Raccontatrekking 2017

26 marzo 2017: Timpa La Falconara di Mimmo Filomia

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Chissà! Questa volta a essere felice è stata anche la montagna a contenere sul groppone tanta gente entusiasta di vivere una giornata in natura. Specialmente su questi prati dal puro richiamo della savana, lasciati solitari dall’uomo, per altre economie, o sul crestone roccioso, dove aleggiano i rapaci indisturbati. È stata una vera festa della montagna cui hanno partecipato poco meno di 100 escursionisti nelle vesti di improvvisati aquilotti che tra la cima Nord e quella Sud, più alta, hanno sgranato gli occhi nell’ osservare la bellezza selvaggia dei luoghi. La Falconara è una bancata rocciosa, in fase distensiva, prodotta dalla faglia di S. Lorenzo, che a ritmi lentissimi (1 cm all’anno) vaga da circa 5 milioni di anni, distanziandosi da Serra Delle Ciavole. Emerge dai fondali molli e franosi della fossa tettonica generatasi tra Serra delle Ciavole e la vicina Timpa di S. Lorenzo. Per i geologi, Timpa La Falconara è la cattedrale costruita dalle forze della natura che hanno modellato la primordiale crosta terrestre. Su di essa sono visibili i segni di sollevamento dal mare e le successive fasi distensive di trazione compressione e torsione. Oggi, però, siamo venuti in veste di escursionisti che vogliono rinsaldare il vincolo di amicizia condividendo la montagna, sullo stesso sentiero che ci unisce in cima per amore dell’ambiente, stima, simpatia e collaborazione. La strada di avvicinamento al sentiero parte da S. Lorenzo Bellizzi, dove giungiamo tutti in ritardo giustificato, per via dell’ora legale. La dinamica dell’escursione, ad anello, si è svolta in circa quattro ore, con partenza e ritorno da Colle di Conca (1300m). Sistemate le macchine, iniziamo il percorso sotto la fiancata della parete Sud, osservando fiduciosi nell’impresa, con il naso all’insù, il crestone frastagliato che ci sovrasta. Sulla destra, sormontiamo da un conoide detritico, da dove giungiamo sul prato, che attraversiamo, fino al passo di risalita della Falconara, in prossimità della cima Nord. Il lungo serpentone colorato, si contorce, ma elastico, giunge compatto sulla prima cima. D’ora in poi, sono incontenibili gli “scatti” e i “selfie”, cosi come gli escursionisti, che mettono le ali per giungere incuriositi sull’altra cima; le loro giacche a vento rendono multicolore il crestone, nel rispetto della quiete, che il luogo richiede. Dalla cima il punto di osservazione è ideale per focalizzare, ancora innevata, la Serra Dolcedorme, Serra delle Ciavole che nasconde il Pollino, Grande Porta, Serra Crispo, Timpa di Pietrasasso, Terranova Del Pollino, il fiume Sarmento, Lo Sparviere, il Mare Jonio, il Sellaro, Timpa di S. Lorenzo; la Valle del Raganello con la Fagosa, chiude la visuale, ad angolo destrogiro. Dopo la conviviale pausa pranzo, progrediamo a discendere dal crestone Est, a volo di uccello; è stata la parte più impegnativa. Per certi aspetti, anche la più divertente, con passaggi sicuri e aggiri su rocce. Una prova di discesa, che è servita a rafforzare, alla fine, definitivamente l’autostima dell’escursionista, che confida nelle proprie forze, che spesso sono nascoste dalla pigrizia. Ci salutiamo tutti a S. Lorenzo Bellizzi, dopo avere ammirato il borgo con i suoi Murales e non prima di avere gustato i “mustacciuoli” di Catanzaro, le torte di Rossano e i salati di Castrovillari. Ancora, buona montagna a tutti!

