Raccontatrekking 2019

16 giugno 2019: L’ anello del Lago Duglia di Gaetano Cersosimo

16 giugno 2019: Serra del Crispo e la magia del Pollino A. Mingrone

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31 maggio/2 giugno 2019: Ascesa allo Stromboli di Roberta Malizia

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Quale “novella” nel mondo CAI, non posso che raccontare questa esperienza con stupore e riconoscenza. Lo stupore nello scoprire la natura nelle sue sfaccettature, ricca di sorprese, capace di stupirci, la riconoscenza verso coloro che ci trasmettono tradizione, cultura e sacrificio. Questa, una tre giorni accompagnata da persone esperte e sapienti; ottimi compagni diviaggio, pronti a correggere, aiutare e indirizzare al fine della migliore riuscita in escursione.

Giorno 1

Tutti pronti per questa avventura, ore 8 ritrovo, saluti, appello e via gioiosi e fiduciosi nel raggiungimento della meta prefissata, l’ascesa allo Stromboli, nonostante le condizioni climatiche non siano del tutto favorevoli. Ore 12 circa, a traversata dello stretto avvenuta, ci si dirige verso Milazzo per ultimo tratto alla volta di Stromboli. Viaggio caratterizzato dall’entusiasmo per quello che ci aspettava ma, al contempo, minacciato dal pensiero costante della variazione climatica in corso. In continuo contatto con la guida del posto, Francesco Restuccia, si valuta fattibilità del programma stilato prendendo in considerazione la possibilità di anticipare uscita al pomeriggio stesso del nostro arrivo; alla fine si sceglie di seguire le direttive prestabilite dal nostro “mentore locale”, guida esperta e conoscitore del suo territorio; l’ascesa avverrà come da programma l’indomani. Navigando per Vulcano, Lipari, Panarea e Ginostra finalmente si giunge a punta Scari, punto di approdo dell’isola di Stromboli, verso le 16.30; appena sbarcati si nota il fascino del posto, alte scogliere spezzate da piccolissime spiagge di sabbia nerissima alternata da insenature, l’imponenza del cono vulcanico che si erge dietro il bianco delle case, in mezzo al mare di un blu intensissimo. Dopo la sistemazione presso il B&B, passeggiata nel centro abitato verso piazza San Vincenzo dove è collocata l’omonima chiesa; fra negozietti e coloratissimi gerani e bouganville si arriva a sera, col naso all’insù, verso lo spettacolo suggestivo delle decine e decine di appassionati saliti nel pomeriggio, che, ormai a notte, al buio iniziavano la discesa illuminati dalle sole torce. Una serie di puntini luminosi che si muovevano a serpentina giù per il canalone.

Giorno 2

Sveglia presto con la speranza che il tempo sia clemente per la nostra di “prova”, del pomeriggio. Piccola incertezza per breve ma intensa pioggia nel corso della mattinata ma poi il cielo cambia e da che cupo e grigio si apre di un profondo azzurro seppur leggermente ventilato. Ore 12.30 Pranzo. Riposo. Preparazione e ore 16.30 ritrovo con la nostra guida, breve briefing per ultimi accorgimenti e inizio camminata attraverso contrada Piscità, custode della Chiesa di San Bartolomeo realizzata nel 1801 in onore del Santo protettore dell’isola festeggiato il 26 agosto, voluta e costruita dagli strombolani e dai tanti siciliani emigrati che unirono le loro forze economiche per dare vita a questo luogo, definito “luogo di aggregazione e unione” . Ore 17.04 all’estremità di Piscità ci si ritrova sulla “mulattiera per il cratere”, percorso intitolato, nel 2009, alla prima guida vulcanologica Salvatore Di Losa. Appena imboccato il sentiero, ad attirare la nostra attenzione è la “spiaggia lunga”, ultima lingua percorribile dopo Piscità, punto di riferimento per gli isolani, segnalato nelle mappe comunali e dalla Protezione Civile come unica via di fuga in caso di tsunami per la sua forma a collo di bottiglia nonché custode di un minuscolo cimitero, messo lì, per timore di contagio, durante l’epidemia di colera del primo ‘900; luogo remoto e abbandonato, pervaso di pace, raro pezzo di memoria incontaminata. Alzando lo sguardo, subito ci si distrae verso lo Strombolicchio, secondo la leggenda tramandata, sarebbe il tappo del vulcano lanciato in mare durante una violenta eruzione; eretto sui suoi 49m di altezza ospita il faro costruitovi nel 1920. Durante il primo tratto, ricco di vegetazione, si incrociano colori e profumi. Dalla malva all’assenzio detto “ervajanca” per il suo colore biancastro. Dalla Capparis spinosa dal quale oltre al cappero (bocciolo) viene consumato anche il cucuncio (frutto) più carnoso e di sapidità più accentuata (curioso e inusuale scoprire che, ad opera degli uccelli, si scorgono piante della stessa sulle palme) all’Euforbia di Bivona, localmente chiamata “usciamani” (se non erro), quali rami, se spezzati, secernono un lattice bianco pericoloso per gli occhi e anticamente usato per la pesca di frodo. Ancora, la pianta di lentisco, dalle quali bacche si ricava l’olio per le lanterne, e più su la “pietra morta”, utilizzata in diversa epoca prettamente per la costruzione delle abitazioni poichè molto isolante. Passando per il “semaforo labronzo”, dove si trovava l’osservatorio civile (oggi trasformato in ristorante), si prosegue per il sentiero “sciara del fuoco” fino a raggiungere i quasi 900m attraverso aspra vegetazione seguita da pareti rocciose, il tutto situato lungo un ripido dislivello esposto a raffiche di vento improvvise; avvolti in atmosfera fiabesca mentre il sole tramonta accendendosi di un rosso fuoco, avvolte dalle nuvole, fanno capolino le vicine Salina, Panarea e Lipari. In vetta, raggiunti i primi shelter, con l’avanzare del buio e nonostante la leggera foschia, comincia lo spettacolo. Il fiato è sospeso e lo sguardo è volto fisso verso i crateri nel tentativo di interpretare ogni suo segno, attenti a captare quel lieve boato che precede l’eruzione. Di tanto in tanto si accendono i crateri lasciando partire sbuffi di lapilli incandescenti, ogni eruzione è un colpo al cuore che sprigiona un urlo di emozionante soddisfazione. Ore 21.10 circa, compiaciuti delle eruzioni laviche ammirate, ci si prepara alla discesa. Torce accese e mascherine indossate. Per un attimo ho pensato …”questa sera saremo i protagonisti di quella scia luminosa; altri, come noi ieri, ammireranno lo spettacolo da laggiù”. Imboccato il canalone sul versante nord-orientale lungo il costone roccioso del “liscione” e poi quello di “Cannestrà” sovrastante la frazione di Scari, con la sabbia vulcania oltre le caviglie in altrettanta ripida pendenza, coperti da un manto di stelle, ad indicarci la via le poche luci del borgo e le poche imbarcazioni ormeggiate in porto. Poco più di un’ora e mezza di discesa, durante il quale il percorso ci si ricongiunge fra i diversi gruppi ascesi, ci accomuna tanta stanchezza ma anche tanta soddisfazione e felicità per quanto conquistato. Ore 22.49 giunti a valle, stanchi e affamati, ma soprattutto increduli per il percorso compiuto e grati a madre natura per tanta maestosità.

