo dopo passo, fino a che raggiungiamo la vetta di Serra Dolcedorme, le nostre certezze vacillano e sempre di più si prospetta nella nostra mente la possibilità di rinunciare all’impresa. In quei momenti di difficoltà e sofferenza capisci perché le cinque cime oltre i 2000 sono un’impresa a cui pochi sono disponibili a partecipare, ma per fortuna, quello che ormai sembrava un appuntamento non riuscito, ha trovato, nell’anima del CAI di Castrovillari, nuova linfa e nuove energie determinanti per il successo dell’appuntamento previsto in programma. Quest’anno, forse per la prima volta nella storia delle cinque cime del CAI, partecipa una donna, Arcangela Loverre, alla quale vanno i miei complimenti, come del resto a tutto il gruppo, per la sua determinazione e la grande forza di volontà mostrata, in quella che seppur possiamo considerare una piccola impresa per i “grandi camminatori” è sempre una grande impresa per i nuovi iscritti alla nostra sezione. Ma torniamo sulla vetta del Dolcedorme dove, dopo una breve sosta di alcuni minuti, afflitti dalle raffiche di vento, fatta la consueta foto di gruppo, riprendiamo il sentiero appena percorso fin quasi sotto la Timpa di Valle Piana per imboccare il sentiero che conduce ai Piani di Acquafredda, dove per fortuna, grazie anche alla complicità della vegetazione, la montagna ci concede una tregua, accompagnandoci per Serra delle Ciavole e Serra di Crispo, ultime due cime, con un tiepido appagante sole che oltre ad illuminare i nostri volti rendeva il paesaggio con i suoi panorami di Pini Loricati, sempre più colorato e affascinante. Siamo ormai in primavera inoltrata e trovarsi sulla grande porta del Pollino circondati da fiori dai colori più bizzarri, accompagnati dai nitriti dei cavalli e dallo scalpitio dei puledri che diffidenti cercano protezione nel branco, sprigiona nel nostro immaginario la sensazione di esser appena entrati in un quadro denso di colori, tipico di uno dei dipinti di Bert, il divertente spazzacamino amico di Mary Poppings, che con la fantasia ci sta facendo viaggiare, come dei bambini, attraverso i suoi disegni realizzati col gesso colorato. Poi apriamo gli occhi e per fortuna ci accorgiamo che quello che stiamo vivendo non è un sogno ma semplicemente la magia della montagna! della nostra montagna!!! In un attimo, rapiti da splendidi scenari e paesaggi e dagli scorci mozzafiato, la sofferenza e la stanchezza sembra svanire ridandoci effimere energie necessarie per raggiungere Serra di Crispo, l’ultima vetta delle 5 sorelle oltre i 2000. Stanchi, esausti e felici rientriamo a Colle dell’ Impiso dopo 13 ore di lungo cammino per scendere subito a valle dove intorno a un tavolo del primo bar… accompagnati da una fresca birra, per ore, allegramente continuiamo a discutere sull’esperienza appena vissuta rivivendo gli attimi più belli e divertenti.

11 giugno 2017: Monte Alpi di Eugenio Iannelli

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L’ultima volta della Sezione sul Monte Alpi era d’inverno ma, non ricordo per quale motivo, non mi fu possibile partecipare. I miei ricordi pedestri risalgono al 2009 quando portammo a termine la prima segnatura del sentiero, ma si sa, quando si è impegnati in un lavoro importante e delicato non si può godere a pieno della bellezza dei luoghi come quando si esce in escursione. Rischiavamo, per una serie di motivi, di non farla questa escursione ma, come di consueto, è prevalso lo spirito associativo che cerca di mantenere sempre fede alla programmazione annuale senza rinvii e annullamenti. E così è stato, ripagati dalla partecipazione di nuovi soci, che si accompagnavano al CAI Castrovillari per la prima volta, e vecchi soci provenienti da diversi luoghi tanto da far sentire noi di Castrovillari in minoranza. Poiché non sono molti, vi elenco i luoghi di provenienza: Lecce, Noicattaro, Ascea, Frascineto, Lungro, Corigliano Calabro, Cosenza, San Marco Argentano, Castrovillari. Giunti al parcheggio di Bosco Favino e all’omonimo rifugio ci accorgiamo subito che quest’ultimo versa, con il tetto semi bruciato, in cattivissime condizioni. Che peccato! Un presidio importante per questo posto che si avvale di una bella area pic-nic tutt’intorno al rifugio. Perfortuna in ben altre condizioni versa il sentiero che si presenta ben tenuto e soprattutto ben tracciato con una segnaletica visibile e fresca. Sicuramente dopo la nostra prima tracciatura saranno intervenuti i soci della Sezione di Lagonegro che hanno fatto un ottimo lavoro. Intraprendiamo il sentiero che parte subito con una salita abbastanza ripida che potrebbe metterci in difficoltà, ma non è cosi, e in men che non si dica usciamo sul crestone aereo dopo aver attraversato il maestoso bosco di faggi. Si presenta a noi un panorama mozzafiato che ci accompagnerà sin sulla vetta del Monte Alpi senza trascurare di salire prima sulla vetta del Santa Croce. Un balcone sull'intera Basilicata l'Alpi. Infatti, mentre a Sud l'orizzonte è rappresentato dal Massiccio del Pollino, a settentrione l'Alpi la fa da padrone. Lo sguardo supera i confini regionali e s’infrange sul Cervati, sul Gargano e sul Golfo di Policastro. Solo i ricordi e gli scatti fotografici rendono merito a cotanta bellezza. Giunti in vetta relativamente presto consumiamo il pranzo al sacco e dopo la fatidica foto di gruppo decidiamo di portarci sul versante Nord per affacciarci sul “paretone” dove vegetano maestosi i più settentrionali pini loricati del Parco nazionale del Pollino e dove gli alpinisti esprimono tutta la lortecnica e bravura per scalare, in inverno ed estate, i diversi canaloni che compongono la sottostante parete. Questa digressione, seppur bella naturalisticamente e paesaggisticamente, ci costringe però ad effettuare un percorso disagevole con un ulteriore sforzo fisico non preventivato. Riconquistato il sentiero di cresta, ci immergiamo di nuovo nella faggeta e giungiamo alle auto dove Gerardo tira fuori il coniglio dal cilindro, delle grandi e rosse ciliegie, degno coronamento di una splendida giornata.

