Raccontatrekking 2021

1/2 agosto 2021: Capanna Margherita di Gianmarco Martino

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Notte di scambi gassosi tra cuore e polmoni in disfunzione, notte d’alterazione per gli impulsi elettrici che partono dal cuore, notte di transizione dalla fase aeriforme a quella liquida del respiro. Notte in cui Morfeo fa lo gnorri, visita solo a tratti. Notte di dimensione 70x210cm, la grandezza del tuo sacco lenzuolo. Notte buia con pensieri luminosi. Notte al Rifugio Città di Mantova, 3498m. Alle 3:30 la sveglia spezza un sonno mai tale. Dietro le precarie goccioline di condensa appese al vetro della finestra, il cielo è un ammasso primordiale di sistemi, gas, stelle e costellazioni: sono le luci provenienti dalla pianura a ricordarti che sei umano, pianeta terra, alla testa del ghiacciaio del Garstelet.

La sala comune si riempie di alpinisti che, a testa bassa, fanno colazione. Il locale dabbasso è un involucro maleodorante di scarponi non del tutto asciutti, i rumori metallici di ramponi, piccozze e moschettoni spezzano la tensione. Qualcuno tradisce quel sentimento, altri stentano tranquillità, altri ancora controllano i nodi prima della partenza. Nella piattaforma dinanzi al Rifugio si formano le cordate, si accendono le lampade frontali, si tenta di squarciare la notte con l’ascesa.Nel buio si risale, in silenzio, il pendio che conduce al plateau che circonda la Capanna Gnifetti, il crack dei ramponi a contatto con la neve ghiacciata, una processione laica risale il fianco Sud-Est del ghiacciaio del Lys. Le lampade frontali degli alpinisti mostrano la via da seguire, piccoli punti di luce che salgono, come lucciole. In marcia si attende la nascita del sole, leggerissime folate la accompagnano, una scintilla luminosa nel bianco è la roccia della scoperta. Lentamente, tutto inizia a connotarsi, i margini delle creste diventano vivi, i dettagli sono pian piano più nitidi, il Rosa si rivela agli scalatori, infine. Dal Colle del Lys la Capanna Margherita sembra una roccaforte di laminato in rame che si erge, isolata, su uno scoglio, una fortezza sul deserto dei tartari. Il cielo è di colore azzurro, l’orizzonte è libero, chiaro, nessuna nuvola in cielo. Si risale così il Grenzgletscher costeggiando la Punta Parrot, enormi seracchi che incombono sulla traccia sono la base di quello scoglio su cui la Capanna è ancorata. Al Colle Gnifetti gli dei della montagna decidono che è il momento di entrare in gioco. Raffiche di vento gelido investono coloro i quali tentano l’accesso a Punta Gnifetti, nel pendio nevoso che conduce alla cima, si combatte contro il gelo, le dita delle mani ormai insensibili, il naso e le guance in preda agli elementi, il passo è rallentato, si muovono i piedi contro la neve smossa per mantenere vivo l’afflusso del sangue alle dita.

E poi. La Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa, quota 4554m. La commozione di qualcuno è nascosta dagli occhiali, gli abbracci riscaldano più del tepore interno al rifugio: l’empatia, il sostegno, il cameratismo della cordata riattiva la circolazione, riscalda anima, corpo e testa, aiuta a realizzare dove si è, scioglie l’acqua ghiacciata nelle borracce. «Siamo arrivati, e tutti insieme». Finalmente, su quello scoglio, le cordate spazzano via le paure dell’ascesa, la tensione della marcia, il freddo patito. L’animo si rasserena, si sceglie di vivere quell’attimo il più allungo possibile, si dimenticano le amarezze. Robert MacFarlane ha scritto che chi sale sulla cima di montagna è per metà innamorato di sé stesso, per metà innamorato dell’oblio. L’innamoramento per sé stessi si manifesterà quando, alcuni, preferiranno posticipare l’oblio marciando nella nebbia verso i 4341m del Ludwigshöhe e, poi, ai 4167m del Balmenhorn. Altri, invece, avranno placato quell’innamoramento trovando ragione di sé nella sola discesa.

