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24 agosto 2011: Monte Bianco, il racconto della scalata di E. Iannelli

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22 agosto 2011: Giornata di acclimatamento di entrambe le cordate con traversata del ghiacciaio della Vallee Blanche dall’Aguille du Midi (m3800) al Rifugio Torino (m 3400); ore 5 di percorrenza solo andata;

23 agosto 2011: con la Funivia dei Ghiacciai arrivo all’Aguille du Midi (m3800) e trasferimento al Rifugio des Cosmiques (m3613) con 250 m di dislivello su ghiacciaio;

24 agosto 2011: partenza dal Rifugio des Cosmiques (m3613) all’1,45, dopo aver scalato attraverso la Spalla del Tacul (4.100 m), il Col du Mont Maudit (m4345), il Col de la Brenva (m4333), in 5 ore e trenta è stata raggiunta la vetta del Monte Bianco alle ore 7,16. Ritorno al Rifugio des Cosmiques (m3616) alle ore 12,20;

Il racconto della scalata.

Dall’Aguille du Midi (m3800) raggiungiamo il Rifugio des Cosmiques (m3613) nel tardo pomeriggio e dopo aver consumato una frugale cena, proviamo a riposare e dormire. Ci riusciamo per ben … due ore, ma la sveglia -a mezzanotte e mezza- è implacabile, colazione all’una, partenza all’una e quarantacinque. Una volta vestiti e attrezzati con imbrago, corda, frontale, piccozza e ramponi partiamo, con in testa la Guida Alpina Beppe Villa (Accademico del CAI), portandoci nuovamente nel vallone sottostante. Con un breve dislivello inizia quella che viene chiamata la "normale del Tacul", la via Francese n° 1 (grado PD+) con un dislivello totale di 1400 metri. In breve si formerà una suggestiva fila indiana di alpinisti con la frontale accesa diretti alla vetta. Una successione di luci che sembra non finire mai e che ci dà subito l’idea di quanta salita c’è da fare e di quanto dislivello è necessario affrontare. Ma -parafrasando un termine ciclistico- le gambe girano, e senza intimorirci proseguiamo con grande energia. Sintetizzando al massimo la salita, per raggiungere la vetta bisogna superare “tre gradini”: il primo porta alla Spalla del Mont du Tacul (m4100); il secondo porta al Col du Mont Maudit (m4345), seguito da una zona in leggera discesa fino al Col de la Brenva (m4303); e poi l'ultimo dislivello che porta fino ai 4807 della vetta. La partenza così "mattiniera" fa sì che i primi due gradini vengano affrontati ancora con il buio. Si sale per larghi pendii, superando grandi crepacci coperti di neve fino a raggiungere l'ampia cresta nevosa della "Spalla del Tacul" (m4100). Da qui inizia la cosiddetta "Normale del Maudit" che scende a mezzacosta fino all’ampia "Sella del Col Maudit" (m4035). Si punta verso destra (ovest) e si passa – velocemente - una zona di seracchi e riprendendo quota si arriva ad una crepaccia terminale di grosse dimensioni. Da qui inizia il punto più difficile dell'ascesa: un rapidissimo pendio di circa settanta di metri di dislivello che porta al "Col du Mont Maudit" (m4345). Una parete di ghiaccio e roccia che nella parte sommitale tocca i 65 gradi di pendenza. Alla base di questa parete le varie cordate fanno la fila per poterla superare. Non per nulla "maudit" in francese significa: maledetto! È per superare senza problemi questo punto che è necessario tirare fuori il meglio di sé: allenamento, estrema concentrazione, sangue freddo e la giusta tecnica di uso dei ramponi e della piccozza nonché la capacità e la fortuna di riuscire a schivare le frequenti scariche di palle di ghiaccio provocate dalle cordate che precedono. Infatti è in questo punto che molta gente abbandona. La quota e le difficoltà oggettive cominciano a farsi sentire (m4345) e la vista dell'ultimo balzo ancora tutto da affrontare può far dire basta. Si lascia la "normale del Maudit" e perdendo quota si arriva al "Col de la Brenva" (m4303). Si affronta poi il faticoso pendio del "Mur de la Côte", si prosegue passando prossimi ad affioramenti rocciosi a quota 4577 e senza altre difficoltà si guadagna la cima (m4807) in circa un'altra mezz'ora. Alle ore 7,16 siamo in vetta, cinque ore e trenta complessive. L’emozione è veramente tanta. Con gli occhi lucidi ci avvinghiamo immediatamente in un abbraccio fraterno e ci complimentiamo a vicenda anche con le due altre cordate (una francese e una spagnola) presenti in quel momento sulla vetta. Mi inginocchio e, come all’inizio di questa avventura, con il Segno Cristiano per eccellenza, ringrazio Dio per avermi concesso questo privilegio. Un forte vento e la bassa temperatura ci mettono duramente alla prova ma non ci impediscono di prendere la fotocamera per immortalare il momento più bello della nostra vita e avventura sportiva alpinistica. Il panorama dalla vetta è fantastico ma - purtroppo - limitato alla sola parte francese per l’imperversare delle nuvole dalla parte italiana. Alle 7,28 si riparte per la stessa via. Tante le cordate ancora in cammino verso la cima, tra queste quelle della Guardia di Finanza -in divise d’epoca- che con la salita sul Monte Bianco desiderano celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Abbandonata la naturale e consapevole tensione della salita, una fantastica giornata di sole ci accompagna per tutta la discesa facendoci godere di paesaggi mozzafiato, infinite cime ammantate di neve, scarpate di ghiaccio, monumentali seracchi e paurosi profondi crepacci e ci fa affrontare con una maggiore naturalezza i punti più difficili. Il nostro sguardo riesce ad allungarsi sino al Monte Cervino e al Monte Rosa e immancabilmente il ricordo va a ritroso nel tempo - all’estate 2010 - quando dalla Capanna Regina Margherita (m4554) sul Monte Rosa sognavamo di salire sul Tetto d’Europa che scrutavamo in lontananza. Alle ore 12,20 siamo nuovamente al Rifugio des Cosmiques. Dopo un breve riposo e un misurato pranzo, alle 14,45 giungiamo alla funivia dell’Aguille du Midi dopo aver affrontato gli ultimi 250 metri di dislivello, questa volta in salita, che separano il pianoro glaciale dagli impianti della teleferica. Durante la discesa in funivia tornano alla mente tutti i momenti della salita, fatichiamo ancora a credere di aver scalato il Monte Bianco, forse da domani ne saremo maggiormente consapevoli. Siamo dispiaciuti per i nostri compagni di cordata costretti ad interrompere la loro ascesa ma allo stesso tempo siamo felici, orgogliosi, fieri per aver concluso felicemente questa impresa, per essere stati, i primi cittadini di Castrovillari e Trebisacce a scalare il Monte Bianco e, inoltre, aver rappresentato la prima cordata italiana giunta, quella mattina, in vetta al Bianco. Ma la soddisfazione più grande è di essere riusciti ad issare il glorioso vessillo della giovane Sezione CAI di Castrovillari sul Tetto d’Europa con la speranza di stimolare il raggiungimento di traguardi sempre più ambiti e prestigiosi.