12 marzo 2017: Grotta della Monaca di Sant'Agata d'Esaro di Francesco Sallorenzo

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Ancora una volta si rinnova la collaborazione tra il CAI di Castrovillari e il Gruppo Archeologico del Pollino, così come avviene sin dalla nascita della sezione CAI (1999). Per il Gruppo Archeologico del Pollino il 2017 rappresenta il 35° anno di attività e la proposta di oggi 12 marzo 2017, inserita nel ricco programma, coinvolge le due associazioni e prevede l’escursione turistico-archeologica nella “Grotta della Monaca”, uno dei siti minerari preistorici più antichi e meglio conservati d’Europa e che, dopo vari anni di ricerche e studio, dal maggio 2016 è anche aperto al pubblico. Il ritrovo, al solito “semicerchio”, vede la partecipazione dei soci castrovillaresi di ambedue le associazioni nonché quella degli amici di San Marco Argentano, Spezzano Albanese, Laino e quella di tre soci del Gruppo Archeologico “Paolo Orsi” di Soverato. Il programma prevede una puntatina a Sant’Agata d’Esaro, uno dei comuni più a Sud del Parco Nazionale del Pollino. L’accoglienza e una prima introduzione alla Grotta viene fatta nel Centro Visita, ricco di pannelli, foto e ricostruzioni varie relative alle attività legate alla vita ultramillenaria della Grotta. Veniamo accolti dalla Dott.ssa Antonella Laino, responsabile del laboratorio archeologico, membro del Centro Regionale di Speleologia “Enzo dei Medici”. Al Centro, sotto l’egida del direttore scientifico, il Dott. Felice La Rocca, è affidata la gestione scientifica del sito sotterraneo, non disgiunta dalla sua tutela, valorizzazione e fruizione pubblica con modalità ecocompatibili. Seguono le gigantografie e l’illustrazione della storia della cavità, che nasce essenzialmente per l’estrazione di minerali, vera e propria miniera preistorica. La “Monaca” non è altro che una “concrezione di calcite” che, leggermente ritoccata assume le sembianze di un viso, da cui trae origine il nome alla della cavità, in quanto, secondo la fantasia popolare, sembrerebbe quello di una monaca e che oggi risulterà tra i soggetti maggiormente fotografati. Dopo l’interessante introduzione, il gruppo si divide in due: uno farà il primo turno di visita e l’altro procederà alla visita del centro storico di Sant’Agata d’Esaro. Dal Centro Visite, ci si sposta in pochi minuti al parcheggio davanti l’ingresso della Grotta (siamo a circa 600 m s.l.m.) e, dopo aver percorso il sentiero panoramico che si affaccia sulla Valle dell’Esaro e che spazia dal paese di Sant’Agata fino alle ultime montagne dell’Orsomarso – Cozzo del Pellegrino, La Castelluccia, Monte Cannitello e Monte La Caccia, arriviamo all’ingresso della cavità, in verità molto ampio e posto su un punto altrettanto panoramico. Quì le guide speleo-archeologiche, Davide e Carmine, ci consegnano i caschi con luce frontale, necessari per la visita che prevede l’accesso alla “pregrotta”, illuminata da luce naturale, e alla “Sala dei pipistrelli” completamente al buio e dove, pertanto, utilizziamo le lampade frontali. La visita, seppur turistica, diventa quasi speleologica per il passaggio leggermente impegnativo al “Diaframma”, il cui nome spiega molto bene la separazione dei due ambienti. Il passaggio all’ambiente più grande, ovvero alla “Sala dei Pipistrelli” (per la presenza di un grande numero di chirotteri), è reso subito affascinante dalla presenza del viso e dell’intera forma della “Monaca”. Tutta la cavità è ancora ricca di vari minerali, quali la “goethite” (idrossido di ferro), il minerale più abbondante, mineralizzazioni di rame dal colore verde e blu, malachite. La descrizione - da parte delle instancabili speleo-guide - della storia e delle varie fasi di frequentazione umana, con l’osservazione degli “attrezzi” di scavo, quali un palco di cervo, scapola di grossi mammiferi e di una mazzuola ben ricostruita dagli archeologi, rendono la visita interessantissima e soddisfacente da ogni punto di vista. La presenza dei pipistrelli, mai spaventati dai “visitatori occasionali”, rende il nostro percorso ancora più emozionante. Il ritorno alla luce e lo scambio di battute con il secondo gruppo, con relativa foto di gruppo delle due rispettive associazioni alla presenza del Presidente del CAI, Carla Primavera e del Direttore del Gruppo Archeologico, Claudio Zicari, completano la prima parte della giornata . Il momento conviviale, all’area attrezzata lungo il sentiero che conduce alla grotta, con la sorpresa, gradita da tutti i presenti, dei peperoni cruschi (per la cronaca cucinati da Carla Primavera), di buon vino, salsiccia e soppressata stagionata, unita alla frutta e alla simpatia, rendono allegra e ancor più gradita la bella giornata! Il ritrovo di tutti intorno al buon caffè bevuto nel centro di Sant’Agata, chiude la splendida giornata e, se mai ve ne fosse bisogno, ricorda che le collaborazioni ormai consolidate, danno risultati oltre ogni aspettativa.