Ed eccoli, lì, prepararsi per il rientro, già consci della prossima vetta da raggiungere. Pino sistema un’ultima volta il rampone destro, Maurizio chiude la zip della giacca, Eugenio, già pronto, indossa anche gli occhiali, Carla guarda un’ultima volta il ripido versante valsesiano, Matteo allaccia ancora una volta il caschetto su quella cima, Rosa punta i bastoncini pronta a partire, Veronica alza il bavero del guscio. Da dietro, sorridente e felice, guardo gli amici e compagni di cordata. Ultimo momento prima della mancanza, della discesa, il lento rientro al dover vivere, quell’ultimo istante in cui lo sguardo volge verso la vetta e allontana, per un attimo, il momento di congedarsi da quel mondo.

24 luglio 2021: Direttissima al Corno Grande del Gran Sasso di Gianmarco Martino

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I sentieri e le vie che percorrono il Corno Grande si intersecano solo in parte, divergono in pendii, pareti e creste rocciose per poi ricongiungersi sotto la vetta. Portano numeri, 104 o 154, storie di donne e uomini: alcune volte i racconti coincidono, altre differiscono per poi, nuovamente, assomigliarsi ma non del tutto. Domenica mattina le raffiche da Ovest ci investono, il lungo traverso che porta ai 2669m del Bivacco Bafile percorre la parete Est e sembra riparato, questo ci dà speranza. Camminiamo sfilacciati, siamo un lungo serpente che striscia arrancando sulla ghiaia. Ci ripariamo in un avvallamento, il versante Sud del Corno Grande è il campo di battaglia di Eolo che nega il permesso. Questo, però, è successo dopo. ***

Sabato. Il sentiero che porta al Sassone è una striscia di ghiaia che si incunea nella parete Sud della Vetta Occidentale, quando la pendenza aumenta anche la sua esposizione ne risente e quando il sentiero diventa una crestina affilata il suo compito di portarci all'attacco della via è terminato. Il primo lungo canalino della direttissima è una lotta tra due affilati fianchi rocciosi in cui infilarsi, si accarezza con rispetto la roccia, si misurano i passi e si cercano gli appigli per le mani. Procediamocon calma e con metodo, la montagna oggi si sta concedendo a noi. Un terrazzino dove sostare dà il via al primo passaggio di II grado, una fessurina che porta al cuore del costone Sud. Sinistro-destro, sinistro-destro e siamo fuori. Un nuovo canalino, più stretto del precedente ci porta oltre la metà della via. La placchetta di II da cui si intravede la croce di vetta ci dice che l'uscita della via è vicina. Procediamo uno per volta, passi attenti cercando i giusti appigli nelle mani. Meglio non guardare sotto. E infatti. L'incoscienza, la fantasia e la determinazione nell'affrontare l'ultimo passaggio si rivela nel salto di Enzo sopra al vuoto, in Maurizio che fa sua la goccia d'acqua di Emilio Comici e decide che la via più diretta è sempre la più bella. C'è tempo anche per la paura quando un masso smosso dall'alto si stacca e passa a pochi centimetri da Antonio e Rosaria. E poi, finalmente, la cima. I 2912m delle Vetta Occidentale sono uno sperone di roccia calcarea a cui non più precariamente aggrapparsi ma da cui farsi coccolare perché accolti, infine. Si realizza di essere arrivati, forse, soltanto quando si è visto da dove si viene. O forse l'opposto. I dettagli giungono soltanto dopo. Il ghiacciaio del Calderone si apre sotto i nostri piedi, la vetta Orientale e Occidentale è la cornice di ogni foto. Lo scatto digitale che immortala sì il momento, chissà una fotografiadei pensieri come sarebbe. La discesa per la via normale è un simbolico e difficoltoso rientro verso il basso. A qualcuno sarà venuto in mente Ignazio Silone mentre, sulle stesse montagne, scriveva che «il cammino di ritorno non fu rapido, né semplice. Allo scopo di evitare una inutile caduta nel burrone, Rocco suggerì di procede assieme, solidali, secondo la tecnica delle cordate alpine [...] ciò che sedusse fu l'affermazione di Rocco che nel burrone ci si doveva cadere tutti o nessuno». La direttissima ci ricorda ciò, il cameratismo della cordata. ***

Quali storie raccontano quelle vie? Le domande, con rispetto dovuto s'intende, racconteranno di Pino e Maria Teresa, di Antonio, Enzo e Maurizio, di Carmelo e Rosaria, di Luana, Carla ed Eugenio, di Concetta e Francesco.