"Viaggio alpinistico tra i vulcani della terra" di Mimmo Filomia

Conclusa nel mese di maggio la rassegna “CinemaMontagna” -che ha visto la proiezione di 5 interessanti film di montagna- continuano gli appuntamenti culturali organizzati dalla Sezione di Castrovillari del Club Alpino Italiano con l’effettuazione del Seminario “Viaggio alpinistico fra i vulcani della terra”. Il 2 giugno scorso, alla presenza di un pubblico attento e qualificato, nell’accogliente Teatro della Sirena di Castrovillari, il prof. Onofrio Di Gennaro, già Consigliere Centrale del Club Alpino Italiano, dalle pendici del suo Vesuvio in Napoli, ci ha condotto per mano in un viaggio virtuale sull’orlo di quasi tutti i vulcani attivi della Terra. Lo ha fatto con la squisitezza che lo contraddistingue, sfogliando le diapositive come se fossero sue creature. Ci ha raccontato tutto della loro formazione, composizione, ed attese di vita delle persone su cui i vulcani fanno sentire le loro manifestazioni sempre disastrose. Eh si, visto che quasi tutti noi nutriamo una sorta di amore e odio nei confronti di queste montagne fumanti, l’amico vulcanofilo Onofrio, in ascesa solitaria in talune in spedizioni, le ha visitate con l’intento di trasmettere la sua passione e le sensazioni che si provano passeggiando sulla pancia o sull’orlo di crateri; in prossimità di spaccature traboccanti di lava, e magari di fronte ancora al gorgoglio del brodo primordiale della vita terrestre. Il viaggio, per raccontare la storia dei vulcani, parte ovviamente dal monte Somma e dal Vesuvio. Il primo, collassato nei millenni, dall’alto dei suoi 3000 m originari; gli resta accanto il Vesuvio il cui magma si agita sotto i detriti. Le sue ceneri e lapilli soporiferi che seguiranno al prossimo botto come quello della distruzione di Pompei, però, non spaventa l’alta densità antropica che dal luogo trae vantaggio agro alimentare per la fertilità del terreno. La gente che vive alle falde del Vesuvio, dell’Etna, dello Stromboli?????g?, come in ogni altro vulcano, ha nell’anima la consapevolezza diuturna della vita e la percezione della morte in simbiosi con l’anima dei vulcani il cui magma, rimuginando nelle sue viscere o fuoriuscendo lo tiene in vita modellandolo, per circa un milione di anni della sua esistenza. Tra una diapositiva e l’altra, le pause sono state arricchite da resoconti di viaggio piacevoli e talvolta intriganti favorendo la distensione e l’interesse. Per circa due ore, siamo andati a spasso sul tetto dei cinque continenti, alla ricerca di paesaggi interminabili, scarsamente popolati e montagne esiliate dalla stessa natura dove fuoco e ghiaccio convivono. Eloquenti le scene di vita semplice di genti, di tribù e villaggi sperduti che pur di vivere accanto ai propri vulcani, sopravvivono di agricoltura e pastorizia. Ci siamo rifatti gli occhi, come si suole dire; in realtà viaggiare è vedere con occhi diversi e dire che di luoghi spettacolari la natura abbonda, specialmente in prossimità di luoghi vulcanici che rappresentano al presente le ferite del lento trasformarsi della materia terrestre, alla luce del sole, che si perpetua da circa 4,7 miliardi d’anni! Questa è l’età della Terra. Per citarne alcuni di vulcani, ci piace ricordare il Chimborazo in Equador, con i suoi 6350 m e per la conformazione terrestre su cui si estende, è la vetta più vicina al sole. Siamo rimasti affascinati dalla rigogliosa vegetazione di granturco, caffè, fagioli, pomodori e infiorescenze appariscenti che crescono alle loro pendici. Abbiamo spiccato un salto in Argentina presso l’Aconcagua 6962 m, presso il lago solforoso Irazù 3432 m, in Costarica, siamo passati sui crepacci ghiacciati al Pico Mayer 5465 m in Messico. Il viaggio continua senza avvertire la stanchezza, nei presenti, nonostante l’alternanza dei continenti. Dai Geyser dell’Islanda, passiamo alle Hawaii dove esiste il più grande vulcano attivo della Terra, il Mauna Loa 4170 m con i suoi Hornito, lava a corda e conformazioni a budella. Attorno ad alcuni vulcani esistono strane conformazioni naturali di ghiaccio come il campo di penitentes, bombe salciccia ed altrettanti fenomeni atmosferici come i tifoni, il “Viento Blanco”( fa desistere dal proseguire) e “la Contessa dei Venti”(provoca una tempesta d’aghi di ghiaccio). Il seminario è servito a conoscere più da vicino i vulcani ed a non temerli. I vulcani in attività, sono la testimonianza della vitalità del nostro pianeta. Essi, sono imprevedibili, vanno rispettati, studiati e monitorati da vicino più frequentemente per limitarne le conseguenze. Siamo stati alla ricerca del fuoco e dell’acqua, in ambienti primordiali da dove è iniziato il respiro del Creato! Nella fase interattiva del seminario, che n’è seguita, unanime è stato il pensiero rivolto a due nostri concittadini; Armandino Frunzi e consorte, periti per una fatale improvvisa eruzione sull’Etna, che, quel giorno, non ha capito che la comitiva di cui facevano parte era li per fare solo conoscenza.

