Raccontatrekking 2018

9 dicembre 2018: L'anello del Palanuda

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Arrivati a Piano di Rosole la giornata, si presenta con il cielo sereno e una temperatura fredda, nessuno ci avrebbe sperato dopo la pioggia caduta tutto il giorno precedente. Ci incamminiamo sul “Sentiero Greco”, un toponimo che però non corrisponde, come molti luoghi del nostro territorio, (leggi Celsa Bianca/Cerza Ianca, Pietra dell’Angioletto/Pietra di Angioletto e cosi via), in quanto impropriamente “italianizzato” da chi ha progettato e realizzato il sentiero. Infatti, il vero toponimo è “du Grecu”, un pastore o viaggiatore che frequentava il sentiero per spostarsi o spostare le sue greggi. E’ inoltre necessario ribadire, per chi legge, che il sentiero, realizzato grazie a un progetto regionale che ha stanziato diverse centinaia di migliaia di euro è segnato, se cosi si può dire, esclusivamente con due o tre semplici tabelle in legno,rotte o cadenti, apposte con due chiodi, un pannello in legno ad inizio percorso dove era affissa una velina di plastica con una minimale spiegazione che, non fatta a regola d’arte, il tempo ha pensato bene di cancellare, ed è rimasto solo il palo. Tornando a noi, pur sapendo dove il sentiero inizia, non si sa dove porta, dove finisce, quante ore ci vogliono per percorrerlo, quanto è lungo e se è possibile trovare indicazioni su internet. Purtroppo di sentieri segnati cosi, dalle amministrazioni comunali del nostro territorio grazie ai contributi regionali, ce ne sono tanti e purtroppo non fanno altro che rendere evidente il pressapochismo e l’incompetenza dei comuni e deiloro tecnici che decantano la necessità di prendere ad esempio le realtà del Nord ma poi si guardano bene dal farlo. Non comprendendo che i sentieri sono il biglietto da visita in un Parco che si rispetti e che rispetta i suoi visitatori. Ma purtroppo noi del CAI abbiamo tentato più volte di spiegare le cose ma da sempre inascoltati. Comunque, sapendo noi come fare e cosa fare nonostante ciò per raggiungere il Palanuda, in venti, percorriamo questo bellissimo sentiero sotto un meraviglioso bosco di faggi che conduce con un minimo dislivello a un primo punto panoramico che ci permette di ammirare la costa tirrenica e le montagne che la cingono. Per non ripeterle tutte basta ricordare quelle più lontane, il Monte Bulgaria sul Golfo di Policastro, il Coccovello, il Sirino, l’Alpi etc. etc. Riprendiamo il cammino e in un batti baleno siamoa ridosso della cima. Un piccolo sforzo e la raggiungiamo con facilità. Per noi che in genere preferiamo salire sul Palanuda dal sentiero n. 636, questo si ben segnato in tutta la sua lunghezza tanto da essere frequentato da centinaia di escursionisti, quello percorso oggi rappresenta una piacevole novità e digressione alla classica salita e coglie appieno uno degli obiettivi primari del CAI che è quello di conoscere, scoprire, frequentare nuovi luoghi e percorsi per amarli, tutelarli e renderli fruibili agli appassionati di montagna. Purtroppo dalla cima, avvolta dalle nubi che passano a grande velocità a causa di un forte e gelido vento, non riusciamo ad ammirare il paesaggio al quale siamo abituati, ma siamo egualmente entusiasti per averla raggiunta. A beneficio di chi legge pubblichiamo delle foto scattate durante il sopralluogo effettuato il giovedi precedente che rendono magnificamente l’idea del panorama che si gode dalla vetta. A causa del tempo ci affrettiamo nella discesa per il sentiero che chiuderà il percorso ad anello e ci condurrà alle auto. Piccola sosta nei pressi del Rifugio Conte Orlando per consumare il pranzo al sacco al coperto e poi dritti verso le auto. Con questa escursione si chiude il programma di attività del 2018 e si apre il sipario su un 2019 speciale nel quale la Sezione festeggerà i suoi vent’anni di attività. Un ringraziamento a tutti i soci che grazie al loro contributo hanno reso possibile il realizzarsi di una avventura che solo vent’anni fa appariva come un sogno e che oggi è una indiscussa e bella realtà che ha saputo ritagliarsi uno spazio adeguato nel panorama nazionale del Club Alpino Italiano raggiungendo grandi traguardi. Per ultimo, ma non perché meno importante, un affettuoso ricordo e un ringraziamento agli amici che “sono andati avanti”, che non possono più accompagnarci sulla linea di cresta delle nostre montagne, ma che conserviamo e portiamo sempre nel nostro cuore.

2 dicembre 2018: Pietra Campanara di Mimmo Filomia

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Questa domenica, per dare vita alla nostra escursione abbiamo inseguito il maltempo annunciato, scacciandolo in angoli più remoti. E’ pur vero che siamo in inverno, ma a volte chi, nel modo sostenibile, non risica, neanche rosica. Il cancello di Rossale racchiude la magia del bosco delle fate, unico accesso naturale consentito è dato alla Fiumarella che qui nasce e agli uomini che con essa sanno accompagnarsi per proteggere e conservare la biodiversità del luogo. Un motivo per cui, da qui passa il Sentiero Italia la cui traccia interseca i luoghi più suggestivi d’Italia, documentato in rete, più lungo del mondo. Quella di oggi è stata una performance soft, alla boscaiola, con tanto di profumo di sottobosco, tra muschio, licheni e vischio, accompagnati dal gorgoglio della Fiumarella, che tanto sanno di aria salubre scaccia pensieri e inquinamento. Insomma un bosco da favola, invitante alla trasgressione, proprio come quella di Cappuccetto Rosso, soltanto che in nostra compagnia, ha sempre una conclusione felice. A Piano di Novacco (1340m) siamo giunti in venti. Ahi noi! Una tristezza vedere desolata questa località. Proseguiamo fino al cancello di Rossale seguendo con qualche by pass la strada sterrata. L’aria pregna di umidità ci sprona a metterci tutti in riga e in marcia lungo il tratto del Sentiero Italia 601 che da qui prosegue per Piano di Lanzo. Lasciamo il Sentiero Italia per proseguire sulla destra sul morbido sterrato della Forestale che trasuda acqua dai bordi per le piogge dei giorni scorsi. Le foglie caduche dei faggi danno un tocco caldo e pittoresco all’ambiente circostante. Qualche Pino Loricato presente in zona fa la differenza di colore fra gli alberi spogli. Intanto, lasciamo allontanarsi anche il fruscio della Fiumarella, che ci ha accompagnato per buona parte del cammino. Le sue acque scenderanno a valle, più avanti daranno il loro contributo al fiume Argentino. Ci addentriamo sempre più nel bosco e dopo tre lunghi gironi, ci ritroviamo tutti nei pressi del Rifugio Mare Piccolo in località Fornelli per una prima pausa ristoro che, condividiamo con gli amici di Cosenza e Potenza. Il Rifugio è la dimostrazione che anche le perle disseminate nel Parco del Pollino andrebbero lucidate. Procediamo facendo una deviazione a sinistra per giungere al belvedere naturale, da dove è ben visibile in alto il Corno Mozzo, la cui cima è movimentata da quattro nostri amici. In basso uno spicchio del mare Tirreno fa capolino tra i rami spogli che soltanto in questa stagione, ormai cresciuti in altezza, ci mostrano in anteprima anche il monolito arenario di Pietra Campanara. Ritorniamo sui nostri passi sul sentiero, alternativo a quello canonico segnato dal CAÌ che, individuato con il numero 635, parte da Novacco e scavalcando l’omonimo bosco, giunge nei pressi della Pietra Campanara (1275m); proprio, dove ci troviamo adesso a un tiro di schioppo dalla meta. Il sentiero, in buono stato di conservazione, ora sale leggermente per aprirsi nel punto panoramico da dove è visibile il mare e il Monte Palanuda. La Pietra Campanara è un monolito arenario squadrato a mò di torre, soggetto a erosione, sconsigliato per la scalata perché reagisce sbriciolandosi. La sua forma bianca alta circa 40 metri emerge dal bosco, in cima vegeta un sempreverde; è ben visibile da lontano. Dopo la foto di gruppo, il rientro per la stessa via. I tavoli attrezzati del rifugio Mare Piccolo ci ospitano per la pausa pranzo e ancora una volta la condivisione, soci e leccornie è stata suprema. Grazie a tutti.

11 novembre 2018: 11 novembre 2018: Tramonto sulla costa viola di Mariarosaria D’Atri

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È stata una magnifica estate di San Martino quella che domenica 11 novembre 2018 ha visto circa 50 soci delle sezioni del CAI di Castrovillari e di Reggio Calabria inerpicarsi sulle tracce di un itinerario unico al mondo. Comunque lo si chiami, Tracciolino, Sentiero dei francesi, o del vino, Balcone sullo Stretto di Scilla, o ancor più suggestivamente “Selvaggio Viola” chiunque lo percorre si immerge magicamente in uno scenario mozzafiato. Il sentiero del “Tracciolino” è nato come stradella di servizio ad un acquedotto che collegava la Sorgente dell’Olmo, nel territorio di Bagnara Calabra, al centro abitato di Palmi, consentendo l’approvvigionamento idrico attraverso una condotta tutt’oggi visibile. Il sentiero si sviluppa altimetricamente dai 280 m circa a Sud del centro abitato di Palmi, fino ai 445 m di altezza della sorgente dell’Olmo e percorre la tipica costa rocciosa con falesie a strapiombo sul mare nota come “Costa Viola”, di grande interesse dal punto di vista naturalistico e paesaggistico. Lungo il sentiero lo sguardo riesce a spaziare da Capo Vaticano fino a Scilla e all’imbocco settentrionale dello stretto di Messina nel quale svettano, imponenti, l’Etna verso sud e le isole Eolie verso Ovest. Sospesi tra cielo e mare, camminando, ammiriamo estasiati, indescrivibili panorami e vedute su entrambe le coste Calabra e Sicula, mentre ricalchiamo le orme del passato in questo lembo di terra che nel tempo ha affascinato ed ispirato scrittori, poeti, viaggiatori, semplici turisti ed escursionisti. Anche Paolo Rumiz noto scrittore e narratore di viaggi, ne ha percepito il fascino particolare e con notevole ispirazione così lo ha descritto al Tg3 della Calabria: “Pochi luoghi al mondo, hanno la potenza di questa uscita da questo utero che è lo Stretto, questo grembo dove il mare sprofonda e c'è una densità incredibile di leggende e miti. Qui respiri la leggenda insieme al vento!” E ancora, lo immagina 2000 e passa anni fa quando “le Triremi dei Greci escono dallo Stretto e i marinai si appoggiano alle murate guardando stupefatti il colore di un mare viola che non hanno mai visto, di un blu profondo dove l'ancora non pesca mai.” La storia del Tracciolino parte davvero da lontano, è un antico sentiero, dove da più di 2000 anni si sono consumate leggende e realtà millenarie di lotte e di guerre. Nel tempo il sentiero è stato percorso e utilizzato dai coloni di Reghion, l’antica colonia greca di Reggio Calabria, già nel VI secolo a.c. nel periodo Magno Greco per il controllo costiero. Dal periodo romano in poi e stato un’importante arteria di comunicazione per il commercio in alternativa alla strada consolare più interna; è stato ed è tuttora un fondamentale e utilissimo raccordo per le discese verso le anse della costa necessario per la coltivazione dei terrazzamenti. Fu una via militare durante l'occupazione francese nel periodo napoleonico (lo prova il fortino che ne controllava l'accesso dal lato di Bagnara Calabra), ed infine il “Balcone sullo Stretto di Scilla”, fu scelto dai viaggiatori stranieri che visitarono la Calabria, che rapiti ne diedero descrizioni suggestive delle Isole Eolie e del mare con i suoi riflessi violacei. Oggi anche noi del CAI percorriamo estasiati questo sentiero ammirando lungo il percorso, le spiagge di “Cala Leone” e “Cala Janculla”, raggiungibili solo dal mare, incastonate come sono tra speroni rocciosi inaccessibili. Il percorso si snoda tra formazioni rocciose costituite in genere da gneiss o da graniti, protese verso l’alto e avvolte da una macchia mediterranea più rigogliosa che mai. Qui in perfetta simbiosi coesistono castagno, leccio ed ulivo a pochi metri di distanza, contribuendo ad un ecosistema dove il termine di biodiversità rappresenta davvero una identità per questo lembo di terra. Dopo il primo e agevole tratto del Tracciolino, i nostri amici di Reggio Calabria, attenti frequentatori dei luoghi, ci conducono attraverso il ripido sentiero dei francesi che da Ceramida, frazione del comune di Bagnara, arriva praticamente fino al mare, lungo vertiginose e ripide scalinate adagiate con maestria lungo i fianchi impervi del costone, e attraversa gli antichi terrazzamenti costruiti pietra su pietra, un tempo coltivati a vitigni che per anni hanno prodotto pregiate uve quali Zibibbo, Malvasia ecc. Questo era infatti il sentiero che per secoli i nostri antenati percorrevano per poter coltivare gli incredibili terrazzamenti della costa oggi purtroppo in gran parte abbandonati. Il sentiero si snoda ad un certo punto verso Nord-Est, e tralasciando il passo che conduce verso la grotta di S. Sebastiano, importantissimo sito archeologico, si continua a scendere lungo una serie interminabile di gradini perfettamente allineati fino a raggiungere il vecchio sentiero che, sembra scendesse un tempo fino al mare. Increduli, per la bellezza del posto siamo scesi lungo il costone di Gramà per giungere fino al Tunnel militare francese di Murat da dove un tempo era possibile approdare sulla spiaggia del porto di Bagnara. Il Tunnel è una suggestiva grotta scavata a 40 m dal mare che mezzo secolo fa metteva in comunicazione appunto il porticciolo di Bagnara con i terrazzamenti coltivati del costone. Fu costruito nel 1806 ed è caratterizzato da una “finestra centrale”, dove era piazzato un cannone a protezione della baia di Rochi. In tempi più recenti, il tunnel, veniva utilizzato appunto durante le vendemmie. Dal tunnel la vista è a dir poco incantevole, e la brezza che si incanala attraverso le rocce emana un profumo misto tra mare e vegetazione, che contribuisce ancor più a rendere emozionante la permanenza in un luogo così intriso di storia. Il tempo scorre in fretta e attraverso una scala ripidissima riportata da poco alla luce da alcuni volontari, ci dirigiamo verso l’approdo dell’uva dove le donne di un tempo, “le Bagnarote” portavano il raccolto delle viti dei terrazzamenti, che veniva da lì imbarcato per le vie del commercio. Qui ci ristoriamo con un breve spuntino, mentre i più impavidi affrontano le acque cristalline immergendosi per un bagno ristoratore. Il sole volge ormai al tramonto, e rapidamente affrontiamo la risalita per poter ammirare e godere della sua buona notte dall’alto di Ceramida. Torneremo sicuramente, perché scenari come questi rimangono impressi nell’animo e nel cuore!