Giorno 3

Dopo una notte di forte temporale, si decide di anticipare il rientro; tristemente si lascia l’isola che ci ha regalato un pezzetto di se. Così si conclude questa tre giorni alla volta della conquista dello Stromboli, 900 m di altitudine per 13 km di percorso. Oltre a ringraziare, la sezione CAI di Castrovillari e i partecipanti, per avermi dato la possibilità di vivere questa “piccola avventura” vorrei fare un plauso al nostro capogruppo, Ugo, perché grazie al fatto che “c’ha parlato lui” tutto questo è stato unico! Grazie.

19 maggio 2019: Escursione del Ventennale di Stefano Ardito

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Se fossi un maestro Zen, mi limiterei a scrivere “grazie!”. In quelle sei lettere, e nel punto esclamativo che le accompagna, c’è tutto quello che vi voglio e che vi devo dire dopo aver partecipato alla festa per il vostro ventesimo compleanno. Mi avete accolto come un fratello, mi avete ospitato e sfamato (anche troppo!), mi avete ascoltato con attenzione. E mi avete portato a riscoprire le meraviglie del Pollino, un massiccio che ho molto amato e molto percorso qualche decennio fa. Un “grazie!” di fronte a tutto questo non basta, ma scriverlo è un piacere e un dovere. Il problema è che non sono un maestro Zen. Non sono bravo a sintetizzare le cose in una battuta, preferisco approfondire e raccontare, a volte troppo. Chi mi ha ascoltato nel Palazzo di Città di Castrovillari, chi ha camminato con me sulle Timpe di Porace e di Cassano se n’è accorto. Amo chiacchierare, e a volte lo faccio fin troppo. Allora, per restare ancora un po’ insieme a tutti voi, ecco qualche ricordo e qualche pensiero che ho riportato a Roma dopo i giorni passati in vostra compagnia tra Castrovillari e il Pollino. Prima di tutto, grazie a Mimmo Pace e alla sua mostra, ho scoperto delle pagine di storia che non conoscevo. Quelle foto di escursionisti e alpinisti, di colonie estive e di boscaioli, raccontano che la presenza dell’uomo sulle vostre montagne è ben più antica dei vostri meravigliosi vent’anni. Chi arriva al Pollino (o su un’altra montagna relativamente remota) da Roma o da un’altra città ha la tendenza a pensare in maniera “coloniale”, a sentirsi un esploratore che spiega alla gente del posto la bellezza dei luoghi e l’importanza di conservarli. Non è vero. Per far nascere il Parco, e per farlo crescere, negli anni, c’è stato sicuramente bisogno di contributi “forestieri”. Ma la passione per il Pollino, e il gusto di percorrerne i sentieri, sono profondamente radicati tra di voi, da molto tempo, su entrambi i versanti del massiccio. Anche il terzo pensiero che vi lascio ha alla base un’autocritica. Come vi ho raccontato mio padre veniva dal Piemonte, ma mia madre era nata a Napoli e aveva degli antenati siciliani. Un po’ di Sud, nel mio sangue, c’è da sempre. Oltre alle splendide montagne di Calabria, frequento con passione da decenni quelle della Sicilia, della Spagna, della Grecia. Sono socio del CAI da cinquant’anni. Ma della sezione di Roma, radicata sull’Appennino, non di quella di un borgo della Valtellina e del Cuneese. Prima di venirvi a trovare, sapevo bene che avrei incontrato una sezione molto attiva, e ben radicata nel territorio. Pure, con la sincerità che si deve agli amici, vi confesso di essere stato sorpreso di trovare, a Castrovillari e nell’intera Calabria, un CAI così al femminile. Qualche giorno prima, in un incontro nel Lazio, avevo ascoltato il presidente Torti auspicare, tra tre anni, l’arrivo della prima donna sulla poltrona più importante del Club fondato da Quintino Sella un secolo e mezzo fa. Insieme a voi, in Calabria, ho scoperto un’associazione giovane, dove le donne hanno un ruolo fondamentale e apprezzato, nelle sezioni come a livello regionale. Il vostro, alla faccia dei pregiudizi sul Mezzogiorno (che da qualche parte nel Nord resistono), è un CAI organizzato e accogliente, ottimamente inserito nel mondo che lo circonda. Un’associazione che delle donne ha il senso pratico, ma anche e soprattutto il sorriso. Grazie a tutti i soci uomini, ovviamente. Ma grazie, soprattutto, a voi montanare del Pollino. A presto!