"Sul Monte Civetta per la Ferrata degli Alleghesi - di G. De Luca

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Ricordo ancora quel 28 luglio 2007 quando di ritorno da una sortita turistica alle Tre cime di Lavaredo ricevetti la telefonata di Francesco, guida alpina delle dolomiti, dicendomi che il Civetta per la ferrata degli Alleghesi non si sarebbe fatta a causa delle avverse previsioni meteo. Il CAI Castrovillari, al quale appartengo, si trovava ad Alleghe per una sortita sulle Dolomiti. La scalata alla Marmolada era l’obiettivo primario e, nonostante l’ottima riuscita dell’ascensione lungo il ghiacciaio, non dissipai completamente l’amarezza per la rinuncia al Civetta. Ci volle del tempo per digerire la cosa. Chissà quando si sarebbe presentata l’occasione di ritornare sulle Dolomiti. In queste occasioni rammento sempre la solita frase: “le montagne sono sempre li.”…sigg!! Infatti è così. Dopo tre anni ci sono ritornato e questa volta il meteo mi ha premiato in quanto i due giorni necessari alla salita, il primo per raggiungere il rifugio Coldai e il secondo per l’attacco alla vetta sono stati a dir poco spettacolari, a dispetto dei precedenti e dei successivi alla scalata, davvero brutti, quasi invernali. Con me per questa sortita un agguerrito quanto affiatato gruppo appartenente al CAI della Valmalenco contattato via internet qualche settimana prima, 20 intrepidi che mi hanno “arruolato” per l’occasione. Il Sud così incontra il Nord per una ascensione comune e l’11 Settembre pomeriggio sono ad Alleghe con il suo pittoresco lago che in questo periodo dell’anno è semideserto, solo qualche albergo aperto e gli impianti di risalita che avrebbero chiuso il giorno successivo. In compenso l’aria settembrina e le piogge dei giorni precedenti rendono il cielo terso e i paesaggi limpidi e cristallini. Davvero strano vedere questo importantissimo centro turistico così vuoto.

Da Alleghe al lago e Rifugio Coldai

Dopo aver lasciato i bagagli in albergo ed essermi cambiato, zaino a spalla mi dirigo verso le funivie. Un primo tratto mi porterà ai Piani di Pezzè (1452 m) dove faccio una pausa pranzo nei pressi dell’area ristoro Fontanabona. Nel frattempo sopraggiunge un primo gruppetto di quattro dalla Valmalenco con in testa l’organizzatore Andrea e sua moglie Debora. Ci diamo appuntamento al rifugio Coldai in serata. Mentre io preferisco sfruttare la seggiovia che porta al Col dei Baldi (1922 m) guadagnando circa 450 m di dislivello, loro partono per il sentiero n° 4 che conduce in forte salita prima al lago Coldai e poi al rifugio. La seggiovia lentamente mi porta al Col dei Baldi dove d’improvviso compare la mole rocciosa ed imponente di Monte Pelmo, il primo culmine delle Dolomiti ad essere stato conquistato. A Sud-Ovest troneggia la “Regina delle Dolomiti” la Marmolada con l’impressionante parete Sud detta anche Parete d’Argento. Il percorso che parte dal Col dei Baldi al rifugio è una passeggiata gradevole di un’ora e mezza , meta di innumerevoli escursionisti e turisti. Prima un tratto di sterrata che conduce a Malga Pioda e poi il sentiero n° 556 attraverso alcuni tornanti e gli ultimi metri in forte salita conducono ai 2135 m del rifugio Sonino al Coldai passando attraverso la Forcella di Alleghe ,valico tra la Val Cordevole e la Val Zoldana. Un andirivieni di escursionisti diretti e provenienti dal rifugio animano di continuo questo frequentatissimo sentiero,attirati tra l’altro dallo smeraldino laghetto Coldai sovrastato dalla mole dell’omonima torre. È dunque d’obbligo una visita in questo angolo di paradiso. La mente inevitabilmente torna a tre anni fa quando insieme a Salvatore e Pasquale attraversammo la Val Civetta lungo il sentiero n° 560 ai piedi della “Parete delle Pareti” per raggiungere il rifugio Attilio Tissi, lasciandoci rapire dalla visione sublime delle Torri del Civetta: Torre del Lago, Pan di Zucchero, Punta Civetta e così via. La via del ritorno ad Alleghe poi, vi assicuro, scendendo per il dirupato Vallone dell’Antersass è stata un’avventura nell’avventura. Che emozioni forti riuscì a trasmetterci questa meravigliosa montagna, tra le più belle del mondo ,paradiso di alpinisti e arrampicatori, regno del “sesto grado”. Al rifugio mi unisco agli altri che man mano sono sopraggiunti andando a completare il folto gruppo. Al tramonto il Pelmo si infiamma di rosso catturando lo sguardo di tutti e delle nostre macchine fotografiche. A cena tra primi piatti a base di “Kanederling” al burro e secondi di spezzatino con polenta che ristorano il cuore e l’anima ci scambiamo esperienze montane fatte nelle rispettive terre di provenienza. Davvero persone squisite, queste della Valmalenco a testimonianza del fatto che il CAI in tutta Italia è una grande famiglia. Prima della “nanna” molti escono fuori per ammirare estasiati un cielo stellato come non l’ho visto mai; le stelle sono diamanti brillanti incastonati nella volta celeste, in un cielo terso e limpido di cristallo e la Via Lattea un fiume in piena di stelle che si perdono nell’infinito dell’oscurità. Uno spettacolo straordinario, grandioso preludio ad una giornata perfetta.