1/4 novembre 2018: Sicilia. La Riserva dello Zingaro di Mimmo Filomia

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La sottosezione CAI di Castellammare del Golfo, in versione gemellaggio, con la sezione CAI di Castellammare di Stabia, ci ha accolto nel migliore dei modi per farci trascorrere quattro giornate intense e movimentate, spaziando tra natura e cultura. Quando il tempo è davvero inclemente il CAI non si da vinto. Sceglie i sentieri della cultura a quelli della natura, che fanno tanto bene e arricchiscono la mente che, sarebbe monotona e arida, con la sola pratica di rocce, radure e boschi, creando disarmonia di comportamenti con il prossimo. Cultura e montagna fanno crescere in armonia mente e corpo. I quattro giorni trascorsi in questo bel lembo di Sicilia, Nord Occidentale, bagnato con insistenza da acquazzoni, ci hanno fatto viaggiare a ritroso, sull’ onda del tempo. Alla luce del sole abbiamo conosciuto gli usi e costumi antichi del posto, conservati in grotte e ripari come la Grotta Mangiapane alle falde di monte Cofano, dove sono presenti prodotti e attrezzi delle attività dei mestieri, che oggi, nella loro evoluzione in grande stile, fanno parte dell’ industria manifatturiera. La visita stupenda al belvedere di Castellammare è stata la nostra prima uscita, a seguire la tonnara dismessa di Scopello incastonata tra mare e costa con due faraglioni che si specchiano nel mare smeraldo antistante. A Erice avvolta nella nebbia, abbiamo avuto la sensazione di passeggiare nel Medio Evo, tra leggende, storia, arte e cultura, sapientemente accompagnati dall’ enciclopedico Giuseppe Olivieri, guida esperta ed esimio presidente del Gruppo Regionale CAI Sicilia. A Marsala, oltre le famose saline e al modo come gestirle, abbiamo conosciuto la storia della famiglia Florio e le origini della Marsala all’uovo, un toccasana per mamme, verso i figli inappetenti. Per noi adulti, la brava guida dell’immensa cantina Florio ci ha trasformato in quaranta e più sommelier per la degustazione di quattro vini da sorseggiare accompagnati da specifico dessert, giusto per essere decisi poi, nell’ acquisto. Castellammare de Golfo, punto di partenza per le nostre escursioni, è ora un capiente porticciolo turistico, ma è stato un porto mercantile strategico nel passato. Lo testimoniano, le scoperte di granai sotterranei scavati nel tufo, profondi dieci metri, dove era ammassato grano di varie stagioni per poi essere imbarcato e venduto al miglior offerente. Il cattivo tempo ci ha indirizzato a Palermo, invece di imbarcarci come prefissato, per l’isola di Favignana. La scelta si è dimostrata vincente. E’ stata un’estemporanea nel cuore vitale della città, passando ovviamente da Porta Garibaldi, all’insegna della cultura che la città di Palermo tiene conservata nei suoi monumenti; chiese monumentali e cattedrali, palazzi che contengono stucchi e affreschi di notevole importanza. Un esempio per tutti è la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, dove dal 1500 fino al 2014 hanno vissuto le monache in rigorosa clausura. Oggi, sono visibili le loro camerette, l’oratorio, le cucine attrezzate del tempo e la ruota sacra, unico mezzo di contatto con il mondo esterno, dove venivano posati e affidati oltre le donazioni anche i trovatelli. Fuori la scia degli escursionisti CAI al comando di Giuseppe, si è persino intrufolata nel famoso chiassoso mercato alimentare Ballarò (Vucciria) per le sue cianfrusaglie, fra le quali emergono famosi palazzi in restauro e nicchie che evocano il periodo di oppressione spagnolo. Fra le viuzze medioevali si distinguono il famoso ristorante “San Francesco” per il panino al sesamo con aromi e milza; oggetto di desiderio per quasi tutti. Nella villa comunale di Palermo, vegetano specie di magnolie giganti. In un angolo, a lato della villa, una targa ricorda il sacrificio di Joe Petrosino italo americano, caduto per aver indagato sul malaffare. L’escursione nella capitale (sia pure per un anno) del potente regno delle due Sicilie è stata una scorpacciata di cultura che ci ha tenuti piacevolmente impegnati con il naso all’insù, in particolare nella chiesa oratorio di Santa Cita, adornata con marmi e stucchi e dipinti della Vergine con San Domenico, Santa Rita e Santa Rosalia Patrona della città, ad opera di Giacomo Serpetta. Non è mancata la passeggiata distensiva su via Cassaro costruita dai Fenici e su via Maqueda per la visita al Teatro Massimo e poi la sosta su piazza quattro Canti. Per verificare l’altruismo dei palermitani abbiamo visitato La Buca della Salvezza. Il tempo inclemente ci fa desistere da visitare altro, perciò a malincuore lasciamo questa bella città. Finalmente domenica riappare il sole. Un’altra bella scorpacciata di chilometri e siamo nella Riserva naturale dello Zingaro situata proprio sul mare di fronte l’Africa. La costa è spoglia per i ripetuti incendi, ma rimane sempre verde per la presenza spontanea delle palme nane che qui fruttificano piccoli datteri. L’ambiente incontaminato invita a scendere a mare attraverso le sue calette. Qui si trovano il museo di arte contadina e il plastico di una tonnara. Nella grotta dell’Uzzo datata sedicimila anni sono stati trovati, stratificati, resti di uomini e animali preistorici come l’elefante nano, il cui teschio con un buco al centro sede della proboscide, ha sconfessato la presenza dei ciclopi di Omero.Un grazie a tutti i partecipanti e arrivederci alle prossime escursioni.

28 ottobre 2018: Castel Brancato e Castel di San Noceto di Barbara Cersosimo

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In questo racconto vorrei far trapelare le emozioni provate per la mia prima volta come organizzatrice dell’escursione per il CAI di Castrovillari a Castello Brancato e Castello di S. Noceto. Ero stata già un paio di volte su queste rupi rocciose che si affacciano sulla valle dell’Argentino, così accettai senza esitazione questo incarico sebbene con un pò di ansia e preoccupazioni sulla mia adeguatezza al compito assegnatomi. La mattina partiamo con fervore, dal solito posto, nonostante le incertezze sul meteo, per il borgo di Orsomarso. Arrivati nella località di Povera Mosca, dopo un breve breafing, nel chiudere la fila seguo con lo sguardo il gruppo incamminarsi verso uno stretto sentiero che sale a sinistra lungo la sponda del fiume Argentino con le sue limpide e fragorose acque che scorrono nella lussureggiante vegetazione di cerri, ontani, frassini e ornielli. Percorriamo questo sentiero immerso nell’arcaica Valletta dei Milari per un tratto ripido fino ad incontrare un ponte di legno che spicca nel verde della flora, il quale ci permette di passare il Torrente Brancato. Al bivio per Castello di S. Noceto continuiamo a salire, gli alberi sono alti e fanno ombra nel bosco in cui siamo immersi, si ode il frusciare delle foglie secche, appena cadute, sotto i nostri scarponi. L’itinerario naturalistico che si prospetta a noi è una zona ricca di una pianta arbusta sempreverde, dei cosi detti “frutti dimenticati”: i Corbezzoli. Essa è caratterizzata da fiori bianchi in primavera e in questo periodo produce un frutto in grappoli di colore rosso, dolce e maturo. Per un attimo ci soffermiamo a riflettere sui cicli della natura e sull’autunno in cui si perdono i fiori e si raccolgono i frutti dalla madre terra. Giungiamo a Castello Brancato a 922 m, sebbene il nome può ingannare esso non è un castello ma una rupe scenografica; il toponimo rievoca un luogo un tempo utilizzato come rifugio dei briganti per la sua posizione inaccessibile. In cima lo scenario che si offre a noi è un vero e proprio balcone naturale che ci permette di ammirare i colori autunnali della valle dell’Argentino circondata da spettacolari guglie rocciose. Si può ammirare Cozzo Pellegrino sulla sinistra, Timpone Camagna e Timpone Garrola, impressionanti sono i Crivi di Mangiacaniglia di fronte e sullo sfondo la spettacolare vista del mar Tirreno. Aguzzando lo sguardo possiamo intravedere le profonde incisioni della valle formate dai flussi d’acqua nella loro corsa verso il mare, che spiccano tra le tonalità di rosso, arancione e giallo create dalla vegetazione molto rigogliosa in questo periodo; siamo in autunno, la stagione in cui la natura si manifesta con i suoi colori più belli. Ricordati dalla nostra guida Mimmo, non c’è luogo più adatto per dedicare un minuto di silenzio e un caloroso applauso a Ciro, a cui l’escursione è dedicata, insieme ad altri nostri soci, Domenico, Antonio e Vincenzino, che ci hanno lasciato prematuramente in questo anno nefasto. Appagati di questa veduta la nostra passeggiata non finisce qui, ritorniamo sui nostri passi e ci dirigiamo in discesa verso Castello di S. Noceto, la rupe non è da meno per bellezza e panoramicità. Per superare la cresta ci sono dei passaggi più esposti, affrontiamo una stretta salita nella boscaglia; grazie all’impegno dei partecipanti, che hanno messo in gioco le loro abilità riusciamo a inerpicarci su Castello di S. Noceto a 724 m in breve tempo e con non poche difficoltà. In cima troviamo resti di fortificazioni bizantine e longobarde, tratti di mura a secco che fanno capolino nella vegetazione; esse ci richiamano alla mente ardite costruzioni eremitiche dei monaci che un tempo vivevano in questi monti solitari. Dopo la pausa pranzo, coraggiosi e temerari, sebbene la luce iniziava ad affievolirsi decidiamo all’unanimità di proseguire la nostra escursione come da programma, ad anello. Si scende la cresta per la via del ritorno, il sentiero diventa di nuovo impegnativo, sempre con attenzione e un pò di abilità proseguiamo fino al valico, da li si prosegue a sinistra per il bosco di Pantagnoli composto da piante legnose, caratterizzate da foglie larghe. Tocchiamo la “Via del Sale”, situata tra lo Ionio ed il Tirreno, che come ci suggerisce il nome era adoperata per trasportare il sale; utilizzata, in passato, anche dai monaci italo/greci. Scendiamo seguendo la traccia dell’itinerario per il bosco di latifoglie fino a intravede la fontana di Pantagnoli dove riforniamo le nostre borracce. Qui la nostra attenzione si sposta verso i grandi massi sulla destra, di interesse geologico. Appena sentiamo le prime goccioline d’acqua venir giù, ben attrezzati, indossiamo i nostri coloratissimi impermeabili e ci dirigiamo velocemente al punto di partenza per concludere questa escursione. Riuniti nel rifugio di Oscar degustiamo le specialità dolciarie fatte in casa per festeggiare il compleanno del nostro socio Giuseppe e ci salutiamo a malincuore ma sempre pronti per una nuova avvenuta. Prima di concludere questo racconto vorrei ringraziare mio padre per avermi fatto conoscere il Club Alpino Italiano di Castrovillari di cui faccio parte da due anni e per avermi fatto apprezzare e avvicinare al mondo magico ed entusiasmante dell’escursionista che si rapporta costantemente con le meraviglie della natura.