5 maggio 2019: Madonna del Riposo di Mimmo Filomia

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Continua la tradizione locale dei castrovillaresi che li vede protagonisti ogni anno in una manifestazione escursionistica, religiosa culturale legata alla montagna, la domenica in Albis, ottava di Pasqua. L’evento giunto alla 15^ edizione, ormai è entrato nelle coscienze di tutti, divenuto un luogo comune e un desiderio che alla fine da promessa diventerà realtà. Questa sana tradizione, affonda le radici nel 1836 anno in cui è costruita la cappella ottagonale, (690m) al posto di un arco votivo, dedicata alla Madonna con il Bambino fra le braccia. Il luogo panoramico suscita rispetto per la natura e tranquillità. Il viandante che vi giunge in stanca a mezza costa avverte ammirazione, contemplazione e voglia di riposo, donde Madonna del Riposo. Il CAI di castrovillari che quest’anno festeggia i venti anni dall’istituzione della sezione, impegnato nella protezione valorizzazione e promozione del territorio, è stato l’artefice nel rinverdire questa tradizione, altrimenti caduta nell’oblio, legata alla presenza dell’uomo in montagna. La tenacia del nostro sodalizio nel tutelare e valorizzare quanto di buono c’è sul territorio, ci ha premiato, con la consapevolezza che le tradizioni, sono la tracciabilità che contraddistingue le popolazioni. La variabilità del tempo di questa pazza primavera, ci aveva fatto temere il peggio; pioggia nella pianura e neve sui monti, ma nel posticipo settimanale della “Passeggiata tradizionale dei Castrovillaresi”, su di noi, poche nuvole rabbonite in quota, dal vento che le ha sparpagliate per altre contrade. In cielo, il sole si apre un varco per illuminare il sentiero e la bianca cappella ottagonale, adesso sconsacrata, posta su monte Sant’Angelo, dimora memorabile per la venerazione della Madonna del Riposo. Ancora una volta la fortuna ha aiutato gli audaci. In circa quaranta fedeli pellegrini, intraprendiamo il sentiero che nell’arco temporale di tre secoli ha visto salire su monte Sant’Angelo una moltitudine di persone e devoti incuriosite dal panorama lungimirante che vede la catena del monte Pollino con Serra Dolcedorme degradare verso il mare Jonio. Non solo, in un solo colpo d’occhio appaiono tutti i paesi del comprensorio attorno a Castrovillari, incastonati nel verde collinare. Un tempo, una lezione di geografia estemporanea che il maestro, ogni anno, si pregiava di impartire ai suoi scolari, portati qui, in gita istruttiva, inquadrando nei punti cardinali, mari, monti, paesi e destinazioni lontane. Oggi in nome del progresso, non è più così, ma non saprei dire neanche meglio così, se il progresso annulla la tradizione che lega l’uomo alla partecipazione dei beni immateriali del proprio territorio, cagionandone disaffezione. L’escursione si sviluppa su sentiero CAI 989 con partenza da Piazza Giovanni XXIII Castrovillari (350 m). Non presenta particolare difficoltà essendo una prova sportiva a ritmi lenti, con pendii smorzati a zig zag, non vertiginosi, che dolcemente superano la verticalità per la cima Monte Sant’Angelo (794 m), senza accorgersene, anche perché distratti da panorami mozzafiato. La consueta "Pasquetta dei Castrovillaresi", a cui hanno aderito simpatizzanti dei paesi limitrofi ed oltre, anche quest’anno è stata ricca e abbondante di leccornie pasquali. Tutto come da copione, a base di prodotti tipici locali da condividere con tutti per una giornata in allegria e all’aria aperta, accanto alla Madonna, che attende dimora migliore, per Lei e per la nostra dignità cristiana.

28 aprile 2019: Serra Crispo di Eugenio Iannelli

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Potremmo definirla in centinaia di modi questa escursione, classica, unica, intramontabile, particolare e continuando ancora, certo è che quando la proponiamo per un’intersezionale coglie sempre nel segno lasciando i compagni di viaggio del momento estasiati nel vedere tanta bellezza. E’ il nostro asso nella manica. Questa volta amici di escursione sono stati i soci della Sezione di Palestrina, capitanati da Alessandro quale organizzatore e da Paolo Presidente della Sezione, che hanno soggiornato nel nostro rifugio “Biagio Longo” in una approfondita tre giorni sul Pollino. Reduci dalla visita di Civita, con annesso Ponte del Diavolo, e della Serra Dolcedorme quella su Serra Crispo è stata un full immersion nel “Giardino degli Dei”, circondati da pini loricati fantastici e millenari. A dire il vero questo itinerario attrae anche tanti soci che pur avendola frequentata chissà quante volte ritornano piacevolmente sul luogo del delitto. E così alla partenza siamo solo in 34. Saluti e scambio di doni istituzionali tra Presidenti e si parte. Itinerario classico, via Rummo, Piani, Zi Peppe, Serretta e cima Crispo. Più di qualche chiazza di neve dura lungo il percorso, temperature basse e giornata fredda, inverosimile dopo il caldo dei giorni precedenti con un meteo sempre più strampalato, e laghetto ghiacciato sui piani alti sono degni di nota. Sulla cima consumiamo il pranzo al sacco che rappresenta sempre un fantastico momento di socializzazione e scambio con i Nostri che in questi momenti riescono a tirare fuori il meglio offrendo agli ospiti una varietà di gustose pietanze tipiche del Pollino, oltre al vino e ai liquori fatti in casa. Si respira un'aria piena di allegria e spensieratezza. Dopo la rituale foto di gruppo ci accingiamo a rientrare verso i piani attraverso un percorso non canonico ma che permette di osservare al meglio altre decine di loricati. Giunti alle auto chiusura in bellezza con il dolce della Presidente Carla e la pastiera di Mario. Un saluto caloroso agli amici che hanno da percorrere tanti kilometri per rientrare e un arrivederci ai nostri per una prossima volta.