La Ferrata degli Alleghesi

È il fatidico giorno della Ferrata degli Alleghesi, la lunghissima ed affannosa quanto bellissima via attrezzata che ti porta dritto sulla cima del Civetta a 3220 m. Siamo in molti. L’organizzatore decide saggiamente di anticipare la partenza per non trovarci imbottigliati ad attendere altri gruppi di arrampicatori e quindi rallentare notevolmente la marcia e i tempi di rientro. Alle 6.30 di uno splendido mattino siamo in marcia in direzione della forcella Coldai per immetterci sull’alta via n°1 (sentiero Tivan n° 557). Lungo questa prima parte del percorso cogliamo il sorgere del sole appena a destra di Monte Pelmo in uno scenario di superba bellezza. Sullo sfondo le cime e le creste frastagliate dell’Antelao e del Cadore. Il sentiero prosegue successivamente in leggeri saliscendi e porta inizialmente ad una forcella, e poi svoltando verso Est sale lentamente un costone attrezzato in alcuni punti con corde fisse fino ad una conca cosparsa di grossi massi, con grandiosa vista sul Civetta, fino a raggiungere lo Schenal del Bech a 2300 m dove si lascia l'alta via verso destra come indicato su un grosso masso da una freccia rossa con scritta "Alleghesi". Dopo un breve tratto attrezzato ed alcune facili roccette si arriva all'attacco della ferrata. Sono le 8.00. L'inizio è verticale ed esposto ma attrezzato con pioli e scalini, superato questo primo salto verticale si traversa a sinistra per risalire ancora su staffe ed una successiva scaletta in ferro. La via, continuamente segnata in rosso, continua all'interno di una lunga serie di canali spesso in ombra che caratterizzano la ferrata fin dall'attacco risalendo fino in cresta a quota 2550 m girando le spalle alle stupende torri del Civetta. Mentre il lungo serpentone di audaci arrampicatori avanza, nubi ovattate risalgono dalla valle ricoprendo parzialmente le pareti del versante sud rendendo il paesaggio surreale. La cresta volge a sinistra, si risale traversando in diagonale ed in forte esposizione ma sempre in sicurezza grazie a fune ed una successione di pioli, un successivo tratto verticale diverte per la possibilità di arrampicare e porta ad una ampia cengia da dove, meteo permettendo, è possibile ammirare gran parte della Val Zoldana. Si percorre la cengia verso Nord-Ovest e si risale nuovamente fino ad un pulpito panoramico dove è possibile prender fiato prima di riprendere in traversata su roccia. La via, sempre obbligata, prosegue per canalini e placche fino a raggiungere lo spigolo da dove si ha una bella prospettiva sulle torri settentrionali (Pan di Zucchero, Torre di Val grande e Torre D'Alleghe), poi per vari salti rocciosi e attraverso un difficile camino verticale si giunge alla cresta in corrispondenza della forcella tra Punta Civetta e Punta Tissi. Ora la vista si apre sul versante opposto, nella valle si vede Alleghe con il verde lago e sullo sfondo l'imponente mole della Marmolada. Usciti dal solito lungo canale inizia la risalita in cresta con alcune roccette non attrezzate e terrazzi detritici dove è necessaria attenzione per non provocare caduta massi. Sotto la cima affrontiamo un insidiosa cengetta attrezzata e ghiacciata su parete strapiombante, molto stretta dove manca inspiegabilmente uno spezzone di cavo e che costringe a fare delle complicate manovre di “aggancio” tra gli arrampicatori. I tratti attrezzati non sono finiti ma ormai la vetta è vicina. Si superano ancora dei "massi di roccia" dove la fune è utilizzata esclusivamente per aggancio di sicurezza vista anche la stanchezza così come nel culmine della cresta levigata che in pochi minuti porta alla cima del Civetta a 3220 m. alle 12 in punto (4 ore dall’attacco della ferrata). In vetta siamo in 40 circa. Inutile ribadire che da quassù la vista tutt’intorno è mozzafiato, sospesi su un fazzoletto di roccia sulla parete N-O alta più di 1000 metri e ampia sette chilometri. Per la discesa, anche se una timida vocina mi dice di scendere per l’altra ferrata, la Tissi, che dilaterebbe di due ore i tempi di rientro, prendiamo la via normale che passa per il piccolo rifugio Torrani (2984 m) dove ci fermiamo qualche minuto per una pausa. Su terreno detritico e tratti attrezzati giungiamo al Passo del Tenente a 2380 m. un caratteristico lastrone di roccia fortemente inclinato, poi ampie placche conducono ai ghiaioni alla base del massiccio. Tracce di sentiero tra i nevai ci aiutano a trovare il sentiro Tivan che passa vicino allo Schinal del Bech, e percorrendo poi il tragitto dell'andata ci si riporta infine al rifugio Coldai. Sono state necessarie 10 ore e trenta alle quali si aggiunge 1.30 per scendere a piedi ai Piani di Pezzè dove ci aspetta l’auto. Il Monte Civetta è un colosso dolomitico che rapisce per la sua arditezza ed eleganza,la ferrata davvero impegnativa ed affannosa, ma allo stesso tempo appagante. Il tutto immerso nel paesaggio delle Dolomiti che, ricordo, fanno parte dell’Unesco, inserite come Patrimonio dell’umanità. Non a caso quest’anno ho preferito il Civetta ad un 4000 Valdostano. L’itinerario ha sicuramente soddisfatto ogni mia aspettativa e poi, la compagnia di maestri della montagna quali il CAI della Valmalenco che ringrazio sentitamente, non poteva che rendere la sortita piacevole e sicura. Mi sono sentito a casa mia, perché le montagne tutte…sono casa mia. Due obiettivi importantissimi raggiunti quest’anno dal CAI Castrovillari, i quattro 4000 del Monte Rosa tra fine Luglio e inizio Agosto tra neve e ghiaccio e questo, roccioso e dolomitico del Civetta, diverso ma non meno impegnativo, ad incrementare il già ricco palmares della giovane sezione castrovillarese. Ritornerò nella mia terra, il Pollino con rinnovato entusiasmo e un bagaglio di ricordi bellissimi.