Lunedì. Il ritorno. Dalla croce di vetta alle croci quotidiane. Siamo noi, ancora, quelli che indossiamo pedule ai piedi, il pile e guardiamo il caschetto posato nel tentativo di ripercorrere, ancora una volta, quella via così diretta verso la vetta, per non scrollarsi di dosso le sensazioni, le emozioni e le paure vinte in quella ascesa. Tutti sognavano.

12 luglio 2021: Alba a Serra Crispo di Luana Macrini

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L’esperienza dell’alba a Serra di Crispo ha qualcosa di magico e intenso, difficile da descrivere con le giuste parole, quelle che tracciano con attenzione e cura un’esperienza così densa e ricca di sfumature, ma proviamoci. Tutto ha avuto inizio dalla preparazione dello zaino e dal desiderio di andare oltre la stanza dei giorni quotidiani per lasciarsi avvolgere dall’incanto della notte, dal bagliore delle stelle, dalla suggestione della Via Lattea, dal desiderio di vivere le prime luci del nuovo giorno con gli “Dei del Pollino”. Uscire dal ritmo della quotidianità per potersi dare la possibilità di esserci in quello spazio di tempo tra il mattino e il levar del sole, in quell’imbiancar che fa il cielo quando il sole si approssima all’orizzonte... e tutto ha avuto luogo nel più bel giardino naturale del Parco Nazionale del Pollino, circondati dal fascino e dal magnetismo dei Pini Loricati più sontuosi e vetusti. La vista, l’organo sensoriale più utilizzato, al buio è diventato più sensibile ma anche meno importante perche altri sono stati gli organi di senso usati e apprezzati. Si percepisce ogni rumore, si avverte il fruscio del vento e lo scricchiolio degli alberi, si registrano i passi nel buio e quello strano e improvviso rumore dietro di te, si sente il proprio respiro, si ascolta il silenzio che circonda e nutre di profumi unici. Tutto nella notte si amplifica: le emozioni si fanno più avvolgenti, e la bellezza di una vita selvatica e libera, alla quale non siamo più abituati, travolge, provoca e seduce. L’abbraccio del gruppo ha circondato e riempito la nottata trascorsa in sacco a pelo e l’ha resa una sorprendente ‘buona notte magica’. Siamo stati testimoni di uno spettacolo naturale d’incredibile bellezza e osservazioni che ha lasciato con il fiato sospeso, e che ha animato il più semplice dei pensieri: siamo tutti sotto le stesse stelle e tutti riponiamo, nel loro scivolar veloci e luminose, desideri e sogni. Il fascino romantico dell’alba è stato un momento speciale che ci ha fatto sentire in cima al mondo: avere solo il cielo sopra di sé, guardare le montagne e il mare in lontananza e il sole che con il suo spuntare lento e immenso ha pennellato il cielo di mille sfumature. E rimanere lì seduti in vetta...: solo natura attorno, catturati dall’inizio di un nuovo giorno, un momento così semplice e ovvio ma allo stesso tempo così stupefacente e vivo. Ci sarà più di una foto a ricordare che quella notte siamo saliti a 2054 metri raggiungendo Serra Crispo per guardare e ammirare l’alba, e, l’emozione vissuta ha animato quel ‘noi’, che dopo un’esperienza così, non sarà più lo stesso ‘noi’. Grazie…