28 maggio 2017: CAIbike di Mimmo Pace

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Il percorso di ciclo-trekking previsto per quest’anno tra le attività sezionali del CAI di Castrovillari ha rappresentato una novità. Questa volta, non una “full immersion” naturalistica, ma soprattutto un iter paesaggistico soffuso di storia e di cultura… un ricco carnet di attrazioni, coronato da una felice parentesi conviviale presso l’ospitale Agriturismo Colloreto, gestito dai Signori Coscia. L’iter si snoda da Castrovillari, lungo la panoramica pista pedo-ciclabile, che risale dolcemente la pendice del Monte Sant’Angelo e collega, sul vecchio tracciato ferroviario, la Città del Pollino alla pittoresca Morano... un paese-presepe, tra i borghi più belli d’Italia, assolutamente degno di essere visitato e percorso, pur se fugacemente, su di una bici. Il programma prevedeva appunto ciò: infatti, dalla vecchia stazione FCL, si pedala verso i resti del Castello normanno-svevo, affrontando una rampa in viva costa. Colà, due “soste culturali”: una al cospetto del maniero e l’altra per visitare la storica Collegiata dei S.S. Pietro e Paolo, durante le quali l’organizzatore della sortita assume anche le vesti di Cicerone d’occasione. Poi, subito di nuovo in sella, per una briosa e interessante discesa lungo il Centro Storico di questo bel borgo… un ghirigori nel dedalo di viuzze, che offrono scorci paesaggistici di una varietà incalzante… architetture signorili e popolari, la cui integrità è stata saggiamente preservata… ripide scalinate, angusti portici… frequente simbiosi tra roccia e muro! In qualche minuto, ci ritroviamo giù, a piè del borgo, per proseguire a pedalare verso le sorgenti del Coscile, l’antico Sybaris, seguendo il tracciato del SI 901, che risale la Contrada Matinazza e s’inerpica poi verso il Monastero del Colloreto. Il recesso in cui il fiume sorge è molto ameno e spettacolare, ma il tratto più affascinante del suo corso è qualche chilometro più a valle, lungo la gola di Sassonia: tra marmitte gorgoglianti, pozze multicolori e altre copiose sorgenti, il fiume scorre, sotto gallerie arboree, tra secolari pioppi e maestosi ontani… un ambiente fluviale fiabesco da non perdersi! L’iter procede, in discreta ascesa, lungo la lussureggiante campagna moranese, intersecata da una miriade di stradine interpoderali e punteggiata da innumerevoli casette e antiche residenze di campagna occhieggianti su verdi coltivi e filari di tremuli pioppi. Ai piedi dell’ultima e più dura rampa, la carovana decide di fare una breve sosta, per riprendere fiato e forze prima di affrontarla. C’è chi riesce a stare ancora in sella e chi è costretto a rimorchiare la bici, ma tutti anelano a raggiungere la meta: i ruderi del Convento… Ed io più di ogni altro, perché ogni qualvolta ho occasione di tornarvi, puntualmente mi ritorna in mente la prima volta che ebbi ventura di scoprire quello storico sito… tanti, tanti anni fa, in una delle mie infinite scorribande giovanili lungo le nostre montagne. Ero appena quindicenne allora… non c’erano sentieri segnati e neanche GPS e soprattutto non c’era l’autostrada! Il pranzetto è pronto e ci aspetta… non ci resta che discendere la breve rampa, accomodarci e rifocillarci a dovere. Tante chiacchiere durante il banchetto, innaffiato dal mio rosso generoso. Ancora un po’ di relax per avviare la digestione e poi… di nuovo in bici! Stavolta però con poca fatica… il percorso è tutto in discesa! In conclusione, auspico una maggiore sensibilità, in ambito sezionale, a favore di un siffatto tipo di approccio alla montagna, per la verità un tantino scarsa. Accanto alle arrampicate ed all’escursionismo a piedi, un po’ di mountain-bike in più, sicuramente non guasta! Se la bicicletta l’hanno chiamata anche così, beh allora qualche serio motivo forse ci sarà.