"In Calabria “l’operazione Squalo 2009”: una scommessa vinta - di L. Franzese

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Quest’anno si è svolta in Calabria l’operazione internazionale di ricerca e soccorso aereo, denominata Squalo ed organizzata dall’Aeronautica Militare Italiana, che ha visto impegnate anche le aeronautiche militari di Francia, Spagna, Malta e Grecia (in tutto 9 elicotteri). A dire il vero, verso dicembre-gennaio ho ricevuto la telefonata del colonnello Bruno Fontò (il collegamento tra il CNSAS e le Forze Armate) il quale mi chiedeva se eravamo “pronti” per organizzare una così complessa esercitazione internazionale sul nostro territorio. La risposta è stata da subito sì! Il forte impegno di tutti, dal nostro Presidente Aldo Rizzo e del suo Vice Guido Umile, al Vicedelegato Bruno Romeo, dei nostri Responsabili di Stazione, ed infine di tutti i nostri volontari (con le Stazioni del Soccorso Alpino dell’Aspromonte, Catanzaro, Sila e Pollino), ha permesso senza dubbio di cogliere un successo importantissimo, soprattutto se analizzato nell’ottica di un Servizio regionale in crescita quale quello calabrese. Oltre al Soccorso alpino calabrese ha partecipato, in modo attivissimo, anche il Soccorso Alpino della Basilicata, con il suo Presidente-Delegato Rosario Amendolara che con i suoi ragazzi ha dato un contributo decisivo alla buona riuscita dell’esercitazione. Numerosissime le riunioni tecniche e “politiche” che hanno preceduto l’operazione Squalo, alcune di esse ci hanno spinto ad arrivare personalmente anche a Poggio Renatico, in quel di Ferrara, oltre alle interminabili riunioni in Prefettura a Cosenza. In pratica, è stato simulato lo scontro, sui cieli calabresi, di due aerei militari, uno dei quali si sarebbe schiantato sulle montagne della Sila e l’altro sulle montagna del Pollino. Ciò ha reso l’organizzazione dei soccorsi davvero complessa, infatti basta pensare che le due zone di ricerca ove si presumeva si fossero paracadutati i quattro piloti (due per aereo) distano ben 80 km in linea d’area. Uno dei primi problemi da affrontare, da un punto di vista tecnico-gestionale, è stato quello di individuare una squadra affiatata di COR (Coordinatori di Ricerca) che insieme lavorassero per porre le basi di una struttura che sapesse gestire il numeroso personale impegnato nella ricerca oltre che la definizione delle aree e micro aree ove effettuare la ricerca stessa applicando il protocollo di ricerca di persone disperse in vigore (il quale prevede l’uso da parte del personale impegnato del gps al fine di avere sempre un riscontro con l’area da battere e l’area assegnata). Su queste problematiche hanno lavorato (con un ottimo risultato!) il COR calabrese Miriello Ernesto, il COR lucano Taranto Alfonso e il COR del Soccorso Alpino del Lazio Vincenzo Lattanzi (sceso appositamente in Calabria con due suoi capacissimi collaboratori, Fabrizio Fantozzi e Alessandro Licciardelli). Un altro problema che ci preoccupava, era organizzare una copertura radio che fosse stata affidabile, si sa, infatti, che un campo base che non riesce ad avere la copertura con le squadre che nel frattempo effettuano la ricerca, è come avere una Ferrari di notte a luci spente. Come fare ad avere la copertura radio di zone così tanto lontane tra loro? La soluzione, più facile del previsto. Abbiamo chiesto all’Associazione radioamatori (ARI) di Cosenza di “prestarci” i loro ponti radio, creando così un sistema molto semplice: al campo base vi era allestita una Stazione radio dell’ARI, la quale era collegata con le due zone di ricerca (Sila e Pollino) attraverso altre due stazioni radio. Ora, le due stazioni radio avanzate dell’ARI avevano con sé un nostro “Uomo radio” il quale comunicava con le nostre squadre appena venivano sbarcate dagli elicotteri nelle zone di ricerca. Sistema che ha perfettamente funzionato, tant’è che spesso e volentieri comunicavamo noi all’Aeronautica (specie per la zona di ricerca del Pollino, la più lontana dal campo base) l’avvenuto sbarco e relativi decolli dei vari elicotteri. Appositamente è stato creato uno staff che si è occupato, con la supervisione di Fontò, di allestire i due simulacri (che dovevano rappresentare gli aerei caduti) e di posizionare i 4 figuranti, rispettivamente 2 in Sila e 2 sul Pollino. Da subito, abbiamo messo in campo ben 8 squadre da ricerca composte da 4 volontari (di cui 2 operatori GPS) e 3 squadre medicalizzate (con i medici CNSAS Varcasia, Polino, Lavigna, Barreca). Il ruolo delle squadre medicalizzate era quello di intervenire decollando immediatamente con l’elicottero in stand by presso il campo base, per recuperare i piloti (figuranti), porrere in essere le prime cure d’emergenza e trasportarli al campo base ove era situato il PMA (Posto Medico Avanzato) allestito per l’occasione dal 118 di Cosenza. Allo stesso modo, la sicurezza in generale è stata garantita dagli Istruttori Nazionali Ennio Rizzotti e Silvano Odasso, inviatici appositamente dal Nazionale. Altresì, è stato presente, in qualità di supervisore, un Consigliere nazionale, il marchigiano Aldo Paccoia. I nostri COR hanno assegnato le aree di ricerca ai Vigili del Fuoco (7 squadre di saf) e ai Carabinieri (2 squadre di cacciatori d’Aspromonte). Gli ultimi due recuperi sono stati effettuati ormai quando era buio pesto (intorno alle 21:00) tramite il Super Puma francese e l’hh3f del SAR di Brindisi. Le squadre che non sono state imbarcate, ad operazione conclusa, per far rientro al campo base sono state recuperate con i mezzi del CFS, con il quale in Calabria abbiamo un rapporto privilegiato. Un capitolo a parte deve essere dedicato al V reparto volo della Polizia di Stato di Reggio Calabria il quale, in virtù di un apposito protocollo operativo con il Soccorso alpino calabrese, si è reso disponibile sin dalle prime battute con il proprio AB 212. Ottima la risonanza sui media nazionali e regionali dell’intera operazione, e ciò grazie alla strettissima collaborazione tra l’addetto stampa dell’Aereonautica Militare e il nostro addetto stampa Lorenzo Natrella (con l’occasione prestatoci dalla Puglia). In tutto ben 84 volontari del Soccorso Alpino della Calabria e Basilicata, e ciò solo potrebbe bastare per far comprendere l’importanza e la complessità di tale esercitazione internazionale. In ultimo, è bene ringraziare tutti i volontari che come al solito hanno dato il massimo, oltre che al dott. Turco della Prefettura di Cosenza e i colonnelli dell’Aeronautica Militare Cappelli, Maule, Spat e Valente per l’eccellente collaborazione ed amicizia fornitaci.

