Raccontatrekking 2019

20 ottobre 2019: Rifugio Conte Orlando - Monte Palanuda di Mimmo Filomia

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Il monte Palanuda (1636m) è un enorme bastione che nell’orogenesi appenninica, emerge ed approda dal mar Tirreno nel quadrante Sud/Ovest del Parco del Pollino. La sua quota periscopica, rappresenta un punto di osservazione, sul grande emiciclo formato dalle massime espressioni del sistema montuoso del Pollino e dell’Orsomarso, che si spinge agli occhi del più attento conoscitore fino ai monti Alburni. Nell’immediato sottostante territorio, si contraddistinguono fazzoletti di terra finemente lavorati e frazionati a colture. Qua e là casupole che indicano come l’area sia antropizzata; mentre i paesi rivieraschi sono capeggiati dalla cittadella di Scalea situata nell’alto Tirreno cosentino. Oggi la cima Palanuda, raggiungibile dal Rifugio Conte Orlando di Mormanno, molto frequentata dagli escursionisti, per via del suo tracciato agevole che si sviluppa all’ombra di una maestosa faggeta, si è dotata di un secondo sentiero ufficiale UCS 635A proveniente da Piano Novacco. Il sentiero canonico, ripercorre vecchie tracce che nel passato hanno permesso lo scambio commerciale di merci a dorso di muli, incrociandosi con quelli provenienti dalla marina sottostante e dalla montagna. Per oggi, Il ritrovo con i simpatici amici siciliani del CAI di Palermo è stato fissato al rifugio CAI, Biagio Longo di Mormanno. Una breve tappa di avvicinamento al sentiero, in macchina, ci conduce nei pressi dell’ex rifugio dei cacciatori “Conte Orlando” posto a 1193 m. Dopo il saluto di benvenuto agli ospiti e soci e un breve excursus su realtà e leggenda del rifugio, ci incamminiamo. I maestosi faggi che qui crescono folti, alti e sani, ci proteggono con la loro folta chioma dal perdurare di una insolita quanto preoccupante estate che non vuole cedere il passo all’autunno. Intanto ancora una volta dobbiamo rimandare a tempi migliori, quando la temperatura decide di calare bruscamente, per godere i colori del foliage autunnale che da queste parti rappresentano una tavolozza cangiante e confortevole alla vista. Il soffice sentiero reso tale dalle foglie caduche, s’inerpica passando per il soleggiato e invitante Piano Cambìo e il vallone “Deo Gratias” dove vegetano bei esemplari di agrifoglio. Dopo un medio traverso che mette alla prova gli escursionisti, torniamo a rivedere il sole che illumina il lato della cima Ovest del Palanuda. Il verde ancora intatto del bosco che attornia il giallo paglia del cono pietroso di vetta, produce una sensazione calda piacevole, mista alla curiosità di raggiungere la vetta. Gli omini di pietra, posti a guida in sequenza ci sono di conforto per salire decisi e sicuri fin sulla cima dove ci attende un lungimirante panorama. Dopo avere compiuto con soddisfazione, il rito di aggiungere la propria pietra votiva sul cumolo di vetta, il luogo è ideale, per rinsaldare i vincoli di amicizia, per lo scambio dei gagliardetti fra la sezione ospitale di Castrovillari e gli ospiti di Palermo ad opera del presidente Carla Primavera e del signor Matteo Fresta. La lunga e meritata pausa ci ha permesso di mettere fuori dallo zaino, quello che di buono c’era da condividere e consumare. La giornata bellissima concede a tutti attimi di riflessione, autostima, osservazione e consapevolezza che, ogni tanto, bisogna agire da protagonista e non essere spettatore delle altrui performance.

13 Ottobre 2019: Piano Novacco - Monte Caramolo di Domenico Musmanno

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Solo di recente, con la frequentazione delle nostre Montagne, Appennino Meridionale calabro-lucano, ho cominciato con lenta e appassionata scoperta, a conoscere e distinguere la diversità coesistente in tutta l’area, dei diversi Gruppi montuosi che la compongono e di cui vale citare il principale, il Pollino, sebbene la mia attenzione, in questa sede, sarà incentrata su quello che notoriamente per molti viene indicato come il Gruppo montuoso dell’Orsomarso. Questo, da come si può rilevare consultando le apposite cartine geografiche, è interamente posto all’interno dei confini calabresi, versante Sud-Ovest del Parco Nazionale del Pollino. Quello dell’Orsomarso, (a proposito mi scuso per la parentesi, e svelo subito che il nome geografico, derivante dall’omonimo paese, a sua volta, per come curiosamente mi faceva notare durante un briefing dell’escursione l’amico e bene informato, Lorenzo, del Gruppo CAI Castrovillari Club Trekking di Corigliano-Rossano, sembra tragga origine dall’antica presenza nell’area, dell‘Orso marsicano), è forse l’area montuosa più naturalistica e selvaggia di tutto il Parco. Partiti da Castrovillari – Piazza Giovanni XXIII, con le proprie auto dopo aver ottimizzato, come solitamente avviene, la divisione dei posti auto, ci siamo tutti, per come nelle previsioni organizzative della settimana precedente, ritrovati con una folta compagnia di amici e amiche, giovani e meno giovani, del “Club Trekking” sopraggiunti da Corigliano-Rossano, nonchè con altri due soci CAI in viaggio da Lamezia . A parte l’animo “a festa” che si è subito creato da parte di tutto il gruppo, e la forte bramosia di montagna e da lesti camminatori per tanti, non poteva che essere, considerata la meta prefissata: Monte Caramolo (m. 1827), il Piano Novacco (m 1315) il punto di partenza più naturale per impegnare subito dopo il bosco dalla immensa faggeta in direzione della salita di Scifarello e dell’omonimo Piano, fino al raggiungimento del Piano Caramolo, posto al cospetto dell’omonimo monte. Durante il tragitto, immediato è stato lo scambio di conoscenza e familiarità per tanti soci Cai di Castrovillari, soprattutto tra i più giovani, con gli amici ionici. All’altezza della Località “Bruscata”, crocevia con altre località di montagna, ad aspettarci c’erano Carla ed Eugenio, che giunti appositamente in anticipo sul posto e precedendoci di qualche chilometro, mostravano a noi del folto gruppo il loro piccolo, ma utilissimo intervento di risistemazione della sentieristica appena terminato e di cui il CAI spesso si fa carico attraverso la sua opera di volontariato. Ebbene, si prosegue lasciando il tratto di bosco su strada ben battuta e piuttosto agevole, per impegnarne uno più ripido e piuttosto scosceso, e la cui asperità è dovuta al ruscellamento delle acque, fino al raggiungimento, dopo circa un’ora, della sorgente Scifarello; qui qualcuno di noi più informato fa risalire la parola “scifarello”, al significato in gergo dialettale di “scifo”, verosimilmente qualcosa che ha a che fare con “abbeveratoio” per animali. Viene del tutto naturale pensare, soprattutto per lo scenario in cui progressivamente ci addentriamo, all’acqua ed ai boschi, soprattutto di maestosi faggi, e quindi al legname ed agli animali, fonti di sicuro sostegno economico per i dimoranti del tempo in un passato non del tutto remoto. Davanti a noi per gran parte della salita, sulla nostra destra compaiono i due monti boscati dai colori giallo-bruno autunnali, Timpone della Magara e la più imponente Serra della Lupara (m 1803), e, dal Timpone Scifarello sulla nostra sinistra. Arrivati al Piano Scifarello, si lascia finalmente l’impervietà della strada naturale, (della quale sarebbe auspicabile che il Comune di competenza, Saracena, in un’ottica di salvaguardia di approccio ad una zona di sicuro pregio ambientale, si prendesse cura del manto naturale), si guarda estasiati il verde pianoro che si presenta alla nostra vista, già sede naturale di fenomeni di antica formazione di rocce calcaree, erose e filtrate dall’acqua, fino alla formazione di ciò che appare ai nostri giorni. Di fatti, luoghi del genere, unitamente ai vicini ed analoghi Piani di Novacco alle nostre spalle, e Piano di Caramolo che ci attende da lì in avanti per qualche ora, fanno di questa area qualcosa che nulla ha da invidiare a una Val di Fassa o Alpe Siusi delle famosissime Dolomiti. Qualcosa invece di simile e più vicino è possibile, dalla mia esperienza, accostarla al vicino Altopiano Silano, come le bellissime Val Tacina e del Soleo. Ritornando ai nostri Piani, quì è possibile, abitualmente e per la propria esperienza, incrociare diverse specie di fauna, quali principalmente il capriolo autoctono, la lepre, cinghiali e, naturalmente, bestiame allo stato brado, al pascolo. Ma, giunti al Piano Caramolo, questa volta invece ci sarà il gradito incontro con due belle persone, nonchè riconosciuti esperti e appassionati delle nostre montagne e dei tesori vicini, Vincenzo e Mario che, a conoscenza della nostra calendarizzata uscita, hanno voluto dividere con noi, (anche loro soci CAI), il piacere dello stare insieme per qualche oretta, raggiungendoci in posti per loro molto familiari se non anche per la loro dimora d’origine in paesi prossimi agli stessi. Dopo oltre due ore di sostenuto cammino si lascia alle nostre spalle ogni pianoro e ci si accinge a fare l’ultimo piacevole sforzo; addentrandoci in un boschetto di montagna attraversiamo il previsto piccolo sentiero a tornanti, parte del più grande SI 631, che ci porterà, in poco tempo, nonostante i pittoreschi e panoramici tornati in salita, fin sulla bella vetta. Quì, soprattutto per chi è nuovo, ci si trova alla vista di un panorama imprevedibile e spettacolare a ben 360 gradi. La giornata è davvero bella per noi “avventori” fortunati perchè la vista che appare ai nostri occhi è di rara bellezza considerate soprattutto le condizioni di cielo terso e soleggiato. Alla nostra vista appare da un lato tutto l’arco montuoso del Pollino dalla Coppola di Paola fino al Sellaro, col fondo valle dei comuni di Frascineto, Castrovillari, parte di Morano, San Basile, dall’altro tutto il rimanente gruppo dell’Orsomarso (Muletta, Mula, Cozzo Pellegrino) fino alla più lontana regina, la Montea, e così il Monte Alpi; spaziando ancora è possibile persino scorgere i due mari in un tutt’uno col cielo. Per la cronaca, una ormai inutile presenza di ferraglia in parte erta (col suo pannello visibile da Castrovillari e dintorni,)ed in parte giacente in abbandono sul suolo. Ma, dopo un pò, “protocollata” con piacere e fantasia la presenza di tutti a mezzo del libro vetta, custodito sul monte in un piccolo “scrigno” di metallo, immortalati dall’esercizio fotografico dei più, inevitabilmente, la piccola e calda corona del monolite, tiene tutti vicini ed induce a godere accoratamente delle nostre piccole pietanze al sacco. Si può rientrare, alcuni, ormai più che conoscitori del posto, a loro piacimento decidono di farlo un po’ in autonomia, deviando e rientrando sul sentiero già percorso, ma dopo non molto lo stesso sentiero, accomuna i più; l’ottimo Mimmo, mio omonimo e coorganizzatore della escursione, socio “storico” della nostra sezione, con cura, e, nel caso specifico si direbbe da “buon padre di famiglia”, provvede a riporre il prezioso libro di vetta al proprio posto, e s’incammina in discesa verso il ritorno con noialtri volentieri a seguirlo; lasciata la vetta e giunti sulla strada sterrata, foto di simpatia con Mario e Vincenzo i quali naturalmente per rientrare a casa dovranno incamminarsi in senso opposto al nostro. Strada facendo, l’ora pomeridiana inoltrata, porta, molti di noi, ormai in cammino a piccoli gruppi spontanei, a soffermarsi ad osservare la variegata flora spontanea agli argini del bosco: per Carmelina l’occhio va sul grazioso arbusto di rosa canina, in piena maturazione con le sue tipiche bacche rosse, per Franco, più frequentatore dei posti e conoscitore delle varie specie, sull’orapo o, più comunemente, sullo spinacio selvatico, che si sofferma volentieri a mostrarlo bene a chi gli sta vicino; a me invece capita di toccare l’ortica al posto della menta. Bè, data l’ora, un pò ci può stare! Prima della sera, degradiamo un pò tutti rilassati, a Novacco, alle auto; siamo in tanti per cui a giusta ragione alcuni salutano e vanno via prima; per chi è ancora rimasto, ci sarà una piccola degustazione di dolce homemade, e poi, i calorosi saluti di commiato.

6 ottobre 2019: Santuario del Pettoruto - Pietra Portusata - Tavola dei briganti di Vincenzo Maratea

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Alle 8,30 ci ritroviamo sul piazzale del Santuario del Pettoruto. Il tempo non è dei più belli. Un cielo grigio minaccia pioggia, ma noi, 15 intrepidi soci CAI, non ci perdiamo d'animo. Dopo i dovuti convenevoli e saluti da parte del nostro presidente, Carla Primavera, il gruppo guidato da Mario Sammarco, coadiuvato da Vincenzo Maratea, attacca il sentiero che attraversando un bel bosco di lecci e roverelle, in ripida salita, dopo poco più di un'ora conduce ai ruderi di Artemisia.