14 maggio 2017: La Via delle Capre di Franco Formoso

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Inizialmente c’erano altre idee ma, per vari motivi, che hanno impedito di fare altri sopralluoghi la scelta è caduta sulla Via delle capre. Mancavo da 7 anni in questo luogo, allora eravamo usciti in arrampicata e questa è l’idea per questa escursione. Qualche giorno prima andiamo a fare il percorso e troviamo una nuova uscita, più semplice delle altre, forse la più facile fra tutte, che permette di uscire dalla parete arrampicando per 5 o 6 metri, con difficoltà di I/II° ma necessita assicurarsi data l’esposizione. La Via delle capre è uno dei più affascinanti itinerari della Calabria. Una strapiombante Cengia che per circa 3 km taglia la parete della Timpa del Demanio nel Comune di Civita e sovrasta il tortuoso Torrente Raganello 400 metri più in basso. Tra i primi a percorrerla Peppino Sirangelo (ex Presidente del CAI Cosenza), rappresenta uno dei più adrenalinici sentieri alpinistici della Calabria. La bellezza dei luoghi si mescola al senso del vuoto, la realtà si scontra con la fantasia. Quando si percorre per la prima volta questo luogo, la paura e il senso della pericolosità vengono pian piano sostituiti dalla magia di queste pareti a picco, da questa piccola striscia che spezza la timpa, dalla lucentezza delle acque del Raganello che scorrono assieme al tempo laggiù. E dopo un pò ti senti parte di tutto questo e ti accorgi che non hai più paura perché hai imparato a volare. Iniziano a pervenire le adesioni, sono tante davvero. Una minima preoccupazione nasce dalla gestione del gruppo e dalla necessità di fornire, a chi manca, l’attrezzatura necessaria affinché il tutto si svolga in massima sicurezza. Questa però svanisce con l’intervento di qualche amico/alpinista che ci aiuta nell’attrezzare i partecipanti e nell’organizzazione. Una bella e limpida giornata di sole ci aspetta. Tutti sono presenti all’appello. Abbiamo con noi la Presidente del CAI Castrovillari Carla Primavera, lo zoccolo duro: l’inesauribile Eugenio, il sempre pimpante Mimmo e il guerriero Francesco, oggi in veste di fotografo ufficiale. Poi Tonino con i ragazzi del Soccorso Alpino più il gruppo degli aspiranti, escursionisti provenienti da Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza e da altre località, oltre naturalmente a me, Domenico e Mirko, gli organizzatori. Dopo il necessario briefing e dopo il controllo dell’attrezzatura, si parte. Inizialmente saliamo sulla Timpa del Demanio. Luogo fantastico, da dove lo sguardo spazia dal golfo di Sibari a Monte Cocuzzo e la Catena Costiera, dai Monti dell’Orsomarso ai Contrafforti Orientali del Pollino. Poi ci avviamo per l’esposto sentiero che costeggiando la vertiginosa parete, porta all’inizio del tratto attrezzato che conduce all’ingresso della Cengia. E’ uno spettacolo vedere questo sentiero colorarsi di tutte queste persone. Anche le capre, laggiù in basso, ci guardano sbalordite. Tutta questa gente forse non l’avevano mai vista. Non ho notizie certe ma forse è la prima volta che un gruppo cosi numeroso percorre questo sentiero. Ad un tratto sentiamo un boato e assistiamo ad una frana in diretta sul versante opposto al nostro. Forse la natura ci vuole comunicare qualcosa? Forse vuole ricordarci che qua noi siamo ospiti? Forse è un segnale che significa: rispettate questi luoghi! Ed è proprio questo che facciamo. Percorriamo tutta la via in perfetta armonia con ciò che ci circonda, nutrendoci di meraviglia e bellezza. Rubiamo solo immagini, vedute e sogni. Portiamo via con noi solo emozioni indimenticabili e momenti che rimarranno impressi nella nostra mente per parecchio tempo. In men che non si dica arriviamo alla fine della Cengia. Il gruppo è stato fantastico, omogeneo, anche chi veniva per la prima volta non ha avuto nessuna difficoltà. Bravissimi tutti. Attrezziamo l’uscita e con l’aiuto dei ragazzi del Soccorso in poco tempo tutti sono su, al Belvedere di Santa Venere. L’adrenalina scende cosi come svaniscono le mie ansie, le mie paure. Quando si guida un’escursione del genere senti tutta la responsabilità e oggi, considerato il gruppo cosi numeroso, questa si avvertiva parecchio. Dopo i numerosi scatti fotografici e la consueta foto di rito, ci trasferiamo tutti all’area picnic dove dai bagagliai delle auto esce fuori di tutto…ma questa è un’altra storia!!

7 maggio 2017: Dal Timpone Camagna alla Forra di Boccademone di Mimmo Pace

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Se una giornata da trascorrere assieme ai simpatici amici della Sezione di Verbicaro e della nostra Sottosezione di Cerchiara di Calabria costituisce per noi un gran piacere, il diletto si raddoppia, se i luoghi da esplorare in loro compagnia sono le verdi, fiabesche montagne dell’Orsomarso. L’obiettivo stavolta è duplice: il Timpone Camagna, proteso sull’alto corso dell’Argentino e i Dirupi di Boccademone, che incombono sull’alta valle del Fiume Abatemarco… due superbi spettacoli naturali assolutamente da non perdersi. Dobbiamo però fare i conti con un nebbione fitto, avvolgente, che ci accompagnerà per l’intero iter, negando ai nostri occhi la fruizione delle tante meraviglie naturalistiche, che questo misterioso lembo d’Orsomarso racchiude. Percorso in fuoristrada un lungo tratto dell’accidentata pista forestale, approdiamo in un pianoro pittoresco, impreziosito da un’edicola votiva e da un minuscolo rifugio. Finalmente i motori tacciono e dopo aver gustato il dolce favo di miele offertoci dal simpatico zio Felice, il vero conduttore della sortita, l’allegra comitiva, nonostante la nebbia, può iniziare la marcia lungo la folta faggeta. Man mano che il bel sentiero s’inoltra nel cupo verde, l’ambiente diviene solenne. La quiete senza fine del luogo è compromessa dal nostro vociare e per un attimo temo si stia usando violenza a quell’ambiente così intatto, ma poi mi ricredo: in fondo, la nostra massiccia presenza lì, è pur sempre una testimonianza di amore e di tutela! Inaspettatamente, il paesaggio diviene bucolico: vecchi coltivi abbandonati, un’erbosa aia, qualche ricovero diruto, testimoni dell’antica operosità ormai tramontata per sempre. La boscaglia si dirada e appare il luminoso pianoro di Timpone Garrola. Ne percorriamo il ciglione, inerpicandoci poi sul dirupante, contiguo Timpone Camagna. Nella nebbia fitta, vana la ricerca di un minuscolo belvedere a strapiombo, che avrebbe offerto ai nostri occhi, in una visione mozzafiato, il medio ed alto corso del Fiume Argentino, in un trionfo di verde e incastonato nella magnifica cornice del Palanuda, peccato! Occorre però rassegnarsi e proseguire, tra mille ghirigori e saliscendi, nel lungo iter ad anello che zio Felice s’è prefisso di farci percorrere, con la speranza che il nebbione diradi almeno un pò, per consentirci di ammirare i Dirupi di Boccademone: una forra profonda e inviolabile, originata da macigni ciclopici distaccatisi nella notte dei tempi dai fianchi della montagna, sulle cui ripidissime falesie restano abbarbicati stupendi esemplari di giovani loricati. Nulla da fare, purtroppo! Eppure, nei pressi, si cela un altro prodigio della Natura: un nudo, solitario, vertiginoso picco, incredibilmente adorno di loricati, che fa capolino tra faggi e aceri giganteschi. Da lassù, la vista è sublime. Dal cupo verde dei suoi ripidissimi fianchi, emerge la granitica vetta del Pellegrino, mentre ai nostri piedi, in una visione aerea, l’Abatemarco e la sua profonda, lussureggiante valle, sovrastata dalla conica, dirupante vetta del Trincello, su cui sorgeva un “kastron” medievale (una vedetta/presidio per la costa e l’entroterra). L’occhio può, da lassù, correre davvero lontano, tra l’azzurro del Tirreno e l’immensa distesa verde, che riveste i Monti d’Orsomarso, il “polmone verde” del Parco Nazionale del Pollino. Tutto quel che posso fare, è proporVi alcune immagini, che testimoniano la mia descrizione, con l’auspicio di poter scoprire insieme quei luoghi fiabeschi, in una prossima sortita! Ecco ora aprirsi le verdi praterie di Valle La Sepa; ne risaliamo il dolce pendio, accampandoci accanto ad un minuscolo bivacco e, finalmente, può spuntare fuori dagli zaini, un coacervo a cielo aperto di sapori calabresi intensi ed esclusivi, un grande appetito, tante chiacchiere e finanche una tarantella! Sulla via del ritorno, inaspettatamente nei pressi di una fontana abbeveratoio, alcune famigliole di sgargianti salamandrine pezzate allietano la nostra vista, inducendoci curiosità e tenerezza! In breve siamo alle auto e subito dopo, sulle rive di un placido laghetto, ci salutiamo; ben lieti di aver potuto stringere nuovi rapporti amicali e rinfocolato vecchie amicizie.