16 settembre 2018: La Montea di Mario Sammarco

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Seppur con pò di ritardo, sui tempi programmati per la partenza, ci ritroviamo in piazza nel centro di Sant’Agata d’Esaro. Nell’attesa dell’arrivo degli amici di cordata, diamo uno sguardo rivolto al cielo per osservare il tempo, e malgrado si intravede in lontananza, qualche nuvola, confidiamo nel nostro auspicio che certamente anche questa domenica le condizioni meteo, ci permettano di effettuare l’escursione tanto attesa. L’entusiasmo, il sorriso e la passione di condividere La Montea, è percepibile fin da subito ed in ognuno di noi. Il tempo di bere un caffè, salutare gli amici, che per l’occasione sono giunti da Rossano (anche pugliesi qui residenti), Corigliano, Castrovillari, San Sosti, Morano Calabro, Cosenza e Francesco dalla lontana provincia di Salerno, ed ecco che ci coordiniamo per organizzare le macchine, poiché dei circa 6 Km. di strada che dal centro di Sant’Agata ci conduco in prossimità del nuovo rifugio in legno, circa 4 sono in sterrato ed in alcuni tratti, la strada è ormai rovinosamente solcata dalle continue e ripetute pioggie di fine stagione, che la rendono ancora più accidentata. Occorre, pertanto, munirsi di un fuori strada o di auto dotata di 4X4. Malgrado il polverone sollevato dal passaggio delle auto, giungiamo in ogni caso a parcheggiare le macchine, nella ampia radura prima del rifugio. Dopo una classica foto di gruppo, i saluti di benvenuto a tutti i partecipanti, si passa a una breve introduzione sul percorso con le dovute precazioni e la descrizione delle caratteristiche sull’ascesa di questa Montagna così straordinaria, ma allo stesso tempo così aspra, selvaggia e soprattutto impegnativa e quindi da non sottovalutare. Ci avviamo, e ci soffermiamo da lì a breve, un solo istante, per osservare il nuovo rifugio in legno, posto ad un altezza di circa 950 m. e in pochi minuti giungiamo alle prime vasche di Fontana Cornia, a quota 1032. Dopo il segnavia, bianco e rosso del camminoitalia che a destra conduce verso la Tavola dei Briganti, Pietra Portusata e il Campicello, oltrepassiamo le altre vasche poste più a monte, e ci introduciamo a sinistra nel sentiero del bosco dei primi faggi, coperti da foglie secche. Qui ha inizio l’ascesa, e ci rendiamo subito conto dell’impegno profuso che occorrerà porre ancor prima di affrontare i crinali di Montea. Ed è proprio vero, come scrive Mimmo Pace, nel suo ampio contributo; che La Montea non è una montagna per turisti, ma solo per i veri amanti dell’avventura. Occorre oltrepassare il bosco di faggi per impegnarsi lungo le prime dorsali di un continuo ed infinito susseguirsi di saliscendi che tolgono il fiato anche ai più allenati e preparati alpinisti. Iniziamo, però già da qui ad essere appagati dal suggestivo e ampio panorama che la natura ci offre. Infatti, ogni qualvolta le nebbie si diradano, lo spettacolo è veramente unico. Da questo crinale contempliamo, sulla nostra destra, alle pendici della Montea, il Varco del Palombaro con la Valle del fiume Rosa, Montalto, Pietra dell’Angioletto, Mula, a nord il Cozzo del Pellegrino. Qui lo sguardo si perde nelle immense foreste di faggi in una natura per fortuna ancora incontaminata e selvaggia. Mentre sulla nosta sinistra osserviamo il Faghitello, La Caccia e Petricelle. In questi luoghi, in prossimità e alle pendici di Montea, Campicello, scavi archeologici di Artemisia, quando posso amo fare le mie passeggiate pomeridiane per fare osservazioni. Contemplare le gigantesche pareti rocciose della Pietra dell’Angioletto, dove si possono ammirare eleganti e maestosi pini loricati che misteriosamente, sbucano dalla roccia. E quando si è fortunati si può esservare l’eleganza del volo della regina dei nostri cieli, l’Aquila Reale. Riprendiamo il nostro sentiero lungo il saliscendi del crinale per giungere al punto trigonometrico dell’IGM a quota 1785 m. Oggi non rimane che una colonna di ferro corrosa dalla ruggine, e riversa ormai a terra. Vogliamo pensare che causa di ciò siano i fulmini e le forti correnti del vento, che a questa altezza e vicinanza dal mare, siano veramente impietose. E’ ammirabile la tenacia e la forza espressa da tutte le Donne del gruppo per giungere fin qui. Un meritato plauso, senza nulla togliere ai maschietti, va ad Arcangela, Veronica, Rossana, Carla, Natalina e Osvalda, per l’ardua impresa mostrata. Ed è proprio qui che affiora in me il ricordo del racconto del nostro compagno di cordata del luogo, Peppino. Quando un tempo, donne giovani e forti, come la propria mamma, la compianta zia Maria Bonfilio, nel lontano 1938 appena diciottenne, insieme ad altre amiche e coetanee, contribuì alla realizzazione del punto trigonometrico, trasportando con la forza delle proprie gambe, e soprattutto con la forza della propria testa, materiali fino a 10 Kg. ad un prezzo di una lira a kg. Si questa era la tariffa offerta dalla società incaricata per la realizzazione dell’impianto a tutti coloro che effettuavano il trasporto del materiale. Il tratto da percorrere, che da Sant’Agata attraverso una mulattiera, dove oggi sorge la strada sterrata, per giungere fino al punto trigonometrico con partenza alle ore 3,00 del mattino e arrivo intorno alle ore 11,30/12,00 era veramente interminabile. Che dire, sulla forza prorompente espressa da queste giovane donne. Delle vere e proprie portatrici e sherpa alle pendici della Montea, di un tempo ormai passato. Al punto trigonometrico o anticima, ci concediamo una doverosa e meritata pausa. La vista del versante Sud, ricco di pini loricati è straordinaria. Notiamo come il sentiero che si snoda lungo il crinale di Moneta, come una linea di demarcazione divide questo straordinario fenomeno botanico. Il versante Nord, caratterizzato dalla fitta vegetazione di faggi, mentre il versante Sud, contraddistinto dalla presenza numerosa sempre verde di pini loricati. Si, loro sono sempre lì, pronti a sfidare le insidie del tempo e delle stagioni. Nella pausa facciamo il punto della situazione per meglio renderci conto delle forze rimaste a disposizione prima di intraprendere l’ultima ascesa che ci condurrà alla vera e propria vetta. Anche se limitate, prevale in noi l’entusiasmo di proseguire per l’ultima ascesa. In 14 decidiamo di proseguire, gli altri si fermano al punto trigonometrico per la pausa pranzo ed ammirare la maestosità della natura circostante. Se pur con il cuore in gola, riusciamo a salire l’ultimo tratto, forse quello più impegnativo. Qui la parte che precede la vetta è da mozzafiato, ed i pini loricati che da essa sbocciano, sembrano surreali. Sono trascorsi poco più di vent’anni, quando per la prima volta raggiunsi la vetta di questa straordinaria montagna, considerata per me fin da allora, impresa ardua, ostile e per certi aspetti irraggiungibile con le proprie forze. Autorevoli precursori di confermata esperienza di questi luoghi, ed illustri autori della letteratura contemporanea del nostro Parco Nazionale del Pollino, hanno scritto e osservato tanto su questa montagna. Innumerevoli ed infiniti sono gli aggettivi e termini che narrano e descrivono l’incanto e la poesia di questi luoghi, così magici e per troppo tempo inesplorati. Nel mio piccolo, e da umile escursionista della domenica, lasciatemi aggiungere un altro aggettivo “Sublime”. La Montea, la montagna incantata. Quella montagna che ti cattura con il proprio fascino e ti avvolge nelle sue infinite sfumature.

9 settembre 2018:9 settembre 2018: LA Timpa di Pietrasasso per la Grotta dei briganti di Francesco Pugliese

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La più bella gratificazione, come socio del CAI, è quella di condividere una bellissima giornata con i propri compagni e leggere nei loro occhi la gioia di averla vissuta con serenità e spensieratezza. Alla fine di ogni esperienza escursionistica è necessario fare sempre un resoconto del "Viaggio" e capire se tutto è andato bene e soprattutto se nello spirito che caratterizza la nostra associazione. Uno degli obiettivi principali era quello di permettere a tutti i soci, a prescindere dalla loro età o condizione fisica, di visitare una parte del territorio limitrofo alla Riserva Naturale Orientata del Rubbio e farne assaporare l’atmosfera e gli odori di un luogo di estrema bellezza e rilevante interesse geologico, botanico e storico. Un territorio costituito, tra l’altro, dal fondo di un antico oceano, ora scomparso, denominato “Neotetide” trasferito sulla terra ferma dagli intensi processi geologici che hanno causato la formazione degli appennini. Un territorio in cui le tracce delle eruzioni sottomarine sono ancora evidenti e che hanno arricchito il suolo del pregiato nutrimento che ha favorito la crescita di giganteschi agrifogli. Un territorio a tratti fiabesco dove l’aspetto geologico affascina e incuriosisce il visitatore che, lungo l’itinerario prescelto, sovente viene rapito dagli aspetti botanici e dalle testimonianze storiche, elementi essenziali che fondendosi e intersecandosi tra loro, testimoniano una considerevole vitalità sia dal punto di vista naturalistico che antropologico. Appena 100 anni fa la foresta, intatta e incontaminata offriva il sostentamento all’uomo il quale riusciva a conviverci in armonia e senza alterarne gli equilibri. In questo contesto di elementi selvaggi, in un periodo che gli storici hanno individuato e definito nel cosiddetto “brigantaggio”, ancor prima che le dinamiche degli eventi storici portassero all’unificazione del territorio dell’Italia, bande di fuorilegge divennero protagonisti di azioni violente a scopo di rapina ed estorsione. Solo successivamente, in altre circostanze storiche, tale fenomeno assume risvolti insurrezionalisti a sfondo politico e sociale in cui le bande armate presenti nel Mezzogiorno, tra la fine del XVIII secolo e il primo decennio successivo alla proclamazione del Regno d'Italia, ebbero sostegno dalle popolazioni locali e protezione dalla foresta. L'attività brigantesca assunse connotati politici e anche religiosi all'inizio del XIX secolo, con le sollevazioni sanfediste antifrancesi. Fu duramente repressa all'epoca del Regno di Napoli e durante l'occupazione napoleonica, borbonica e risorgimentale, quando, dopo essersi ulteriormente evoluta, si oppose alle truppe del neonato Stato italiano. In questo scenario naturale intriso ancora del sangue e del dolore delle popolazioni del territorio del Pollino, noi del CAI Castrovillari abbiamo inteso ripercorre un cammino in cui l’elemento emotivo, in ognuno di noi, ha risvegliato sensazioni di stupore e meraviglia. Visitare Fonte Catusa, sulla Via dei Briganti, in uno scenario naturale caratterizzato da un anfiteatro naturale in cui una piccola colonia di giganteschi faggi è sopravvissuta all’era dei grandi sfruttamenti boschivi di inizio secolo, desta emozioni indescrivibili. Gli amici del CAI, mentre venivano guidati verso la grotta dei Briganti per l’omonima via, con frenesia e curiosità attendevano con timore, il momento in cui si sarebbero trovati nella famosa grotta in cui per decenni i capi briganti avevano trovato rifugio per sottrarsi alla cattura delle autorità. Giunti alla base della grotta ci troviamo al cospetto di un lungo corridoio naturale costituito da due strette pareti rocciose, le quali conducono alla grotta vera e propria, ormai in parte crollata, all’interno della quale sono ancora presenti le incisioni fatte dai Briganti. Uno dopo l’altro con l’aiuto di una corda opportunamente fissata ad un grosso masso i compagni di viaggio hanno potuto visitare, in assoluta sicurezza, quel luogo e l’hanno fatto in assoluto silenzio e con tanta emozione. Il viaggio subito dopo è continuato proseguendo per la fonte del Salinaro, dove vicino a un capanno abbiamo potuto consumare il pranzo al sacco e gustare il buon vino che immancabilmente ci accompagna. Siamo ormai a metà percorso e giusto il tempo per riposare un pò e ci rimettiamo in marcia verso la Timpa di Pietrasasso, un’imponente piramide rocciosa che per circa 50 metri affiora dal terreno sottostante, costituita da serpentini, un complesso roccioso di base, da una copertura vulcano-sedimentaria e da sedimenti rappresentati anche da argilliti rosse e verdi che ne caratterizzano il colore vivace, insolitamente riscontrabile nelle nostre montagne se non su Timpa delle Murge la quale, situata a non molta distanza, è stata oggetto degli stessi fenomeni geologici. Il rientro avviene dopo aver aggirato la Timpa di Pietrasasso, seguendo un percorso ad anello su una sterrata arricchita da giganteschi agrifogli e da enormi rovi i cui frutti maturi hanno deliziato il nostro palato. La giornata ormai volge al termine e la splendida camminata durata quasi 8 ore su un percorso di circa 18 km si conclude alla fonte-abbeveratoio nei pressi della Casa del Conte, dove l’amico Gerardo, come al solito, ci ha deliziato con abbondante uva, rigorosamente biologica.