Il Kastron dei Casalini è posto a quota 896 m all'imbocco della gola del fiume Rosa, a strapiombo sulla Basilica della Madonna del Pettoruto. È una città fortezza bizantina risalente al IX-X sec. d.C. costruita su un insediamento longobardo del VII-VIII sec. d.C. Le prime tracce di frequentazione risalgono al Neolitico Recente (IV-III millennio a.C.) e al Bronzo Antico. Durante gli scavi archeologici del 2001 e del 2003 condotti dall'Università della Calabria sono stati riportati alla luce i resti del pavimento di una capanna protostorica, alcune asce in pietra e una grande quantità di ceramica a impasto databili al III-II millennio a.C. Le evidenze monumentali dei Casalini risalgono al periodo bizantino del IX-X secolo. Sul punto più alto della cittadella è situata la chiesa a navata unica e pianta longitudinale. E' una piccola chiesetta bizantina con abside centrale rivolto a Est, secondo i canoni della liturgia orientale. Il punto di massima difesa del kastron era il mastio centrale, posto sulla prima cortina muraria a protezione dell'acropoli. Raggiungeva i dieci metri d'altezza e si appoggiava direttamente sulla roccia di monte. Ai suoi piedi era posta una grande cisterna per l'approvvigionamento idrico che serviva a resistere a un assedio molto prolungato. Dalle ultime indagini stratigrafiche è risultato che la cittadella-fortezza dei Casalini, impropriamente identificata con Artemisia, fu abbandonata intorno alla metà del XIV sec. d.C., forse perchè aveva perduto la sua antica importanza strategica. Dopo una breve sosta e le dovute foto ai ruderi, riprendiamo il cammino. In leggera discesa prima e poi in salita attraversiamo tutto il vallone di Valle Colonna per poi immetterci nella sterrata carrabile proveniente da Fravitta, frazione di San Sosti. Ora il percorso si snoda sempre su questa sterrata. Raggiungiamo la balconata di Papi di Pietro dalla cui sommità lo sguardo spazia sulla Montea. Oggi però la "Regina" non si concede ai nostri sguardi in tutta la sua imponenza: una coltre di nuvole nasconde le sue creste. Proseguiamo verso il Campicello, un pianoro coltivato a patate, segale e granturco dai contadini-allevatori di Fravitta. Lo attraversiamo per lungo fino all'uscita della faggeta e qui abbandoniamo la sterrata per incamminarci su un irto sentiero in mezzo a faggi e giovani pini loricati. La salita è resa ancora più faticosa dall'alto tasso di umidità. Per fortuna non piove. Arriviamo alla Pietra Portusata (1229m) e scendiamo per una cinquantinadi metri per ammirare il foro (pertuso) da cui prende il nome questa splendida struttura calcarea. Un acero e un faggio maestosi si sono contesi il diritto di attraversare il foro per raggiungere la luce. L'ha vinta il faggio. Ritorniamo sui nostri passi e in pochi minuti raggiungiamo la meta della nostra escursione: la Tavola dei briganti (1173m), un bizzarro roccione a forma di fungo alto circa due metri e largo altrettanto, un vero monumento della natura. Purtroppo nel 2000, per scongiurare il pericolo di caduta, è stata imbrigliata da antiestetici tiranti deturpandola orribilmente. Era proprio necessario? Qui consumiamo una meritata mafugace colazione per riprendere subito la via del ritorno in quanto incominciano a scendere le prime gocce, poi diventata pioggia leggera che ci accompagnerà per una buona mezz'ora. Ma noi siamo attrezzati di tutto punto e non ci preoccupiamo più di tanto.Ripercorrendo a ritroso l'itinerario dell'andata, raggiungiamo il Santuario del Pettoruto. Una visita alla Chiesa da parte di alcuni, una birra e un caffè per rifocillarci un pò, e poi i saluti con l'intento di ritrovarci alla prossima escursione.

Il nome Pettoruto deriva probabilmente da "pietroso", "petruto", corrotto nel corso degli anni. È fondato nel 1274 dai monaci Basiliani dell’abbazia di Acquaformosa che lo mantengono alle loro dipendenze in qualità di grangia. Ampliato tra il 1633 e il 1646, viene poi distrutto dal terremoto del 1783. Restaurato alla fine del sec. XIX, conosce altri rifacimenti tra il 1925 e il 1929 attestati da una lapide. I lavori più consistenti, tuttavia, sono da far risalire a partire dal 1824, data di inizio dei lavori che si concluderanno nel 1834 ad opera del vescovo Felice Greco di San Marco che vi farà costruire la navata centrale. I lavori relativi alla navata sinistra, all’abside e alla cupola, iniziati dal vescovo Livio Parlatore nel 1856, hanno termine col vescovo Carlo Vincenzo Ricotta nel 1897. Con decreto del capitolo vaticano del 29.7.1903 la venerata Immagine della Madonna del Pettoruto è incoronata il 6 novembre successivo e il santuario aggregato alla Romana Basilica di Santa Maria Maggiore. Nel 1935 viene costruita la navata destra. Il 17 agosto 1979, Giovanni Paolo II ha elevato il santuario al grado di basilica minore.

15 Settembre 2019: L'anello della Calcinaia di Giuseppe Filomia

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L’appuntamento per questa domenica è fissato alle 8 presso il convento dei Cappuccini di Morano Calabro, punto di partenza ed arrivo della nostra escursione, io quale responsabile dell’escursione anticipo un poco l’orario di ritrovo e nel giungere presso il convento una gradita sorpresa mi attende, gli amici nonché nostri soci del Gruppo CAI Club Trekking Corigliano/Rossano, capitanati dal loro presidente Lorenzo Cara, sono già li ad aspettare impazienti di conoscere questa zona a loro sconosciuta. Alla spicciolata arrivano anche gli altri partecipanti del CAI di Castrovillari, e dopo un veloce briefing si parte. Il complesso montuoso della Calcinaia prende il nome da alcune fornaci a cielo aperto situate alla base della montagna adibite in passato, alla cottura di pietre calcaree per la produzione di calce. Il monte Calcinaia con i suoi 1303 metri sembra una cima facile da raggiungere ma come avranno modo di costatare i miei amici di escursione non sarà cosi agevole, perché ci sono molte similitudini con la Montea: salite per arrivare alla cresta, crinali panoramici, discese, e di nuovo salite fino a quando intravedi la vetta. L’escursione inizia dal Convento dei Cappuccini segue dapprima l’interno del Vallone Cammarella dove si incontrano rocce dal color ruggine, successivamente il sentiero si apre in un bel serpeggiare tra terrazzamenti di pietre realizzati durante il rimboschimento forestale degli anni ‘50. Arrivati alle Pietre di Civita facciamo una sosta per riposarci un poco e per aspettare alcuni soci che sono andati al belvedere della Castagnella. Belvedere con una vista d’incomparabile bellezza dove lo sguardo spazia su tutta la catena del Pollino e su Morano le cui case sembrano adagiate una sull’altra, disposte a ventaglio intorno al poggio per ricevere tutta la luce del sole. Ricompattato il gruppo si riparte e si risale di nuovo, fino a raggiungere il crinale e la cima Cozzo Scorciabove, da li in discesa e poi di nuovo in salita puntiamo sulla Calcinaia. Finalmente giungiamo in quota e la nostra vista spazia a 360° da M. Caramolo ai monti della luna e ad alcuni rilievi attorno al M. Palanuda e Cozzo Pellegrino, a tutta la dorsale della catena del Pollino ed il Sellaro con all’orizzonte il mare Jonio In cima alla Calcinaia ci riposiamo un poco e ci mettiamo in posa per la foto di gruppo che con questi sfondi meravigliosi non può che valorizzare ancora di più questa escursione. Iniziamo a scendere verso Perlinchierico e una volta giunti nella faggeta consumiamo il nostro pranzo al sacco, non c’è cosa più bella che mangiare tutti insieme, ci si conosce, si parla, si aprono e non si chiudono tanti discorsi, certi che nella prossima escursione si riprenderà il filo. È questo il bello di quest’ associazione, gente comune che si incontra si conosce e parla di tutto, scevra da interessi personali ma solo con l’amore incontaminato per la montagna. Si riparte, bisogna chiudere l’anello, ci inoltriamo nel bosco dove le foglie hanno creato un tappeto soffice e colorato e con una breve discesa intercettiamo il Sentiero Italia. Questo tratto di S.I. ricade nella penultima tappa di competenza della nostra sezione, tappa che da Novacco, attraversando i Piani di Masistro, e aggirando tutto il Genovardo porta a Morano Calabro. Intercettato il S.I. poco più sotto dei Colli di San Pietro e con un sentiero alquanto comodo e sempre in quota attraversiamo il Genovardo ed arriviamo a Morano in località “Ariella” dove nel periodo natalizio viene accesa una stella cometa. Da lì con una breve discesa arriviamo alle auto dove ha termine la nostra escursione. Come si conviene, al rientro con chiusura ad anello ci salutiamo affettuosamente dandoci un abbraccio ed un arrivederci per la prossima escursione.

26/31 agosto 2019: Alpi Apuane di Angelo Mingrone

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Credo che la nostra Presidente Carla abbia avuto un’ottima idea nel momento in cui ha deciso di realizzare una gita in Toscana, nella zona delle Alpi Apuane, comprensiva di ben tre escursioni (Monte Forato, Monte Altissimo, e Rifugio del Freo), oltre alla visita della bella città di Lucca, e, in ultimo, della casa di Giovanni Pascoli e della Fortezza delle Verrucole. La vacanza (anche se non troppo rilassante) è riuscita ancor meglio per la organizzazione perfetta e per la cura di ogni particolare (dall’affitto del mezzo di trasporto, alla scelta dell’Albergo, e soprattutto alla scelta dei posti da visitare e delle guide assai preparate con cui visitarli. Penso di poter dire che anche noi escursionisti (ben 9 “Caini”) ce la siamo cavata niente male, collaborando con le guide, rispettando gli orari degli appuntamenti, percorrendo con disciplina sentieri forse non troppo angusti, ma difficili ed impegnativi, interloquendo con garbo e intelligenza con i nostri precettori, e trovando anche il modo di ricorrere a “frizzi e lazzi” per star meglio insieme e per godere appieno della gita. La voglia di star bene insieme non è mancata il giorno della partenza, lunedì 26 agosto, quando alle 8 di mattina in sei (Carla, Pino, Maurizio, Maria Carmen, Milena e Angelo) siamo partiti da Castrovillari in direzione di Barga (LU) a bordo dello spazioso furgoncino- voyager Mercedes, in grado di trasportare nove persone, nero come la pece, ma comodo come un salotto. All’autostazione di Salerno, vincendo un traffico cittadino intenso e disordinato abbiamo preso con noi Rosa, proveniente da Messina, e poi, di ritorno sull’autostrada che da Salerno porta a Caserta e a Roma, a livello della stazione di Servizio di Baronissi la coppia Enzo e Maria Rosaria di Castellammare di Stabia. Per poi proseguire con il pulmino in direzione di Barga. Non avevano fatto però i conti con il traffico di rientro dalle ferie di fine agosto, e, di conseguenza, anziché impiegare 8-9 ore per arrivare a destinazione, ne abbiamo impiegate 12 (che sono diventate 13 per me e Pino che provenivamo da Rossano, ad un’ora da Castrovillari). Ma non ce la siamo presa più di tanto perché abbiamo viaggiato comodamente, e perché non sono mancati gli argomenti di conversazione (e potete benissimo indovinare, in questo periodo di crisi di Governo, quale sia stato l’argomento principe di conversazione, e come le opinioni in merito siano state accese, e fortemente contrapposte, nonostante gli inviti del presidente a non parlare di politica). Ma a smussare la fatica, più che la tensione del viaggio pensavano di tanto in tanto alcuni di noi impegnati a fare dei selfies mal riusciti con l’intento di ritrarre in pose buffe quelli di noi che cedevano al sonno, e la stessa Presidente Carla che prima ancora di arrivare ci comunicava via Whatsapp il menù della cena che avremmo consumato al Ristorante la Pergola. Da Salerno, quindi, passando per Roma e poi Firenze, Prato, fino ad imboccare la strada per Lucca, e quindi la SP7 per giungere finalmente a Barga. Successiva sistemazione pesso l’Hotel Pergola appena in tempo per una doccia e per la cena presso il ristorante omonimo ma fisicamente staccato dall’Hotel di circa 100 metri. A Cena abbiamo l’occasione di conoscere ancora meglio i Trekker conosciuti in mattinata. Milena proviene da Catania, dove lavora da infermiera, ha da tempo programmato questo viaggio e spera, menischi permettendo, di prendere parte a tutte le escursioni. Rosa è una veterana dell’escursionismo e dell’alpinismo, durante le escursioni sarà quasi sempre in testa al gruppo a spronare e incoraggiare tutti noi in caso di difficoltà. Lei viene da Messina, ma si sposta assai facilmente per percorrere tutti i sentieri CAI dalle Alpi al Gran Sasso, alla Sicilia. Enzo e Maria Rosaria sono una simpatica coppia di Castellamare di Stabia, lei più determinata, lui più simpatico e un po’ burlone, pronto a riprendere Carla per non avergli fatto assaggiare i nostri piatti tipici e, in particolare, le soppressate. Poi Carla, la nostra presidente straordinariamente attiva e impegnata su molti fronti per promuovere le attività della Sezione di Castrovillari del CAI; Angelo, Maurizio Pino e Maria Carmen rappresentano, rappresentiamo soci fedeli e ormai pluriennali della nostra sezione e condividiamo molte delle iniziative che vengono proposte. Dopo cena (a base di maccheroni al pesto, entrecôte, insalate, patatine e altro), abbiamo il tempo, nonostante la stanchezza del viaggio di visitare le zone più trafficate di Barga, le sue numerose piazzette, dove si trovano bar e ristorantini popolati da avventori che assaggiano un drink e cenano in compagnia. Di percorrere la via Giovanni Pascoli e arrivare al Duomo di San Cristoforo con la sua piazza da cui si scruta un orizzonte di monti delle apuane, e da cui si intravede prima degli altri il monte Forato. Di essi diremo ancora.