23 aprile 2017: Madonna del Riposo di Mimmo Filomia

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Senza dubbio la tradizionale “Pasquetta dei castrovillaresi” alla Madonna del Riposo, inserita nell’escursione di Monte Sant’Angelo dal CAI di Castrovillari, ormai, è un evento consolidato ed atteso. Lo dimostra la partecipazione sentita ed entusiasta di centinaia di persone, devoti e sportivi affezionati al luogo, tanto caro e frequentato dai castrovillaresi sin dall’ anno della costruzione della Cappella (1836), per atto votivo del benefattore Andrea Bellusci. Il progetto perseguito dal Club alpino italiano di Castrovillari, inteso al recupero di siti dimenticati montani di valenza ambientale, storico, religioso culturale, ha dato i suoi frutti, grazie all’abnegazione dei soci ciascuno per le sue capacità, messe in pratica. Il sentiero Turistico Culturale censito nel catasto CAI con il n° 989 di cui si è dotato la città di Castrovillari giunge in vetta al Monte Sant’Angelo (974 m). Lungo circa 3km parte da Piazza Giovanni XXIII° e rappresenta un valido strumento messo a disposizione, in sicurezza e visibilità dal CAI per tutti coloro intendono muoversi all’aria aperta per passeggiate e trekking, alla ricerca di punti panoramici. All’escursione odierna, ha preso parte un centinaio di escursionisti pellegrini e devoti della Madonna. Per alcuni di loro è bastato giungere, come ogni anno, con sacrifici, spronando ad ogni passo l’autostima. Per altri è bastato scrollarsi di dosso la pigrizia motoria, per giungere nella chiesa ottagonale, per far riecheggiare la recita del Santo Rosario, dalle bianche parete interne tinteggiate. Altri, dopo la visita alla chiesa, con il Signor Sindaco della città e consorte, graditi ospiti, hanno proseguito per la cima di Monte Sant’Angelo. Qui, accanto alle parabole telefoniche desuete, ci accoglie una piacevole consolle, incastonata nella roccia, a mò di leggìo, sulla quale un pannello, illustra il panorama realmente visibile dei monti, quotati, del Parco nazionale del Pollino con al centro Serra del Dolcedorme, lato Sud. Per il Sindaco Mimmo Lo Polito, è motivo di orgoglio e vanto dell’ amministrazione di Castrovillari l’essersi affidati al CAI, per la sentieristica. Per Mimmo Pace, autore della foto panoramica e il presidente del CAI, Carla Primavera, iniziative come questa sono uniche nella zona e vanno promosse. Le codifiche TAG QR poste su tutto il tracciato, sono un valore aggiunto e rendono il sentiero intelligente e interattivo. Ritornando alla Cappella, pur nella sua povertà strutturale, ora, ha un aspetto decoroso. L’altare con i paramenti semplici e l’immagine in alto della Madonna, nella sua dimora, dovrebbero essere di monito alla preghiera e indirizzare a porre, la propria firma di presenza e le riflessioni che il luogo suggerisce, nelle pagine del libro lasciato a disposizione, sull'altare. L’esile cancelletto posto a guardia dell’ingresso della Cappella serve solo a non fare entrare cattive intenzioni! Quest’anno abbiamo curato le infrastrutture, per rendere sempre più attraente e facile la presenza delle persone in montagna, perché il nostro sodalizio promuove e educa alla sua frequentazione. La parte profana, che si accompagna sempre a un evento religioso rupestre, quest’anno, ha avuto un crescendo di leccornie. Ottimo vino, salsicce e soppressate varie, pancetta e guanciale abbinate a fave, cipolline, frittate varie, fagiolini, funghi, peperoni cruschi, formaggi vari, “sardicedde”, olive, jallatina, cinghiale…frutta. Torte rotonde e quadrate di vario sapore, colore e sostanza, liquore, caffè… Basta non ricordo più altro! Ma questa è la pasquetta di castruveddari!