25 aprile 2019: Pietra del Demanio, sentinella del Raganello di Mimmo Pace

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Aprirsi una via di risalita su di una montagna, grande o piccola che sia, richiede di saper individuare, tra le difficoltà che essa propone, un percorso logico, semplice e pulito per raggiungerne la sommità. E’ la montagna stessa a indicarcelo; bisogna solo coltivare la passione e studiarne ed apprenderne il linguaggio, scoprendone le “debolezze”, intese come possibilità che essa ci offre per poterla conquistare. Confesso di ammirare da sempre gli alpinisti dell’‘800. Essi si avvicinarono alla montagna con lo stesso spirito con cui, nel mio piccolo ed alla mia tarda età, anch’io ancora oso avvicinarmi: cioè, provare ad ingaggiare una competizione con se stessi più che con essa, instaurando un istintivo dialogo con la natura. Questo il mio credo, che da anni oso portare avanti nel CAI di Castrovillari, nella speranza di convertire a tali idee e coinvolgere quanti più Soci possibile. Un graditissimo quanto inatteso riscontro s’è avuto proprio lo scorso 25 Aprile, nell’ascensione frontale lungo la fiancata Sud della Pietra del Demanio: l’immane bastione calcareo proteso sul Canyon del Raganello, connotato da vertiginose pareti. Ne è stato protagonista un nutritissimo gruppo di ben 45 partecipanti, tra Soci della nostra e di altre Sezioni, nonché di alcuni giovani neofiti, tra cui un coreano e con quota rosa davvero apprezzabile! Una vetta così modesta - appena 856 m. slm - potrebbe indurre a ritenerne l’ascensione alquanto banale. Al contrario, la Pietra del Demanio offre a chi la risale emozioni alpinistiche, scenari maestosi e inattese vedute da brivido, assieme ad aspetti naturalistici sorprendenti, impreziositi dalla macchia mediterranea, che qui si esprime in tutto il suo splendore. Una cavalcata, quindi, in un ambiente infido, severo e solenne, tra rocce, pinnacoli, anfratti, scoscendimenti, che ha messo a dura prova la tenacia dei partecipanti, che mai però ha vacillato. Cieli non azzurrini, ma lattiginosi su di noi!... Un greve velo di foschia appanna tutto, precludendo la nitidezza degli scenari, ma poco importa!! Il gruppo non demorde, anzi è ancor più motivato a tuffarsi a capofitto nell’avventura. Il nostro iter ha inizio a Civita, nei pressi di un belvedere proteso nel vuoto, da cui si gode di una vista ineguagliabile sul Canyon e su quel maestoso dente di roccia policroma… la meta del nostro andare. Il magnifico background naturalistico ci accompagna ancora, discendendo per la lunga scalinata, sfociante sulla stradina che conduce fin nelle profondità della gola. Ammirando la sua mole imponente, viene spontaneo considerare la profonda simbiosi che sembra legare questo gigante di pietra al Raganello … il torrente accarezza ed espunge dolcemente le sue radici, mentre essa vigila e con le sue asperità scoraggia gli interventi sempre invasivi dell’Uomo. Una vera sentinella quindi! Nulla ha potuto però per impedire, fino a pochi mesi addietro, la gazzarra prodotta da torme di turisti e vacanzieri irriguardosi verso un Santuario naturale quale il Raganello e irriverenti verso quel lembo di natura così grandioso e fragile allo stesso tempo. Riecheggiando tra le imponenti formazioni rocciose del canyon, urla e schiamazzi ferivano non solo le orecchie di qualche discreto e rispettoso visitatore di quei luoghi, ma soprattutto violavano quell’ambiente così solenne e sublime, disturbando le creature che lo abitano e che lo hanno eletto a loro rifugio. Mi piace citare le riflessioni di Roberto Angelo Motta, una validissima ed esemplare Guida Ufficiale del Parco, che, costretto a lasciare la sua Terra per cercare fortuna altrove, in un suo post così si esprime: “Il Raganello, negli ultimi anni, era diventato una sregolata e anarchica movida di città e non certo un luogo da fruire con rispetto e da percorrere in silenzio. Mancavano solo le tende da campeggio e i barbecue a cielo aperto. Per il resto, il greto del torrente era stato scambiato per una spiaggia: ombrelloni, gente in costume, sedie sdraio, asciugamani stesi e cocomeri in acqua!”. Ora, dopo il tragico evento che ha falciato ben dieci vite umane, si spera che non si continui impunemente a sfidare la natura e che le Istituzioni provvedano a regolamentare con saggezza e inflessibile severità il flusso di turisti e appassionati nelle gole. Ritorniamo ora alla descrizione del percorso. Attraversato il leggendario Ponte del Diavolo, dopo gli interessanti dettagli espressi sui luoghi dallo storico-naturalista Emanuele Pisarra, che abbiamo avuto il privilegio di annoverare tra i partecipanti, si prosegue per breve tratto sulla storica mulattiera, che percorre il Fosso Casalicchio e che un tempo collegava Civita a Cerchiara di Calabria e San Lorenzo Bellizzi, nonché alle decine di masserie occhieggianti tra verdi macchie e coltivi. Lasciata la mulattiera, nei pressi di un ruscello, si inverte la rotta, affrontando un lungo traverso in dura erta, tra macigni, placche, salti, cespugli e pietraie instabili. Giunti alla Grotta Rossa, una maestosa cavità policroma, la si attraversa procedendo oltre, verso un’evidente pietraia da risalire sulla destra, fin sotto l’incombente parete rocciosa. L’iter è aereo ed altamente spettacolare, ma molto infido. La mia conduzione è stata efficacemente coadiuvata dal tenace e generoso Massimo Gallo e dall’ardito ed atletico Francesco Pugliese. Grazie al loro ausilio, il folto gruppo ha potuto risalire in tutta sicurezza il ripido declivio, che lungo canalicoli scoscesi, passaggi esposti e imponenti formazioni rocciose, risale verso la sommità. Quando mai questi luoghi, così superbamente belli, ma così ostili e selvaggi, hanno visto tanta gente! Potenza del CAI. Proprio a questo punto è venuta fuori tutta la grinta, la determinazione e la totale motivazione dell’intero gruppo, nel portare a compimento l’impresa!! Dopo tali asperità, l’andare diviene meno impegnativo e tra rocce e splendide macchie, uno ad uno, tutti ci ritroviamo finalmente in vetta. Da lassù, vista aerea mozzafiato sul Raganello, di cui si può ascoltare il sommesso brusio risalire dalle profondità del Canyon … e il pensiero immediatamente vola e rimembra con mestizia infinita quelle dieci ignare vite perite tra i tumultuosi gorghi del torrente … con la speranza che il loro sacrificio non sia stato vano. La sortita era dedicata all’indimenticabile Socio Ciro Mortati, che attraverso la sua personalità singolare e irripetibile, ha espresso saggezza, modestia, lealtà, regalandoci tanta amicizia!! Sono passati dieci anni dalla nostra prima ascesa sulla Pietra del Demanio e pare di rivederlo come fosse ieri arrancare ed inerpicarsi assieme a noi lungo quegli scoscendimenti, alla ricerca di nuove avventure e nuove emozioni. Questa folla di tristi ricordi, confortati da un velo di speranza, può per fortuna stemperarsi nella grandiosità degli scenari di cui l’occhio da quassù ha modo di inebriarsi: la visione aerea sull’ospitale paesello arbëreshë di Civita, appollaiato in posizione alpestre e incastonato tra le prime propaggini orientali del Pollino, la sagoma verde scura del Sellaro, con il suo Santuario dedicato alla Madonna dell’Armi - dal greco Των αρμων ossia delle grotte, degli anfratti - e l’immensità azzurrina dello Ionio. Attraverso una traccia di sentiero alquanto impervia, ma di notevole interesse naturalistico e morfologico, si discende lungo il fronte orientale della Pietra del Demanio. Storica e allegra bicchierata collettiva all’ospitale masseria di Ciccio Vavolizza col suo ottimo nettare di indiscusso pregio… e poi giù, sempre tra macigni da aggirare e infide placche rocciose da superare, fino ad ammirare una splendida cascata, che viene giù lungo una levigata e imponente placca multicolore. Chiuso l’anello proprio sul ruscello nei pressi del quale, all’andata, s’era invertito il senso di marcia, ancora più giù, altra sorpresa: una copiosissima sorgente… un ruscello scaturente come per magia dalla ciclopica e compatta cinta rocciosa, il cuore di pietra di questa singolare montagna. In meno che non si dica, siamo di nuovo affacciati ai parapetti del Ponte del Diavolo ad ammirare dall’alto il Raganello, che impetuoso e limaccioso lascia le profondità del canyon e corre lungo l’assolata fiumara, verso il mare.