28/29 luglio 2018: Notturna a Piano Novacco di Eugenio Iannelli

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La meta, conosciuta ai più e facilmente raggiungibile, ha consentito una due giorni di completo relax. Arrivati nel pomeriggio di sabato sono state subito allestite le tende nel fitto bosco a ridosso del Rifugio ex AFOR, di cui non abbiamo usufruito, e la cucina da campo. Cuochi, già attivi sin dal mattino, subito in azione per preparare la cena e per rimpinguare le energie perse nel montaggio del campo. Tutti contribuiscono all’allestimento della tavola o a qualsiasi altra necessità per preparare una cena particolarmente sfiziosa che ci tiene a tavola per diverso tempo e che permette di scambiarsi opinioni e pareri senza trascurare qualche mirato sfottò. Cena non particolarmente luculliana ma allestita in tutte le portate, dall’antipasto al dolce, preparata con grande attenzione e passione da Franco e Gaetano a cui va un ringraziamento speciale per essersi adoperati non solo per l’organizzazione ma soprattutto per la cucina come sempre ottima e squisita. Dopo cena passeggiata rilassante sotto il chiarore di una luna splendente, reduce dall’eclissi della notte precedente, e con un assordante silenzio interrotto solo dalle nostre voci che lasciavano trasparire un celato timore da parte di molti dei presenti che non avevano mai vissuto questi momenti notturni in montagna. Uno spettacolo suggestivo quello provato, il Piano di Novacco completamente coperto dalle nebbie che lasciavano emergere solo la corona di cime montuose dentro cui è racchiuso. Un paesaggio difficile da immortalare con le fotocamere ma che sono convinto resterà impresso nei ricordi dei partecipanti. Trascorsa una notte tranquilla dopo la colazione ci raggiungono altri quattro amici che si aggregano alla nostra consueta escursione che ci vede protagonisti sul sentiero 631 che porta a Piano Scifarello. Un percorso agevole, dapprima nel bosco dove predomina il faggio ma dove troviamo tante altre diversità vegetali e raccogliamo anche qualche fragola. Arrivati alla sommità del Piano bellissimo panorama, da un lato Piano Novacco, Timpone della Magara, Timpone Scifarello e dall’altro la catena del Pollino, purtroppo parzialmente coperta da nubi. Di ritorno dall’escursione, durata circa due ore e mezza, troviamo pronto il pranzo allietato dalla presenza di altri due amici, Aldo e Gianni. Dopo il pranzo ci soffermiamo volentieri a tavola fino al pomeriggio inoltrato per concludere prima con un dolce speciale preparato da Maria e per finire con una esibizione di arte culinaria della tradizione castrovillarese da parte della Presidente Carla, le cui sapienti mani lavorano magistralmente l’impasto che dopo il passaggio nella teglia bollente partorisce le “vecchiaredde” che gustate calde acquistano un sapore eccezionale. Dopo aver pulito bene l’area da noi utilizzata e smontato velocemente le tende ci salutiamo e ci diamo appuntamento alla prossima uscita.

8 luglio 2018: Tavolara - L’ultima wilderness del Sud di Francesco Pugliese

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Quando per la prima volta nel 2012, feci il fiume Argentino con il CAI di Castrovillari, rimasi stupito e affascinato dalla bellezza lussureggiante del territorio che a tratti era ancora integro, tanto da meritarsi l’appellativo di Wilderness. All’epoca, districarmi e orientarmi in quel territorio non vastissimo ma complesso e insidioso che va dai territori di Orsomarso all’alta valle del fiume Argentino fino a raggiungere i monti di Lungro, occupando un’area considerevole e a sé stante del Parco del Pollino, tanto che ancora oggi, frequenti sono le critiche degli addetti ai lavori per non aver creato un vero e proprio parco distinto e separato dall’attuale. Il Fiume Argentino che nasce dall’incontro di due Fiumarelle, quella di Rossale e quella di Tavolara, era negli ultimi decenni, meta di soli pochi appassionati che si avventuravano ed esploravano questa parte di territorio che grazie anche a tante lotte di sensibilizzazione ambientale erano state sottratte, senza non pochi sacrifici, alle logiche di sfruttamento irrazionale che certamente ne avrebbero irrimediabilmente compromesso definitivamente la sua natura. Oggi, con la istituzione della Riserva prima e del parco successivamente, i grossi rischi di deturpare il territorio sono stati scongiurati, mala sempre più massiccia frequenza di visitatori, tra i quali molti turisti che a piedi e in bike frequentano l’area dell'Argentino che va da Povera Mosca a Pantagnoli, pur dando linfa dal punto di vista economico al territorio, gli fanno perdere il fascino dell'inaccessibilità e in parte l'aureola di territorio intatto. Ecco perché da oltre un anno ho deciso di esplorare il territorio dell’alta Valle della riserva e, dopo aver incessantemente percorso tanti dei sentieri ormai quasi persi che dai Crivi di Mangiacaniglia giungono alla Cascata Fauzofili o da Pietra Campanara conducono pe il tramite dei Valloni Fornelli e Taliano al Fiume Argentino decido di esplorare sempre di più l’area di Mare Piccolo partendo dalla Fiumarella di Tavolara. Oltre tre giorni di perlustrazione mi convincono che ormai sono maturi i tempi per affrontare una nuova esperienza esplorativa con il CAI di Castrovillari mettendo nel programma 2018 una bellissima attività che spazia dal torrentismo all’escursionismo. Come da programma, con molto entusiasmo organizzo quest’avventura stimolato dall’idea di accompagnare alcuni soci in ambienti naturali, affascinanti e incontaminati, ma alla luce di ulteriori e successive riflessioni, consapevole delle difficoltà che presentano queste escursioni, a seguito una attenta valutazione del grado di complessità , decido inizialmente, di rinunciare, proprio per evitare rischi eccessivi ai partecipanti. Poi, grazie ai suggerimenti di Eugenio, a cui avevo esternato le mie perplessità, mi metto in contatto con la coppia di amici esperti nelle forre, Massimo Gallo e Franco Formoso, i quali incuriositi dalla descrizione dei luoghi, abbandonano immediatamente i loro progetti e corrono in mio aiuto. Inutile dire che senza la loro esperienza in forra non avrei mai avuto il coraggio di condurre da solo una cosi difficile uscita nella Fiumarella di Tavolara. Finalmente giunti al cancello forestale della Fiumarella di Rossale, in 7 ci incamminiamo sulla stradella maestra che conduce a Tavolara per immetterci, dopo circa 1,5 km. su un sentiero appena visibile, e quasi inesistente il quale attraverso un ripido costone ci porta alla Fiumarella di Tavolara, proprio sotto la famosa Pietra Palomba! Il primo tratto della fiumarella si presenta facile e senza particolari difficoltà, tanto da indurre i partecipanti a considerare eccessive le mie raccomandazioni alla prudenza in prospettiva del grado di difficoltà, ritenendo che in realtà si trattasse poco più di una camminata in un torrente. Ma, man mano che procedevamo nelle gelide acque e venivamo avvolti sempre di più dalle alte pareti scavate da millenni di incessante scorrere dell’acqua, mentre, venivamo ostacolati nell’incedere, da ciclopiche frane e da continui salti sulle viscide rocce, notavo negli occhi di Carla ed Eugenio lo stupore e l’incredulità di trovarsi in un ambiente straordinario, di inaudita bellezza i cui tratti selvaggi incutevano un pizzico di timore e tanto rispetto. Non vi nascondo che sotto sotto, consapevole che la parte più bella della fiumarella stava da lì a poco per arrivare, me la ridevo sotto i “baffi” e infatti, la soddisfazione che mi ha gratificato in modo particolare si presenta subito dopo, quando, giunti all’ultimo importante salto, in una forra di circa 23 o 24 metri,che presenta un notevole grado di difficoltà, leggo sul volto, di Massimo e Franco, un attimo di stupore per aver sottovalutato le difficoltà di quella che tutti considerano una semplice modesta fiumarella. Qualcuno incomincia a tentennare chiedendo apertamente di rinunciare ma è solo un attimo e non ci perdiamo d’animo, d'altronde siamo tutti forti di un grosso bagaglio di esperienza e muniti di tutto punto del necessario per affrontare qualunque ostacolo. Il salto, per superarlo ci impegna per oltre 2 ore perché vogliamo valutare con attenzione le varie possibilità di calata e i rischi che ognuna di essa presenta. Dopo uno scrupoloso confronto decidiamo di affrontare la stretta e profonda gola incassata nella roccia, le cui pareti viscide e scoscese, levigate e costantemente colpite dall’impeto dell’acqua incutono non poco timore riverenziale. Sono il primo a scendere, mi spetta per diritto e i miei compagni mi concedono questo privilegio. Massimo si mette subito all’opera e attrezza in modo estremamente professionale una solida sosta dalla quale uno alla volta ci caliamo, mentre Franco vigila attentamente affinché le operazioni si svolgano senza commettere errori.Ormai è tutto pronto, mi assicuro alla sosta e infilo la corda nel mio assicuratore iniziando subito la discesa nella gola. Bisogna fare attenzione, il tutto è insidioso e infatti, percorsi neanche 10 metri scivolo e la tensione della corda mi spinge lateralmente facendomi penzolare per un interminabile attimo alla mercede della forza di gravità e della gelida acqua che sembra, schiaffeggiandomi sul volto, impedirmi di proseguire. È solo un attimo, con una mano blocco la corda sul discensore e con l’altra mi rimetto sulla linea di calata più sicura e in men che non si dica mi trovo a pelo d’acqua dopo aver coordinato con Massimo attraverso un fischietto,con segnali convenzionali,le varie manovre. Sono ormai a pelo d’acqua sulla vasca racchiusa da una briglia naturale la cui profondità è a tutti noi ignota e non voglio rischiare di rimanere intrappolato in un imbuto la cui pressione potrebbe irrimediabilmente trattenermi sul fondo. Decido quindi di non lanciarmi nell’acqua e puntello i piedi su una sporgenza della roccia posta a pelo d’acqua, spingendomi con la forza delle gambe fino a raggiungere la briglia rocciosa che racchiude la vasca naturale prima di un ulteriore salto di circa 4 metri. Da li a poco uno dopo l’altro scendono tutti e da sotto ho modo di constatare la professionalità di Carla, la nostra amata presidente, forse la prima donna in assoluto a discendere quella forra che come Artemide, Dea della caccia, della luna, della flora e fauna selvatica affronta con estrema disinvoltura; Eugenio, che nonostante la sua imponenza fisica scende con la leggerezza di una farfalla; il veterano, longevo e inossidabile Mimmo Pace che sembra esser stato temprato da Efesto, fabbro degli Dei e Dio del Fuoco; da Giancarlo che finalmente per la prima volta collauda il suo discensore Pirana e infine il super Massimo che per ultimo, sovraccarico dell’attrezzatura, come Apollo, Dio delle arti, del sole e della divinazione, chiude il conto con questa splendida indimenticabile forra, che ormai racchiusa nella cornice della nostra mente, come uno scrigno, custodisce questa esperienza tra le più preziose avventure del CAI.