26 marzo 2017: Timpa La Falconara di Mimmo Filomia

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Chissà! Questa volta a essere felice è stata anche la montagna a contenere sul groppone tanta gente entusiasta di vivere una giornata in natura. Specialmente su questi prati dal puro richiamo della savana, lasciati solitari dall’uomo, per altre economie, o sul crestone roccioso, dove aleggiano i rapaci indisturbati. È stata una vera festa della montagna cui hanno partecipato poco meno di 100 escursionisti nelle vesti di improvvisati aquilotti che tra la cima Nord e quella Sud, più alta, hanno sgranato gli occhi nell’ osservare la bellezza selvaggia dei luoghi. La Falconara è una bancata rocciosa, in fase distensiva, prodotta dalla faglia di S. Lorenzo, che a ritmi lentissimi (1 cm all’anno) vaga da circa 5 milioni di anni, distanziandosi da Serra Delle Ciavole. Emerge dai fondali molli e franosi della fossa tettonica generatasi tra Serra delle Ciavole e la vicina Timpa di S. Lorenzo. Per i geologi, Timpa La Falconara è la cattedrale costruita dalle forze della natura che hanno modellato la primordiale crosta terrestre. Su di essa sono visibili i segni di sollevamento dal mare e le successive fasi distensive di trazione compressione e torsione. Oggi, però, siamo venuti in veste di escursionisti che vogliono rinsaldare il vincolo di amicizia condividendo la montagna, sullo stesso sentiero che ci unisce in cima per amore dell’ambiente, stima, simpatia e collaborazione. La strada di avvicinamento al sentiero parte da S. Lorenzo Bellizzi, dove giungiamo tutti in ritardo giustificato, per via dell’ora legale. La dinamica dell’escursione, ad anello, si è svolta in circa quattro ore, con partenza e ritorno da Colle di Conca (1300m). Sistemate le macchine, iniziamo il percorso sotto la fiancata della parete Sud, osservando fiduciosi nell’impresa, con il naso all’insù, il crestone frastagliato che ci sovrasta. Sulla destra, sormontiamo da un conoide detritico, da dove giungiamo sul prato, che attraversiamo, fino al passo di risalita della Falconara, in prossimità della cima Nord. Il lungo serpentone colorato, si contorce, ma elastico, giunge compatto sulla prima cima. D’ora in poi, sono incontenibili gli “scatti” e i “selfie”, cosi come gli escursionisti, che mettono le ali per giungere incuriositi sull’altra cima; le loro giacche a vento rendono multicolore il crestone, nel rispetto della quiete, che il luogo richiede. Dalla cima il punto di osservazione è ideale per focalizzare, ancora innevata, la Serra Dolcedorme, Serra delle Ciavole che nasconde il Pollino, Grande Porta, Serra Crispo, Timpa di Pietrasasso, Terranova Del Pollino, il fiume Sarmento, Lo Sparviere, il Mare Jonio, il Sellaro, Timpa di S. Lorenzo; la Valle del Raganello con la Fagosa, chiude la visuale, ad angolo destrogiro. Dopo la conviviale pausa pranzo, progrediamo a discendere dal crestone Est, a volo di uccello; è stata la parte più impegnativa. Per certi aspetti, anche la più divertente, con passaggi sicuri e aggiri su rocce. Una prova di discesa, che è servita a rafforzare, alla fine, definitivamente l’autostima dell’escursionista, che confida nelle proprie forze, che spesso sono nascoste dalla pigrizia. Ci salutiamo tutti a S. Lorenzo Bellizzi, dopo avere ammirato il borgo con i suoi Murales e non prima di avere gustato i “mustacciuoli” di Catanzaro, le torte di Rossano e i salati di Castrovillari. Ancora, buona montagna a tutti!

12 marzo 2017: Grotta della Monaca di Sant'Agata d'Esaro di Francesco Sallorenzo

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Ancora una volta si rinnova la collaborazione tra il CAI di Castrovillari e il Gruppo Archeologico del Pollino, così come avviene sin dalla nascita della sezione CAI (1999). Per il Gruppo Archeologico del Pollino il 2017 rappresenta il 35° anno di attività e la proposta di oggi 12 marzo 2017, inserita nel ricco programma, coinvolge le due associazioni e prevede l’escursione turistico-archeologica nella “Grotta della Monaca”, uno dei siti minerari preistorici più antichi e meglio conservati d’Europa e che, dopo vari anni di ricerche e studio, dal maggio 2016 è anche aperto al pubblico. Il ritrovo, al solito “semicerchio”, vede la partecipazione dei soci castrovillaresi di ambedue le associazioni nonché quella degli amici di San Marco Argentano, Spezzano Albanese, Laino e quella di tre soci del Gruppo Archeologico “Paolo Orsi” di Soverato. Il programma prevede una puntatina a Sant’Agata d’Esaro, uno dei comuni più a Sud del Parco Nazionale del Pollino. L’accoglienza e una prima introduzione alla Grotta viene fatta nel Centro Visita, ricco di pannelli, foto e ricostruzioni varie relative alle attività legate alla vita ultramillenaria della Grotta. Veniamo accolti dalla Dott.ssa Antonella Laino, responsabile del laboratorio archeologico, membro del Centro Regionale di Speleologia “Enzo dei Medici”. Al Centro, sotto l’egida del direttore scientifico, il Dott. Felice La Rocca, è affidata la gestione scientifica del sito sotterraneo, non disgiunta dalla sua tutela, valorizzazione e fruizione pubblica con modalità ecocompatibili. Seguono le gigantografie e l’illustrazione della storia della cavità, che nasce essenzialmente per l’estrazione di minerali, vera e propria miniera preistorica. La “Monaca” non è altro che una “concrezione di calcite” che, leggermente ritoccata assume le sembianze di un viso, da cui trae origine il nome alla della cavità, in quanto, secondo la fantasia popolare, sembrerebbe quello di una monaca e che oggi risulterà tra i soggetti maggiormente fotografati. Dopo l’interessante introduzione, il gruppo si divide in due: uno farà il primo turno di visita e l’altro procederà alla visita del centro storico di Sant’Agata d’Esaro. Dal Centro Visite, ci si sposta in pochi minuti al parcheggio davanti l’ingresso della Grotta (siamo a circa 600 m s.l.m.) e, dopo aver percorso il sentiero panoramico che si affaccia sulla Valle dell’Esaro e che spazia dal paese di Sant’Agata fino alle ultime montagne dell’Orsomarso – Cozzo del Pellegrino, La Castelluccia, Monte Cannitello e Monte La Caccia, arriviamo all’ingresso della cavità, in verità molto ampio e posto su un punto altrettanto panoramico. Quì le guide speleo-archeologiche, Davide e Carmine, ci consegnano i caschi con luce frontale, necessari per la visita che prevede l’accesso alla “pregrotta”, illuminata da luce naturale, e alla “Sala dei pipistrelli” completamente al buio e dove, pertanto, utilizziamo le lampade frontali. La visita, seppur turistica, diventa quasi speleologica per il passaggio leggermente impegnativo al “Diaframma”, il cui nome spiega molto bene la separazione dei due ambienti. Il passaggio all’ambiente più grande, ovvero alla “Sala dei Pipistrelli” (per la presenza di un grande numero di chirotteri), è reso subito affascinante dalla presenza del viso e dell’intera forma della “Monaca”. Tutta la cavità è ancora ricca di vari minerali, quali la “goethite” (idrossido di ferro), il minerale più abbondante, mineralizzazioni di rame dal colore verde e blu, malachite. La descrizione - da parte delle instancabili speleo-guide - della storia e delle varie fasi di frequentazione umana, con l’osservazione degli “attrezzi” di scavo, quali un palco di cervo, scapola di grossi mammiferi e di una mazzuola ben ricostruita dagli archeologi, rendono la visita interessantissima e soddisfacente da ogni punto di vista. La presenza dei pipistrelli, mai spaventati dai “visitatori occasionali”, rende il nostro percorso ancora più emozionante. Il ritorno alla luce e lo scambio di battute con il secondo gruppo, con relativa foto di gruppo delle due rispettive associazioni alla presenza del Presidente del CAI, Carla Primavera e del Direttore del Gruppo Archeologico, Claudio Zicari, completano la prima parte della giornata . Il momento conviviale, all’area attrezzata lungo il sentiero che conduce alla grotta, con la sorpresa, gradita da tutti i presenti, dei peperoni cruschi (per la cronaca cucinati da Carla Primavera), di buon vino, salsiccia e soppressata stagionata, unita alla frutta e alla simpatia, rendono allegra e ancor più gradita la bella giornata! Il ritrovo di tutti intorno al buon caffè bevuto nel centro di Sant’Agata, chiude la splendida giornata e, se mai ve ne fosse bisogno, ricorda che le collaborazioni ormai consolidate, danno risultati oltre ogni aspettativa.