27 agosto: è dedicato all’ escursione sul monte Forato a 1230 slm. Col pullmino raggiungiamo la stazione di Mologno dove ci incontriamo con Riccardo e Paolo, due amici e soci del Cai di Lucca che ci faranno da guida. Riccardo ci accompagnerà per tutte le tre escursioni in programma. Preparato, fisico asciutto, con aplomb più anglosassone che piacentino (paese da dove proviene), nel corso dell’escursione ci racconta tutte le caratteristiche del percorso e tanti aneddoti relativi a fatti avvenuti nel territorio. Paolo, più giovane di Riccardo ci accompagnerà unicamente per questa prima escursione, avendo in programma altri impegni che gli impediscono di essere con noi nei giorni successivi. Due ottime guide, due persone disponibili e per bene, con le quali è piacevole oltre che utili dialogare. Il monte Forato situato al confine tra Apuane meridionali e settentrionali, pur non essendo il più alto delle Apuane, e avendo importanza secondaria, è tuttavia assai conosciuto e rinomato grazie all’arco che lo contraddistingue e che richiama visitatori ed artisti che da lontano possono ammirare in certe giornate dell’anno il sole attraversare il foro che lo contraddistingue prima di perdersi nel tramonto. Per raggiungere il monte Forato percorriamo i sentieri 6 e 12 tracciati dal CAI, partendo da una piazzola nei pressi di Fornovalasco da dove raggiungiamo l’ingresso della Tana che Urla. Si tratta di una grotta di natura carsica che si è venuta a formare nel corso dei secoli in seguito al sollevamento delle Apuane. L’ingresso assai angusto dà accesso ad una serie di grotte meta di studenti e speleologi. Ed è capitato pure che nel gennaio del 1986 una scolaresca del liceo Scientifico di Vallisneri di Lucca (che prende il nome proprio dallo scopritore di queste grotte) vi rimanesse intrappolata per le piogge improvvise che allagarono lo sblocco verso l’esterno della grotta. Tanta paura per i 23 esploratori temerari, ma per fortuna nessuna conseguenza seria: grazie alle idrovore fu possibile prosciugare in parte la grotta che raccolse i canti (per vincere la paura) e le urla (di terrore) dei ragazzi ivi intrappolati. Dopo la Grotta che Urla costeggiando in parte il torrente Turrite con acque lungo il suo letto nel tratto inziale del percorso poi sommerse nella parte terminale più a monte, e raggiungiamo dopo circa tre ore di marcia il sentiero 110 che ci conduce alla Ferrata, poco oltre la quale ritroviamo infine l’arco del monte Forato. In alternativa al percorso della ferrata è possibile percorrere un sentiero leggermente più lungo che consente di raggiungere la stessa meta e che tre di noi accettano di percorrere. Gli altri cinque, me compreso, decidono di effettuare il percorso in ferrata, per provare (in sicurezza) qualche brivido in più. Penso che molti siano stati un po’ ingannati riguardo alla semplicità di questo percorso che almeno per quanto mi riguarda si è invece rivelato difficile e impegnativo. E pur essendo in sicurezza qualche brivido non è mancato, un po’ come quando si è sulle montagne russe. Ma la bellezza della ferrata, il paesaggio e l’orizzonte che si apriva alla vista una volta raggiunto il punto più alto del percorso hanno tutto sommato fatto sì che valesse la pena affrontarlo. Sosta d’obbligo nei pressi del monte Forato con foto e selfies in successione e consumazione dei pranzo a sacco portato nello zaino. E per degustare l’ottimo salame di Enzo e Maria Rosaria, che si avvicina molto alle nostre sopressate, ma che, con ogni evidenza, e con buona pace di Enzo, non potrà mai essere altrettanto buono. Dopo la sosta riprendiamo la strada del ritorno che, attraverso il sentiero 110 piuttosto difficoltoso e transitando per una scorciatoia lungo una discesa ricoperta da un Paleo verde e fitto, costeggiando la parete sud della Pania della Croce, raggiungiamo il sentiero 130 che, conchiudendo l’anello del percorso, ci conduce al punto di partenza.

28 agosto: visita della città di Lucca con la bravissima guida Simonetta. Giungiamo da Barga a Lucca, alle nove di mattina circa, dopo circa un’ora di viaggio con il nostro Pulmino, dove incontriamo Simonetta, preparatissima e conoscitrice di ogni segreto della Città. Lei rimarrà con noi fino a circa le 18 rispondendo a tutte le nostre numerose domande e soddisfacendo ogni curiosità. Tanti i luoghi visitati a Lucca, città delle cento chiese, tante le notizie sul carattere e sulla personalità dei lucchesi, popolo di mercanti, dal carattere conservatore, concittadini di famosi artisti e musicisti come Puccini, Catalano e Boccherini, e in perenne lotta con le città vicine, Pisa e Firenze. Poiché è impossibile raccontare in questa sede tutti gli aspetti e le caratteristiche della città, porrò l’attenzione su fatti e circostanze che possono aiutare a comprenderne lo spirito, attingendo alle informazioni di Simonetta, forse ancora più interessanti di quelle che si ritrovano nelle guide ufficiali. Le mura della città. Sono connaturate con il carattere dei lucchesi, nel senso che oltre ad essere un formidabile strumento di difesa, hanno storicamente posto un argine alle invasioni e alle contaminazioni con il mondo esterno. E hanno contribuito a che la città rimanesse inviolata e resistesse alle invasioni delle popolazioni nemiche (spesso le vicine Pisa e Firenze), nei confronti delle quali è forte il sentimento di rivalità, per non dire altro. Il perimetro murale ha subito storicamente delle modiche. La prima cinta di mura costruita dai romani, fondatori della città nel 18 A.C. non inglobava l’anfiteatro e conteneva al suo interno strade e viali caratteristici della città eterna con i classici Cardio e Decumano, attorno ai quali in maniera ordinata e geometrica si sviluppavano le altre strade. In epoca medioevale a partire dal VI secolo in seguito all’ingrandimento della città le mura romane insufficienti a contenere la popolazione furono abbattute e sostituite da una cinta muraria più larga con mura più alte costruite con l’intento di resistere alle invasioni. Ma con l’avvento delle armi fa fuoco, si rese necessario rifare il perimetro murale sostituendo a mura alte e strette, mura più basse ma molto più robuste in grado di resistere ai cannoneggiamenti. Un sistema di canali in grado in allagare in poco tempo l’esterno del perimetro murale e di trasformare Lucca in una vera e propria isola impermeabile completava il sistema difensivo, facendo sì che la città rimanesse inviolata nei secoli e potesse dedicarsi con estremo profitto alla coltivazione e al commercio della seta, e delle tele preziose con esse tessute, alla conceria e al commercio delle pelli, e ad altro. Attraversate le mura della città abbiamo visitato molte delle chiese e delle stradine di Lucca, ammirato la perfezione geometrica del centro storico, le torri alternate alle altane, la pulizia delle strade, la gentilezza dei lucchesi. E abbiamo visitato molte delle “cento Chiese” di Lucca. Tra esse merita sicuramente di essere ricordate la Chiesa di San Michele in Foro, che risale al VIII secolo dopo Cristo. In Stile romanico con elementi dell’arte lucchese e pisana. In realtà la costruzione della Chiesa è andata avanti per almeno due secoli, tanto è vero che l’aspetto odierno risale a papa Alessandro II (1070), e la prosecuzione dei lavori ha determinato la fusione di più stili diversi. La chiesa si caratterizza per le sue quattro logge, riccamente decorate con frequente uso della bicromia e della presenza di elementi orientali (testimonianza dei commerci con popolazioni dell’Oriente). L’aspetto slanciato a vela meraviglia i visitatori, come l’enorme statua con le ali di San Michele da cui in alcune giornate particolari risplende un riflesso luminoso proveniente, secondo la leggenda, da uno smeraldo incastonato nella statua e mai ritrovato. L’interno a tre navate contiene tante meraviglie tra cui un crocefisso del XIII secolo di gran pregio, e la bellissima Pala Magrini, di Filippino Lippi, della scuola del Botticelli, che raffigura San Rocco, san Sebastiano, San Girolamo e Sant’Elena. I primi tre identificabili agevolmente in base a come sono vestiti, per gli strumenti e gli elementi che corredano le loro figure, raffigurano probabilmente personaggi importanti di Lucca, mentre in Sant’Elena e nel suo drappeggio molti intravedono elementi che saranno ripresi nella Primavera del Botticelli. Altra Chiesa sicuramente degna di nota è la Cattedrale di San Martino del 725. Accanto alla torre di Paolo Lunigiani, in marmo nei piani alti e con colonnato più importante e con più elementi rispetto ai piani bassi si trova la facciata ricca e asimmetrica. Che si lega per la ricchezza dei motivi decorativi e per le forme bizzarre al commercio della seta, con elementi scultorei in gran parte da ricondure all’artista Nicola Pisani. L’interno contiene una effigia sacra, il Volto Santo, immagine di Cristo in croce, un crocefisso in legno di autore anonimo, che raffigura un Dio vivente e non sofferente con la corona da re, per il quale grandi festeggiamenti si ripetono annualmene il 13 di settembre. Nella sagrestia sia trova un'altra opera di notevole valore: il sepolcro marmoreo di Ilaria del Carretto, moglie del signore di Lucca Paolo Guinigi, che occupava originariamente il centro del Duomo prima che Guinigi finisse in disgrazia. Oltre al realismo della scultura affascina il contrasto tra la bellezza della figura della giovane sposa nel fiore degli anni e la realtà crudele e incomprensibile della morte. Ci sarebbe molto altro da dire su Lucca e sui suoi tesori. Per ovvi motivi non è possibile parlare di tutto. Ma non possiamo non parlare di Giacomo Puccini, il grande compositore della Tosca, di Madame Butterfly, della Turandot e delle altre opere immortali. Nato a Lucca, e ritratto in posa gaudente nella piazza a lui dedicata. Puccini, si allontanò dalla città natale sin da giovane per completare gli studi a Milano dove incontrò grandi artisti che influirono sulla sua formazione. Con la sua città ebbe sempre un rapporto di odio amore e ad un certo punto pensò di stabilire la sua dimora, nei periodi in cui soggiornava in Toscana, non a Lucca ma nella sua dimora di Torre del Lago. Ma è a Lucca che ebbe i natali, erede di una tradizione musicale presente nella sua famiglia da ben cinque generazioni. Dopo aver visitato queste meraviglie, dopo esserci ristorati, per la soddisfazione di Enzo, Pino, Maurizio e Carla e di tutti gli altri, in un ristorantino nei pressi della Piazza della Pupporona, pardon della Misericordia, consumando un’ottima Garmugia, abbiamo completato il giro di Lucca visitando l’anfiteatro romano, di struttura ellittica e di notevole bellezza, e abbiamo poi passeggiato sulla cinta muraria per osservare la varietà della vegetazione presente su di esso, celebrata da vari artisti.

29 agosto: è la giornata dell’escursione sul Monte Altissimo. Dopo la visita alla bella e conservatrice città di Lucca, ci prepariamo ad affrontare la più importante ( e difficoltosa) delle nostre escursioni. Ma tre di noi preferiranno optare per una visita a Pisa e alle Torre Pendente non avendo ancora smaltito la fatica e qualche acciacco riportato nel corso della prima escursione. Con il leggendario Riccardo ci ritroviamo al solito a Mologno e da lì dopo un’ora di viaggio in macchina arriviamo alla località Le Gobbie punto di partenza di un percorso che ci porterà fino in cima al Monte per poi ridiscenderne con un percorso ad anello durante il quale attraverseremo cave di marmo in uso ed altre dismesse, attraverso una strada marmifera bianca di marmo e della sua polvere. Affrontiamo questa escursione consapevoli della sua durezza (difficoltà EE, scarsa possibilità di approvvigionamento di acqua lungo il percorso, ultimo tratto della salita assai impegnativo e, per certi versi temibile, visti gli strapiombi che lo caratterizzano) Il percorso inziale attraverso i sentieri CAI 33 e 41 incrocia in alcuni punti le vie di Lizza che venivano utilizzate per il trasporto del legname e del Sale, per ricavare il quale nell’antichità non si badava a spese e a sacrifici, (e, se necessario, era anche possibile contenderselo con le armi). Man mano che si sale verso la cima del monte, Riccardo fa notare a tutti noi i punti di avvistamento della linea gotica, dove i soldati del terzo Reich erano appostati e da dove con armi a disposizione di secondaria importanza, in un territorio bellissimo ma assai impervio, contribuirono a rallentare e bloccare per mesi la risalita degli alleati verso il nord dell’Italia e la Germania. Il tratto terminale della risalita non dà spazio, essendo molto impegnativo, a racconti di aneddoti da parte della nostra guida: bisogna stare attenti e marciare con attenzione. In certi punti pur essendo il sentiero faticoso ma percorribile, si attraversano zone ripide, povere di vegetazione e eventuali cadute potrebbero costare care. Ma con disciplina e attenzione risaliamo e alla fine riusciamo a raggiungere la vetta, dalla quale è possibile ammirare un panorama senza pari: a ovest Massa e il blu del mar Tirreno, intorno le montagne delle alpi apuane con in primo piano il monte Procinto, detto per la sua conformazione il panettone, poi il monte della Croce che nelle giornate di maggio si colora di un bianco intenso legato alla fioritura della vegetazione del posto, i giuncheti. E ancora La Pania della Croce che rappresenta la vetta regina delle alpi apuane con i suoi 1858 metri di altezza. L’occhio si perde scrutando un orizzonte ricco di montagne con o senza vegetazione, delle dimensioni più varie dai colori più differenti. E si starebbe delle ore ad ammirare il paesaggio intorno, così come fanno alcuni escursionisti ritrovati in cima al monte con i quali è assai naturale stringere immediatamente cordiale amicizia: sul monte li abbiamo trovati, e lì li lasceremo quando, dopo circa tre quarti d’ora di permanenza, decidiamo di prendere la strada del ritorno. La parte del monte rivolta verso occidente cioè verso Massa e il Tirreno è assai ripida, toglie il fiato a chi soffre di vertigini, la parete è verticale, lo strapiombo è temibile e sono pochi quelli tra noi che osano sporgersi con prudenza più di tanto. La parete ripida e quasi verticale fa si che personalmente avverta un senso di instabilità persino una volta giunti in cima a ridosso della enorme croce di Ferro che rappresenta il punto più alto, la vetta della escursione. Poi la ridiscesa attraverso un sentiero che porta fino alle cave del Fondone da dove attraverso una strada marmifera dopo un percorso di diverse ore raggiungiamo il sentiero 33/41 e da qui il punto di partenza Le Gobbie. Durante la salita verso la vetta e soprattutto durante la discesa dal Monte è impossibile non notare il contrasto tra la bellezza del paesaggio e la deturpazione (di questo si tratta, alla fine) del territorio da parte delle cave. Il giusto equilibrio tra la necessità di sfruttare una risorsa economica che da millenni contribuisce in modo sostanzioso al benessere del territorio, e la salvaguardia della bellezza del luogo viene continuamente riaggiustato da nuove leggi e nuovi ordinamenti, senza che mai si riesca a trovare una soluzione definitiva che metta tutti d’accordo. Alla fine dell’escursione Riccardo è soddisfatto di noi: con tanta fatica e perseveranza abbiamo raggiunto, tutto sommato senza eccessivi patemi, il nostro secondo traguardo. A lui i complementi di noi tutti per averci fatto visitare un posto di notevole bellezza, per averci raccontato le storie e gli aneddoti che meglio spiegano le caratteristiche e la cultura del posto.