1 luglio 2018: Raganello,tra saliscendi e torrentismo di Mimmo Pace

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Ab immemore il Raganello ha rappresentato costantemente un’opzione privilegiata nelle scelte degli itinerari che compongono l’annuale Programma delle Attività, che la nostra Sezione CAI di Castrovillari puntualmente svolge. Per favorire una maggiore partecipazione di gruppo, la quale alla fine riscuote sempre ritorni positivi, sia in ordine ad una maggiore visibilità della nostra realtà associativa, sia di maggiore conoscenza e valorizzazione dei luoghi, ci si è inventati stavolta l’opzione “piedi asciutti”. Essa ha consentito a un discreto numero di meno audaci e meno propensi ad affrontare le insidie di una forra, di godere di scenari mozzafiato lungo il canyon, fino al “tu per tu” col torrente, senza neanche bagnarsi i piedi, sol volendolo! Il Raganello, infatti, esercita un grande fascino non solo per la spettacolarità dei luoghi, ma forse soprattutto per la molteplicità dei tipi d’avventura offerti: dai semplici, ma sempre panoramici percorsi escursionistici, al classico percorso in forra, agli affascinanti iter di cengia, ora inspiegabilmente e malaccortamente preclusi ai veri amanti e protettori della natura (escursionisti ed alpinisti), al torrentismo tecnico, che si esprime in calate da brivido in forra e per chiudere con l’adrenalinica arrampicata lungo i pericolosi strapiombi della Pietra del Demanio. Dopo tale corposa premessa, veniamo alla descrizione della sortita. Il nostro iter ha inizio nei pressi di un belvedere proteso nel vuoto, da cui si gode di una vista ineguagliabile sul canyon e sul ciclopico dente di roccia policroma della Pietra del Demanio. Il magnifico background naturalistico ci accompagna ancora, discendendo per la lunga scalinata sfociante sulla stradina che conduce fin giù nella gola, al Ponte del Diavolo. Nei pressi, si intraprende il sentiero Mater Chiesa, una interminabile scalinata che si svolge su ben 615 gradini e che sembra condurre fino in cielo! Durante l’ascesa, ogni tanto una sosta è d’obbligo, un po’ per riprendere fiato e forze e un po’ per provare a confondersi in quell’ambiente maestoso. Al culmine dell’ascesa, da una postazione aerea, la vista può inebriarsi di uno scenario unico e irripetibile: a manca gli aspri dirupi e gli strapiombi del canyon, un fiorire di bastioni, torrioni, guglie, anfratti e pinnacoli… un solenne mondo di pietra che culmina con la mole della Pietra del Demanio. Essa incombe maestosa: minuscolo ai suoi piedi il Ponte del Diavolo, nuovo di zecca, costruito sulle ceneri del vecchio, indimenticabile, leggendario ponte... a dritta, l’alpestre paesello arbëreshe di Civita, arroccato a nido d’aquila, tra ciclopiche quinte rocciose. Dall’ostello della Gioventù, dopo breve costa, ci incamminiamo sul Sentiero degli Oleandri, un panoramico iter, a tratti aereo, che tra bastioni di rocce screziate di caldi colori e fiorente macchia mediterranea digrada tortuoso fin nel letto del torrente. Qui entra in ballo l’opzione “piedi asciutti” e il folto gruppo si scinde: c’è chi si ferma, attonito, ad ammirare la natura selvaggia del luogo, chi attraversa il torrente per risalirne brevemente il corso fin verso la luminosa ed assolata Conca degli Oleandri, dove il gorgoglio delle acque si mescola al frinire delle cicale e chi intraprende l’infido, travagliato percorso di forra, destreggiandosi tra meandri a misura d’uomo, ciclopici macigni, pozze multicolori, briose cascatelle, scivoli a corda doppiata, rocce antropomorfe espunte dal torrente sin dalla notte dei tempi… attraverso un’incalzante successione dei più eterogenei ed adrenalinici impatti ambientali. Un’avventura da vivere almeno una volta nella vita!! Non fosse altro che per toccare con mano quanto l’Uomo sia minuscolo e limitato rispetto all’ambiente, che in questo luogo, più che altrove, si esprime nella sua più grandiosa creatività. Concludendo, confesso che sono ormai abbastanza avanti con gli anni e non so fino a quando mi sarà possibile mantenere questo ritmo!... La mia mente, il mio cuore e tutto me stesso, però, aneleranno sempre verso la ricerca dell’avventura e delle emozioni da vivere in prima persona, provando nel contempo a farle vivere ad altri. Questo, da sempre, il mio imperativo categorico, che mi accompagnerà fino a quando Iddio vorrà!!

22/24 giugno 2018: P.N. del Circeo e Isole Ponziane di W. Bellizzi e A. Mingrone

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Racconto di Walter Bellizzi

Racconto di Angelo Mingrone

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27 maggio 2018: Alta valle dell'Argentino di Carla Primavera

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I monti del’Orsomarso suscitano sempre molto interesse, forse perché hanno quel senso di “inesplorato”, di selvaggio, che ricerchiamo nei luoghi dei nostri “viaggi”. D’altronde lo spirito del CAI è anche quello di percorrere sentieri poco battuti e poco frequentati che al contrario dei “classici”, che in questa stagione diventano eccessivamente frequentati, fanno scoprire agli appassionati luoghi altrettanto belli ed stimolanti. Il nostro iter ha come partenza il rifugio Conte Orlando, dove le nostre guide, Franco e Eugenio, ci informano sul percorso, che noi tutti cammineremo e che ha come meta l’anticima del Corno Mozzo passando per Le Falaschere e i Crivi di Manciacaniglia ricchi di Pini Loricati. Un’annotazione di non poco conto è che abbiamo una cospicua presenza di soci provenienti dalla Puglia, qualcuno dalla Campania e dal litorale Jonico, che ultimamente, con nostra grande soddisfazione ha incrementato i soci iscritti evidenziando come in quella zona ci siano numerosi appassionati di montagna e del nostro Pollino. Il rifugio fu il primo costruito, tra impervi dirupi che si diramano verso valle, datato 1904 fu costruito dal Circolo Cacciatori di Mormanno, ed era “luogo di adunata di comitive per la caccia al raro e pregiato capriolo nonché a daini e cinghiali”. Fortunatamente oggi meta solo di escursionisti e amanti della montagna. La leggenda racconta che intorno al 1700 un frate spagnolo, Ieronimo da San Josè, si stabili, nelle adiacenze del paese, al Santuario della torretta, ad espiazione di due delitti da lui commessi. Il fratello Orlando, dopo alcuni anni, venne per ritrovare Ieronimo, ma sperdutosi nelle grandi e folte foreste delle Falaschere miseramente vi perì, precipitando con il cavallo in un profondo dirupo. È pura emozione entrare in quella che viene definita una delle più grandi e affascinanti aree wilderness d’Italia, dove sono racchiuse centinaia di specie botaniche e animali, qui si ha la percezione dell’anima selvaggia del Pollino, laboratorio di biodiversità. Col fare risoluto della buona guida, Franco prende le redini del gruppo, 18 in tutto, e ci conduce su piste poco battute, quasi impercettibili, dove hai netto sentore, che da lì, davvero non passa nessuno. Proseguendo su questo percorso, che per la maggior parte della lunghezza si trova all’ombra dei verdissimi faggi e pini loricati presenti, questi ultimi in numero decisamente inferiore ma bellissimi e maestosi, date anche le latitudini, il primo inaspettato baratro lo troviamo già a meno di un’ora di cammino, dove le rupi e a strapiombo delle Falaschere, ci fanno arretrare, costringendoci ad un lento e faticoso saliscendi su un percorso di cresta, fino ai Crivi di Mangiacaniglia e poi giù all’anticima del Corno Mozzo. Che spettacolo! Dopo le foto di rito e la meritata pausa snack, il ritorno diventa un’escursione nella escursione! Una distrazione ci fa allungare e ci ritroviamo sotto il Monte Palanuda anzichè sulla selletta di Corno Mozzo. Quale scusa migliore per fare una repentina deviazione a sinistra, una faticosa progressione nel bosco, e salire sul Monte Palanuda che ci regala una visuale a 360° su tutta la catena dell’Orsomarso. Da qui, discendiamo il nostro sentiero CAI 636 fino a Conte Orlando. L’anello è chiuso, non prima di aver gustato le dolci ciliegie di Gerado, ormai un classico in questi periodi. Gli animi sono felici, il temporale scampato e dopo una birra rinfrescante si torna a casa! Meglio di cosi?

20 maggio 2018: CAIBIKE 2018 di Mimmo Pace

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A differenza della precedente, soffusa di storia e di cultura, questa nuova edizione CAIBIKE è stata studiata per una “full immersion” nel rigoglioso verde dei giardini di Castrovillari, dei vigneti di Frascineto e del Monte di Cassano, quasi a voler celebrare la “vocazione georgica” di questa Terra, senza trascurare, peraltro, gli inediti e maestosi orizzonti che il tragitto offre sulla imponente bastionata del Pollino e sul fascinoso Canyon del Raganello. Attraversata la contrada Schiavello coi suoi orti e giardini, il folto gruppo pedala ora spedito sul tracciato della vecchia FCL, che da Castrovillari giungeva a Spezzano Albanese, una tratta questa, di oltre 25 km, già aperta nel settembre 1915, a differenza delle tratte Castrovillari - Laino Borgo e Laino Borgo - Lagonegro, aperte dal 1929 al 1931. L’intera linea fu, purtroppo, soppressa nel 1979, a causa dello scarso traffico locale fornito dai piccoli centri attraversati. Vecchi ricordi affiorano alla mente … e rivivo come fosse ieri, quando nel lontano 1954, per poter andare alla scoperta della Fagosa, visitando le sorgenti del Principe e del Vascello, alle due di notte, un manipolo di giovani arditi di cui facevo parte, con la famosa “littorina”, approdò alla Stazione di Civita per intraprendere l’avventuroso percorso attraverso l’interminabile mulattiera, che da Civita risaliva in quota, addentrandosi appunto nell’immenso polmone verde della Fagosa… un ambiente allora per noi magico e poco conosciuto! Al trivio Trapanata, il gruppo si scinde in due: il primo attraversa, con un percorso agevole, i verdi vigneti di Frascineto, al cospetto della solenne Manfriana e delle Piccole Dolomiti; più a valle incrocerà “Mururruti” (le Mura Rotte), un vetusto e imponente manufatto, che, prima che venissero captate, convogliava le copiose sorgenti dell’Ejano, un piccolo fiume incontaminato popolato dalla trota, nella ubertosa valle della Madonna della Catena, verso l’agro di Cassano, per poi sfociare nell’Esaro, affluente del Coscile, l’antico Sybaris. E’ giunto ora il momento di faticare un po’ lungo qualche rampa in risalita verso il bel borgo di Civita, la meta dell’itinerario. Frattanto, il secondo gruppo arranca vistosamente lungo l’erta pendice del Monte di Cassano e occorrerà quasi un’ora per percorrerlo interamente e raggiungerne la sommità. L’ambiente di alta collina è molto suggestivo; la stradina corre tra poderi lussureggianti di magnifici vigneti, costellati di innumerevoli casette e antiche residenze di campagna. Giunti presso l’affusolata statua di una dolce Madonnina, il panorama si apre da Est a Sud, consentendo all’occhio di spaziare dalle balze montuose del Sellaro, allo Jonio ed alla intera Piana di Sibari. Il colpo d’occhio più superbo e grandioso è però fruibile qualche centinaio di metri più avanti: imponente ed in una visione per noi inedita, lo sguardo può correre dalla maestosa bastionata Sud del Pollino ai Monti d’Orsomarso, con nel mezzo Castrovillari, la Città del Pollino, attorniata da pittoreschi borghi occhieggianti lungo le pendici montuose. Dopo le brevi soste per assaporare queste visioni, tutti in sella lungo una discesa vertiginosa, che si snoda lungo pericolosi tornanti e, in un paio di chilometri appena, digrada fin sul fondo della valle. Per raggiungere il paesello arbëreshe di Civita e gli amici dell’altro gruppo, sarà necessario superare ancora un discreto dislivello in salita, ma è fatta! Ci arride ormai la visione del pittoresco borgo arroccato a nido d’aquila tra ciclopiche pieghe rocciose, al cospetto della policroma, strapiombante parete della Pietra del Demanio, attraversata la quale, il Torrente Raganello, dopo un interminabile e profondo canyon, indosserà le vesti di fiumara jonica. Uno scorcio sul Canyon dal panoramico belvedere “Norman Douglas” è d’obbligo, sia per inebriarci la vista di tanta maestosità, sia per qualche meravigliosa foto ricordo scattata dalle ormai professionali mani di Eugenio, da custodire tra i ricordi più cari! Ci attende ormai un gustoso pranzetto presso l’Antico Ulivo, culminante con le sublimi squisitezze dolciarie di Mariangela e di Rosa, innaffiate dal moscato di Mimmo. La compagnia è assortita come meglio non poteva essere e la convivialità e l’allegria si esprimono al top! Considerato inoltre che questo è il CAI che piace alla nostra Presidente, facciamo fermo proponimento di organizzare una terza edizione di CAIBIKE. Un drappello di irriducibili decide di montare di nuovo in sella per far ritorno a Castrovillari ed anche per illudersi di smaltire almeno un po’ di calorie!!