24 marzo 2019: Anello antiorario di Celsa Bianca di Mimmo Filomia

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Avere ottanta anni e non dimostrarli è la frase fatta che sembra sia stata pensata apposta per lui: Mimmo Pace! Eh! Sì, un furetto in crescendo, proprio quando avrebbe dovuto tirare i remi in barca, lui scioglie gli ormeggi e prende il largo animato dalle sane passioni vitali che ha coltivato fin dalla gioventù, per dedicarsi appieno nel ritmo dell’amore per la fotografia ambientale, mai tralasciando lavoro e famiglia. Cosi, legato appassionatamente alla sua terra, si avventura, usando un suo intercalare dialettale: “scava e scummògghia”, negli angoli suggestivi più remoti e nascosti di monti, borghi, santuari, mettendone in risalto, storia religiosità e scene di vita contadina del passato, evitando che cadano nell’oblio. Ha arricchito cosi, nel frattempo, il patrimonio immateriale del Parco nazionale del Pollino. Per lui parlano le diverse pubblicazioni di libri ampiamente illustrati con foto paesaggistiche, la cui visibilità ha dato a tutti la possibilità di rendersi conto dell’enorme patrimonio ambientale a disposizione da difendere e valorizzare. Mimmo oltre la carica passionale intrinseca per la montagna, da un quarto di secolo è anche figlio adottivo dei Club Alpino Italiano di Castrovillari; il connubio con il sodalizio, che quest’anno festeggia i suoi primi vent’anni di attività, è felice per lo scambio di valori umani e conoscenza del territorio. Il suo fattivo rapporto nel consiglio direttivo della sezione è sempre utile per la stesura del programma di attività escursionistica da proporre annualmente ai soci. Oggi, Mimmo Pace, ha appena compiuto le prime ottanta primavere di vita, grazie a Dio, vuole onorare il compleanno con un’escursione nel cuore del Parco molto impegnativa, a dispetto di molti giovani che restano a casa attanagliati dalla pigrizia. Come un buon castrovillarese, ogni giorno, rivolge lo sguardo verso quelle lingue di neve che serpeggiano nelle pieghe del Dolcedorme, per testare l’evoluzione del tempo che verrà. L’uscita di domenica, tanto attesa, quanto programmata nei minimi particolari, è un’escursione che si sviluppa scalando, appunto, quel primo pluviale innevato orografico destro, che scarica in verticale, da Timpa di Valle Piana (2167m) nell’omonima valle, creando la “Nevera”. Una lingua contorta di neve, che in passato era la riserva naturale di ghiaccio per le popolazioni sottostanti. Ovviamente, teniamo ghette ramponi e piccozza in zaino, per essere usati all’occorrenza. La strada di avvicinamento all’inizio del sentiero parte da Castrovillari, dopo avere superato l’orto botanico di contrada Petrosa, prosegue su uno sterrato fino a giungere a Valle Piana (900m) presso i pannelli illustrati della zona con relativa segnaletica. Sarà la parte iniziale del sentiero 920, un’arteria che va diritta al cuore del Parco Nazionale del Pollino, quello che oggi percorreremo, tralasciando al primo incrocio, a destra, quello che sale verso Valle Cupa e Timpone Campanaro. Proseguendo e deviando drasticamente a destra, s’intraprende, poi, il nostro canalone. E’ proprio qui che si chiuderà l’anello al rientro passando da Timpa di Valle Piana, Celsa Bianca, Varco Pollinello, Tagliata, Valle Piana. Queste le premesse! Vediamo l’evoluzione durante la giornata e se tutte le diciassette persone che hanno aderito all’impresa, sproneranno il proprio animo e fisico, per giungere all’ombra del diedro presso Timpa di Valle Piana, per festeggiare con un sorso di liquor mirto e torrone sardo, l’amico socio Mimmo Pace. La giornata è bellissima, sembra averla scelta dal dépliant, Primavera & Estate. I due Km di sterrato utile alla penetrazione nel bosco, versano in pessime condizioni, per giungere a Valle Piana. Qui, il briefing che vede coinvolto e attorniato dall’affetto degli amici, Mimmo Pace, nell’atto di ricevere dalla presidente Carla Primavera, a nome di tutti i soci, il premio fedeltà e simpatia consistente in un gilet sponsorizzato CAI. Ben presto il gruppo serpeggia sul sentiero d’altura e inizia a dribblare i segnali che conducono, prima, al bivio per Timpone Campanaro e poi, sulla destra, sulla morena della “Nevera”. A coadiuvare Mimmo Pace nell’evoluzione di questa impegnativa escursione all’insegna della verticalità, ci sono Massimo Gallo e Mimmo Filomia. Da subito costatiamo che la performance aumenterà di qualche grado nella scala di difficoltà, causa scarso innevamento. La bellezza dei luoghi però ci galvanizza oltremodo. Anche qui la furia del vento ha fatto scempio di alberi, recisi come fuscelli. Il manto erboso ha un aspetto goffo, brunito nella chioma che orientata ricurva su se stessa, cerca di raddrizzarsi per scrollarsi dal gelo e dal peso della neve che qui sciorina in piccole valanghe. Ai bordi del canalone dove la neve inizia a essere compatta e ghiacciata, facciamo la prima sosta per calzare i ramponi, la pratica è sempre complicata, perciò ci aiutiamo a vicenda. Il bravo Massimo risponde a tutte le chiamate con consigli e manodopera, instancabile anche nel dare consigli sull’approccio della piccozza con la neve. In poco tempo siamo tutti pronti ed equipaggiati per affrontare con entusiasmo, una performance unica, difficile ma non impossibile, lunga ma in tutta sicurezza. Un masso, ben augurale, incoraggiato e sospinto dal disgelo, ci saluta venendoci incontro scendendo nel canalone. Per fortuna decide di fermarsi adagiandosi nella neve più in quota. La progressione d’ora in poi, diventa un banco di prova che, nel punto del non ritorno, sprona l’autostima del singolo a vincere paura, stanchezza, verticalità, equilibrio. Un modo, per conoscere il valore della propria forza fisica, per rapportarsi con decisione a uomini e montagna. In tutta la risalita, la vitalità di Mimmo Pace è stata di sprono, alla progressione di tutti gli escursionisti. Ha dettato i ritmi dell’impresa che è stata ostica per la presenza di neve a grandi chiazze che hanno infastidito l’uso dei ramponi. La presenza in montagna delle persone non guarda l’età, ma la passione che muove, per il nuovo, l’inesplorato, il selvaggio, il paesaggio; insomma, il nostro primordiale habitat che abbiamo tralasciato e che avvertiamo di essere rivissuto o quantomeno, rivisitato e non perduto. Lungo il declivio soleggiato, contrastato dal cielo turchese, tra le quinte a Sud Ovest del Dolcedormee quelle di Celsa Bianca, viene voglia di sedersi su un masso erratico e gioire in contemplazione del paesaggio. Sotto l’erba, spuntano i primi zafferani; beati loro! O poveri loro! Avranno fatto bene ad anticipare il risveglio primaverile? Il loro DNA li ha avvertiti del cambiamento climatico in atto? Chissà! Di certo tutti dobbiamo essere sostenibili da subito per fare superare questo momentaccio al nostro pianeta. Ormai la meta è lì, a un tiro di schioppo. Procediamo alla spicciolata, ciascuno rispondendo al proprio ritmo biologico. Passo, dopo passo, ognuno calcola la traiettoria del percorso che ritiene più facile, per poi ritrovarci a Timpa di Valle Piana, per la pausa colazione e il batti cinque augurale. Ormai il più è fatto, ci aspetta la lunga cresta di Celsa Bianca per la foto di gruppo e il rientro con goduria, per la vista di scorci panoramici fantastici sul Pollino, Dolcedorme, Serra delle Ciavole, Serra Crispo, Grande Porta, Varco Pollinello. A questo punto del percorso pensi, che il più sia fatto! In realtà lo è fino a quando non provi la discesa da Celsa Bianca. Infatti, in assenza di neve e con la stanchezza accumulata, la discesa per riallacciarsi al sentiero 920, diventa un concentrato di passaggi rocciosi verticali e panoramici, dove è facile e fatale la distrazione. L’incubo notturno, è inevitabile, sfido io chiunque. Il finale alle macchine non poteva che finire con il botto! Ancora montagna ma questa volta sono le paste di mandorle a essere scalate, anzi divorate. Le bollicine dello spumante rinnovino lunga vita in montagna, al conduttore Pace e ai condotti tutti. P.S. Ritorniamo stanchi ma felici.