30 agosto: Rifugio del Freo (1180 m). Quest’ultima escursione, bella al pari delle altre, risulta per fortuna assai più agevole e tranquilla. Di difficoltà minore con sentieri ben percorribili, e con possibilità in più punti di approvvigionamento di acqua. In mezzo alla vegetazione, percorrendo in parte le mulattiere sfruttate per il trasporto del sale e del legname. L’escursione, a cui partecipiamo tutti e nove, oltre a Riccardo, avviene traversando la sommità della diga dell’Isola Santa, a monte della quale si è formata un lago artificiale che ben si accorda con il paesaggio circostante e che dà alle abitazioni presenti sulla sponda destra del lago, e riflesse in esso, un aspetto fiabesco. La mattinata fresca, il sentiero agevole rendono piacevole la percorrenza dei sentieri CAI. Attraversiamo percorsi in lieve salita e con saliscendi ripetuti che rendono il tragitto assai meno impegnativo rispetto ai due precedenti. Il sentiero 9 ci porta a Col di Favilla, dove Riccardo ci insegna a maneggiare con maggiore precisione i bastoncini che quotidianamente utilizziamo durante le escursioni. Poi proseguiamo attraverso il sentiero 127 per giungere, dopo circa tre ore di cammino dal momento della partenza, alla Foce del Mosceta e al rifugio. Lungo il sentiero e in prossimità del rifugio siamo circondati dalla vegetazione ricca di abeti e faggi, al di sopra della quale si staglia con la sua imponenza la Pania della Croce, e dalla parte opposta montagne ripide e quasi altrettanto imponenti. Dopo una breve sosta al rifugio riprendiamo la strada del ritorno percorrendo un sentiero diverso da quello dell’andata che ci riporta sul col di Favilla dove chiudiamo l’anello e da dove proseguiamo infine per l’Isola Santa. Abbiamo accettato, prima di tornare a Barga l’invito di Riccardo di fare sosta al ristorante la Careggetta dove abbiamo potuto assaggiare in quantità e a prezzo accessibilissimo le prelibatezze del posto: salumi formaggi, legumi, verdure, vari manicaretti, conditi da un ottimo vino locale, bevuto nelle giuste quantità. Poi finalmene il ritorno a Barga, dopo esserci separati da Riccardo, averlo ringraziato e rinnovato gli inviti a venirci a trovare in Calabria per visitare i posti più interessanti della nostra bella regione.

31 agosto: VISITA AL CASTELLO DI PASCOLI E ALLA FORTEZZA DELLE VERRUCOLE. Dopo aver salutato il personale dell’albergo la Pergola, che ha voluto ricordarci con una foto ricordo da inserire nel loro album dei visitatori, ci dirigiamo verso la casa museo di Giovanni Pascoli, dove arriviamo in anticipo sull’orario di apertura e dove incontriamo il custode, un po’ burbero, ma preparatissimo su ogni aspetto della vita e delle opere del grande Poeta. La casa di Pascoli è rimasta nelle stesse condizioni in cui si trovava quando il poeta vi abitò. Visitare Il cortile con la tomba del cane, e del merlo, l’orto ed il vigneto dove il poeta aveva imparato a produrre il Sangiovese, significa fare un salto indietro nel tempo, percepire e annusare sensazioni e atmosfere perse per sempre, nelle quali per un momento vorremmo tutti ritrovarci. Ho provato a immaginare il significato della determinazione della sorella Maria che ha voluto che questo luogo, diventato monumento nazionale, rimanesse fermo alla data del 6 aprile 1912 quando il poeta morì, quasi come all’interno di una campana di vetro. E la consacrazione esclusiva al fratello, personaggio e poeta al di fuori del comune, fino alla sua morte avvenuta ben 41 anni dopo quella del poeta, vivendo al lume di candela, rifiutando sdegnosamene i vantaggi e le comodità della tecnologia moderna, a cominciare dalla energia elettrica. Ma il tempo e la storia non si fermano, procedono senza tregua, direi senza pietà verso orizzonti nuovi e imprevedibili, non resta che prenderne atto, quasi come la donzelletta del Sabato del Villaggio: “E novellando vien del suo buon tempo, quando ai dì della festa ella si ornava, ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch’ebbe compagni dell’età più bella”. La vita e anche le opere di Pascoli sono condizionate dalla morte violenta del padre avvenuta a San Mauro, in provincia di Forlì, in circostanze che non hanno forse mai voluto essere chiarite fino in fondo. Alla morte del genitore altre in seno alla famiglia ne seguirono, e il poeta fin da giovane fu costretto a una vita di stenti e sacrifici. Lo stesso acquisto della comoda e bella casa in Castelvecchio costò a Pascoli un’enormità per pagare la quale egli fu costretto tra l’altro a fondere e vendere le medaglie d’oro conquistate al torneo di conoscenza della lingua latina ad Amsterdam, finendo di pagare l’immobile, costato in tutto 33 mila lire di allora, solo pochi mesi prima del suo decesso, quando la sua fama era ormai consolidata. La casa comprende una foresteria, nella quale il poeta ospitava la sorella Ida con la sua famiglia. L’abitazione del poeta oltre alle camere da letto, comprendeva una comoda cucina con la possibilità di utilizzo di forni a carbone di concezione abbastanza nuova per l’epoca, e in essa trovano posto le cosiddette scaldine, sorta di panieri, in ceramica o terracotta dove si raccoglieva la brace, che venivano appese ad un arco costruito sul letto al di sopra del quale si stendevano le coperte, durante gli inverni assai rigidi di quell’epoca. Ma è lo studio del Pascoli che affascina di più: contiene ben tre scrivanie: una adibita allo studio della lingua latina, un’altra alla critica di Dante, la terza ai canti di Castelvecchio. In una delle scrivanie sono riprodotti i manoscritti delle sue celebri strofe, mentre le pareti contengono delle foto a ricordo dei suoi discorsi alle Associazioni dei medici del Sant’Orsola di Bologna, ricordano la celebrazione dell’invasione della Libia o raffigurano grandi personaggi letterari come Toltsoi. Piccolo particolare una parete contiene una piccozza in buonissime condizioni, regalo al poeta da parte del CAI di Lucca. La cappella infine contiene le tombe del poeta e della sorella, e in occasione della ricorrenza della loro morte vi è celebrata una messa in suffragio. Ultima meta del nostro peregrinare è la Fortezza delle Verrucole, situata a San Romano di Garfagnana, che nel corso dei secoli, ha subito diverse modifiche strutturali e, per come appare oggi, sembra riconducibile alla dominazione estense. Questa fortezza che fungeva da punto di osservazione del ducato di Lucca, essendo al confine di territori appartenenti a regni diversi tra i quali anche il ducato di Modena e Parma, era abitata da un podestà che veniva nominato direttamente a Lucca, doveva essere forestiero, per essere meno corruttibile, e poteva durare in carica solo due anni (non era previsto allora il doppio mandato). Si racconta che uno dei podesta che vi abitarono di nome Francesco Accorsini praticasse riti demoniaci e in particolare sacrificasse dei bambini per appropriarsi della loro anima e rimanere eternamente giovane. Senonchè incorse nei rigori dell’Inquisizione e venne quindi perseguitato e giustiziato. Si racconta ancora che anche Ludovico Ariosto via abbia soggiornato per qualche giorno, inviato dai Signori cui la fortezza apparteneva, per la riscossione dei tributi. L’impressione che l’Ariosto ha del posto è l’esatto opposto di quella del Pascoli: egli vede nel territorio, un luogo selvaggio e malsano, e negli abitanti principalmente ladri, briganti ed assassini. Ma i signori che vi abitavano non se la cavavano affatto male: le cucine erano ben imbandite, ricche di salami e di cacciagione, la preparazione dei cibi contemplava la frollazione della selvaggina, in particolare dell’uccellagione, che oggi rimane inconcepibile, mentre le classi meno abbienti potevano cibarsi di miglio, melanzane (considerate, non a torto, mele insane) e altro cibo di qualità inferiore. Niente andava poi buttato, comprese le deiezioni degli abitanti che potevano essere utilizzate con le catapulte per frenare l’impeto dei nemici e trasmettere loro pericolose malattie contagiose. Il salone aveva le pareti rivestite da intonaco, conteneva arazzi e pellicce di una razza di scoiattolo dal manto bianco e nero, estinto ormai da tempo a causa della caccia spietata, vetrate decorate con i simboli del Signore e Podestà. Nel salone il Podestà riceva i suoi ospiti, si giocava a scacchi si danzava e si assaggiavano i nettari pregiati del territorio. Poi capitava che assai spesso bisognasse andare alla guerra. Ecco che allora diveniva fondamentale acquistare uno scudo e un’armatura adatti all’uopo, indossarla al di sopra del bombarolo, specie di piumone ante-litteram, che serviva a ridurre la durezza della corazza sovrastante, indossare la gorgiera e brandire una sorta di lancia in parte simile al gladio dei romani. Si andava in guerra dai 18 ai 65 anni, si partiva lungo la via francigena, lasciando affetti e ricordi, per la ventura delle Crociate, dalle quali pochissimi facevano ritorno, e molti si perdevano per strada. La ricostruzione degli ambienti e delle vicende del luogo è merito di alcuni volenterosi e preparatissimi ragazzi che ci hanno edotto sulla vita della Fortezza aiutandoci per un po’ a viverla come appartenessimo a un'altra epoca. Dopo la visita alla rocca, è arrivato finalmente il monento del ritorno a casa. Abbiamo viaggiato senza intoppi, senza l’ombra del traffico incredibile dell’andata riuscendo ad arrivare in anticipo alle rispettive destinazioni: Enzo e Maria Rosaria ci hanno lasciato a Baronissi, ripromettendosi di far parte di altre spedizionni del CAI di Castrovillari, abbiamo poi lasciato Rosa assai per tempo all’autostazione di Salerno. A Castrovillari abbiamo salutato Maria Carmen, Maurizio e Milena, e la presidentissima Carla soddisfatta per la riuscita della vacanza. Infine io e Pino abbiamo proseguito senza intoppi per la destinazione finale di Rossano. Tutti ci siamo dichiarati pronti a seguire Carla nel prossimo viaggio che vorrà programmare.

20 luglio 2019: Concerto "Note al tramonto" di Carla Primavera

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La IV edizione di Note al Tramonto si è conclusa. Nella fucina delle idee, stavolta, si è concretizzato un evento, che ha stravolto ogni previsione per partecipazione e originalità. Certo, un quintetto ha una completezza armoniosa ed organica, ma credo non sia stato solo quello. Antonio Dambrosio Ensamble con Mo Sto, ci ha regalato emozioni, corredate da note e versi, che hanno deliziato tutti i presenti, elogiando e sublimando l'elemento portante: il vino. Dai versi prendono quindi corpo le nove composizioni che si impreziosiscono di una gustosa mescolanza di ritmi e melodie tra tradizione e modernità, senza perdere contatti con il jazz e l’improvvisazione pura. La voce narrante, Rocco Capri Chiumarulo, ha stregato gli astanti, rapiti da una narrazione, a tratti quasi surreale, persino in lingua latina. Vince Abbracciante, in simbiosi completa con la sua fisarmonica, Dado Penta col contrabbasso, dal suono profondo e cupo, ma proprio per questo emozionante, Nicola Pisano, col sassofono, penetrante ed allegro e poi, lui, Antonio Dambrosio, alle percussioni, anima stessa del quintetto, capace di "assemblare" e mettere insieme il tutto, corredandolo di pienezza e leggerezza insieme, uno spettacolo! Un primo saggio arriva dalla composizione d’apertura “Mosto”. Lo stralcio delle parole di “San Martino” di Giosuè Carducci diventano ispirazione per una deliziosa melodia festosa, da gioiosa vendemmia, in cui non mancano i virtuosismi del sax di Pisani e della fisarmonica di Abbracciante, sempre pronto in tutto l’album a dare quel tocco di tradizione alla quale si accostano quelle delle sonorità del tango argentino. E poi via via, sempre con l'allegria, che solo il frutto dedicato a Bacco sa dare, hanno snocciolato tutti i pezzi, regalandoci, attraverso le note, la vera essenza del frutto sublime: l'uva. Un pubblico entusiasta ha seguito la performance col fiato sospeso, allietati da una serata di una calma quasi fiabesca, ma col fresco che si addice a queste latitudini. Ancora una volta, il nostro rifugio è stato luogo di accoglienza, di ristoro, di riposo. Molti quelli che hanno deciso di fermarsi a dormire, hanno assaporato la vera ebbrezza della quota e dell'ospitalità. Il buffet successivo al concerto, ha coronato, nello stile del Club Alpino italiano, quello che viene definita convivialità sana e consapevole, avvertendo i commensali, che avremmo usato solo stoviglie compostabili e che ognuno non poteva averne più di una, per tutta la serata, per tutte le portate. Un piccolo segno per iniziare un importante percorso di sostenibilità per l’ambiente. Infine, devo ringraziare Annamaria e Carlo, per l'impegno profuso per l'accoglienza dei musicisti, tra l’altro loro amici, e l'organizzazione del service audio. Grazie a tutti gli altri Soci intervenuti a sostegno del buffet e per far funzionare la macchina organizzativa del CAI Castrovillari. Arrivederci al prossimo anno.