13 maggio 2018: “In Cammino nei parchi” di Mimmo Filomia

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Si si! Il CAI cammina. Quest’anno, la 18^ giornata nazionale dei sentieri e la 6^ edizione “In Cammino nei parchi” e Federparchi si è svolta nel Parco nazionale del Pollino. Le cinque sezioni calabresi del Club Alpino Italiano, Castrovillari, Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria e Verbicaro sono stati, ospiti graditi, della Sezione CAI di Castrovillari, organizzatrice dell’evento. Il sentiero rimane la traccia indelebile lasciata dai nostri progenitori sul territorio. All’epoca, era la via per favorire gli spostamenti sicuri e più brevi possibili fra due località per consentire, in modo sostenibile, la caccia, la pesca, l’agricoltura, il pascolo, gli scambi culturali e di mercanzie. Con l’avvento della meccanizzazione, quanto appena espresso, non ha più valore; cosicché il sentiero che prima univa due località, adesso le divide sopraffatto dalla vegetazione per mancanza di calpestio. La giornata di oggi, è servita appunto a celebrare, in tutta Italia il ritorno alle Terre Alte con la frequentazione dei sentieri per i quali, solo l’impegno dei volontari dei CAI, attraverso ricerca storica, segnatura e pulizia ha evitato l’oblio degli stessi. Con essi sarebbe andata perduta la tradizione legata alla montagna che in passato è stata mezzo di sostentamento con attività, boschiva e pastorizia, praticata stabilmente in loco. Il tredici maggio, dunque, tutti a piedi sullo stivale! In questa giornata i soci delle 507 sezioni e 309 sottosezioni italiane del CAI sono spalmati su tutto il territorio nazionale facendo festa e attività ludica sportiva, prendendo possesso, integrandosi, in un ambiente che va continuamente tutelato e valorizzato nel rispetto della natura. Oggi, per gli incontenibili e motivati escursionisti/partecipanti alla nostra uscita, sono stati vissuti momenti di felicità al quadrato. Per molti è stato un ritorno alla natura; un sogno, inseguito e realizzato grazie alle proposte rassicuranti che il sodalizio CAI, nell’esercizio delle sue funzioni, riesce a coinvolgere chi per esigenze di vita, ne rimane ai margini. Al briefing, il presidente della sezione di Castrovillari, Carla Primavera, unitamente al capo gita, hanno dato il benvenuto, agli oltre centoventi Trekker, seguiti dai rispettivi presidenti sezionali. Il presidente del Gruppo Regionale Calabria, Mariarosaria D’Atri, ha aggiunto che incontri partecipati come questi, servono a rinsaldare i vincoli di amicizia e collaborazione fra le sezioni per il bene comune: Montagna. Non è mancato il monito del presidente regionale TAM Mariuccia Papa, che ha invitato tutti durante la giornata al rispetto ambientale. Il lungo serpentone colorato riunitosi a Colle Marcione (1227m) nel territorio di Civita già incomincia a muoversi nel verde tunnel della novellame faggeta della Fagosa. I ritmi della progressione e la voglia di socializzare hanno selezionato spontaneamente quattro gruppi di escursionisti con relative guide, distanziati sul sentiero, per rendere meno invasiva la penetrazione nel bosco e più coinvolgenti le illustrazioni dei passaggi. Dapprima il sentiero IPV5Colle Marcione –Passo di Vallepiana, ci ha introdotto attraverso Piano Ratto, nella parte mediana del grande polmone di ossigeno che general’immenso bosco che, da sotto le quinte di Colle del Principe e cresta dell’infinito, si estende sull’alta valle del fiume Raganello fino ai piedi del Dolcedorme 2267 m. Successivamente, è l’omino di pietra ad indicarci il cambio di direzione per rimanere sul sentiero IPV 5 (Itinerario particolare valenza) proposto dal Parco nazionale del Pollino. Questo sentiero rappresenta l’arteria orientale che giunge al cuore del Geoparco Pollino, crocevia per le cime più alte, attorno al Monte Pollino (2248m). Ormai, il segnavia bianco rosso anche in Calabria ha raggiunto tutte le sue vette. La nostra escursione non prevede vette, ma un laghetto naturale in quota, dove vedremo specchiarsi il bastione di Serra delle Ciavole (2130m). Intanto il sentiero sale fino a giungere alla sorgente del Vascello, dove tutti sostiamo per riempire le borracce e fare un breve spuntino. La fresca acqua, cosi come sgorga dalla roccia, sembra averci stregato mettendoci le ali agli scarponi e cosi, euforici, giungiamo a Piano di Fossa (1609m) che è anche la quota più alta dell’escursione. Qui madre natura ci accoglie nel salotto bene, al cospetto di una splendida radura dal manto erboso verde e soffice, racchiusa e protetta dalle quinte del Dolcedorme e della Serra delle Ciavole. Da qui nessuno ha intenzione di andarsene, l’ambiente è delicatamente selvaggio, ti penetra dentro per farti star bene. Lo guardi intensamente per trovargli un posto nella tua memoria, per tirarlo fuori nei momenti grigi della vita. La foto di gruppo, qui sancisce la nostra presenza; il sentiero ci attende per proseguire, verso la meta. Questo tratto almeno è in discesa fino al laghetto naturale di Serra delle Ciavole. Lo raggiungiamo consapevoli che le sue sponde erbose quasi a fior d’acqua creeranno le premesse a una spaziosa tavolata per la pausa pranzo. Beh! Il nostro vociare incontenibile e le esclamazioni di ammirazione alla vista dello specchio d’acqua, avranno fatto tremare un pò la TAM, ma anche i ranocchi; loro sanno riconoscere gli uomini che vengono in pace e cosi, hanno subito ripreso i loro ritmi di vita. La Calabria a tavola non si fa mancare niente, anche qui sulle tovaglie, condivisione e convivialità! Poi, mangiare e specchiarsi in un laghetto d’altura non hanno prezzo! Il bollettino del dopo pausa dice che tutti godono ottima salute; quindi, con decisione unanime, progrediamo su altro sentiero formando un anello, che si congiungerà nei pressi della copiosa fontana del Principe, per poi proseguire sul sentiero iniziale verso la località di partenza. Un grazie a tutti i partecipanti a questa lunga e meravigliosa giornata nazionale dei sentieri, trascorsa nel Parco nazionale del Pollino. Arrivederci e buone montagne calabresi a tutti!

29 aprile 2018: Monte Pollino e Patriarca di Pollinello di Mimmo Filomia

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Raggiungere la cima del Pollino (2248m) negli ultimi lustri è divenuto un sogno per tanti. Pochi sono gli eletti che, per essere tali, lo raggiungono solo perché dotati di curiosità e spirito pioneristico; quanto basta per raggiungere l’ambone più alto per sentirsi spettatore protagonista, in un habitat selvaggio. La sensazione appagante che scaturisce in ognuno è quella di sentirsi per un giorno il proprietario immaginario del creato in prospettiva. Il Monte Pollino è un’attrazione per tutti gli amanti della montagna perché rappresenta ed esprime attraverso il suo sentiero quasi tutta la biodiversità che contraddistingue il Parco del Pollino. Il prezzo da pagare è in migliaia di passi a ritmi lenti. Tutto qui! La rete sentieristica presente su tutto il territorio del parco, facendo tesoro dei vecchi camminamenti, si è notevolmente sviluppata, tanto che il rassicurante segnavia bianco rosso, ormai, lo troviamo su tutte le cime. L’escursione intersezionale di oggi, con gli amici del CAI di Bel Passo (CT), unitamente agli amici del nostro sodalizio, ha confermato che l’ascesa alle vette è un’aspirazione di tutti e si raggiunge in sintonia con tutti. Alla partenza da Colle Impiso (1573m) eravamo più di cinquanta escursionisti ad applaudire lo scambio di gagliardetti fra i rappresentanti delle due sezioni. Visto la peculiarità del tracciato da affrontare, buona parte del quale ancora innevato e ghiacciato, si è deciso di far progredire in due gruppi, con altrettante guide a breve distanza, uno dall’altro. Nel corso della prima parte del percorso, nei pressi di Gaudolino, una valutazione preziosa, ha consentito ad alcuni escursionisti, coscienti delle proprie forze, di raggiungere il Patriarca di Pollinello, accompagnati su un sentiero più agevole. Oggi è stato davvero un piacere, da accompagnatore, girarmi e vedere sul sentiero semi ghiacciato il multicolore serpentone di escursionisti guadagnare passo dopo passo la quota del famoso pino secco contorto, per poi esultare, al cospetto del panorama. Sarà poi vero che l’esultanza scrolla di dosso la fatica? Io penso di sì, anche perché subito dopo, si vedono in giro cioccolata e biscotti energetici. Ci troviamo a bivaccare appena sopra Pollinello (1950m). Ormai, manca poco al traverso Nord-Est, si rivede il sole che ha sciolto la neve, facendo spuntare primule e alcune timide specie di orchidee. Sull’inghiottitoio dell’anticima del Pollino, il nevaio ci sbarra la strada, inevitabile, lo abbiamo aggirato e attraversato sul punto più stretto. Le massime cime del Parco sono, ora, al nostro cospetto. Permane la zebratura dei Piani di Pollino, su cui svetta Serra delle Ciavole e Serra Crispo, il Dolcedorme (2267m) e Serra del Prete per citare i più prossimi. Sul viso di tutti, si legge una grande soddisfazione per aver creduto nella forza delle proprie gambe che quando sono allenate e in simbiosi con la mente conducono al successo. Il vento non da tregua al fotografo che in cima ci immortala con la consueta foto di gruppo. Nella breve pausa che ci siamo concessi emerge la decisione unanime di scendere dalla parete Sud del Pollino, imboccando il sentiero che conduce diritto al Pino Patriarca. Una decisione saggia, perché la neve gelata del mattino ci ha favorito l’ascesa, ma al ritorno nella fase di disgelo ci avrebbe ostacolato nella progressione. Sotto la chioma dei novecento anni del Patriarca, ci ritroviamo tutti riuniti per la pausa colazione, in un salotto naturale da grandi firme. Riservato per pochi intimi, anche uno spazio per il servizio catering per il gusto e la condivisione di “due uova al tegamino” e un sorso di vino dal “Varlicchijddu”, per la gioia degli amici siciliani che avrebbero volentieri preferito il relax al ritorno. Il sentiero chiamato “Della Signorina” per Il rientro, è un’antica traccia a mezza costa che conduce agevolmente dal bosco di Pollinello all’abbeveratoio di Gaudolino. Dopo una breve pausa di ricognizione, si riparte alla volta della sorgente ristoratrice di “Spezzavummula”, per poi proseguire tutto di un fiato verso Vacquarro Alto. Qui, al cospetto della forma maestosa del Pollino, corre obbligo di un’ultima foto ricordo per suggellare una giornata bellissima ricca d’incontri piacevoli. Durante le otto ore del viaggio, ha predominato l’entusiasmo, con scambi sociali e progetti promozionali per condividere la passione per la montagna, nel prossimo futuro. Grazie a tutti gli escursionisti per la performance sostenuta, nel rispetto della natura e delle regole interpersonali.

22 aprile 2018: Monte Arioso di Gaetano Cersosimo

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Il monte Arioso si trova nel Parco Appennino Lucano Val D'Agri e questa è sicuramente una delle escursioni più famose della zona. Si sviluppa interamente nel territorio di Sasso di Castalda all' esterno del nostro Parco del Pollino. Era da qualche tempo che ci pensavo e in fase di stesura del programma 2018 ho colto l'occasione per organizzarla. Prima escursione primaverile, all' appuntamento si sono presentati un bel gruppo di partecipanti, anche provenienti da Morano e Mormanno, tutti soci appassionati del buon cammino. Partiamo entusiasti percorrendo 140 Km di autostrada per andare sul sentiero dedicato a Pier Giorgio Frassati, appassionato di montagna, che fin da ragazzo si prodigò nell' aiuto dei bisognosi e dei malati. La sua giovane vita venne stroncata per una poliomelite e fu beato nell' anno 1990 da Papa Giovanni Paolo II. Il percorso completo è stato curato e riattivato nell' anno 2007, tenendo conto della memoria storica degli abitanti del paese che lo utilizzavano per gli antichi mestieri: coltivare i campi, macinare il grano, raccogliere e trasportare legna, produrre carbone e pascolare greggi. Lungo il sentiero sono presenti numerose sorgenti d'acqua, il tracciato è grandioso e l'ambiente è molto bello. Lo abbiamo percorso per conoscere anche nuovi posti e merita di essere ricordato. In realtà il sentiero Frassati si divide in frazioni, che a secondo dei luoghi che si attraversano prendono il nome di Via dell' Acqua, Via del Grano, Via dei Muli, Via delle Nevi, Via dei Boschi, Via del Vento, Via dei Pastori, Via del Grande Faggio. La Via dell'Acqua, dove sono visibili i ruderi dell'antico mulino del Conte e scorre il torrente San Michele, si trova prima del nostro punto di partenza. Dalla chiesetta di montagna di San Michele (1100m), dov’è presente una fontana con acqua freschissima, ha inizio la nostra escursione per la Via dei Muli. Il nostro itinerario parte con il tratto più ripido del percorso su un promontorio roccioso, affrontiamo la salita nelle prime ore del mattino con grinta e in trenta minuti circa arriviamo in vista di una maestosa calanca. Continuiamo, l'ambiente è aperto a praterie e pascoli pianeggianti, fino a raggiungere la località della Madonna Nera di Sasso a (1370m); dove troviamo un rifugio aperto solo in estate. Ci addentriamo in un bosco di pino nero e abete, chiamato l'abetina, in leggera discesa raggiungiamo nella valle la Fontana di Cupa a (1290m), dove scorre una delle migliori acqua della Basilicata e facciamo una breve pausa. Alla nostra sinistra inizia la Via delle Nevi, una mulattiera pietrosa con muretti a secco realizzati dalla forestale, la traccia molto ampia è in salita ed è probabilmente la più faticosa. Prima di entrare nel bosco di faggi volgiamo lo sguardo alle nostre spalle dov'è possibile ammirare un piacevole panorama, distinguendo i Monti Piancentini, il Monte Panormo e la catena montuosa degli Alburni. Siamo a quota 1500 sulla Cresta di Serra Giumenta, camminiamo inebriati dall'intenso profumo dell' aglio orsino appena fiorito seguendo la segnaletica sugli alberi ben visibile, per puntare e raggiungere direttamente la cima del monte Arioso (1709m). Qui consumiamo un gradevole pranzo contadino godendoci lo straordinario spettacolo che la vetta ci offre in questa stagione e ammirando le vette del Monte Volturino e del Monte Raparo. Da questo punto iniziamo la Via dei Pastori; il percorso è sempre ben segnato, si arriva alla Tempa D' Albano e dopo un opportuna sosta sullepanchine del Belvedere si scende il crinale della stessa. Il primo tratto è all'ombra dei faggi fino alla sorgente dell' Acqua Cerasuolo; ristorati continuiamo per la vecchia mulattiera dei pastori, la Via del Vento, che in breve discesa ci porta nel bosco La Costara, dove è stato possibile ammirare un straordinario bosco di faggi secolari , con il loro verde primaverile sono gli esemplari più belli. Arrivati al rifugio La Costara, si percorre sulla destra la parte bassa del bosco ricco di agrifoglio, la Via del Grande Faggio, si arriva al Faggio di San Michele che è tutelato dalle leggi della Basilicata ed si stima abbia 300 anni. Particolare per la sua grandezza e per le curiose forme disegnate naturalmente sui rami che secondo la leggenda contengono le tappe della vita del Santo, è una delle cose più sorprendenti. Scendiamo all'interno di un canalone non prima di aver notato la "Buca della Neve" sotto il Faggio di San Michele, questa raccoglieva un enorme quantità di neve utilizzata durante l'estate per confezionare gelati e granite. Raggiungiamo in breve tempo le macchine per andare a visitare la riserva faunistica dei cervi all'interno del bello e accogliente paesino di Sasso di Castalda. Per i partecipanti è stata una domenica decisamente fantastica , abbiamo scoperto degli scorci paesaggistici inaspettati e abbiamo fatto una buona passeggiata. A tutti un sincero ringraziamento per la partecipazione e un grazie per la collaborazione splendida di Francesco. Per festeggiare l'impresa abbiamo consumato un veloce caffè al solito bar e quindi resta solo il rientro a casa.