17 febbraio 2019: XI Pollinociaspole di Eugenio Iannelli

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Pollinociaspole, una manifestazione partita in sordina che ha raggiunto numeri importanti nelle edizioni che si sono succedute dal 2009 ad oggi. Un evento promozionale che riscuote sempre grande successo e che in questa XI edizione ha radunato intorno a se circa 70 ciaspolatori provenienti da diverse città del comprensorio. Purtroppo le condizioni meteo e della percorribilità delle strade è condizionante rispetto alla individuazione del percorso da fare tant’è che anche quest’anno, a causa della mancanza di neve a bassa quota, l’itinerario inizialmente individuato, Monte San Josemaria, e non percorribile per mancanza di neve è stato sostituito con un altro altrettanto bello e più accessibile nei dintorni di Piano Pedarreto. Ciò ha consentito a tutti di trascorre una giornata serena, rilassante e a molti di fare la loro prima esperienza con le racchette da neve. Un attrezzo di facile utilizzo che consente di percorrere in sicurezza e senza grande fatica qualsiasi sentiero nel periodo invernale. La giornata si presenta veramente fantastica con il cielo sgombro di nubi e che rallegra il cuore, le ultime due ciaspolate erano state caratterizzate da tempo non proprio bello. Dopo aver consegnato in nolo le ciaspole ai neofiti, un grazie a Gaetano e Luigi per la loro disponibilità, la carovana multicolore si è diretta verso Piano Grande, negli anni ’80 attrezzato con una “manovia” che consentiva la risalita e la successiva discesa di una corta ma unica pista da sci del Pollino. Qui abbiamo ascoltato da Luigi la storia della scelta degli alberi e del loro conseguente utilizzo che caratterizza la festa di Sant’Antonio del paesino di Rotonda. Da Piano Grande con un percorso ad anello, a tratti nel bosco a tratti scoperto, siamo rientrati a Piano Pedarreto. Un percorso facile, alla portata di tutti, che ha consentito a molti dei partecipanti di fare la prima felice esperienza con le racchette da neve. Un attrezzo di facile utilizzo che consente di percorrere in sicurezza e senza grande fatica qualsiasi sentiero nel periodo invernale. L’evento -considerata la facilità del percorso- ha consentito la partecipazione di tutti indipendentemente dall’esperienza e dall’allenamento personale. Tra i tanti la mascotte Marta, 10 anni, bravissima e alla sua prima esperienza con le racchette da neve. Terminata l’escursione trasferimento a Campotenese al Centro Turistico Rurale “La Principessa” per il pranzo nell’accogliente sala che riunisce la grande famiglia degli appassionati di montagna. Un ottimo pranzo a chilometro zero avendo noi potuto degustare i prodotti della dirimpettaia Cooperativa Agricola di Campotenese. Al termine della giornata commenti entusiasti da parte di tutti, mentre per gli organizzatori l’orgoglio e la soddisfazione di aver riproposto questa bella esperienza sportiva e di aver contribuito alla conoscenza e alla promozione del nostro territorio.