13/17 luglio 2019: Cervinia e i Breithorn di Barbara Cersosimo

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La mia prima esperienza sulle vette Alpine si realizza grazie all’evento organizzato dal CAI di Castrovillari a Cervinia che offre un programma molto vario per accogliere e riunire tutti i soci in occasione del suo ventennale. Il gruppo è eterogeneo sia per provenienza, infatti hanno partecipato membri delle sezioni di Catanzaro, Gioia del Colle, Castellamare di Stabia e Messina estendendoci oltre i confini della nostra regione; ma anche perché racchiude veterani delle Alpi, chi come me vuole provare a scalare il suo primo 4.000 e chi invece inaugura le sue prime esperienze di trekking nella Valle d’Aosta. Il successo e la riuscita del viaggio stanno proprio nell’aver offerto varie possibilità per favorire la partecipazione di tutti all’insegna di un’associazione che unisce e favorisce la cultura e l’interesse della montagna. Partiamo entusiasti il 13 Luglio, fermandoci per raccogliere i membri delle altre sezioni lungo la risalita della nostra penisola fino a Cervinia, in cui giungiamo il giorno seguente. Per chi come me non è mai stato in questo luogo, la prima sensazione è quella di trovarsi immersi in un mondo magico, distante della realtà a cui siamo abituati; circondati da cime altissime innevate, cascate dirompenti che alimentano i corsi d’acqua nella vallata e casette in legno adornati da odoriferi e coloratissimi fiori. La prima tappa ci porta al Lago Blu chiamato così per le sfumature di blu, azzurro e turchese che presenta e diventato famoso poiché è possibile vedere riflesso, nelle acque del lago, il Cervino. Ognuno di noi si accinge a esplorare minuziosamente ogni angolo di questa località montana, divenuta famosa per aver accolto gli alpinisti nella fine dell’Ottocento che tentavano di conquistare la Vetta del Monte Cervino dal versante Italiano tra cui i due “amici rivali” l’inglese Whymper che scalò per primo il Cervino dal versante svizzero e l’italiano Carrel. I più impazienti s’inerpicano già su i primi sentieri per vedere più da vicino le cascate che sovrastano la vallata. Si conclude il nostro primo giorno con una gustosa cena in cui esprimiamo le nostre emozioni per ciò che abbiamo esplorato, le nostre ansie e timori per l’ascesa che ci attende al Breithorn e ci dilettiamo con scambi di motti scherzosi e della buona musica. La nostra avventura continua… un gruppo di noi si prepara a salire con la funivia al rifugio delle Guide del Cervino a 3480 m per acclimatarsi; non favoriti dalla fortuna poiché il tempo era cupo e la nebbia sovrana. Come ben sappiamo in montagna il meteo cambia velocemente e bisogna essere pronti a tutto anche a rinunciare; e ciò lo sanno bene coloro che avrebbero dovuto scalare il monte Castore 4.228 m ma consigliati dalle guide esperte hanno dovuto abbandonare questa meta e dirigersi con gli altri del gruppo alpinistico verso il Breithorn il giorno seguente. La notte in rifugio è coinvolgente, diventiamo un tutt’uno con quell’ambiente innevato, maestoso e freddo all’esterno ma caldo, amichevole e intimo all’interno delle mura o meglio le travi di legno. Ci svegliamo quasi tutti molto presto, non potevamo perderci l’alba ed entusiasti ci prepariamo psicologicamente e fisicamente, attrezzandoci del necessario per la salita sul ghiacciaio. Formiamo varie cordate capitanate dalle guide alpine e ci incamminiamo; la prima parte si sviluppa lungo le piste e gli impianti di sci. Arrivati al colle del Breithorn passo dopo passo pieghiamo a sinistra, la salita diventa sempre più difficile, si sale di quota, la cresta si restringe ma il nostro spirito non demorde e si continua con un passo lento e regolare. Il clima è magnifico, l’azzurro inteso del cielo contrasta con il bianco candido della neve, le guide illustrano le cime che si mostrano a noi tra cui il supremo Cervino, il Lyskamm, la Dufour e il Weisshorn; durante il cammino le guide comunicano informazioni tecniche su come procedere e come utilizzare al meglio l’attrezzatura usando bene i ramponi sul ghiaccio oltre a quelle naturalistiche sulla formazione dei crepacci che incontriamo lungo il percorso. Ecco ci siamo, abbiamo raggiunto la vetta del Breithorn occidentale 4165 m, giusto il tempo di qualche foto e si riscende a causa del freddo e forte vento; alcuni di noi procedono scendendo dal lato opposto lungo la cresta est raggiungendo il colletto sottostante per poi risalire per la cresta ovest conquistando anche la cima del Breithorn centrale 4159 m. Esperienza surreale per chi è alle prime esperienza, imbattersi in queste creste; si riscende senza perdere la concentrazione e procedendo con cautela. Ci ritroviamo al rifugio del Cervino da cui si erano diramate le cordate, inevitabile la foto di gruppo simbolo della nostra impresa. Intanto il gruppo escursionistico, che il lunedì aveva già compiuto una escursione sulle alture di Cervinia con la Guida naturalistica Angelo Vallet, si è diretto verso il rifugio Duca degli Abruzzi salendo alle Croce Carrel posta in ricordo del primo alpinista che ha scalato il Cervino dalla via Italiana, il già citato Jean Antonie Carrel. Queste passeggiate hanno permesso di ampliare la conoscenza naturalistica sul territorio valdostano, particolarmente interessante è stato scoprire la storia di alcuni fiori che dominano i sentieri come il pan marmotta chiamato così poiché è la leccornia preferita delle marmotte e il fiore degli amanti regalato agli innamorati con una fisiologia singolare, infatti dopo essere stato raccolto resiste pochissimo nelle mani dell’uomo. Sorprendete è stato incontrare gli stambecchi e le piccole marmotte uscite dal letargo invernale. Il nostro viaggio giunge al termine velocemente, forse perché “time flies when you’re having fun”; tutti abbiamo imparato qualcosa di nuovo su questo territorio, superato i nostri limiti, entrando in contatto con la natura ma al tempo stesso scoprendo parti intime di noi stessi che hanno fatto emergere nuovi sentimenti ed emozioni. Dopo il brindisi finale per il successo dell’evento l’indomani siamo pronti a ripartire, con amarezza lasciamo questo posto per ritornare alla nostra quotidianità arricchiti emotivamente e culturalmente perché, si sa, chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita.

La Presidente, Carla Primavera, dichiarandosi soddisfatta e felice per la riuscita dell’esperienza ha sottolineato come, anche grazie alla notevole partecipazione di soci, si è rafforzato lo spirito associativo e di gruppo, fondamentale per un giovane sodalizio come il nostro, che ha visto operare per il raggiungimento dello stesso obiettivo veterani, che con la loro esperienza hanno dispensato suggerimenti importanti, neofiti e un gruppo di giovani che con la loro spensieratezza, esuberanza, forza, attenzione e concentrazione sono riusciti a portare a termine con grande soddisfazione la loro prima impresa su un 4000 delle Alpi. Bravi davvero. Un CAI Castrovillari che ha dimostrato di contraddistinguersi ancora una volta nel panorama regionale per le sue proposte organizzative di alto spessore dedicate esclusivamente a tutti soci e orgoglioso e felice di queste nuove generazioni che hanno partecipato con la certezza che esse riusciranno a garantire il futuro del Club Alpino Italiano ma innanzitutto della Sezione di Castrovillari. Buona montagna a tutti e appuntamento all’anno prossimo con un altro 4000.

16 giugno 2019: L’ anello del Lago Duglia di Gaetano Cersosimo

16 giugno 2019: Serra del Crispo e la magia del Pollino A. Mingrone

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31 maggio/2 giugno 2019: Ascesa allo Stromboli di Roberta Malizia

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Quale “novella” nel mondo CAI, non posso che raccontare questa esperienza con stupore e riconoscenza. Lo stupore nello scoprire la natura nelle sue sfaccettature, ricca di sorprese, capace di stupirci, la riconoscenza verso coloro che ci trasmettono tradizione, cultura e sacrificio. Questa, una tre giorni accompagnata da persone esperte e sapienti; ottimi compagni diviaggio, pronti a correggere, aiutare e indirizzare al fine della migliore riuscita in escursione.

Giorno 1

Tutti pronti per questa avventura, ore 8 ritrovo, saluti, appello e via gioiosi e fiduciosi nel raggiungimento della meta prefissata, l’ascesa allo Stromboli, nonostante le condizioni climatiche non siano del tutto favorevoli. Ore 12 circa, a traversata dello stretto avvenuta, ci si dirige verso Milazzo per ultimo tratto alla volta di Stromboli. Viaggio caratterizzato dall’entusiasmo per quello che ci aspettava ma, al contempo, minacciato dal pensiero costante della variazione climatica in corso. In continuo contatto con la guida del posto, Francesco Restuccia, si valuta fattibilità del programma stilato prendendo in considerazione la possibilità di anticipare uscita al pomeriggio stesso del nostro arrivo; alla fine si sceglie di seguire le direttive prestabilite dal nostro “mentore locale”, guida esperta e conoscitore del suo territorio; l’ascesa avverrà come da programma l’indomani. Navigando per Vulcano, Lipari, Panarea e Ginostra finalmente si giunge a punta Scari, punto di approdo dell’isola di Stromboli, verso le 16.30; appena sbarcati si nota il fascino del posto, alte scogliere spezzate da piccolissime spiagge di sabbia nerissima alternata da insenature, l’imponenza del cono vulcanico che si erge dietro il bianco delle case, in mezzo al mare di un blu intensissimo. Dopo la sistemazione presso il B&B, passeggiata nel centro abitato verso piazza San Vincenzo dove è collocata l’omonima chiesa; fra negozietti e coloratissimi gerani e bouganville si arriva a sera, col naso all’insù, verso lo spettacolo suggestivo delle decine e decine di appassionati saliti nel pomeriggio, che, ormai a notte, al buio iniziavano la discesa illuminati dalle sole torce. Una serie di puntini luminosi che si muovevano a serpentina giù per il canalone.

Giorno 2

Sveglia presto con la speranza che il tempo sia clemente per la nostra di “prova”, del pomeriggio. Piccola incertezza per breve ma intensa pioggia nel corso della mattinata ma poi il cielo cambia e da che cupo e grigio si apre di un profondo azzurro seppur leggermente ventilato. Ore 12.30 Pranzo. Riposo. Preparazione e ore 16.30 ritrovo con la nostra guida, breve briefing per ultimi accorgimenti e inizio camminata attraverso contrada Piscità, custode della Chiesa di San Bartolomeo realizzata nel 1801 in onore del Santo protettore dell’isola festeggiato il 26 agosto, voluta e costruita dagli strombolani e dai tanti siciliani emigrati che unirono le loro forze economiche per dare vita a questo luogo, definito “luogo di aggregazione e unione” . Ore 17.04 all’estremità di Piscità ci si ritrova sulla “mulattiera per il cratere”, percorso intitolato, nel 2009, alla prima guida vulcanologica Salvatore Di Losa. Appena imboccato il sentiero, ad attirare la nostra attenzione è la “spiaggia lunga”, ultima lingua percorribile dopo Piscità, punto di riferimento per gli isolani, segnalato nelle mappe comunali e dalla Protezione Civile come unica via di fuga in caso di tsunami per la sua forma a collo di bottiglia nonché custode di un minuscolo cimitero, messo lì, per timore di contagio, durante l’epidemia di colera del primo ‘900; luogo remoto e abbandonato, pervaso di pace, raro pezzo di memoria incontaminata. Alzando lo sguardo, subito ci si distrae verso lo Strombolicchio, secondo la leggenda tramandata, sarebbe il tappo del vulcano lanciato in mare durante una violenta eruzione; eretto sui suoi 49m di altezza ospita il faro costruitovi nel 1920. Durante il primo tratto, ricco di vegetazione, si incrociano colori e profumi. Dalla malva all’assenzio detto “ervajanca” per il suo colore biancastro. Dalla Capparis spinosa dal quale oltre al cappero (bocciolo) viene consumato anche il cucuncio (frutto) più carnoso e di sapidità più accentuata (curioso e inusuale scoprire che, ad opera degli uccelli, si scorgono piante della stessa sulle palme) all’Euforbia di Bivona, localmente chiamata “usciamani” (se non erro), quali rami, se spezzati, secernono un lattice bianco pericoloso per gli occhi e anticamente usato per la pesca di frodo. Ancora, la pianta di lentisco, dalle quali bacche si ricava l’olio per le lanterne, e più su la “pietra morta”, utilizzata in diversa epoca prettamente per la costruzione delle abitazioni poichè molto isolante. Passando per il “semaforo labronzo”, dove si trovava l’osservatorio civile (oggi trasformato in ristorante), si prosegue per il sentiero “sciara del fuoco” fino a raggiungere i quasi 900m attraverso aspra vegetazione seguita da pareti rocciose, il tutto situato lungo un ripido dislivello esposto a raffiche di vento improvvise; avvolti in atmosfera fiabesca mentre il sole tramonta accendendosi di un rosso fuoco, avvolte dalle nuvole, fanno capolino le vicine Salina, Panarea e Lipari. In vetta, raggiunti i primi shelter, con l’avanzare del buio e nonostante la leggera foschia, comincia lo spettacolo. Il fiato è sospeso e lo sguardo è volto fisso verso i crateri nel tentativo di interpretare ogni suo segno, attenti a captare quel lieve boato che precede l’eruzione. Di tanto in tanto si accendono i crateri lasciando partire sbuffi di lapilli incandescenti, ogni eruzione è un colpo al cuore che sprigiona un urlo di emozionante soddisfazione. Ore 21.10 circa, compiaciuti delle eruzioni laviche ammirate, ci si prepara alla discesa. Torce accese e mascherine indossate. Per un attimo ho pensato …”questa sera saremo i protagonisti di quella scia luminosa; altri, come noi ieri, ammireranno lo spettacolo da laggiù”. Imboccato il canalone sul versante nord-orientale lungo il costone roccioso del “liscione” e poi quello di “Cannestrà” sovrastante la frazione di Scari, con la sabbia vulcania oltre le caviglie in altrettanta ripida pendenza, coperti da un manto di stelle, ad indicarci la via le poche luci del borgo e le poche imbarcazioni ormeggiate in porto. Poco più di un’ora e mezza di discesa, durante il quale il percorso ci si ricongiunge fra i diversi gruppi ascesi, ci accomuna tanta stanchezza ma anche tanta soddisfazione e felicità per quanto conquistato. Ore 22.49 giunti a valle, stanchi e affamati, ma soprattutto increduli per il percorso compiuto e grati a madre natura per tanta maestosità.

Giorno 3

Dopo una notte di forte temporale, si decide di anticipare il rientro; tristemente si lascia l’isola che ci ha regalato un pezzetto di se. Così si conclude questa tre giorni alla volta della conquista dello Stromboli, 900 m di altitudine per 13 km di percorso. Oltre a ringraziare, la sezione CAI di Castrovillari e i partecipanti, per avermi dato la possibilità di vivere questa “piccola avventura” vorrei fare un plauso al nostro capogruppo, Ugo, perché grazie al fatto che “c’ha parlato lui” tutto questo è stato unico! Grazie.