19 febbraio 2017: Il Dolcedorme per il canalone di Scilla e Cariddi di Francesco Pugliese

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Sono quasi le sette del mattino, sulla cupa Valle Piana, puntuali come un antico orologio a molla, in silenzio e mezzi assonnati, apparendo dalla fitta nebbia, gli uomini del CAI si radunano… Dopo i saluti, le presentazioni di rito e la preparazione dell'attrezzatura, dubbiosi scrutiamo e ci incamminiamo a testa china percorrendo il sentiero 921. Siamo tutti pensierosi perché a venirci incontro, quasi come un beffardo segno di sfida è una fitta nebbia che alla cadenza dei nostri passi ci appare sempre più minacciosa, quasi un ammonimento preannunciatoci dai terribili “mostri di Scilla e Cariddi”, irremovibili messaggeri della montagna, posti a ribadire ancora una volta che l'ascesa sarà difficile e nulla ci sarà regalato come nulla ci era stato regalato nell'ascesa della via Luzzo di due settimane prima. Il gruppo è coeso, determinato e silenzioso, ma senza farsi intimorire, procede a ritmo costante e senza pause fino "all'Intagliata". Qui prima di abbandonare il sentiero principale che porta sul Monte Pollino, ci fermiamo affinché possa descrivere ai miei compagni le caratteristiche e le difficoltà del percorso che da lì a poco andremo a intraprendere. Un via che conosco bene e che qualche giorno prima avevo percorso, per saggiare la consistenza della neve e verificare le condizioni delle insidiose slavine che di anno in anno mutano lo scenario e il volto di questa montagna. Il Canale che attraversa “Scilla e Cariddi” è sul versante sud del Dolcedorme e inizia a ben delinearsi dai 1370 m. in su… e come un enorme serpente si distende ininterrotto fin quasi sotto la vetta del Tetto del Parco Nazionale del Pollino, attraversandone il cuore pulsante!. E’ qui che gli alpinisti più bravi del Sud vengono ad allenarsi e a prepararsi per scalare le eccelse vette alpine e noi del CAI di Castrovillari, come da tradizione, non manchiamo mai agli appuntamenti che il nostro Programma propone. Insieme ai miei 14 compagni provenienti da varie parti del sud, di cui due donne ed il simpaticissimo Stephan, giovanottone di origine austro-canadese, iniziamo la marcia e in men che non si dica raggiungiamo, a quota 1650 circa, gli spettacolari guardiani di Scilla e Cariddi, dove ci attende un canale di neve poco consistente che ci fa sprofondare fino alle ginocchia e una nebbia fittissima che a malapena ci fa distinguere il compagno vicino. Quasi come nella mitica leggenda i guardiani mostrano i loro artigli e ci intimidiscono ammonendoci sui pericoli a cui andremo incontro. Superato il canalino irto e insidioso, di fronte a noi non resta altro che l’interminabile ripido canale, che affrontiamo conficcando con decisione i puntali dei ramponi nella neve ora dura e compatta, sostenuti dalle fide piccozze. A tappe ben calcolate, ogni tanto si sosta per riprendere fiato e forze, in vista del tratto terminale dell'ascensione che, dalla mitica Gola del Turbine, si concluderà sulla vetta, accompagnati sempre da una sinistra fitta nebbia ammonitrice che ci occulta le bellezze e la maestosità di quella che il mio amico Filippo indica come la ”Città di Pietra”. Inutile nascondercelo, le difficoltà passo dopo passo si avvertono sempre di più, il respiro si fa sempre più affannoso e non si riesce a percorrere che pochi metri alla volta prima di fermarci a riprendere fiato. La pressione psicologica è aggravata da questa ingannevole nebbia, che ci impedisce di scorgere il minimo punto di riferimento e che, insediandosi nella senno, inizia come un tarlo a mettere in dubbio l'opportunità di salire a tutti i costi su in vetta. Con noi nel gruppo, c’è il veterano quasi ottantenne Mimmo Pace che non molla un metro!! La sola sua presenza dissolve ogni nostro dubbio, ogni incertezza!! I giovani, che lo stimano e lo apprezzano, lo prendono ad esempio e stimolati dalla sua vitalità, in silenzio, riprendono tutti ordinatamente la marcia. Oltre quota 2000, finalmente, le nubi d’improvviso si dissolvono per breve arco di tempo… la montagna ci apre le sue braccia, mostrandoci l'incanto della “Città di Pietra” in uno scintillio di luci, i cui colori predominanti sono il blu cobalto del cielo, il verde dei Loricati, il grigio della roccia, il bianco candido delle nevi. Anche la tensione nei nostri volti si dirada, la Gola del Turbine incomincia a intravedersi, i nostri volti scaldati dal sole , sorridono e basta ciò che si offre ai nostri occhi a ripagarci degli sforzi profusi. Improvvisamente però, la montagna beffarda richiude le porte della luce e di nuovo il cielo si rabbuia, ricordandoci che, seppur la vetta sia vicina, dobbiamo ancora tutti insieme soffrire. La parte più difficile è sotto i nostri piedi: siamo nel bel mezzo della Gola del Turbine e la pendenza si accentua notevolmente; la neve è ora di nuovo soffice e sappiamo che sotto di essa vi sono dei vecchi tronchi di alberi che creano delle voragini dove, complice il peso degli zaini, è rischioso avvicinarsi senza sprofondare. Ormai è quasi fatta e in breve siamo in cresta. Brancolando nel tetro “buio” nebbioso, a stento, riusciamo a individuare la vetta, sulla quale tutti insieme, dopo un urlo liberatorio, in posa nella rituale foto di gruppo, festeggiamo il più longevo degli alpinisti della Città del Pollino, al grido di: Per Mimmo Pace Hip hip hurra! Hip hip hurra! Hip hip hurra!