Avv. Luca Franzese - Delegato Soccorso Alpino Calabria

"Il PedalaItalia nel Parco del Pollino”

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Sono arrivati! Sembrava così lontana Trieste e l’inizio di questa avventura, invece la carovana del PedalaItalia è finalmente giunta nel Parco del Pollino. Arrivo della prima tappa, scortati dai soci della Sezione CAI di Lagonegro e accolti dal nostro socio A. Nigro, a San Severino Lucano. L’indomani i bikers, attraverso Piano Iannace e la base di Serra Crispo, dove hanno potuto ammirare i meravigliosi pini loricati, sono giunti -traversando i Piani di Pollino- a Colle Impiso, Piano Ruggio e da lì a Campotenese. Poco prima di giungere al diroccato fortino di Campotenese un piccolo imprevisto (foratura) ha costretto ad una sosta fozata Claudio. Poco dopo si riparte per fare sosta obbligata al bar Le Pratoline per rifocillarsi e riprendere fiato prima degli ultimi chilometri per giungere al Rifugio Biagio Longo. Dopo una mattinata di nuvole e tempo incerto lungo la strada che porta al rifugio riappare finalmente il sole che rende piacevoli gli ultimi giri di pedale. Dopo una serata tranquilla trascorsa a esplorare Morano Calabro e a cena per assaggiare i prelibati prodotti tipici, tutti a nanna. Il giorno 29 si presenta -al cospetto dei bikers- con una splendida giornata di sole. Nel frattempo sono arrivati al rifugio i soci della Sezione di Cosenza che accompagneranno il gruppo del PedalaItalia -attraverso i piani di Masistro, Novacco, Minatore e Campolongo di Lungro- sino a Camigliatello Silano. Alle nove partenza. A Luisa, Claudio, Daniel e Sandro auguriamo un’ottima pedalata e una felice conclusione dell’impresa a Reggio Calabria.

Se vuoi saperne di più:

PedalaItalia

Come partecipare

Notizie utili

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13 giugno 2009: Una serata speciale - di C. Primavera

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La sera del 13 giugno non si dimenticherà, già perché queste serate rimarranno impresse nella nostra memoria per sempre! La famiglia di Mimmo Pace ci ha ospitato nella loro accogliente casa di campagna con una piacevolezza e un savoir faire davvero fuori dal comune e del resto noi ospiti abbiamo voluto dare una mano affinchè il tutto andasse per il meglio. Certo, la signora Rosa, Mimmo e le splendide Mariella e Natalina, hanno fatto la parte del … leone! Non la solita cena dove gli invitati arrivano giusto all’aperitivo… no … a noi piace star lì prima, quando tutto è in … fermento, tutto si crea, quando tutti gli ingredienti ancora non sanno che di lì a poco, prenderanno le forme delle magnifiche pietanze ideate dalle menti di chi sa cosa significa creare convivialità. E di questo, la famiglia Pace ci ha dato ampia lezione! Così, quando l’odore, o per meglio dire, il profumo del cibo, ha inebriato il nostro olfatto, ormai era tardo pomeriggio e l’acquolina in bocca ha preso il sopravvento, le nostre papille gustative reclamavano quello che gli occhi già avevano ammirato. Tanti erano gli amici, soci CAI e non, e tutti estasiati, per lo scenario che offriva la magnifica casa, immersa nel verde più profondo, il colore forse più amato da tutti noi. Dopo la luculliana cena, dove abbiamo potuto assaporare le prelibatezze nostrane preparate dalla famiglia Pace, signora Rosa in testa, si sono aperte le danze. Tutti i presenti hanno potuto esprimere le proprie potenzialità al ritmo di musica facendosi coinvolgere in esilaranti balli di gruppo o in più seriosi “Tanghi”. Tra gli ospiti, per noi fortunati, c’era un arzillo signore, il Maestro Salvatore Rotondaro, che ci ha allietato mostrandoci i suoi capolavori: magnifiche vignette satiriche condite dai commenti dell’autore e dalle risate degli astanti, davvero un bel tipo il Maestro! Mi ha talmente “rapita”, che non ho potuto fare a meno di rapirlo a mia volta, in un valzer dove le stagioni della vita ti tornano tutte in mente. Dopo pochi giorni dalla fatal serata, il Maestro, ha voluto omaggiarci per la seconda volta, della sua saggezza, del suo humour, della sua galanteria con una splendida poesia. Giudicate voi! Un grazie a tutti

< ‘NU SCIACQUITTU, IN DOLCE CUMPAGNIJA, ‘NTA VILLA ‘I MIMMU PACI, BBENIMIJA! >

Sabbutudija, chi cosa rara ..., chi cc’è stata alli “ PALUMMARI ”. Nu sciacquittu, bbenimija !, c’eri tuttu ‘u ... bbenu ‘i Ddiju !

L’ha bbulutu, fortemente, MIMMU PACI, ‘stu … «fitente », nella sua proprietà: cosa fina, che bontà !

Jè ‘nna “ VILLA ”, non ti dicu,cu’ ‘nnu “parcu”, bbinidica, chjnu ‘i tanti cacchij ‘i juri e ‘nna varia alberatura …

Ci su’ tutti i tipi ‘i chianti: pini, abeti, tutti quanti !Cu’ sequoje e ccu’ ginepri; chianti ‘i lauru e ppuru siepi.

T’ha ‘mmitatu tuttu ‘u CAI, il Club Alpino che tu sai. Genti spirti di muntagni: d’hanu tusti li...carcagni !

Ogni jurnu fanu giti ... da’ muntagna su’ patiti ... Du’ PUDDINU e l’ASPROMONTE: p’acchjanà su’ sempi pronti.

Tènini ‘u zajnu ... affardillatu a ppedu ‘u littu, ‘sti sciacquati, cu’ picozzi e ccu’ rampuni p’acchjanà jnta i vadduni ...