19 maggio 2019: Escursione del Ventennale di Stefano Ardito

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Se fossi un maestro Zen, mi limiterei a scrivere “grazie!”. In quelle sei lettere, e nel punto esclamativo che le accompagna, c’è tutto quello che vi voglio e che vi devo dire dopo aver partecipato alla festa per il vostro ventesimo compleanno. Mi avete accolto come un fratello, mi avete ospitato e sfamato (anche troppo!), mi avete ascoltato con attenzione. E mi avete portato a riscoprire le meraviglie del Pollino, un massiccio che ho molto amato e molto percorso qualche decennio fa. Un “grazie!” di fronte a tutto questo non basta, ma scriverlo è un piacere e un dovere. Il problema è che non sono un maestro Zen. Non sono bravo a sintetizzare le cose in una battuta, preferisco approfondire e raccontare, a volte troppo. Chi mi ha ascoltato nel Palazzo di Città di Castrovillari, chi ha camminato con me sulle Timpe di Porace e di Cassano se n’è accorto. Amo chiacchierare, e a volte lo faccio fin troppo. Allora, per restare ancora un po’ insieme a tutti voi, ecco qualche ricordo e qualche pensiero che ho riportato a Roma dopo i giorni passati in vostra compagnia tra Castrovillari e il Pollino. Prima di tutto, grazie a Mimmo Pace e alla sua mostra, ho scoperto delle pagine di storia che non conoscevo. Quelle foto di escursionisti e alpinisti, di colonie estive e di boscaioli, raccontano che la presenza dell’uomo sulle vostre montagne è ben più antica dei vostri meravigliosi vent’anni. Chi arriva al Pollino (o su un’altra montagna relativamente remota) da Roma o da un’altra città ha la tendenza a pensare in maniera “coloniale”, a sentirsi un esploratore che spiega alla gente del posto la bellezza dei luoghi e l’importanza di conservarli. Non è vero. Per far nascere il Parco, e per farlo crescere, negli anni, c’è stato sicuramente bisogno di contributi “forestieri”. Ma la passione per il Pollino, e il gusto di percorrerne i sentieri, sono profondamente radicati tra di voi, da molto tempo, su entrambi i versanti del massiccio. Anche il terzo pensiero che vi lascio ha alla base un’autocritica. Come vi ho raccontato mio padre veniva dal Piemonte, ma mia madre era nata a Napoli e aveva degli antenati siciliani. Un po’ di Sud, nel mio sangue, c’è da sempre. Oltre alle splendide montagne di Calabria, frequento con passione da decenni quelle della Sicilia, della Spagna, della Grecia. Sono socio del CAI da cinquant’anni. Ma della sezione di Roma, radicata sull’Appennino, non di quella di un borgo della Valtellina e del Cuneese. Prima di venirvi a trovare, sapevo bene che avrei incontrato una sezione molto attiva, e ben radicata nel territorio. Pure, con la sincerità che si deve agli amici, vi confesso di essere stato sorpreso di trovare, a Castrovillari e nell’intera Calabria, un CAI così al femminile. Qualche giorno prima, in un incontro nel Lazio, avevo ascoltato il presidente Torti auspicare, tra tre anni, l’arrivo della prima donna sulla poltrona più importante del Club fondato da Quintino Sella un secolo e mezzo fa. Insieme a voi, in Calabria, ho scoperto un’associazione giovane, dove le donne hanno un ruolo fondamentale e apprezzato, nelle sezioni come a livello regionale. Il vostro, alla faccia dei pregiudizi sul Mezzogiorno (che da qualche parte nel Nord resistono), è un CAI organizzato e accogliente, ottimamente inserito nel mondo che lo circonda. Un’associazione che delle donne ha il senso pratico, ma anche e soprattutto il sorriso. Grazie a tutti i soci uomini, ovviamente. Ma grazie, soprattutto, a voi montanare del Pollino. A presto!

5 maggio 2019: Madonna del Riposo di Mimmo Filomia

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Continua la tradizione locale dei castrovillaresi che li vede protagonisti ogni anno in una manifestazione escursionistica, religiosa culturale legata alla montagna, la domenica in Albis, ottava di Pasqua. L’evento giunto alla 15^ edizione, ormai è entrato nelle coscienze di tutti, divenuto un luogo comune e un desiderio che alla fine da promessa diventerà realtà. Questa sana tradizione, affonda le radici nel 1836 anno in cui è costruita la cappella ottagonale, (690m) al posto di un arco votivo, dedicata alla Madonna con il Bambino fra le braccia. Il luogo panoramico suscita rispetto per la natura e tranquillità. Il viandante che vi giunge in stanca a mezza costa avverte ammirazione, contemplazione e voglia di riposo, donde Madonna del Riposo. Il CAI di castrovillari che quest’anno festeggia i venti anni dall’istituzione della sezione, impegnato nella protezione valorizzazione e promozione del territorio, è stato l’artefice nel rinverdire questa tradizione, altrimenti caduta nell’oblio, legata alla presenza dell’uomo in montagna. La tenacia del nostro sodalizio nel tutelare e valorizzare quanto di buono c’è sul territorio, ci ha premiato, con la consapevolezza che le tradizioni, sono la tracciabilità che contraddistingue le popolazioni. La variabilità del tempo di questa pazza primavera, ci aveva fatto temere il peggio; pioggia nella pianura e neve sui monti, ma nel posticipo settimanale della “Passeggiata tradizionale dei Castrovillaresi”, su di noi, poche nuvole rabbonite in quota, dal vento che le ha sparpagliate per altre contrade. In cielo, il sole si apre un varco per illuminare il sentiero e la bianca cappella ottagonale, adesso sconsacrata, posta su monte Sant’Angelo, dimora memorabile per la venerazione della Madonna del Riposo. Ancora una volta la fortuna ha aiutato gli audaci. In circa quaranta fedeli pellegrini, intraprendiamo il sentiero che nell’arco temporale di tre secoli ha visto salire su monte Sant’Angelo una moltitudine di persone e devoti incuriosite dal panorama lungimirante che vede la catena del monte Pollino con Serra Dolcedorme degradare verso il mare Jonio. Non solo, in un solo colpo d’occhio appaiono tutti i paesi del comprensorio attorno a Castrovillari, incastonati nel verde collinare. Un tempo, una lezione di geografia estemporanea che il maestro, ogni anno, si pregiava di impartire ai suoi scolari, portati qui, in gita istruttiva, inquadrando nei punti cardinali, mari, monti, paesi e destinazioni lontane. Oggi in nome del progresso, non è più così, ma non saprei dire neanche meglio così, se il progresso annulla la tradizione che lega l’uomo alla partecipazione dei beni immateriali del proprio territorio, cagionandone disaffezione. L’escursione si sviluppa su sentiero CAI 989 con partenza da Piazza Giovanni XXIII Castrovillari (350 m). Non presenta particolare difficoltà essendo una prova sportiva a ritmi lenti, con pendii smorzati a zig zag, non vertiginosi, che dolcemente superano la verticalità per la cima Monte Sant’Angelo (794 m), senza accorgersene, anche perché distratti da panorami mozzafiato. La consueta "Pasquetta dei Castrovillaresi", a cui hanno aderito simpatizzanti dei paesi limitrofi ed oltre, anche quest’anno è stata ricca e abbondante di leccornie pasquali. Tutto come da copione, a base di prodotti tipici locali da condividere con tutti per una giornata in allegria e all’aria aperta, accanto alla Madonna, che attende dimora migliore, per Lei e per la nostra dignità cristiana.

28 aprile 2019: Serra Crispo di Eugenio Iannelli

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Potremmo definirla in centinaia di modi questa escursione, classica, unica, intramontabile, particolare e continuando ancora, certo è che quando la proponiamo per un’intersezionale coglie sempre nel segno lasciando i compagni di viaggio del momento estasiati nel vedere tanta bellezza. E’ il nostro asso nella manica. Questa volta amici di escursione sono stati i soci della Sezione di Palestrina, capitanati da Alessandro quale organizzatore e da Paolo Presidente della Sezione, che hanno soggiornato nel nostro rifugio “Biagio Longo” in una approfondita tre giorni sul Pollino. Reduci dalla visita di Civita, con annesso Ponte del Diavolo, e della Serra Dolcedorme quella su Serra Crispo è stata un full immersion nel “Giardino degli Dei”, circondati da pini loricati fantastici e millenari. A dire il vero questo itinerario attrae anche tanti soci che pur avendola frequentata chissà quante volte ritornano piacevolmente sul luogo del delitto. E così alla partenza siamo solo in 34. Saluti e scambio di doni istituzionali tra Presidenti e si parte. Itinerario classico, via Rummo, Piani, Zi Peppe, Serretta e cima Crispo. Più di qualche chiazza di neve dura lungo il percorso, temperature basse e giornata fredda, inverosimile dopo il caldo dei giorni precedenti con un meteo sempre più strampalato, e laghetto ghiacciato sui piani alti sono degni di nota. Sulla cima consumiamo il pranzo al sacco che rappresenta sempre un fantastico momento di socializzazione e scambio con i Nostri che in questi momenti riescono a tirare fuori il meglio offrendo agli ospiti una varietà di gustose pietanze tipiche del Pollino, oltre al vino e ai liquori fatti in casa. Si respira un'aria piena di allegria e spensieratezza. Dopo la rituale foto di gruppo ci accingiamo a rientrare verso i piani attraverso un percorso non canonico ma che permette di osservare al meglio altre decine di loricati. Giunti alle auto chiusura in bellezza con il dolce della Presidente Carla e la pastiera di Mario. Un saluto caloroso agli amici che hanno da percorrere tanti kilometri per rientrare e un arrivederci ai nostri per una prossima volta.

25 aprile 2019: Pietra del Demanio, sentinella del Raganello di Mimmo Pace

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Aprirsi una via di risalita su di una montagna, grande o piccola che sia, richiede di saper individuare, tra le difficoltà che essa propone, un percorso logico, semplice e pulito per raggiungerne la sommità. E’ la montagna stessa a indicarcelo; bisogna solo coltivare la passione e studiarne ed apprenderne il linguaggio, scoprendone le “debolezze”, intese come possibilità che essa ci offre per poterla conquistare. Confesso di ammirare da sempre gli alpinisti dell’‘800. Essi si avvicinarono alla montagna con lo stesso spirito con cui, nel mio piccolo ed alla mia tarda età, anch’io ancora oso avvicinarmi: cioè, provare ad ingaggiare una competizione con se stessi più che con essa, instaurando un istintivo dialogo con la natura. Questo il mio credo, che da anni oso portare avanti nel CAI di Castrovillari, nella speranza di convertire a tali idee e coinvolgere quanti più Soci possibile. Un graditissimo quanto inatteso riscontro s’è avuto proprio lo scorso 25 Aprile, nell’ascensione frontale lungo la fiancata Sud della Pietra del Demanio: l’immane bastione calcareo proteso sul Canyon del Raganello, connotato da vertiginose pareti. Ne è stato protagonista un nutritissimo gruppo di ben 45 partecipanti, tra Soci della nostra e di altre Sezioni, nonché di alcuni giovani neofiti, tra cui un coreano e con quota rosa davvero apprezzabile! Una vetta così modesta - appena 856 m. slm - potrebbe indurre a ritenerne l’ascensione alquanto banale. Al contrario, la Pietra del Demanio offre a chi la risale emozioni alpinistiche, scenari maestosi e inattese vedute da brivido, assieme ad aspetti naturalistici sorprendenti, impreziositi dalla macchia mediterranea, che qui si esprime in tutto il suo splendore. Una cavalcata, quindi, in un ambiente infido, severo e solenne, tra rocce, pinnacoli, anfratti, scoscendimenti, che ha messo a dura prova la tenacia dei partecipanti, che mai però ha vacillato. Cieli non azzurrini, ma lattiginosi su di noi!... Un greve velo di foschia appanna tutto, precludendo la nitidezza degli scenari, ma poco importa!! Il gruppo non demorde, anzi è ancor più motivato a tuffarsi a capofitto nell’avventura. Il nostro iter ha inizio a Civita, nei pressi di un belvedere proteso nel vuoto, da cui si gode di una vista ineguagliabile sul Canyon e su quel maestoso dente di roccia policroma… la meta del nostro andare. Il magnifico background naturalistico ci accompagna ancora, discendendo per la lunga scalinata, sfociante sulla stradina che conduce fin nelle profondità della gola. Ammirando la sua mole imponente, viene spontaneo considerare la profonda simbiosi che sembra legare questo gigante di pietra al Raganello … il torrente accarezza ed espunge dolcemente le sue radici, mentre essa vigila e con le sue asperità scoraggia gli interventi sempre invasivi dell’Uomo. Una vera sentinella quindi! Nulla ha potuto però per impedire, fino a pochi mesi addietro, la gazzarra prodotta da torme di turisti e vacanzieri irriguardosi verso un Santuario naturale quale il Raganello e irriverenti verso quel lembo di natura così grandioso e fragile allo stesso tempo. Riecheggiando tra le imponenti formazioni rocciose del canyon, urla e schiamazzi ferivano non solo le orecchie di qualche discreto e rispettoso visitatore di quei luoghi, ma soprattutto violavano quell’ambiente così solenne e sublime, disturbando le creature che lo abitano e che lo hanno eletto a loro rifugio. Mi piace citare le riflessioni di Roberto Angelo Motta, una validissima ed esemplare Guida Ufficiale del Parco, che, costretto a lasciare la sua Terra per cercare fortuna altrove, in un suo post così si esprime: “Il Raganello, negli ultimi anni, era diventato una sregolata e anarchica movida di città e non certo un luogo da fruire con rispetto e da percorrere in silenzio. Mancavano solo le tende da campeggio e i barbecue a cielo aperto. Per il resto, il greto del torrente era stato scambiato per una spiaggia: ombrelloni, gente in costume, sedie sdraio, asciugamani stesi e cocomeri in acqua!”. Ora, dopo il tragico evento che ha falciato ben dieci vite umane, si spera che non si continui impunemente a sfidare la natura e che le Istituzioni provvedano a regolamentare con saggezza e inflessibile severità il flusso di turisti e appassionati nelle gole. Ritorniamo ora alla descrizione del percorso. Attraversato il leggendario Ponte del Diavolo, dopo gli interessanti dettagli espressi sui luoghi dallo storico-naturalista Emanuele Pisarra, che abbiamo avuto il privilegio di annoverare tra i partecipanti, si prosegue per breve tratto sulla storica mulattiera, che percorre il Fosso Casalicchio e che un tempo collegava Civita a Cerchiara di Calabria e San Lorenzo Bellizzi, nonché alle decine di masserie occhieggianti tra verdi macchie e coltivi. Lasciata la mulattiera, nei pressi di un ruscello, si inverte la rotta, affrontando un lungo traverso in dura erta, tra macigni, placche, salti, cespugli e pietraie instabili. Giunti alla Grotta Rossa, una maestosa cavità policroma, la si attraversa procedendo oltre, verso un’evidente pietraia da risalire sulla destra, fin sotto l’incombente parete rocciosa. L’iter è aereo ed altamente spettacolare, ma molto infido. La mia conduzione è stata efficacemente coadiuvata dal tenace e generoso Massimo Gallo e dall’ardito ed atletico Francesco Pugliese. Grazie al loro ausilio, il folto gruppo ha potuto risalire in tutta sicurezza il ripido declivio, che lungo canalicoli scoscesi, passaggi esposti e imponenti formazioni rocciose, risale verso la sommità. Quando mai questi luoghi, così superbamente belli, ma così ostili e selvaggi, hanno visto tanta gente! Potenza del CAI. Proprio a questo punto è venuta fuori tutta la grinta, la determinazione e la totale motivazione dell’intero gruppo, nel portare a compimento l’impresa!! Dopo tali asperità, l’andare diviene meno impegnativo e tra rocce e splendide macchie, uno ad uno, tutti ci ritroviamo finalmente in vetta. Da lassù, vista aerea mozzafiato sul Raganello, di cui si può ascoltare il sommesso brusio risalire dalle profondità del Canyon … e il pensiero immediatamente vola e rimembra con mestizia infinita quelle dieci ignare vite perite tra i tumultuosi gorghi del torrente … con la speranza che il loro sacrificio non sia stato vano. La sortita era dedicata all’indimenticabile Socio Ciro Mortati, che attraverso la sua personalità singolare e irripetibile, ha espresso saggezza, modestia, lealtà, regalandoci tanta amicizia!! Sono passati dieci anni dalla nostra prima ascesa sulla Pietra del Demanio e pare di rivederlo come fosse ieri arrancare ed inerpicarsi assieme a noi lungo quegli scoscendimenti, alla ricerca di nuove avventure e nuove emozioni. Questa folla di tristi ricordi, confortati da un velo di speranza, può per fortuna stemperarsi nella grandiosità degli scenari di cui l’occhio da quassù ha modo di inebriarsi: la visione aerea sull’ospitale paesello arbëreshë di Civita, appollaiato in posizione alpestre e incastonato tra le prime propaggini orientali del Pollino, la sagoma verde scura del Sellaro, con il suo Santuario dedicato alla Madonna dell’Armi - dal greco Των αρμων ossia delle grotte, degli anfratti - e l’immensità azzurrina dello Ionio. Attraverso una traccia di sentiero alquanto impervia, ma di notevole interesse naturalistico e morfologico, si discende lungo il fronte orientale della Pietra del Demanio. Storica e allegra bicchierata collettiva all’ospitale masseria di Ciccio Vavolizza col suo ottimo nettare di indiscusso pregio… e poi giù, sempre tra macigni da aggirare e infide placche rocciose da superare, fino ad ammirare una splendida cascata, che viene giù lungo una levigata e imponente placca multicolore. Chiuso l’anello proprio sul ruscello nei pressi del quale, all’andata, s’era invertito il senso di marcia, ancora più giù, altra sorpresa: una copiosissima sorgente… un ruscello scaturente come per magia dalla ciclopica e compatta cinta rocciosa, il cuore di pietra di questa singolare montagna. In meno che non si dica, siamo di nuovo affacciati ai parapetti del Ponte del Diavolo ad ammirare dall’alto il Raganello, che impetuoso e limaccioso lascia le profondità del canyon e corre lungo l’assolata fiumara, verso il mare.