3 febbraio 2019: Rosole - “Cozzo Innominato” di Gaetano Cersosimo

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L’escursione prevista per il giorno era destinata a “Coppola di Paola”, la mattina al risveglio arriva il primo intoppo, poiché la neve era caduta a 900 metri di altitudine e lo spazzaneve non era passato per liberare la solita strada, essa non era percorribile, quindi non si poteva partire dal punto previsto, vale a dire da Colle del Dragone. Purtroppo non esiste nel nostro “GRANDE PARCO DEL POLLINO”, un servizio informativo sulle condizione delle strade interne di montagna che dia chiarimenti, in tempo reale, sulla percorribilità e visibilità. Al nostro “ventennale”, ovvero da quando è stata costituita la sezione CAI di Castrovillari, ma anche da tanti anni prima siamo al solito problema; le strade sono innevate e non sono ripulite e sgombrate dalla eccessiva neve. Nonostante tutto il Parco Nazionale del Pollino ha molti itinerari da offrire e in breve è nata in noi l’idea di cambiare la meta; l’escursione viene dirottata su “Cozzo Innominato”, chiamato cosi perché, a nostra conoscenza, non esistono carte topografiche che ne indicandone il nome. Dopo i saluti ai soci, ci muoviamo velocemente per non stare molto tempo al freddo gelido di prima mattina. Attraversato l’incrocio per i Piani di Masistro, da subito, girando a sinistra, si capisce la parte più impegnativa; gli instancabili soci si sentono in sintonia con l’ambiente e nonostante lo sforzo fisico, cresce in loro il desiderio di raggiungere la cima. Dal nostro punto di arrivo con la foto di gruppo, segue la spiegazione da parte del caro socio Mimmo, delle cime dei Monti della Luna: Serra Ambruna, Monte Caroso, Cozzo Barbalonga, Il Tabaccante, Timpone Vaccaro. Il bianco è sicuramente uno dei più affascinanti ambienti che in questi periodi la natura ci offre, fa da cornice a cime, piani, alberi che vengono immortalati con numerose e spettacolari foto. Ecco che dalla nostra meta nasce un’altra idea, quella di raggiungere Timpone Vaccaro. Solo un gruppo di cinque soci capitanatoi dal veterano Eugenio, si accingono a scendere la cresta con non poca difficoltà per puntare alla nuova cima. Il Timpone Vaccaro è conosciuto per la pietra “bucata” posta a 100 metri dalla punto di arrivo. La nebbia ha però impedito la visuale delle vette dei Monti della Luna. Dopo una breve sosta per recuperare le energie e la fotografia di rito s’incamminano a scendere il versante velocemente per raggiungerci. L’itinerario per il resto del gruppo prosegue in discesa per la via del ritorno sotto una forte nevicata; ed ecco che ad altri di noi nacque il desiderio di raggiungere il gruppo dei cinque a Timpone Capanna, i tre “moschettieri”, tra cui un agilissimo ottantenne, si incamminano sostenuti da noi altri. Con un passo più veloce si allontanavano mentre noi, nel frattempo, con un passo più lento, raggiungemmo la baita. Il successo dell’escursione è dovuto agli ingredienti portati dai soci, innanzitutto la partecipazione, la passione per la montagna e la socializzazione che hanno reso la giornata molto interessante. Il percorso di circa 6 km ha dato grandi soddisfazione ai partecipanti, per raggiungere “Cozzo Innominato”, dove è stato presente per la prima volta in veste ufficiale il CAI di Castrovillari. Dopo una ciaspolata non c’è di meglio che rigenerarsi, fermandoci i in una baita ad assaporare le specialità di ogni uno di noi. Non so il perché, ma la neve, si guarda, si fotografa e ci porta a momenti di assoluto silenzio e riflessione.

27 gennaio 2019: Monte Manfriana di Alessandro Galasso

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A malapena intuisco che Rosanna mi sussurra un assonnato 'divertitevi' mentre la sveglia ci obbliga entrambi a interrompere il sonno alle 4.30. E' domenica e, dopo aver connesso abbastanza neuroni, schizzo fuori dal letto perché oggi mi aspetta una bella escursione in montagna. Il profumo intenso del caffè che esce dalla moka mi porta definitivamente nel pieno delle mie facoltà mentali. Sistemo lo zaino e mi vesto di tutto punto per affrontare quello che sarà l'obiettivo della giornata: la cima orientale della Manfriana. Raggiungo Massimo e nel tempo di un paio di risate arriviamo a Frascineto per incontrare il resto delgruppo. Non conosco molti dei 20 soci che hanno aderito e ne approfitto per un rapido giro di saluti. Ci sono amici da un po tutta la Calabria, da Reggio i più lontani, attratti dalla prospettiva di una magnifica giornata sulla neve. Arrivati a Civita, sulla strada di montagna fa capolino un insidioso ghiaccio. Il gruppo si divide in due: una parte parcheggia a Colle San Martino ed una seconda si spinge, con i suoi potenti mezzi, fino a Colle Marcione. Seguiremo due diversi itinerari iniziali e ci ritroveremo in cresta. La neve fresca caduta negli ultimi giorni rende le ciaspole il mezzo ideale per progredire lungo il continuo saliscendi che caratterizza la cresta dell'infinito. Mai nome fu più azzeccato. Pur non percorrendola per intero fino al Dolcedorme, la cresta dell'infinito è lunga. Anche se ci si pone come obiettivo la Manfriana, che del percorso rappresenta in pratica poco più della metà. L'ambiente in cui ci si immerge sin da subito, però, con panorami a tutto campo sul mar Ionio e sul resto dei possenti monti del massiccio ricoperti di neve, rende il cammino piacevole e appagante. Un graduale allontanarsi dalla cività verso l'essenza delle nostre radici profonde. Un passo dopo l'altro. Al ritmo dei battiti del cuore. Ci si allontana dalle tracce tacchettate dei pneumatici da neve per ritrovarsi sulle orme del lupo e della lepre. Ognuno vive la montagna a modo suo, cosi ad ogni escursione c'è chi medita (cercando se stesso), chi chiacchiera (cercando l'altro), chi scatta foto (cercando l'attimo perfetto), e cosi via. Chi conosce la montagna sa, però, che qualsiasi cosa cerchi nel suo vagare, deve tarare il passo in proporzione all'obiettivo che si è posto. E se il tuo obiettivo è la Manfriana da Colle Marcione, sai che devi camminare spedito se vuoi tornare in compagnia del sole. Ed è questo che abbiamo fatto domenica. Uno sforzo richiesto a tutti per il bene di tutti. Un niente se confrontato alla ricchezza che di questa giornata ne hanno tratto gli occhi e l'anima. Se fosse un film, a questo punto ci sarebbero i titoli di coda coi ringraziamenti a tutti i partecipanti che scorrono verso l'alto e le immagini di sfondo di una rumorosa comitiva che leva i calici di birra in un bar del paese. “Dissolvenza in nero...aslla prossima, gente".