19 febbraio 2017: Il Dolcedorme per il canalone di Scilla e Cariddi di Francesco Pugliese

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Sono quasi le sette del mattino, sulla cupa Valle Piana, puntuali come un antico orologio a molla, in silenzio e mezzi assonnati, apparendo dalla fitta nebbia, gli uomini del CAI si radunano… Dopo i saluti, le presentazioni di rito e la preparazione dell'attrezzatura, dubbiosi scrutiamo e ci incamminiamo a testa china percorrendo il sentiero 921. Siamo tutti pensierosi perché a venirci incontro, quasi come un beffardo segno di sfida è una fitta nebbia che alla cadenza dei nostri passi ci appare sempre più minacciosa, quasi un ammonimento preannunciatoci dai terribili “mostri di Scilla e Cariddi”, irremovibili messaggeri della montagna, posti a ribadire ancora una volta che l'ascesa sarà difficile e nulla ci sarà regalato come nulla ci era stato regalato nell'ascesa della via Luzzo di due settimane prima. Il gruppo è coeso, determinato e silenzioso, ma senza farsi intimorire, procede a ritmo costante e senza pause fino "all'Intagliata". Qui prima di abbandonare il sentiero principale che porta sul Monte Pollino, ci fermiamo affinché possa descrivere ai miei compagni le caratteristiche e le difficoltà del percorso che da lì a poco andremo a intraprendere. Un via che conosco bene e che qualche giorno prima avevo percorso, per saggiare la consistenza della neve e verificare le condizioni delle insidiose slavine che di anno in anno mutano lo scenario e il volto di questa montagna. Il Canale che attraversa “Scilla e Cariddi” è sul versante sud del Dolcedorme e inizia a ben delinearsi dai 1370 m. in su… e come un enorme serpente si distende ininterrotto fin quasi sotto la vetta del Tetto del Parco Nazionale del Pollino, attraversandone il cuore pulsante!. E’ qui che gli alpinisti più bravi del Sud vengono ad allenarsi e a prepararsi per scalare le eccelse vette alpine e noi del CAI di Castrovillari, come da tradizione, non manchiamo mai agli appuntamenti che il nostro Programma propone. Insieme ai miei 14 compagni provenienti da varie parti del sud, di cui due donne ed il simpaticissimo Stephan, giovanottone di origine austro-canadese, iniziamo la marcia e in men che non si dica raggiungiamo, a quota 1650 circa, gli spettacolari guardiani di Scilla e Cariddi, dove ci attende un canale di neve poco consistente che ci fa sprofondare fino alle ginocchia e una nebbia fittissima che a malapena ci fa distinguere il compagno vicino. Quasi come nella mitica leggenda i guardiani mostrano i loro artigli e ci intimidiscono ammonendoci sui pericoli a cui andremo incontro. Superato il canalino irto e insidioso, di fronte a noi non resta altro che l’interminabile ripido canale, che affrontiamo conficcando con decisione i puntali dei ramponi nella neve ora dura e compatta, sostenuti dalle fide piccozze. A tappe ben calcolate, ogni tanto si sosta per riprendere fiato e forze, in vista del tratto terminale dell'ascensione che, dalla mitica Gola del Turbine, si concluderà sulla vetta, accompagnati sempre da una sinistra fitta nebbia ammonitrice che ci occulta le bellezze e la maestosità di quella che il mio amico Filippo indica come la ”Città di Pietra”. Inutile nascondercelo, le difficoltà passo dopo passo si avvertono sempre di più, il respiro si fa sempre più affannoso e non si riesce a percorrere che pochi metri alla volta prima di fermarci a riprendere fiato. La pressione psicologica è aggravata da questa ingannevole nebbia, che ci impedisce di scorgere il minimo punto di riferimento e che, insediandosi nella senno, inizia come un tarlo a mettere in dubbio l'opportunità di salire a tutti i costi su in vetta. Con noi nel gruppo, c’è il veterano quasi ottantenne Mimmo Pace che non molla un metro!! La sola sua presenza dissolve ogni nostro dubbio, ogni incertezza!! I giovani, che lo stimano e lo apprezzano, lo prendono ad esempio e stimolati dalla sua vitalità, in silenzio, riprendono tutti ordinatamente la marcia. Oltre quota 2000, finalmente, le nubi d’improvviso si dissolvono per breve arco di tempo… la montagna ci apre le sue braccia, mostrandoci l'incanto della “Città di Pietra” in uno scintillio di luci, i cui colori predominanti sono il blu cobalto del cielo, il verde dei Loricati, il grigio della roccia, il bianco candido delle nevi. Anche la tensione nei nostri volti si dirada, la Gola del Turbine incomincia a intravedersi, i nostri volti scaldati dal sole , sorridono e basta ciò che si offre ai nostri occhi a ripagarci degli sforzi profusi. Improvvisamente però, la montagna beffarda richiude le porte della luce e di nuovo il cielo si rabbuia, ricordandoci che, seppur la vetta sia vicina, dobbiamo ancora tutti insieme soffrire. La parte più difficile è sotto i nostri piedi: siamo nel bel mezzo della Gola del Turbine e la pendenza si accentua notevolmente; la neve è ora di nuovo soffice e sappiamo che sotto di essa vi sono dei vecchi tronchi di alberi che creano delle voragini dove, complice il peso degli zaini, è rischioso avvicinarsi senza sprofondare. Ormai è quasi fatta e in breve siamo in cresta. Brancolando nel tetro “buio” nebbioso, a stento, riusciamo a individuare la vetta, sulla quale tutti insieme, dopo un urlo liberatorio, in posa nella rituale foto di gruppo, festeggiamo il più longevo degli alpinisti della Città del Pollino, al grido di: Per Mimmo Pace Hip hip hurra! Hip hip hurra! Hip hip hurra!