24 marzo 2019: Anello antiorario di Celsa Bianca di Mimmo Filomia

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Avere ottanta anni e non dimostrarli è la frase fatta che sembra sia stata pensata apposta per lui: Mimmo Pace! Eh! Sì, un furetto in crescendo, proprio quando avrebbe dovuto tirare i remi in barca, lui scioglie gli ormeggi e prende il largo animato dalle sane passioni vitali che ha coltivato fin dalla gioventù, per dedicarsi appieno nel ritmo dell’amore per la fotografia ambientale, mai tralasciando lavoro e famiglia. Cosi, legato appassionatamente alla sua terra, si avventura, usando un suo intercalare dialettale: “scava e scummògghia”, negli angoli suggestivi più remoti e nascosti di monti, borghi, santuari, mettendone in risalto, storia religiosità e scene di vita contadina del passato, evitando che cadano nell’oblio. Ha arricchito cosi, nel frattempo, il patrimonio immateriale del Parco nazionale del Pollino. Per lui parlano le diverse pubblicazioni di libri ampiamente illustrati con foto paesaggistiche, la cui visibilità ha dato a tutti la possibilità di rendersi conto dell’enorme patrimonio ambientale a disposizione da difendere e valorizzare. Mimmo oltre la carica passionale intrinseca per la montagna, da un quarto di secolo è anche figlio adottivo dei Club Alpino Italiano di Castrovillari; il connubio con il sodalizio, che quest’anno festeggia i suoi primi vent’anni di attività, è felice per lo scambio di valori umani e conoscenza del territorio. Il suo fattivo rapporto nel consiglio direttivo della sezione è sempre utile per la stesura del programma di attività escursionistica da proporre annualmente ai soci. Oggi, Mimmo Pace, ha appena compiuto le prime ottanta primavere di vita, grazie a Dio, vuole onorare il compleanno con un’escursione nel cuore del Parco molto impegnativa, a dispetto di molti giovani che restano a casa attanagliati dalla pigrizia. Come un buon castrovillarese, ogni giorno, rivolge lo sguardo verso quelle lingue di neve che serpeggiano nelle pieghe del Dolcedorme, per testare l’evoluzione del tempo che verrà. L’uscita di domenica, tanto attesa, quanto programmata nei minimi particolari, è un’escursione che si sviluppa scalando, appunto, quel primo pluviale innevato orografico destro, che scarica in verticale, da Timpa di Valle Piana (2167m) nell’omonima valle, creando la “Nevera”. Una lingua contorta di neve, che in passato era la riserva naturale di ghiaccio per le popolazioni sottostanti. Ovviamente, teniamo ghette ramponi e piccozza in zaino, per essere usati all’occorrenza. La strada di avvicinamento all’inizio del sentiero parte da Castrovillari, dopo avere superato l’orto botanico di contrada Petrosa, prosegue su uno sterrato fino a giungere a Valle Piana (900m) presso i pannelli illustrati della zona con relativa segnaletica. Sarà la parte iniziale del sentiero 920, un’arteria che va diritta al cuore del Parco Nazionale del Pollino, quello che oggi percorreremo, tralasciando al primo incrocio, a destra, quello che sale verso Valle Cupa e Timpone Campanaro. Proseguendo e deviando drasticamente a destra, s’intraprende, poi, il nostro canalone. E’ proprio qui che si chiuderà l’anello al rientro passando da Timpa di Valle Piana, Celsa Bianca, Varco Pollinello, Tagliata, Valle Piana. Queste le premesse! Vediamo l’evoluzione durante la giornata e se tutte le diciassette persone che hanno aderito all’impresa, sproneranno il proprio animo e fisico, per giungere all’ombra del diedro presso Timpa di Valle Piana, per festeggiare con un sorso di liquor mirto e torrone sardo, l’amico socio Mimmo Pace. La giornata è bellissima, sembra averla scelta dal dépliant, Primavera & Estate. I due Km di sterrato utile alla penetrazione nel bosco, versano in pessime condizioni, per giungere a Valle Piana. Qui, il briefing che vede coinvolto e attorniato dall’affetto degli amici, Mimmo Pace, nell’atto di ricevere dalla presidente Carla Primavera, a nome di tutti i soci, il premio fedeltà e simpatia consistente in un gilet sponsorizzato CAI. Ben presto il gruppo serpeggia sul sentiero d’altura e inizia a dribblare i segnali che conducono, prima, al bivio per Timpone Campanaro e poi, sulla destra, sulla morena della “Nevera”. A coadiuvare Mimmo Pace nell’evoluzione di questa impegnativa escursione all’insegna della verticalità, ci sono Massimo Gallo e Mimmo Filomia. Da subito costatiamo che la performance aumenterà di qualche grado nella scala di difficoltà, causa scarso innevamento. La bellezza dei luoghi però ci galvanizza oltremodo. Anche qui la furia del vento ha fatto scempio di alberi, recisi come fuscelli. Il manto erboso ha un aspetto goffo, brunito nella chioma che orientata ricurva su se stessa, cerca di raddrizzarsi per scrollarsi dal gelo e dal peso della neve che qui sciorina in piccole valanghe. Ai bordi del canalone dove la neve inizia a essere compatta e ghiacciata, facciamo la prima sosta per calzare i ramponi, la pratica è sempre complicata, perciò ci aiutiamo a vicenda. Il bravo Massimo risponde a tutte le chiamate con consigli e manodopera, instancabile anche nel dare consigli sull’approccio della piccozza con la neve. In poco tempo siamo tutti pronti ed equipaggiati per affrontare con entusiasmo, una performance unica, difficile ma non impossibile, lunga ma in tutta sicurezza. Un masso, ben augurale, incoraggiato e sospinto dal disgelo, ci saluta venendoci incontro scendendo nel canalone. Per fortuna decide di fermarsi adagiandosi nella neve più in quota. La progressione d’ora in poi, diventa un banco di prova che, nel punto del non ritorno, sprona l’autostima del singolo a vincere paura, stanchezza, verticalità, equilibrio. Un modo, per conoscere il valore della propria forza fisica, per rapportarsi con decisione a uomini e montagna. In tutta la risalita, la vitalità di Mimmo Pace è stata di sprono, alla progressione di tutti gli escursionisti. Ha dettato i ritmi dell’impresa che è stata ostica per la presenza di neve a grandi chiazze che hanno infastidito l’uso dei ramponi. La presenza in montagna delle persone non guarda l’età, ma la passione che muove, per il nuovo, l’inesplorato, il selvaggio, il paesaggio; insomma, il nostro primordiale habitat che abbiamo tralasciato e che avvertiamo di essere rivissuto o quantomeno, rivisitato e non perduto. Lungo il declivio soleggiato, contrastato dal cielo turchese, tra le quinte a Sud Ovest del Dolcedormee quelle di Celsa Bianca, viene voglia di sedersi su un masso erratico e gioire in contemplazione del paesaggio. Sotto l’erba, spuntano i primi zafferani; beati loro! O poveri loro! Avranno fatto bene ad anticipare il risveglio primaverile? Il loro DNA li ha avvertiti del cambiamento climatico in atto? Chissà! Di certo tutti dobbiamo essere sostenibili da subito per fare superare questo momentaccio al nostro pianeta. Ormai la meta è lì, a un tiro di schioppo. Procediamo alla spicciolata, ciascuno rispondendo al proprio ritmo biologico. Passo, dopo passo, ognuno calcola la traiettoria del percorso che ritiene più facile, per poi ritrovarci a Timpa di Valle Piana, per la pausa colazione e il batti cinque augurale. Ormai il più è fatto, ci aspetta la lunga cresta di Celsa Bianca per la foto di gruppo e il rientro con goduria, per la vista di scorci panoramici fantastici sul Pollino, Dolcedorme, Serra delle Ciavole, Serra Crispo, Grande Porta, Varco Pollinello. A questo punto del percorso pensi, che il più sia fatto! In realtà lo è fino a quando non provi la discesa da Celsa Bianca. Infatti, in assenza di neve e con la stanchezza accumulata, la discesa per riallacciarsi al sentiero 920, diventa un concentrato di passaggi rocciosi verticali e panoramici, dove è facile e fatale la distrazione. L’incubo notturno, è inevitabile, sfido io chiunque. Il finale alle macchine non poteva che finire con il botto! Ancora montagna ma questa volta sono le paste di mandorle a essere scalate, anzi divorate. Le bollicine dello spumante rinnovino lunga vita in montagna, al conduttore Pace e ai condotti tutti. P.S. Ritorniamo stanchi ma felici.

17 febbraio 2019: XI Pollinociaspole di Eugenio Iannelli

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Pollinociaspole, una manifestazione partita in sordina che ha raggiunto numeri importanti nelle edizioni che si sono succedute dal 2009 ad oggi. Un evento promozionale che riscuote sempre grande successo e che in questa XI edizione ha radunato intorno a se circa 70 ciaspolatori provenienti da diverse città del comprensorio. Purtroppo le condizioni meteo e della percorribilità delle strade è condizionante rispetto alla individuazione del percorso da fare tant’è che anche quest’anno, a causa della mancanza di neve a bassa quota, l’itinerario inizialmente individuato, Monte San Josemaria, e non percorribile per mancanza di neve è stato sostituito con un altro altrettanto bello e più accessibile nei dintorni di Piano Pedarreto. Ciò ha consentito a tutti di trascorre una giornata serena, rilassante e a molti di fare la loro prima esperienza con le racchette da neve. Un attrezzo di facile utilizzo che consente di percorrere in sicurezza e senza grande fatica qualsiasi sentiero nel periodo invernale. La giornata si presenta veramente fantastica con il cielo sgombro di nubi e che rallegra il cuore, le ultime due ciaspolate erano state caratterizzate da tempo non proprio bello. Dopo aver consegnato in nolo le ciaspole ai neofiti, un grazie a Gaetano e Luigi per la loro disponibilità, la carovana multicolore si è diretta verso Piano Grande, negli anni ’80 attrezzato con una “manovia” che consentiva la risalita e la successiva discesa di una corta ma unica pista da sci del Pollino. Qui abbiamo ascoltato da Luigi la storia della scelta degli alberi e del loro conseguente utilizzo che caratterizza la festa di Sant’Antonio del paesino di Rotonda. Da Piano Grande con un percorso ad anello, a tratti nel bosco a tratti scoperto, siamo rientrati a Piano Pedarreto. Un percorso facile, alla portata di tutti, che ha consentito a molti dei partecipanti di fare la prima felice esperienza con le racchette da neve. Un attrezzo di facile utilizzo che consente di percorrere in sicurezza e senza grande fatica qualsiasi sentiero nel periodo invernale. L’evento -considerata la facilità del percorso- ha consentito la partecipazione di tutti indipendentemente dall’esperienza e dall’allenamento personale. Tra i tanti la mascotte Marta, 10 anni, bravissima e alla sua prima esperienza con le racchette da neve. Terminata l’escursione trasferimento a Campotenese al Centro Turistico Rurale “La Principessa” per il pranzo nell’accogliente sala che riunisce la grande famiglia degli appassionati di montagna. Un ottimo pranzo a chilometro zero avendo noi potuto degustare i prodotti della dirimpettaia Cooperativa Agricola di Campotenese. Al termine della giornata commenti entusiasti da parte di tutti, mentre per gli organizzatori l’orgoglio e la soddisfazione di aver riproposto questa bella esperienza sportiva e di aver contribuito alla conoscenza e alla promozione del nostro territorio.