8 aprile 2018: Madonna del Riposo di Mimmo Filomia

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Si è svolta con successo, nel rispetto della tradizione locale, la 14a edizione della classica escursione di pasquetta organizzata dal Club Alpino Italiano di Castrovillari. Ormai, pensiamo di avercela fatta a riprendere questa tradizione turistica culturale religiosa, che si instaura nel lontano 1836 anno di costruzione della cappella (Andrea Bellusci, benefattore). Da allora tanti pellegrini, continuano a salire spontaneamente a far visita alla bianca cappella rupestre ottagonale situata a mezza costa di Monte Sant’Angelo (795 m). Anche quest’anno, un pò tutti, abbiamo sentito la voglia di scrollarci di dosso questo fine inverno piovoso, con una gita fuori porta, per trascorrere in allegria una giornata all’aria aperta per riscoprire ed affezionarsi a questi luoghi tanto frequentati dai nostri nonni. In passato, buona parte dei castrovillaresi ha fatto coincidere questa tradizione, con la pasquetta sino intorno al 1960 quando, proprio in concomitanza del boom economico, diminuiscono le presenze determinando l’abbandono del sito. La tenacia del nostro sodalizio nel tutelare e valorizzare quanto di buono c’è sul territorio, ci ha premiato, vista anche l’inversione di tendenza cui le persone coinvolte, piccole e grandi, senza distinzione sociale, si sta orientando verso il ritorno alle origini, a livello globale. Perché in tutti noi, emerge la consapevolezza che la buona tradizione è la tracciabilità che contraddistingue le popolazioni. Ormai il sito rimane un simbolo religioso svuotato letteralmente di significato per l’incuria e il vandalismo di pochi, ma, riempito di affetto e di fede di quanti come noi, famiglie, giovani,adulti, associazioni seguono da quattordici anni, dapprima la passeggiata dei pellegrini e poi la pasquetta dei castrovillaresi alla Madonna del Riposo. La bonifica interna della chiesa intrapresa dal CAI lo scorso anno rende l‘ambiente più decoroso. I lumini accesi sotto un tabernacolo vuoto, la recita del rosario, sono il simbolo di fede. Il libro delle presenze è pieno di pagine riflessive rivolte alla religiosità del luogo suggerita dalla pace contemplativa dell’ambiente che invoglia a isolarsi per starsene con i propri pensieri, sospesi al centro tra monti degradanti verso il mare, colline che sfumano all’orizzonte, mentre sotto, la città da cui ti sei appena allontanato da qualche ora ti ricordano la vita frenetica. I più freschi della giornata, ma anche chi se l’è segnata al dito che, un giorno, sarebbe salito in cima a Monte Sant’Angelo, prende coraggio e si avvia sul sentiero CAI 989 d’altura calpestando tutta la pigrizia che l’ha fatto desistere sino a quel momento. In cima è sempre viva la sorpresa con il pannello esplicativo di tutte le montagne all’orizzonte. Dopo la performance sportivo religiosa, subentra la meritata pausa pranzo. Per magia “Supa i Stuiavucchi spasi ‘nnante”, lo zaino di ciascuno diventa il classico cilindro del mago, da dove esce di tutto, dal dolce, al salato, rigorosamente locale, servendo tutte le variazioni, di frittate, peperoni cruschi, salumi, jallatina e vuccularu formaggi, torte, taralli, vino quanto basta, genziana e caffè della casa. “Ah cummara, cum’è ch’on sì binuta cu nui ala Madonna D’ ‘u Ripusu? Ti furéresi assai divirtuta”: (da U Mannulino poesie in dialetto castrovillarese scritte da F. Carelli 1829 - 1898). Il sito Madonna del Riposo è un bene immateriale del territorio, affidato agli uomini, protempore, affinché lo custodiscano, con tante grazie, per le generazioni future.

18 marzo 2018: Etna Nord di Carla Primavera

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Sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata. Sapevamo che risalire "a muntagna", così come la chiamano i siciliani, non sarebbe stato facile. Le condizioni meteo, fondamentali per qualsiasi spedizione, anche in questo caso sarebbero state fondamentali. Ci accoglie una ventosa, ma splendida giornata, a Piano Provenzana, con gli amici del CAI Aspromonte e due del CAI Linguaglossa, tra cui il presidente, che ci accompagneranno. Il gruppo, 28 partecipanti, numerosi per una escursione di questa portata, si divide su due tracce obbligatoriamente diverse a causa delle differenti attività. Il primo, escursionistico, allunga il passo, ma solo in 4 raggiungeranno la cima. Il secondo, sci alpinistico, arriverà a Piano delle Concazze, a circa 2800 metri. La progressione è difficoltosa per il fortissimo vento, che sferza il viso e tenta di ributtarci a valle. Il dislivello, circa 1000 metri, è ripido, con neve abbastanza ghiacciata ma ottima per ramponare. Il gruppo del CAI Castrovillari, quasi tutti scialpinisti, procede con gli amici siciliani, ammirando panorami mozzafiato a picco su un mare azzurro infinito. Chiaramente viviamo in diretta lo stretto di Messina e la Calabria Ionica con il Montalto in primo piano. Ai nostri piedi i Nebrodi con la Rocca di Novara, meta qualche anno fa di una mitica escursione, il porto di Milazzo, tutte le isole Eolie e gli splendidi paesi ai piedi dell’Etna. Solo al Sud si può ammirare il meraviglioso mare e avere i piedi nella neve. Assolutamente fantastico! Spesso ci fermavamo per riempirci gli occhi di tanta bellezza. La fatica, ripagata ampiamente, da una giornata con un cielo meraviglioso e da una neve, a detta degli scialpinisti, che davvero non capita spesso a queste latitudini. Ognuno di noi si è misurato con le sue possibilità, fisiche e psichiche, riuscendo a procedere con i suoi tempi, la propria tecnica, mai dimenticando chi ti precede o chi ti segue. Essere arrivati a quota 2800 metri, ma soprattutto, aver mantenuto il gruppo unito, affiatato, compatto, ha reso questa giornata UNICA! A completamento, gli amici di Linguaglossa, in fase di discesa, ci hanno accolto nel loro rifugio CAI, piccolo ma molto accogliente, dove ognuno di noi, ha offerto quello che ci eravamo sicuramente meritato... ed anche la cotognata e un ottimo caffè caldo preparato sul posto! Davvero una giornata meravigliosa, dove ognuno ha dato quel che poteva, ha imparato che tutto quello che ci concede, la montagna è un regalo inestimabile che raccogliamo a piene mani, ringraziando e ricordando che siamo sempre in debito. Lo saremo sempre. Grazie agli amici del CAI Linguaglossa per averci fatto da guida e agli amici del CAI Aspromonte per l’ottima compagnia.

11 marzo 2018: Valsinni - Monte Coppolo di Luigi Perrone

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Nelle Terre del Silenzio, sulle tracce di Isabella Morra, da Valsinni a Monte Coppolo. A ridosso della festa della donna, 8marzo, non ci poteva essere giorno migliore per dedicare alle donne presenti la giornata odierna in ricordo di Isabella Morra e della sua breve vita, poetessa del ‘500 resa famosa da Benedetto Croce, a cui questi luoghi appartengono e da cui trasse ispirazione per i suoi sonetti. Questa parte estrema del Parco e la storia di questi luoghi mi hanno sempre affascinato; quando aprivo la cartina turistica del Parco Nazionale del Pollino, per illustrala a qualche amico, conoscente o curioso visitatore, alla voce: Principali punti di interesse era menzionato sempre il monte Coppolo. In una delle mie visitea Valsinni, per motivi di lavoro, la curiosità si accese di nuovo e proposi alla nostra sezione questa uscita. In concomitanza, scoprii dopo, che anche le sezioni di Lagonegro-Melfi-Potenza, avevano inserito nel loro programma la stessa escursione per lo stesso giorno l’11 marzo. Confesso che non avevo mai percorso questo sentiero e sembrava, dalle carte consultate, un percorso agevole quasi una passeggiata, sensazione che ho riscontrato in molti nostri soci. Come vuole buona prassi caina prima dell’uscita ho fatto le verifiche sul posto, scoprendo che il sentiero segnato, non esisteva più. Era statocoperto interamente dalla vegetazione. Avendo notato, però, nelle adiacenze segni rossi sugli alberi e il classico nastro bianco-rosso, incuriosito sono andato a controllare la tipologia del sentiero. In seguito, parlando appunto con Franca, socia e responsabile del CAI Potenza, capii che avevano realizzato un nuovo tracciato che a differenza dell’originale si percorreva in cresta e seguiva una vecchia mulattiera in un impluvio. Trovandoci ad un altitudine che va dai 280 agli 800 metri, l’influenza dei venti e del mare, determina una vegetazione composta principalmente da una “gariga” macchia mediterranea bassa, erica, biancospino, pruni selvatici spinosi, lentisco, ginestre, e da qui le difficoltà a percorrere la prima parte del sentiero che scollina all’altezza della Masseria Carbone ora abbandonata, come tutte le terre ed i campi che abbiamo attraversato. Sicuramente la storia ci racconta che un tempo i campi erano coltivati, sono presenti i i segni dell’uomo, con terrazzamenti, fortificazioni, confini realizzati con pietre che le ere geologiche, i circhi glaciali hanno consegnato ai giorni nostri. D’altronde su tutto il monte Coppolo ci sono testimonianze di una “Acropoli” denominata l’antica “Lagaria”. La giornata ci ha regalato uno splendido sole primaverile. Puntuali ci siamo trovati al parcheggio dell’anfiteatro, con i soci della sezione di Verbicaro, dal Tirreno con i paesi di Cirella, Diamante, Santa Maria del Cedro, dallo Ionio la sottosezione di Cerchiara con i paesi di Rossano, Cariati, Mirto. in tutto 33 partecipanti: Il Popolo del Pollino! Un ringraziamento a Pino che ha collaborato nella gestione del gruppo, affrontando le difficoltà che si sono presentate in un sentiero reso scivoloso dal fango e la scarsa visibilità a causa della fitta vegetazione. La sezione di Potenza era partita prima di noi, loro in 40, ma durante il percorso ci siamo incrociati, superati e intrecciati più volte, rendendo molto piacevole questi incontri. Un socio di Potenza voleva scambiare la moglie per 2 soppressate….! Dal grosso serbatoio inizia la salita verso il monte Coppolo, costellata di gradini realizzata con delle vecchie traversine dismesse della ferrovia, che nelle giornate di sole emanano ancora il forte “olezzo” dell’impregnante tipico di quando si si è nei pressi di una stazione ferroviaria. Certo che la scelta di fare questo sentiero così, non è certamente né ecologico né naturalistico. In cima ci siamo goduti il paesaggio circostante: a Sud da tutta la catena del Pollino innevata, ai paesi sottostanti della valle del Sarmento e del Rubbio, e sempre costante di fronte a noi il paese ….INNOMINABILE. Ad Est a causa di una folta foschia non si scorgevano le coste del Mar Ionio, ma in compenso sulla cima non c’era vento e questo ci ha permesso di consumare un lauto pasto, in completo relax e con prodotti calabresi e lucani. In conclusione visita del Castello di Isabella Morra, dove le donne lucane hanno offerto un piccolo buffet ed una guida del castello ha raccontato la storia di Isabella, che si recava su monte Coppolo ad osservare il mare per scorgere l’arrivo della nave che avrebbe riportato il padre in patria, ma mai più tornato. Sua ispirazione era anche il fiume Sinni, la leggenda narra che il fiume stesso veniva alimentato dalle sue lacrime per la solitudine e la misera vita che conduceva nel castello con i fratelli, i quali scoperto un rapporto epistolare della sorella con un nobile della famiglia Caracciolo di Napoli, per gelosia la assassinarono in giovane età insieme al suo tutore e successivamente al suo “amante”. Il corpo di Isabella non è stato mai trovato. E nei giorni di bufera, il fantasma vaga ancora nei vicoli e nelle strette viuzze di Valsinni.