5 febbraio 2017: Via Luzzo di Franco Formoso

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Sembra che quest’anno qualcuno lassù si diverta a fare in modo che alle nostre uscite CAI il tempo debba essere inclemente! Anzi direi decisamente brutto. Era previsto di nuovo il Canalone NO della Montea ma la troppa neve caduta e quella che è stata spinta dal vento nei canali ha reso impossibile per l’ennesima volta risalire il canalone. Infatti dopo un’attenta valutazione io e Massimo, constatando che il rischio di una slavina, a causa delle temperature elevate di questi giorni, era alta, decidiamo di rinunciare a questo sito. Non che da altre parti la situazione sia migliore. Alla fine optiamo per il canale della “Via Luzzo” nel versante sud del Dolcedorme. Là almeno il canale ha scaricato e c’è la possibilità di trovarlo più o meno buono. Mal che va almeno con corriamo rischi. La mattina all’appello siamo in 11, un bel gruppo omogeneo e compatto. Amici dalla Puglia, da Cosenza, da Reggio Calabria oltre a noi del CAI Castrovillari. Nonostante le previsioni meteo non siano ottimali, hanno voluto partecipare a questa uscita. Abbiamo anche due quote rosa: la nostra tostissima Presidente e l’altrettanto tosta Mariella che si è fatta una bella alzataccia per arrivare qua all’orario previsto. Sono lo spirito montanaro, la passione, la voglia di mettersi in gioco, che spinge gente come noi ad affrontare centinaia di chilometri e con condizioni del tempo quanto meno critiche, per partecipare a questo tipo di uscite. Le temperature purtroppo sono alte e si prevede pioggia. Partiamo verso le 8,15 da valle piana, lassù è tutto coperto ma la cosa positiva è che troveremo la quota neve alta, intorno ai 1700m. Procediamo cosi spediti ed in poco tempo raggiungiamo il canale in basso e iniziamo a risalire il sentiero che porta al “Faggio Grosso”. Nel frattempo la nebbia si abbassa sempre più e con essa si abbassano le speranze che in alto le cose migliorino. Raggiunto il punto in cui si entra nel canale calziamo i ramponi e tirate fuori le piccozze attacchiamo lo stesso. Purtroppo pur avendo scaricato, il caldo ha smollato il fondo e quindi affossiamo un bel pò, alternando punti discreti con neve dura ad altri con neve molle. Ma nonostante tutto la Via Luzzo è un gran bel canale e questa atmosfera la trasforma in uno scenario da alta montagna. Ogni tanto scaricano dei pezzi di ghiaccio per cui bisogna stare attenti, ma il gruppo rispetta le consegne e procede in modo disciplinato per cui dopo poco tempo arriviamo in cresta. Un vento fortissimo, da Sud, ci investe duramente e la visibilità è quasi nulla. Non fa freddo per cui lo zero termico è quasi ai 3000 m e questo impedisce che la pioggia si trasformi in neve, quindi oltre al vento veniamo inondati da questa pioggia fredda che in poco tempo ci inzuppa i vestiti per bene. Questa è la montagna, è una delle sue varie forme, forse una delle versioni non belle ma non una delle peggiori. Questa è una delle esperienze che bisogna vivere! Per riflettere, per provare sulla pelle certe situazioni, per crescere, per non farsi trovare impreparati. Queste esperienze servono per capire che anche qui da noi, sui 2000 m, bufere come questa possono capitare. Servono per saper valutare, considerando che se invece di temperature alte avessimo trovato temperature basse, cambiava il mondo. E in quel caso bisogna sapere come affrontarle, bisogna avere abbigliamento adeguato, bisogna capire se si è psicologicamente preparati a questo tipo di eventi. Ma se non ci si è mai trovati dentro non si riescono a capire certe cose si capiscono solo dopo averle vissute. Non si può più stare fermi qua sulla cresta, dopo un attimo di riposo ripartiamo. Insisto coi ragazzi spingendoli: dai andiamo a prenderci la vetta!!! Gli ultimi 150/200 metri sono un vero sacrificio: Il vento rischia di buttarti giù ad ogni passo. Se ti sdrai all’indietro ti sostiene e ti spinge in avanti. La visibilità è nulla. Arriviamo in vetta e capiamo che ci siamo sopra solo perche ce lo dice il GPS. Il tempo di una foto e di aspettare chi è indietro e iniziamo a scendere. Con questo vento e bagnati come siamo non possiamo più stare qua sopra. Pur con visibilità zero riusciamo ad imboccare il canale di discesa del “Faggio Grosso” e dopo non pochi sforzi, a causa della neve alta, riusciamo a raggiungere il bosco e a sottrarci alla furia del vento. Stremati ed infreddoliti ci rifocilliamo e prendiamo fiato. Riprendiamo a scendere e una volta imboccato il sentiero procediamo speditamente e nonostante la stanchezza riusciamo ad arrivare alle auto ancora con la luce del giorno. Complimenti a tutti ragazzi, oggi è stata veramente dura ma siete stati tutti bravissimi. Avete saputo lottare, avete saputo soffrire. La montagna a volte ci mostra i suoi lati difficili e duri ma è tutta esperienza che aiuta a crescere. Esperienza che forma le persone ed è fonte di sapienza per future escursioni. Giornate come oggi fungono da faro e aiutano a capire anche quando bisogna rinunciare e tornare indietro. Grazie a tutti ragazzi. Oggi per il CAI DI CASTROVILLARI è stata scritta un’altra bella pagina di alpinismo invernale.