5 febbraio 2017: Via Luzzo di Franco Formoso

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Sembra che quest’anno qualcuno lassù si diverta a fare in modo che alle nostre uscite CAI il tempo debba essere inclemente! Anzi direi decisamente brutto. Era previsto di nuovo il Canalone NO della Montea ma la troppa neve caduta e quella che è stata spinta dal vento nei canali ha reso impossibile per l’ennesima volta risalire il canalone. Infatti dopo un’attenta valutazione io e Massimo, constatando che il rischio di una slavina, a causa delle temperature elevate di questi giorni, era alta, decidiamo di rinunciare a questo sito. Non che da altre parti la situazione sia migliore. Alla fine optiamo per il canale della “Via Luzzo” nel versante sud del Dolcedorme. Là almeno il canale ha scaricato e c’è la possibilità di trovarlo più o meno buono. Mal che va almeno con corriamo rischi. La mattina all’appello siamo in 11, un bel gruppo omogeneo e compatto. Amici dalla Puglia, da Cosenza, da Reggio Calabria oltre a noi del CAI Castrovillari. Nonostante le previsioni meteo non siano ottimali, hanno voluto partecipare a questa uscita. Abbiamo anche due quote rosa: la nostra tostissima Presidente e l’altrettanto tosta Mariella che si è fatta una bella alzataccia per arrivare qua all’orario previsto. Sono lo spirito montanaro, la passione, la voglia di mettersi in gioco, che spinge gente come noi ad affrontare centinaia di chilometri e con condizioni del tempo quanto meno critiche, per partecipare a questo tipo di uscite. Le temperature purtroppo sono alte e si prevede pioggia. Partiamo verso le 8,15 da valle piana, lassù è tutto coperto ma la cosa positiva è che troveremo la quota neve alta, intorno ai 1700m. Procediamo cosi spediti ed in poco tempo raggiungiamo il canale in basso e iniziamo a risalire il sentiero che porta al “Faggio Grosso”. Nel frattempo la nebbia si abbassa sempre più e con essa si abbassano le speranze che in alto le cose migliorino. Raggiunto il punto in cui si entra nel canale calziamo i ramponi e tirate fuori le piccozze attacchiamo lo stesso. Purtroppo pur avendo scaricato, il caldo ha smollato il fondo e quindi affossiamo un bel pò, alternando punti discreti con neve dura ad altri con neve molle. Ma nonostante tutto la Via Luzzo è un gran bel canale e questa atmosfera la trasforma in uno scenario da alta montagna. Ogni tanto scaricano dei pezzi di ghiaccio per cui bisogna stare attenti, ma il gruppo rispetta le consegne e procede in modo disciplinato per cui dopo poco tempo arriviamo in cresta. Un vento fortissimo, da Sud, ci investe duramente e la visibilità è quasi nulla. Non fa freddo per cui lo zero termico è quasi ai 3000 m e questo impedisce che la pioggia si trasformi in neve, quindi oltre al vento veniamo inondati da questa pioggia fredda che in poco tempo ci inzuppa i vestiti per bene. Questa è la montagna, è una delle sue varie forme, forse una delle versioni non belle ma non una delle peggiori. Questa è una delle esperienze che bisogna vivere! Per riflettere, per provare sulla pelle certe situazioni, per crescere, per non farsi trovare impreparati. Queste esperienze servono per capire che anche qui da noi, sui 2000 m, bufere come questa possono capitare. Servono per saper valutare, considerando che se invece di temperature alte avessimo trovato temperature basse, cambiava il mondo. E in quel caso bisogna sapere come affrontarle, bisogna avere abbigliamento adeguato, bisogna capire se si è psicologicamente preparati a questo tipo di eventi. Ma se non ci si è mai trovati dentro non si riescono a capire certe cose si capiscono solo dopo averle vissute. Non si può più stare fermi qua sulla cresta, dopo un attimo di riposo ripartiamo. Insisto coi ragazzi spingendoli: dai andiamo a prenderci la vetta!!! Gli ultimi 150/200 metri sono un vero sacrificio: Il vento rischia di buttarti giù ad ogni passo. Se ti sdrai all’indietro ti sostiene e ti spinge in avanti. La visibilità è nulla. Arriviamo in vetta e capiamo che ci siamo sopra solo perche ce lo dice il GPS. Il tempo di una foto e di aspettare chi è indietro e iniziamo a scendere. Con questo vento e bagnati come siamo non possiamo più stare qua sopra. Pur con visibilità zero riusciamo ad imboccare il canale di discesa del “Faggio Grosso” e dopo non pochi sforzi, a causa della neve alta, riusciamo a raggiungere il bosco e a sottrarci alla furia del vento. Stremati ed infreddoliti ci rifocilliamo e prendiamo fiato. Riprendiamo a scendere e una volta imboccato il sentiero procediamo speditamente e nonostante la stanchezza riusciamo ad arrivare alle auto ancora con la luce del giorno. Complimenti a tutti ragazzi, oggi è stata veramente dura ma siete stati tutti bravissimi. Avete saputo lottare, avete saputo soffrire. La montagna a volte ci mostra i suoi lati difficili e duri ma è tutta esperienza che aiuta a crescere. Esperienza che forma le persone ed è fonte di sapienza per future escursioni. Giornate come oggi fungono da faro e aiutano a capire anche quando bisogna rinunciare e tornare indietro. Grazie a tutti ragazzi. Oggi per il CAI DI CASTROVILLARI è stata scritta un’altra bella pagina di alpinismo invernale.