3 febbraio 2019: Rosole - “Cozzo Innominato” di Gaetano Cersosimo

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L’escursione prevista per il giorno era destinata a “Coppola di Paola”, la mattina al risveglio arriva il primo intoppo, poiché la neve era caduta a 900 metri di altitudine e lo spazzaneve non era passato per liberare la solita strada, essa non era percorribile, quindi non si poteva partire dal punto previsto, vale a dire da Colle del Dragone. Purtroppo non esiste nel nostro “GRANDE PARCO DEL POLLINO”, un servizio informativo sulle condizione delle strade interne di montagna che dia chiarimenti, in tempo reale, sulla percorribilità e visibilità. Al nostro “ventennale”, ovvero da quando è stata costituita la sezione CAI di Castrovillari, ma anche da tanti anni prima siamo al solito problema; le strade sono innevate e non sono ripulite e sgombrate dalla eccessiva neve. Nonostante tutto il Parco Nazionale del Pollino ha molti itinerari da offrire e in breve è nata in noi l’idea di cambiare la meta; l’escursione viene dirottata su “Cozzo Innominato”, chiamato cosi perché, a nostra conoscenza, non esistono carte topografiche che ne indicandone il nome. Dopo i saluti ai soci, ci muoviamo velocemente per non stare molto tempo al freddo gelido di prima mattina. Attraversato l’incrocio per i Piani di Masistro, da subito, girando a sinistra, si capisce la parte più impegnativa; gli instancabili soci si sentono in sintonia con l’ambiente e nonostante lo sforzo fisico, cresce in loro il desiderio di raggiungere la cima. Dal nostro punto di arrivo con la foto di gruppo, segue la spiegazione da parte del caro socio Mimmo, delle cime dei Monti della Luna: Serra Ambruna, Monte Caroso, Cozzo Barbalonga, Il Tabaccante, Timpone Vaccaro. Il bianco è sicuramente uno dei più affascinanti ambienti che in questi periodi la natura ci offre, fa da cornice a cime, piani, alberi che vengono immortalati con numerose e spettacolari foto. Ecco che dalla nostra meta nasce un’altra idea, quella di raggiungere Timpone Vaccaro. Solo un gruppo di cinque soci capitanatoi dal veterano Eugenio, si accingono a scendere la cresta con non poca difficoltà per puntare alla nuova cima. Il Timpone Vaccaro è conosciuto per la pietra “bucata” posta a 100 metri dalla punto di arrivo. La nebbia ha però impedito la visuale delle vette dei Monti della Luna. Dopo una breve sosta per recuperare le energie e la fotografia di rito s’incamminano a scendere il versante velocemente per raggiungerci. L’itinerario per il resto del gruppo prosegue in discesa per la via del ritorno sotto una forte nevicata; ed ecco che ad altri di noi nacque il desiderio di raggiungere il gruppo dei cinque a Timpone Capanna, i tre “moschettieri”, tra cui un agilissimo ottantenne, si incamminano sostenuti da noi altri. Con un passo più veloce si allontanavano mentre noi, nel frattempo, con un passo più lento, raggiungemmo la baita. Il successo dell’escursione è dovuto agli ingredienti portati dai soci, innanzitutto la partecipazione, la passione per la montagna e la socializzazione che hanno reso la giornata molto interessante. Il percorso di circa 6 km ha dato grandi soddisfazione ai partecipanti, per raggiungere “Cozzo Innominato”, dove è stato presente per la prima volta in veste ufficiale il CAI di Castrovillari. Dopo una ciaspolata non c’è di meglio che rigenerarsi, fermandoci i in una baita ad assaporare le specialità di ogni uno di noi. Non so il perché, ma la neve, si guarda, si fotografa e ci porta a momenti di assoluto silenzio e riflessione.

27 gennaio 2019: Monte Manfriana di Alessandro Galasso

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A malapena intuisco che Rosanna mi sussurra un assonnato 'divertitevi' mentre la sveglia ci obbliga entrambi a interrompere il sonno alle 4.30. E' domenica e, dopo aver connesso abbastanza neuroni, schizzo fuori dal letto perché oggi mi aspetta una bella escursione in montagna. Il profumo intenso del caffè che esce dalla moka mi porta definitivamente nel pieno delle mie facoltà mentali. Sistemo lo zaino e mi vesto di tutto punto per affrontare quello che sarà l'obiettivo della giornata: la cima orientale della Manfriana. Raggiungo Massimo e nel tempo di un paio di risate arriviamo a Frascineto per incontrare il resto delgruppo. Non conosco molti dei 20 soci che hanno aderito e ne approfitto per un rapido giro di saluti. Ci sono amici da un po tutta la Calabria, da Reggio i più lontani, attratti dalla prospettiva di una magnifica giornata sulla neve. Arrivati a Civita, sulla strada di montagna fa capolino un insidioso ghiaccio. Il gruppo si divide in due: una parte parcheggia a Colle San Martino ed una seconda si spinge, con i suoi potenti mezzi, fino a Colle Marcione. Seguiremo due diversi itinerari iniziali e ci ritroveremo in cresta. La neve fresca caduta negli ultimi giorni rende le ciaspole il mezzo ideale per progredire lungo il continuo saliscendi che caratterizza la cresta dell'infinito. Mai nome fu più azzeccato. Pur non percorrendola per intero fino al Dolcedorme, la cresta dell'infinito è lunga. Anche se ci si pone come obiettivo la Manfriana, che del percorso rappresenta in pratica poco più della metà. L'ambiente in cui ci si immerge sin da subito, però, con panorami a tutto campo sul mar Ionio e sul resto dei possenti monti del massiccio ricoperti di neve, rende il cammino piacevole e appagante. Un graduale allontanarsi dalla cività verso l'essenza delle nostre radici profonde. Un passo dopo l'altro. Al ritmo dei battiti del cuore. Ci si allontana dalle tracce tacchettate dei pneumatici da neve per ritrovarsi sulle orme del lupo e della lepre. Ognuno vive la montagna a modo suo, cosi ad ogni escursione c'è chi medita (cercando se stesso), chi chiacchiera (cercando l'altro), chi scatta foto (cercando l'attimo perfetto), e cosi via. Chi conosce la montagna sa, però, che qualsiasi cosa cerchi nel suo vagare, deve tarare il passo in proporzione all'obiettivo che si è posto. E se il tuo obiettivo è la Manfriana da Colle Marcione, sai che devi camminare spedito se vuoi tornare in compagnia del sole. Ed è questo che abbiamo fatto domenica. Uno sforzo richiesto a tutti per il bene di tutti. Un niente se confrontato alla ricchezza che di questa giornata ne hanno tratto gli occhi e l'anima. Se fosse un film, a questo punto ci sarebbero i titoli di coda coi ringraziamenti a tutti i partecipanti che scorrono verso l'alto e le immagini di sfondo di una rumorosa comitiva che leva i calici di birra in un bar del paese. “Dissolvenza in nero...aslla prossima, gente".

13 gennaio 2019: Rosole - Piani di Mezzo di Masistro di Mimmo Filomia

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Quando si capirà che la neve, sui nostri monti, oltre ad essere un’attrazione per grandi e piccini, per il consueto scambio di palle da neve, è un’opportunità di ricchezza vera e propria, caduta dal cielo messa a disposizione degli operatori turistici locali; forse, solo allora, le strade di penetrazione montane e quella che attraversa Piano Ruggio saranno rese percorribile. Si parla tanto di economia sostenibile in termini di ricettività, accoglienza, sicurezza, intanto continuiamo a fare turismo “fai da te” in tutta l’area protetta del Parco nazionale del Pollino e a nulla è valso il riconoscimento di Geo Park, da questo punto di vista. La politica della costruzione dei rifugi sulle terre alte, risponde al principio che la montagna non va lasciata sola, per arginarne lo spopolamento. Invece, dopo decenni di convegni su quest’ area protetta del Pollino in attesa di trovare le soluzioni per farla decollare, ci ritroviamo ancora, nel bel mezzo di una escursione, a dovere mangiare la colazione accanto ai ruderi di aree attrezzate più volte ristrutturate e mai utilizzate. Per il momento, è la neve a stendere un velo pietoso su tutto, nascondendo tutte le incongruenze che con il disgelo a primavera, dopo il letargo, si presenteranno agli occhi dei visitatori puntualmente. A subire le conseguenze negative della viabilità, sono le associazioni che promuovono attività in montagna, dando visibilità all’intera area, che sono costrette a variare itinerari, o addirittura, disdire uscite in montagna. Proprio come il caso della nostra ciaspolata d’inizio anno, che, originariamente ci avrebbe visto protagonisti a Colle Gaudolino, ma, la strada, bloccata per neve, ci ha costretto a ottemperare l’impegno con la soluzione, in serbo nel cilindro, che ci ha condotto, via Campotenese - Rosole, ai Piani di Mezzo di Masistro (1250 m) Saracena. La strada di collegamento con Novacco, battuta da una carovana di fuoristrada, si è trasformata in sentiero e le condizioni di neve si sono dimostrate adatte, alle ciaspole e sci da fondo. Il tempo dapprima soleggiato, durante la giornata è rimasto grigio con clima freddo tanto da far restare in vita i caratteristici ghiaccioli pendenti. Giova ricordare che nelle doline di Piano di Mezzo, è stata monitorata in gennaio di qualche anno fa, la temperatura di -19°C alle ore 19.00. Le ciaspole o racchette da neve, sono l’attrezzo di facile calzata, per mezzo delle quali tutti possono inoltrarsi in luoghi innevati paradisiaci. In commercio ce ne sono di vario tipo e si scelgono in base al peso corporeo, alla tipologia del manto nevoso, se si progredisce in pianoro in salita, oppure misto adatto al nostro territorio. Con regolazione in base alla misura dello scarpone e attacco automatico. L’escursione odierna ha visto il battesimo di Umberto e Maria, nuovi soci che assieme al gruppo, hanno progredito instancabili tra le meraviglie del paesaggio, che a loro si presentavano, passo dopo passo. L’area attrezzata di Masistro abbandonata, ci rattrista non poco; la neve copre i tavoli e le cucine all’aperto, il ricordo va alla bella stagione quando qui, tovaglioli stracolmi, odori, fumo qua e là e tanto arrosto, sapori, chiacchiere, vocìo di bimbi che si rincorrono e tarantella, fanno la festa. No! Forse la neve da queste parti non è per tutti, perciò questa coltre bianca immacolata, ce la godiamo noi, scendendo sulle due doline di Piano di Mezzo, dando l’impressione a chi ci osserva, di essere pinguini che fanno la danza attorno ai laghetti ghiacciati. Al ritorno ci soffermiamo per la pausa pranzo a Masitro, dove la neve ha dato un tocco bianco marmoreo a tavoli e panche. La nduja di Maria, sapientemente spalmata sulle tartine, il nettare e altre leccornie condivise hanno riscaldato gli animi, vuoi anche per il tè caldo di Dorota. Infine miele e vino cotto hanno salutato la prima ciaspolata del 2019 con la consueta “sciurbetta”. Il ritorno per la stessa strada, ma già il cielo alle nostre spalle, badava a cancellare le nostre orme con una nuova nevicata. Un grazie a tutti per la collaborazione e calorosa partecipazione.

6 gennaio 2019: L'anello di Serra del Prete di Eugenio Iannelli

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Nonostante le temperature polari e il maltempo dei giorni precedenti un bel gruppo di soci si è dato convegno presso Piazza Giovanni XXIII a Castrovillari per dare inizio al programma delle attività del 2019. Un anno, quello iniziato, che celebrerà il Ventennale della Sezione e che con l’escursione odierna ha rappresentato un buon inizio. Raggiunto facilmente Colle Impiso, a causa della poca neve sulle strade, e dopo un breve breafing abbiamo calzato le ciaspole e intrapreso il sentiero n. 920. Prima parte nel bosco con neve molle ma tranquilla, con il gruppo che procede regolarmente. Usciti dal bosco la copertura nuvolosa è alta e riusciamo a vedere distintamente, per citare i più lontani, il mare Tirreno, con il Golfo di Policastro e il Monte Bulgaria. Da qui per sicurezza e per il maggiore dislivello della salita dismettiamo le ciaspole e calziamo i ramponi. Per qualcuno è il battesimo, che anche grazie all’aiuto dei veterani, si compie agevolmente. Purtroppo un vento forte e gelido ci accompagna fino alla sommità della montagna senza farci godere pienamente la salita. Soprattutto in vetta diventa fortissimo, quasi bufera e ci costringe a scendere di quota rapidamente. Una volta sotto vento la marcia riprende con tranquillità e squarci di sereno ci fanno ammirare il panorama verso Castrovillari e il Pollino. Riprendiamo il sentiero nel bosco con gli alberi ammantati di neve e raggiungiamo facilmente Colle Gaudolino e il bivacco. Dopo aver consumato un frugale pranzo al sacco, in un bivacco insolitamente vuoto, riprendiamo il cammino che per la fonte Spezzavummula ci permetterà di chiudere l’anello e ci riporterà alle auto. Tre le riflessioni finali che mi sovvengono. La prima, doverosa e sincera, è dedicata a Mimmo, un socio, un amico, presente a questa prima, che nel 2019 compirà anch’egli ….ttanta anni e che in questi vent’anni ha rappresentato un grande punto di riferimento per i soci e per la sezione essendo stato sempre capace, nonostante avesse notevole esperienza pregressa, di mettersi in gioco in nuove avventure ed esperienze che hanno fatto da traino per le nuove generazioni. A lui per questo 2019 auguro altri ….ttanta anni di escursioni insieme. La seconda è la soddisfazione e la consapevolezza, maturata nell’osservare nuovi soci affrontare le prime esperienze con i ramponi, che quello che si è costruito è qualcosa di importante, che “la traccia” intrapresa è quella vera, che le motivazioni sono quelle giuste e sono quelle per cui vale la pena continuare a spendersi perché tanta gente condivide le nostre attività e i nostri ideali. Last but not least per la Sezione di Castrovillari, diventata oggi più che maggiorenne, che ha raggiunto traguardi nazionali a dir poco inimmaginabili e che con la sua nascita, senza falsa modestia, ha rappresentato una svolta decisiva nel proporre ed organizzare un nuovo modo di fare associazionismo ed escursionismo nel panorama regionale del Club Alpino Italiano. Ma cosa più importante ha dato a “Noi” l’occasione e l’opportunità per una forte crescita identitaria, arricchendo il nostro bagaglio esperienziale e consentendoci di praticare un’attività che sviluppata nelle sue varie forme espressive rappresenta il massimo della libertà individuale. Ad maiora semper!