Ji, ci trasu di ... “straforo”, ‘na “ mascotte ” summu pi’ loru. Penzu … propju pi’ ll’ età, venerabile ... quissu si sa …

Non’ appena summu arrivati, a Mariarosaria t’amu truvata a scurcià tanti patane chi frij’ ‘nta ‘nu tigamu.

Alberto Noioso m’accumpagnatu, ‘nu quatraru bbunu ed ‘assinnatu. Sempi allegro e spiritoso: non si direbbe per niente noioso!

E vininu alla spicciuliata: fucilumija quanti invitati! Jerini cchiù ‘i ‘na cinquantina: fimmini, masculi e ppuru bambini,

C’eri Carla Primavera, ‘na guagliuna tutta ... vera; Mariella e Natalina cu’ Daniele e Francischinu.

C’eri Alois e Mariapia cu’ ‘a Pirrone, bbenimija ‘a moglie ‘i Jannelli, ‘u Prisidente: ‘nti cirimonij jè sempi prisente!

Avvucati e pruvissuri: la Capalbi cu’ dutturi. Su bbinuti da Spizzanu, Tribisazzi, Taranto e Villapiana ...

Giuvannu Ferraro, Robles e Martino; Mandarino e Prosperina, cu’ ‘nn’ inglese gavuta e tisa: prufissuressa “ spizzanisa “ ...

Oh, guagliù, non va pigghjati s’ ‘a tutti ‘on v’agghju numinatu. Sarebbe stato lungo e ... “ pesante “ minti i nomi ‘i tutti quanti …

Quannu jè stata ‘na cert’ura, di ... sbafani jeri l’ura, cu’ piatti e ccù furcini ti giravumu ... i tavulini.

C’eri dducu ‘u bbenu ‘i Ddiju apparicchjatu, bbenimija: parmiggiana cu’ suffrittu, pasta al forno cu’ crapittu.

Cipuddini e cicinedda, cu’ ‘nzalate e … “ capicedde “. Sott’aceti cu’ patane: tutta rrobba paisana !

Priparati con amore da una dolce e buona signora. La “ fatina “ della serata : Rosa VITALE jè chiamata !

Ed’ ognunu, ‘u ... birichinu, cu’ piattu e ccu’ furcina, facì onore alli pietanze : robba bbona pi’ lla panza !

Si su’ tutti ‘nchjricati ... tutti quanti hanu sbafatu. C’è cu ha fattu ‘u ... biss e ‘llu triss E ji guardavu ... mi sintiju ‘nu ... fissu !

Quannu jè stata menzanotte, ‘nzimu a scoppi e … schattabbotte, di buttigghji di spumanti, amu brindatu tutti quanti!

Cu’ amaretti e ciotaredde, pastisecche tanti bbedde. Torta e panna e dulci ... fini, ci ‘nn’erini tanti ... ‘nzinifini.

E lli danzi amu ‘ngignatu ‘nta la pista già addubbata, cu’ lli luci e palluncini: chi bbiddizza pi’ granni ... e bambini !

E bbidisi tutti quanti, parinu punti da’ tirantula ... facinu salti, bbinidica, di duj o tri metri... non ti dicu !

E ppuru ji mi summu ‘mbruscinatu...cu’ lla Carla hagghju ballatu. E pinzavu tra mija e mija : “ Chi cazzata, fucilumija ! “

Aviju ‘mbrazza...a primavera...‘nu cuntrastu, quissu, è veru ! Mi sintiju ji l’autunnu... O ‘na staggiuna ancora cchjù ...‘nfunnu!

E versu ‘i duj dilla matina a ‘sta … pacchia t’amu misu fine. Jimu smanianni alla spicciuliata allu stessu modu ‘i cumu summu arrivati.

E jerimu pigghjati tutti da’ ... “ marmacia “ lassannu ‘sta splendida ... cumpagnija. E tra saluti, abbracci e baci amu fattu ‘na promessa, si a ... Ddiju piaci, di ritrovarci qua, negli anni....seguenti, tutti felici in questo luogo splendente !!