13 gennaio 2019: Rosole - Piani di Mezzo di Masistro di Mimmo Filomia

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Quando si capirà che la neve, sui nostri monti, oltre ad essere un’attrazione per grandi e piccini, per il consueto scambio di palle da neve, è un’opportunità di ricchezza vera e propria, caduta dal cielo messa a disposizione degli operatori turistici locali; forse, solo allora, le strade di penetrazione montane e quella che attraversa Piano Ruggio saranno rese percorribile. Si parla tanto di economia sostenibile in termini di ricettività, accoglienza, sicurezza, intanto continuiamo a fare turismo “fai da te” in tutta l’area protetta del Parco nazionale del Pollino e a nulla è valso il riconoscimento di Geo Park, da questo punto di vista. La politica della costruzione dei rifugi sulle terre alte, risponde al principio che la montagna non va lasciata sola, per arginarne lo spopolamento. Invece, dopo decenni di convegni su quest’ area protetta del Pollino in attesa di trovare le soluzioni per farla decollare, ci ritroviamo ancora, nel bel mezzo di una escursione, a dovere mangiare la colazione accanto ai ruderi di aree attrezzate più volte ristrutturate e mai utilizzate. Per il momento, è la neve a stendere un velo pietoso su tutto, nascondendo tutte le incongruenze che con il disgelo a primavera, dopo il letargo, si presenteranno agli occhi dei visitatori puntualmente. A subire le conseguenze negative della viabilità, sono le associazioni che promuovono attività in montagna, dando visibilità all’intera area, che sono costrette a variare itinerari, o addirittura, disdire uscite in montagna. Proprio come il caso della nostra ciaspolata d’inizio anno, che, originariamente ci avrebbe visto protagonisti a Colle Gaudolino, ma, la strada, bloccata per neve, ci ha costretto a ottemperare l’impegno con la soluzione, in serbo nel cilindro, che ci ha condotto, via Campotenese - Rosole, ai Piani di Mezzo di Masistro (1250 m) Saracena. La strada di collegamento con Novacco, battuta da una carovana di fuoristrada, si è trasformata in sentiero e le condizioni di neve si sono dimostrate adatte, alle ciaspole e sci da fondo. Il tempo dapprima soleggiato, durante la giornata è rimasto grigio con clima freddo tanto da far restare in vita i caratteristici ghiaccioli pendenti. Giova ricordare che nelle doline di Piano di Mezzo, è stata monitorata in gennaio di qualche anno fa, la temperatura di -19°C alle ore 19.00. Le ciaspole o racchette da neve, sono l’attrezzo di facile calzata, per mezzo delle quali tutti possono inoltrarsi in luoghi innevati paradisiaci. In commercio ce ne sono di vario tipo e si scelgono in base al peso corporeo, alla tipologia del manto nevoso, se si progredisce in pianoro in salita, oppure misto adatto al nostro territorio. Con regolazione in base alla misura dello scarpone e attacco automatico. L’escursione odierna ha visto il battesimo di Umberto e Maria, nuovi soci che assieme al gruppo, hanno progredito instancabili tra le meraviglie del paesaggio, che a loro si presentavano, passo dopo passo. L’area attrezzata di Masistro abbandonata, ci rattrista non poco; la neve copre i tavoli e le cucine all’aperto, il ricordo va alla bella stagione quando qui, tovaglioli stracolmi, odori, fumo qua e là e tanto arrosto, sapori, chiacchiere, vocìo di bimbi che si rincorrono e tarantella, fanno la festa. No! Forse la neve da queste parti non è per tutti, perciò questa coltre bianca immacolata, ce la godiamo noi, scendendo sulle due doline di Piano di Mezzo, dando l’impressione a chi ci osserva, di essere pinguini che fanno la danza attorno ai laghetti ghiacciati. Al ritorno ci soffermiamo per la pausa pranzo a Masitro, dove la neve ha dato un tocco bianco marmoreo a tavoli e panche. La nduja di Maria, sapientemente spalmata sulle tartine, il nettare e altre leccornie condivise hanno riscaldato gli animi, vuoi anche per il tè caldo di Dorota. Infine miele e vino cotto hanno salutato la prima ciaspolata del 2019 con la consueta “sciurbetta”. Il ritorno per la stessa strada, ma già il cielo alle nostre spalle, badava a cancellare le nostre orme con una nuova nevicata. Un grazie a tutti per la collaborazione e calorosa partecipazione.

6 gennaio 2019: L'anello di Serra del Prete di Eugenio Iannelli

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Nonostante le temperature polari e il maltempo dei giorni precedenti un bel gruppo di soci si è dato convegno presso Piazza Giovanni XXIII a Castrovillari per dare inizio al programma delle attività del 2019. Un anno, quello iniziato, che celebrerà il Ventennale della Sezione e che con l’escursione odierna ha rappresentato un buon inizio. Raggiunto facilmente Colle Impiso, a causa della poca neve sulle strade, e dopo un breve breafing abbiamo calzato le ciaspole e intrapreso il sentiero n. 920. Prima parte nel bosco con neve molle ma tranquilla, con il gruppo che procede regolarmente. Usciti dal bosco la copertura nuvolosa è alta e riusciamo a vedere distintamente, per citare i più lontani, il mare Tirreno, con il Golfo di Policastro e il Monte Bulgaria. Da qui per sicurezza e per il maggiore dislivello della salita dismettiamo le ciaspole e calziamo i ramponi. Per qualcuno è il battesimo, che anche grazie all’aiuto dei veterani, si compie agevolmente. Purtroppo un vento forte e gelido ci accompagna fino alla sommità della montagna senza farci godere pienamente la salita. Soprattutto in vetta diventa fortissimo, quasi bufera e ci costringe a scendere di quota rapidamente. Una volta sotto vento la marcia riprende con tranquillità e squarci di sereno ci fanno ammirare il panorama verso Castrovillari e il Pollino. Riprendiamo il sentiero nel bosco con gli alberi ammantati di neve e raggiungiamo facilmente Colle Gaudolino e il bivacco. Dopo aver consumato un frugale pranzo al sacco, in un bivacco insolitamente vuoto, riprendiamo il cammino che per la fonte Spezzavummula ci permetterà di chiudere l’anello e ci riporterà alle auto. Tre le riflessioni finali che mi sovvengono. La prima, doverosa e sincera, è dedicata a Mimmo, un socio, un amico, presente a questa prima, che nel 2019 compirà anch’egli ….ttanta anni e che in questi vent’anni ha rappresentato un grande punto di riferimento per i soci e per la sezione essendo stato sempre capace, nonostante avesse notevole esperienza pregressa, di mettersi in gioco in nuove avventure ed esperienze che hanno fatto da traino per le nuove generazioni. A lui per questo 2019 auguro altri ….ttanta anni di escursioni insieme. La seconda è la soddisfazione e la consapevolezza, maturata nell’osservare nuovi soci affrontare le prime esperienze con i ramponi, che quello che si è costruito è qualcosa di importante, che “la traccia” intrapresa è quella vera, che le motivazioni sono quelle giuste e sono quelle per cui vale la pena continuare a spendersi perché tanta gente condivide le nostre attività e i nostri ideali. Last but not least per la Sezione di Castrovillari, diventata oggi più che maggiorenne, che ha raggiunto traguardi nazionali a dir poco inimmaginabili e che con la sua nascita, senza falsa modestia, ha rappresentato una svolta decisiva nel proporre ed organizzare un nuovo modo di fare associazionismo ed escursionismo nel panorama regionale del Club Alpino Italiano. Ma cosa più importante ha dato a “Noi” l’occasione e l’opportunità per una forte crescita identitaria, arricchendo il nostro bagaglio esperienziale e consentendoci di praticare un’attività che sviluppata nelle sue varie forme espressive rappresenta il massimo della libertà individuale. Ad maiora semper!