28/29 gennaio 2017: 28/29 gennaio 2017: Gran fondo d'Aspromonte, una montagna di emozioni di Luana Macrini

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Un’altra avventura da rubricare come straordinaria! Ingredienti: Amici di ottima qualità; Ambiente naturale magico, intricato e affascinante; Periodo: quello giusto; Stato d’animo: raggiante, tripudiante, qualche volta disteso e anche un pò romantico. È stato un fine settimana davvero sorprendente alla scoperta di un ambiente unico, l’Aspromonte, completamente innevato. Ci siamo cimentati in attività outdoor su neve, ci siamo divertiti con lo spirito di ciaspolatori, ma, nello stesso tempo, da turisti curiosi, di conoscere le bellezze di questa terra seducente. La salita è stata a tratti faticosa e sembrava di non arrivare mai, ma in certi punti del sentiero si è potuto ammirare la valle sottostante, le montagne di fronte, il mare e.. la Sicilia! La natura è la cosa più bella che ci sia da ammirare. Lo sguardo si perdeva dall’ alto in basso e l’animo si riempiva di gioia per la fortuna di essere lì, per la contentezza di aver superato quella barriera mentale e fisica e poter arrivare in cima al punto ristoro, luogo di calde condivisioni e di genuina convivialità. L’aria che soffiava in questo luogo magico era tersa e respirare dava un piacere intenso. Quando ci siamo trovati immersi in un bellissimo bosco incantato tutti i sensi sono stati solleticati e cullati con immediatezza e semplicità e, quello che emerge, che brilla, è proprio lo spazio della relazione, dell’io, del tu e del noi, dell’importanza dell’essere qui, insieme! Vivere a contatto con la natura ti dà un senso ritmico veramente incredibile. La giornata, la settimana, la stagione e l’anno solare sono la rappresentazione limpida di come la vita continuamente pulsi a un ritmo preciso. Diventa chiaro che la natura segue i suoi cicli, e che anche se l’uomo si è messo di impegno per rompere gli equilibri, ascoltando con attenzione ci rendiamo conto che Gaia è troppo grande, e per quanto noi ci sforziamo, lei troverà sempre il modo di riportare l’armonia. Un ringraziamento a Demi Aspromontewild per l’ottima organizzazione dell’evento e. sicuramente grazie. agli oltre 120 partecipanti, un serpentone colorato davvero caleidoscopico!