28/29 gennaio 2017: 28/29 gennaio 2017: Gran fondo d'Aspromonte, una montagna di emozioni di Luana Macrini

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Un’altra avventura da rubricare come straordinaria! Ingredienti: Amici di ottima qualità; Ambiente naturale magico, intricato e affascinante; Periodo: quello giusto; Stato d’animo: raggiante, tripudiante, qualche volta disteso e anche un pò romantico. È stato un fine settimana davvero sorprendente alla scoperta di un ambiente unico, l’Aspromonte, completamente innevato. Ci siamo cimentati in attività outdoor su neve, ci siamo divertiti con lo spirito di ciaspolatori, ma, nello stesso tempo, da turisti curiosi, di conoscere le bellezze di questa terra seducente. La salita è stata a tratti faticosa e sembrava di non arrivare mai, ma in certi punti del sentiero si è potuto ammirare la valle sottostante, le montagne di fronte, il mare e.. la Sicilia! La natura è la cosa più bella che ci sia da ammirare. Lo sguardo si perdeva dall’ alto in basso e l’animo si riempiva di gioia per la fortuna di essere lì, per la contentezza di aver superato quella barriera mentale e fisica e poter arrivare in cima al punto ristoro, luogo di calde condivisioni e di genuina convivialità. L’aria che soffiava in questo luogo magico era tersa e respirare dava un piacere intenso. Quando ci siamo trovati immersi in un bellissimo bosco incantato tutti i sensi sono stati solleticati e cullati con immediatezza e semplicità e, quello che emerge, che brilla, è proprio lo spazio della relazione, dell’io, del tu e del noi, dell’importanza dell’essere qui, insieme! Vivere a contatto con la natura ti dà un senso ritmico veramente incredibile. La giornata, la settimana, la stagione e l’anno solare sono la rappresentazione limpida di come la vita continuamente pulsi a un ritmo preciso. Diventa chiaro che la natura segue i suoi cicli, e che anche se l’uomo si è messo di impegno per rompere gli equilibri, ascoltando con attenzione ci rendiamo conto che Gaia è troppo grande, e per quanto noi ci sforziamo, lei troverà sempre il modo di riportare l’armonia. Un ringraziamento a Demi Aspromontewild per l’ottima organizzazione dell’evento e. sicuramente grazie. agli oltre 120 partecipanti, un serpentone colorato davvero caleidoscopico!

8 gennaio 2017: Monte San Josemaria Escrivà di Carla Primavera

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Alle volte delle semplici passeggiate irrorano il nostro spirito di nuova linfa vitale. La prima giornata sulla neve del 2017 già dai giorni precedenti si era rivelata come un vero punto interrogativo per luogo e destinazione, sia per la quantità di neve che ci si aspettava sia per la solita incognita della percorribilità delle strade. Ma si è rivelata poi una splendida escursione in un posto panoramico di grande interesse paesaggistico e naturalistico. Come dice il proverbio: “alla gente allegra il ciel l’aiuta”. Diciamo la verità, alla Chiesetta del Carmine, posta al bivio per Rotonda, le nostre auto, nonostante gommate da neve, hanno dato forfait sul primo lastrone spesso di ghiaccio formatosi all’imbocco della strada che sale verso Colle del Dragone e Piano Ruggio. L’intenzione era di salire verso le Terre Alte. Ma, dopo un attimo di riflessione, non ci siamo persi d’animo! Gli organizzatori, valutata la situazione, hanno deciso di percorrere il sentiero n. 907, segnato dalla nostra sezione, che dalla chiesetta di Campotenese porta, tramite uno stradone sterrato, ricoperto di una neve ghiacciatissima, su Monte San Josemaria Escrivà. Intitolata al grande Sacerdote, canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 2002 e Fondatore dell’Opus Dei, dal Comune di Mormanno che ha inteso celebrare, dedicandogli questa cima montuosa, il 60° anniversario (2008) di uno storico viaggio compiuto in auto dal Santo con don Álvaro del Portillo, in Calabria e Sicilia. Di ritorno transitò da Mormanno e sulla stregua di San Francesco, da questi ultimi monti salutò e benedì l’intera regione. Dalla sua cima si gode un paesaggio a 360 gradi sulla piana di Campotenese e sulla valle del Mercure e sulle cime che le fanno da contorno (la catena dell’Orsomarso, del Pollino, del Monte Alpi fino al Sirino e al Monte Bulgheria, Parco Nazionale del Cilento) senza trascurare l’osservazione dei due mari, il Tirreno e lo Jonio. Durante il percorso l’amico/guida Luigi ci ha fatto vivere anche un’interessante parentesi geomorfologica con l’osservazione di alcuni massi vulcanici dalla caratteristica conformazione “a cuscino” (come Timpa delle Murge). Testimonianza inequivocabile, supportata da studi effettuati in loco, che i luoghi visitati sono stati generati da una precedente azione vulcanica, presumibilmente da un vulcano sottomarino. Dopo la consueta foto di gruppo è stato raggiunto anche Monte Cerviero e il diruto e abbandonato rifugio dove abbiamo consumato un frettoloso pranzo a sacco. Le temperature, sotto lo zero da qualche giorno, ci hanno permesso di goderci, a noi montanari assetati di neve, di quella, tutto sommato non abbondantissima neve, che a queste latitudini ci è sembrata una vera manna dal cielo! Alcuni dei presenti, coraggiosi escursionisti sottozero, erano donne e uomini provenienti da altre sezioni CAI, Verbicaro, Cosenza, Pavia, e moltissimi ragazzi ancora in Calabria per le feste natalizie, altri ancora alla loro prima esperienza sulla neve. Ottimo itinerario questo, che ci ha permesso di percorrere un agevole sentiero, osservare un panorama mozzafiato tra Calabria e Lucania e una irripetibile compagnia. Dopo anni che vado in montagna ancora non riesco a spiegarmi quel senso di appagamento, di felicità, di senso di pace col mondo, che mi inebria ad ogni fine giornata trascorsa, con i miei amici e con tutto quello che ci circonda, il sole, il verde e quel senso dell’amicizia palpabile ad ogni respiro. Non finirò mai di ringraziarvi. Davvero un buon inizio. AUGURI!