Salvatore Rotondaro

Villa Pace,13/6/2009

"Nonnetti" sul Tetto del Parco di Mimmo Pace

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La romantica notte di plenilunio, così attesa e sospirata, che ci avrebbe fatto scoprire e vivere aspetti reconditi e scenari inediti della nostra montagna, s'era tanto lasciata desiderare una settimana prima! Un tetro nebbione, un vento sferzante, un vorticoso turbinare di nevischio e vapori glaciali avevano precluso ogni possibilità di raggiungere la meta, che una ventina di avventurosi soci del CAI di Castrovillari s'erano riproposta: "Sua Maestà" il Dolcedorme. Ossequiosi alla legge della natura e della montagna, con consapevolezza e rassegnazione, avevamo rinunciato, accontentandoci di toccare la vetta del Monte Pollino; impresa per nulla facile, ma l'unica possibile a causa delle proibitive condizioni del tempo. Inutile nasconderlo, nell'intero gruppo aleggiava un malcelato senso di inappagamento, assieme a tanta voglia di riprovarci, magari durante la prossima luna piena ! Due tra i tanti "Mimmi", che la nostra Sezione annovera, sicuramente i più attempati - quasi settantenni - e fors'anche i più smaniosi d'avventura, si ritrovano subito concordi nel tentare in coppia, in sortita diurna stavolta, l'iter mancato qualche giorno prima. Detto fatto. Alla partenza è ancora buio, ma il nuovo giorno già si apre sotto i migliori auspici; dal Colle del Dragone, esso offre un'aurora superba, tinteggiata da cortine di cirri color fuoco. Il profilo ancor poco distinto della Catena, con le sue vette, indorate appena dai riflessi arancio delle nuvole, s'erge possente dalle acque dello Jonio, non ceruleo, ma pur esso tinto di rosso. E' questo, un momento di autentica "wilderness" da vivere e riporre nella mente per sempre! Il sole sull'orizzonte rompe l'incantesimo. Presto siamo già al Colle dell'Impiso, la più gettonata postazione di accesso al cuore del Parco del Pollino e nell'aria immobile del gelido mattino, intraprendiamo la marcia, scandita dal ritmato crepitare dei ramponi. Al Colle Gaudolino, la visione del piccolo rifugio rievoca l'allegra, insolita nottata vissuta al suo riparo; il percorso ora s'inerpica lungo la ripida cresta NW del Pollino e dobbiamo aprirci la strada nella neve alta, una recente nevicata ha ricoperto le tracce impresse dal gruppo della notturna...non demordiamo e presto siamo sulla sommità del crestone, al cospetto di due patriarchi arborei, avviluppati nella morsa del ghiaccio, a goderci orizzonti smisurati. Percorriamo ora la base del cupolone del Pollino e inaspettatamente il manto nevoso acquista consistenza; la marcia diviene piacevole, costeggiando il Bosco Pollinello. Lungo la dura erta della Timpa di Vallepiana, procediamo su nevi compatte...croccanti ! Una breve sosta, un veloce spuntino e...avanti ancora, attraverso luoghi fiabeschi, paesaggi incantati, che, grazie al prezioso dono della vista, penetrano il nostro "Ego", sublimandolo. Sotto un cielo terso, ricamato da pittoresche nuvole amiche, ci aggiriamo tra bizzarre sculture di ghiaccio e poderosi macigni, foggiati in autentici vessilli di cristallo dai furiosi e gelidi venti che spazzano queste altitudini. Quante meraviglie la natura crea e propone all'uomo! Per goderle e viverle, basterebbe solo attrezzarsi, vincere l'usuale ritrosia e avere un tantino di costanza nell'adattarsi all'ambiente. Ci troviamo in un rilucente mondo di ghiaccio. Le aguzze punte dei ramponi, fanno solo il solletico al duro vetrato che riveste la ripidissima rampa dell¿anticima e bisogna procedere con estrema cautela, assicurandosi passo dopo passo alla fida piccozza. Questi due vecchietti arzilli dosano, attimo dopo attimo, le loro forze e la loro destrezza! Non è una sfida temeraria alla montagna, la loro! Se occorre, sono pronti a rinunciare. La loro costanza è premiata...un festoso, possente turbine di neve, originato dal tesissimo vento aquilonare, che sferza i loro volti, li accoglie, mentre, completamente paghi, toccano la vetta. Un colpo d'occhio fugace a 360°, dalla vetta della Serra Dolcedorme, emblema delle nostre montagne, senza manco provare a scoprire il libro di vetta del CAI, sepolto sotto metri di neve...e...difilato giù, con la più grande prudenza, perché con quel vento, in cima non si resiste! Imboccato il Canale di Malevento, ci si esalta lungo la divertente discesa nella neve alta e farinosa, fin giù ai Piani del Pollino, che attraversiamo speditamente. D'un tratto, con nostra viva sorpresa, la montagna si anima e sul biancore delle nevi appare un grappolo di puntini colorati...un gruppo di giovani leve, reduci da un¿ascensione sul Pollino. Ciò, non può che rallegrarci e spingere noi, nonnetti ormai su con gli anni, a perseverare, non fosse altro che per indurre tra i giovani la stessa nostra passione.

Nuove vie di arrampicata nel Parco del Pollino

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13 aprile 2008 - TIMPONE DEL CORVO

266 m, 5L , IV+, R1, I. (G. Vancieri, G. De Luca, A. Molinaro)

Via discontinua per la presenza di numerosi terrazzamenti ma permette di risalire interamente la grande Timpa del Corvo che domina dall'alto Frascineto/Eianina, panorama mozzafiato assicurato, difficoltà contenute salvo il primo tiro. Attacco: ad Ovest delle falesie attrezzate per l'arrampicata sportiva svetta Timpone del Corvo, spettacolare piramide calcarea di 846 m che domina il piccolo centro arbëresh. Appena fuori l'abitato di Frascineto,direzione campo sportivo lato est si lascia l'auto. Si attraversa l'erta pendice nel rimboschimento di pini ancora anneriti dal fuoco di un immenso incendio doloso che la scorsa estate lo ha devastato quasi completamente. Senza percorso obbligato si esce dal bosco puntando verso l'ampia parete alta una trentina di metri che ci viene di fronte sovrastata da un terrazzo erboso. Per l'attacco ci si sposta alla sua destra dove vi è un intaglio-diedro con accenno di fessura sulla sommità invasa da ciuffi d'erba. Discesa: si scende per un breve tratto lungo il canalone tappezzato a sinistra da splendide concrezioni a "canne d'organo". Scesi di pochi metri ci si sposta a destra seguendo un labile sentiero che ci consente di scendere lungo il pendio erboso immettendosi infine nel ghiaione che riporta al punto di partenza. (1.30 min).

DESCRIZIONE:

L1: 30m IV+ - Attaccare in corrispondenza di un diedro fessura invasa sulla sommità da ciuffi d'erba. La roccia risulta molto irregolare e la presenza della vegetazione sulla sommità crea qualche fastidio. E' necessario mettere qui ben cinque chiodi (4 più uno doppiato) per proteggere la via (IV+; un breve passaggio di V). Si fa sosta in un grosso masso utilizzando due fettucce lunghe. L2: Un breve passaggio di 7,8 m.(II-;1 chiodo)ci porta in cengia. si attraversa l' ampio terrazzo erboso dirigendosi verso il secondo "gradino". L3: 40m III - Entrare in un piccolo anfiteatro roccioso verso sinistra in prossimità di una guglia. Le difficoltà di salita lungo questo segmento non sono eccessive (II+) e questo permette di operare un monotiro di 40 metri (due protezioni) portandosi sul secondo terrazzo al di sotto della cima. L4: A questo punto ci si sposta ancora verso sinistra e si attacca il ripido pendio tra il torrione alla nostra sinistra e la prima delle quattro grotte della parete sommitale est del Timpone. (II - 2 chiodi). Fare attenzione all'erba scivolosa. L5: Prendere la paretina con alcuni massi instabili, alcuni piuttosto grossi. Superata quest'ultima difficoltà si prosegue senza problemi lungo la cengia che sale in diagonale in qualche punto esposta, e con un divertente susseguirsi di facili arrampicate sulle roccette si giunge in vetta.