8 gennaio 2017: Monte San Josemaria Escrivà di Carla Primavera

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Alle volte delle semplici passeggiate irrorano il nostro spirito di nuova linfa vitale. La prima giornata sulla neve del 2017 già dai giorni precedenti si era rivelata come un vero punto interrogativo per luogo e destinazione, sia per la quantità di neve che ci si aspettava sia per la solita incognita della percorribilità delle strade. Ma si è rivelata poi una splendida escursione in un posto panoramico di grande interesse paesaggistico e naturalistico. Come dice il proverbio: “alla gente allegra il ciel l’aiuta”. Diciamo la verità, alla Chiesetta del Carmine, posta al bivio per Rotonda, le nostre auto, nonostante gommate da neve, hanno dato forfait sul primo lastrone spesso di ghiaccio formatosi all’imbocco della strada che sale verso Colle del Dragone e Piano Ruggio. L’intenzione era di salire verso le Terre Alte. Ma, dopo un attimo di riflessione, non ci siamo persi d’animo! Gli organizzatori, valutata la situazione, hanno deciso di percorrere il sentiero n. 907, segnato dalla nostra sezione, che dalla chiesetta di Campotenese porta, tramite uno stradone sterrato, ricoperto di una neve ghiacciatissima, su Monte San Josemaria Escrivà. Intitolata al grande Sacerdote, canonizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 2002 e Fondatore dell’Opus Dei, dal Comune di Mormanno che ha inteso celebrare, dedicandogli questa cima montuosa, il 60° anniversario (2008) di uno storico viaggio compiuto in auto dal Santo con don Álvaro del Portillo, in Calabria e Sicilia. Di ritorno transitò da Mormanno e sulla stregua di San Francesco, da questi ultimi monti salutò e benedì l’intera regione. Dalla sua cima si gode un paesaggio a 360 gradi sulla piana di Campotenese e sulla valle del Mercure e sulle cime che le fanno da contorno (la catena dell’Orsomarso, del Pollino, del Monte Alpi fino al Sirino e al Monte Bulgheria, Parco Nazionale del Cilento) senza trascurare l’osservazione dei due mari, il Tirreno e lo Jonio. Durante il percorso l’amico/guida Luigi ci ha fatto vivere anche un’interessante parentesi geomorfologica con l’osservazione di alcuni massi vulcanici dalla caratteristica conformazione “a cuscino” (come Timpa delle Murge). Testimonianza inequivocabile, supportata da studi effettuati in loco, che i luoghi visitati sono stati generati da una precedente azione vulcanica, presumibilmente da un vulcano sottomarino. Dopo la consueta foto di gruppo è stato raggiunto anche Monte Cerviero e il diruto e abbandonato rifugio dove abbiamo consumato un frettoloso pranzo a sacco. Le temperature, sotto lo zero da qualche giorno, ci hanno permesso di goderci, a noi montanari assetati di neve, di quella, tutto sommato non abbondantissima neve, che a queste latitudini ci è sembrata una vera manna dal cielo! Alcuni dei presenti, coraggiosi escursionisti sottozero, erano donne e uomini provenienti da altre sezioni CAI, Verbicaro, Cosenza, Pavia, e moltissimi ragazzi ancora in Calabria per le feste natalizie, altri ancora alla loro prima esperienza sulla neve. Ottimo itinerario questo, che ci ha permesso di percorrere un agevole sentiero, osservare un panorama mozzafiato tra Calabria e Lucania e una irripetibile compagnia. Dopo anni che vado in montagna ancora non riesco a spiegarmi quel senso di appagamento, di felicità, di senso di pace col mondo, che mi inebria ad ogni fine giornata trascorsa, con i miei amici e con tutto quello che ci circonda, il sole, il verde e quel senso dell’amicizia palpabile ad ogni respiro. Non finirò mai di ringraziarvi. Davvero un buon inizio. AUGURI!