25 febbraio 2018: Pollinociaspole di Eugenio Iannelli

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Purtroppo sono diversi anni che non riusciamo a tenere fede all’itinerario programmato a causa delle bizze del meteo, della difficile percorribilità delle strade o addirittura della mancanza di neve. E così è stato anche quest’anno. La meta prescelta era Colle Gaudolino ma la neve caduta nei giorni precedenti l’evento ha come al solito creato scompiglio e le strade per raggiungere Colle Impiso, manco a dirlo, tutte, dico tutte, chiuse … per neve. E’ per noi difficile, dopo tanti anni, capire e giustificare una situazione del genere che si ripresenta puntualmente e che non permette una fruizione completa delle nostre montagne, non sappiamo veramente più a che Santo votarci. La fatica che svolgono le associazioni per avvicinare appassionati e turisti al Parco del Pollino nel più bel periodo dell’anno è tanta ma purtroppo vanificata e mortificata anno dopo anno. Eppure, secondo la nostra esperienza e nonostante l’Ente Parco sia più volte intervenuto con finanziamenti e incarichi, basterebbe poco per la soluzione del problema, ovvero sarebbe necessario intervenire nel mentre nevica, non dopo, e con più mezzi veramente idonei, leggi turbine spalaneve, e non con un piccolo, unico mezzo che deve fare il giro del mondo. Il lavoro fatto male e in ritardo non fa altro che peggiorare la situazione e complicare le cose. Ma abbandonando il triste argomento della percorribilità delle strade possiamo affermare che Pollinociaspole è una manifestazione che riscuote sempre grande successo. Scelto Piano Pedarreto, unico posto raggiungibile con una certa sicurezza, come luogo di svolgimento della manifestazione sono arrivati in 60 per partecipare. Tanti dallo Jonio cosentino, Rossano, Corigliano, Cariati, Isola Capo Rizzuto, Catanzaro e tanti dai nostri paesi limitrofi. Un tiepido sole ha attenuato le rigide temperature mattutine e ha consentito, dopo aver calzato le ciaspole, di effettuare una bella escursione verso Monte Grasta con una bellissima nevicata finale. Un percorso facile, alla portata di tutti, grandi e piccini, che ha consentito a molti dei partecipanti di fare la prima esperienza con le racchette da neve. Un attrezzo di facile utilizzo che consente di percorrere in sicurezza e senza grande fatica qualsiasi sentiero nel periodo invernale. L’evento -considerata la facilità del percorso- ha garantito la partecipazione e il divertimento per tutti indipendentemente dall’esperienza e dall’allenamento personale. L’obiettivo principale dell’evento resta quello di promuovere la conoscenza e la pratica di una attività sportiva ecocompatibile, attraverso l’uso di un attrezzo, che consente un approccio nuovo di vivere la nostra montagna in un periodo -quello invernale- ritenuto a torto poco frequentabile per le difficoltà logistiche e di adattamento. Al termine dell’escursione il pranzo in ristorante per amalgamare nuove e vecchie conoscenze che sono parte integrante della grande famiglia degli appassionati di montagna. Al termine della giornata commenti entusiasti mentre per gli organizzatori l’orgoglio e la soddisfazione di aver riproposto questa bella esperienza sportiva e di aver contribuito alla conoscenza e alla promozione del nostro territorio nonostante le enormi difficoltà incontrate.

28 gennaio 2018: Lungo le Nord del Timpone di Viggianello e del Timpone della Capanna di Mimmo Pace

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Il Timpone di Viggianello (1779 m) e il Timpone della Capanna (1823 m), pur rappresentando due cime minori del Massiccio del Pollino, offrono scorci paesaggistici di ampio respiro e di grande suggestione, unitamente ad una morfologia interessante dal punto di vista alpinistico, specialmente d’inverno, con un manto nevoso compatto e “croccante”. Una conformazione alpinistica in miniatura, direi, che favorisce un approccio non eccessivamente impegnativo, sia nella progressione su terreno ghiacciato, sia in relazione alla lunghezza, che all’asperità del percorso. Un terreno ideale, quindi, per coloro che, già invaghiti dell’andar per sentieri, sono anche molto vogliosi di sperimentare un primo approccio con l’alpinismo invernale. Ci sono poi gli irriducibili amanti delle racchette da neve, e sono tanti, che amano scorrazzare in libertà e con il minimo rischio per bianchi pianori e vallate, che il nostro Pollino offre; per cui, anche allo scopo di favorire una più ampia partecipazione ed una costruttiva e producente socializzazione, avevamo optato di abbinare una modesta esperienza alpinistica a quest’altro piacevole diporto sulla neve. Non avevamo però fatto i conti con una stagione invernale, almeno finora, tanto avara di neve, quanto ricca di piogge sciroccose fin sulle quote più alte delle giogaie del Pollno! Ragion per cui, a causa dell’insufficiente innevamento, stava per andare a “farsi friggere” la tanto sospirata ciaspolata lungo il grande e luminoso Piano di Ruggio. Con apprezzabile spirito di servizio, il noto Mimmo dei sentieri è riuscito, però, ad attrarre un gruppetto di ciaspolatori, conducendoli sul Piano di Ruggio, con puntatina classica al Belvedere del Malvento. Meglio così. Il gruppo delle “anime scalanti” constava, invece, di una ventina di unità: una schiera di amici reggini (ben 8), sempre entusiasti del nostro Pollino, la solita sfiziosa combriccola rossanese-cariatese, neofita per tal genere di imprese, qualche amico del CAI di Catanzaro, nonché qualche scalatore alpino di ormai larga fama. Il Mimmo delle avventure e l’atletico Francesco guidano il gruppo nell’ascensione del fianco Nord del Timpone di Viggianello. Per quanto breve, il pendio innevato è abbastanza ripido e occorre procedere con prudenza e accortezza, anche per la presenza di qualche passaggio di misto un po’ delicato, reso insidioso dalla formazione di chiazze di scivoloso vetrato. Presto il gruppo è in vetta e… ne valeva proprio la pena raggiungerla, non fosse altro che per le visioni mozzafiato che da lassù si godono, nonostante il paesaggio non offra oggi all’occhio le suggestioni e gli incanti di un ambiente fiabescamente imbiancato! Visioni inedite, in quanto solitamente sono in tanti a snobbare e trascurare questa montagna, considerandola una vetta minore e quindi scarsamente appetibile. Tempo un buon quarto d’ora… tanto dura la ridiscesa al Colle del Dragone. Una non lunga marcia in ambiente discretamente innevato e il gruppo già risale il dolce pendio che porta a piè della NW del Timpone della Capanna. Lungo l’aderto costone boscato il risalire diviene faticoso, non solo per via della notevolissima pendenza, che sfiora il 50%, ma anche per lo stato un po’ inconsistente e scivoloso della coltre nevosa. Per fortuna però, usciti allo scoperto, la neve riacquista una certa consistenza ed è una vera goduria poter avvertire il crepitio dei ramponi, che mordono la superficie ghiacciata. D’improvviso, un ricordo bellissimo di diversi anni addietro mi pervade la mente: era la vigilia del Natale 2008 e su questa stessa rampa, ancor più dura e insidiosa, assieme a mio figlio Francesco, iniziavamo alla progressione su neve ghiacciata un bimbo di appena 6 anni!... il mio nipotino Daniele, mascotte e protagonista in diverse nostre avventurose sortite sul Pollino ed alpine. L’inizio era davvero promettente… ma poi... e pensare che ambivo di passargli il testimone, nel fatidico momento di appendere gli scarponi al chiodo! Suo nonno, però, si augura sempre che gli ritorni di nuovo la voglia! Finalmente i piedi in piano. Risalendo il facile declivio che conduce sulla vetta, orizzonti grandiosi e smisurati, resi opalescenti dalle nebbie, che vagano senza meta sui fianchi della montagna. Ai nostri piedi il Piano di Ruggio, stavolta non deserto, ma brulicante di giovanissimi ciaspolatori, impegnati nell’espletare una breve gara, organizzata e diretta attraverso strombazzanti megafoni, i cui clamori giungevano fino a noi, ferendo non poco i nostri orecchi… ma col Rifugio sempre accuratamente chiuso! Qualche foto ricordo, al cospetto dell’imponente mole della Serra del Prete e poi subito giù, attraverso l’aereo, magnifico Crestone Nord, che offre una discesa a dir poco entusiasmante ed adrenalinica. Chiedo venia al lettore, ma non riesco a sottacere le emozioni vissute un trentennio addietro, proprio lungo questo crestone, assieme ai miei figlioli Francesco e Mariella. Lui, un ragazzo di otto anni, lei signorinella appena… miei assidui ed inossidabili compagni di ventura a quei tempi. Risalivamo la sua superficie ghiacciata con pochi mezzi e un pezzo di corda: il piccolo era senza ramponi e scivolando continuamente, aveva modo di affidarsi solo alla corda e… piangeva, piangeva per la paura, ma riuscimmo tutti e tre a toccare la vetta! Riconosco di essere stato un papà superficiale e sconsiderato in quel frangente… ma il piccolo, grazie a quell’esperienza, era divenuto già un uomo!! Dopo una discreta mezzora di briosa discesa, incrociamo il sentiero 900A, tagliando lungo la porzione superiore del Piano. Inaspettatamente una graditissima sorpresa! Possiamo rivedere e riabbracciare un vecchio lupo di montagna: Giuliano Belcastro, che, in compagnia di un amico, si aggira estasiato e senza meta per quei luoghi. Dopo la rituale degustazione di intingoli vari, in un’area pic-nic, non ci resta che felicitarci l’un l’altro per la sortita appena conclusa e a darci un convinto arrivederci alla prossima, con la segreta speranza che prima o poi una copiosa nevicata imbianchi di nuovo queste montagne.

7 gennaio 2018: Ciaspolata d’inizio anno 2018 di Mimmo Filomia

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Per dare vita alla prima uscita con le ciaspole, inserita nel nostro programma di attività 2018, quest’anno abbiamo avuto un pò di difficoltà nella scelta della località. Un inverno strano, prima si propone con alcune nevicate dando l’idea di aver ristabilito la stagione in corso, rimettendo alla porta il fattore cambiamento climatico, che invece è tornato subito facendo sentire i suoi effetti per via delle alte temperature che, unite alle piogge, hanno sciolto il manto nevoso in tutti i quadranti del Parco del Pollino. Alla fine, dopo più di un sopralluogo, la scelta è caduta su Novacco (Saracena) che ha conservato più copioso il manto nevoso specialmente nelle radure e nel bosco meno esposti al sole. Con buon auspicio per l’inizio della stagione invernale, ci ritroviamo in ventotto allo svincolo di Campotenese dell’Autostrada A2 del Mediterraneo. Proseguiamo per la località Rosole per usufruire del nuovo tratto stradale ammodernato che conduce a Novacco (1311m), passando per Masistro e poi Piano dell’Erba. L’utilità della breve arteria, appena raggiungibile dall’autostrada, dovrebbe influire positivamente ai fini della visibilità del rifugio e dell’ambiente a vocazione turistico. Sul posto fa freddino, il tempo di scambiarci il messaggio di benvenuto e l’augurio di un anno pieno di escursioni per tutti e già calziamo le racchette da neve, impazienti ed entusiasti di imboccare il sentiero CAI 631 Novacco - Caramolo che a noi, oggi, a ritmi lenti ci condurrà a Piano Scifarello (1600m). Le ciaspole, con l’ausilio dei bastoncini, sono l’attrezzo la cui calzata mette le ali ai piedi, sulla neve alta, senza le quali alcune performance in ambienti fiabeschi e ovattati, sarebbe difficile praticare. Sulla neve ghiacciata, invece, soprattutto in pendenza, bisogna calzare i ramponi; per la progressione, serve l’ausilio di una o due piccozze per assicurarsi da impreviste rovinose cadute. Quanto appena specificato a vantaggio di alcuni principianti nuovi iscritti che si sono uniti agli amici di Rossano, Cerchiara, S. Sosti. Il sentiero non è particolarmente impegnativo, si progredisce leggermente in salita su neve soffice e in alcuni tratti ghiacciati. La voglia di neve si legge nell’espressione entusiasta di tutti, anche se gli “sgarri” delle feste natalizie, hanno fatto soffrire un pò, motivo in più per scambiarsi, cioccolata e frutta secca nelle pause, contribuendo a socializzare. Sul colle Scifarello una bella e solida cornice di neve si presta come trampolino di lancio per lo slittino. E’ stata presa di mira per fare discesa sfruttando il proprio lato “B” come slittino, divertendosi. Il ritorno è avvenuto per la stessa via dell’andata, ma con una deviazione al rifugio dell’ex Corpo Forestale, che abbiamo trovato desolato ma in buono stato. Qui abbiamo fatto parlare i nostri zaini! Ne è uscito un discorso molto eloquente che abbiamo condiviso tutti tra il salato, dolce, frutta e scoppi di prosecco, in nome della tradizione e amicizia, fra caini!