27 giugno 2021: "Le 5 principali vette del Pollino” di Chrystyan Filice

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Intorno alle 7 partiamo da Colle dell'Impiso con il fantastico gruppo del CAI di Castrovillari e della sottosezione di Cerchiara di Calabria composto da: Maurizio, Pino, Veronica e Giuseppe verso la prima delle 5 vette della giornata. Dopo una bella salita di un paio di chilometri raggiungiamo Serra del Prete (2181 metri) intorno alle 8.20, da qui vediamo un bellissimo panorama e di fronte a noi si erge, imponente Monte Pollino, la nostra prossima meta. Scendiamo da un canalone verso Piano Gaudolino da dove inizia l'importante salita verso la seconda vetta della giornata. Lungo la strada si inizia a scorgere qualche pino loricato. Intorno alle 11.40 raggiungiamo la vetta del Monte Pollino (2248 metri) dopo aver mangiato qualcosa ci dirigiamo verso la terza cima, nonché la più alta del Sud Italia ovvero Serra Dolcedorme, prima di far ciò però una visita al nevaio del Pollino era d'obbligo. Il nevaio ha sicuramente risentito del caldo di questi giorni, ma nonostante tutto la coltre nevosa dovrebbe essere ancora intorno ai 2/3 metri circa. Attraversato Colle del Malevento ormai la vetta è a poco più di un'ora di cammino. Infatti alle 14.30 raggiungiamo anche Serra Dolcedorme (2267 metri). Scendiamo fino al piano di Acquafredda per attaccare la salita verso Serra delle Ciavole, lungo la via incrociamo Italus il pino Loricato più vecchio d'Europa con poco più di 1200 anni (quando Colombo scoprì l'America, questo pino aveva già più di 500 anni). Alle 17.40 arriviamo in cima a Serra delle Ciavole (2130 metri) dopo una salita abbastanza dura, complice la stanchezza accumulata. La nostra strada prosegue attraverso il giardino degli Dei: alberi monumentali ultracentenari di Pino Loricato ci scortano verso la nostra ultima vetta della giornata. Abbiamo anche la fortuna di avvistare un grifone. Finalmente alle 19.40 arriviamo su Serra Crispo (2054 metri) da dove godiamo un panorama splendido riscaldato dagli ultimi raggi del sole al tramonto. Qualche ora più tardi raggiungiamo nuovamente Colle dell'Impiso da dove eravamo partiti la mattina. 11 ore di cammino più le pause, 28 chilometri circa, sicuramente l'escursione più impegnativa che abbia fatto fino ad ora, tanta stanchezza ma allo stesso tempo tanta felicità e orgoglio per aver raggiunto l'obiettivo e per aver passato una splendida giornata con persone fantastiche.

20 giugno 2021: La Muletta, la piramide di San Sosti di Vincenzo Maratea

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Oggi la meta della nostra escursione è La Muletta, la piramide di San Sosti. L'appuntamento con il gruppo proveniente da Castrovillari è al bar "L'Incrocio", al bivio di San Donato di Ninea alle ore 8/8,15. Preso al bar un buon caffè riprendiamo le auto e ci dirigiamo verso Piano di Lanzo dove troviamo ad attenderci il gruppo di Corigliano Rossano.Il rifugio è ancora chiuso ma a breve dovrebbe tornare funzionante in quanto è stato preso in gestione da una giovane coppia di San Donato ritornatadalla Germania appositamente per intraprendere questa attività. Auguro a Sabrina, una mia ex alunna, e a suo marito una buona riuscita. Ne hanno bisogno loro e ne ha bisogno il territorio. La zona necessita di un rifugio all'altezza dei monti che lo sovrastano, Cozzo del Pellegrino e Monte Mula. Dopo la presentazione e le dovute raccomandazioni antiCovid da parte della Presidente Carla, e l'illustrazione del percorso da parte mia iniziamo il cammino. Sono con noi due nuovi soci, Giuseppe e Teresa. Seguiamo la sterrata alle spalle del rifugio, in direzione di Valle Scura. Attraversiamo due ruscelletti quasi privi d'acqua e ci immettiamo nel bosco di faggio. Ci guidano le bandierine bianco/rosse del Sentiero Italia CAI n. 601. Alla fine della sterrata imbocchiamo in rapida discesa il sentiero che attraverso un bel bosco di ontani, cerri e faggi conduce all'Acqua di Frida. Lungo il percorso attira la nostra attenzione un'unica e sola peonia pellegrina ancora in fiore. Naturalmente fotografata da quasi tutti.Al fontanile di Frida ripristiniamo le borracce con acqua freschissima. Il toponimo Frida deriverebbe appunto dalla particolare freschezza dell'acqua. Lasciamo per un pò il Sentiero Italia e saliamo per andare a vedere la vera sorgente che si trova leggermente più sopra. L'acqua fuoriesce direttamente da una grotta, percorribile per una cinquantina di metri, naturalmente da speleologi, e quando il livello dell'acqua è minimo. Torniamo indietro dalla grotta e riprendiamo la sterrata lasciata poco prima. Un po’ tra gli alberi e un pò allo scoperto, oggi il caldo si fa sentire, raggiungiamo il Campo, uno splendido pianoro carsico a 1560 metri di altitudine. Lo attraversiamo in direzione Sud e ci dirigiamo verso la Muletta, meta finale della nostra escursione. Scorgiamo degli allevatori che consumano il pranzo all'ombra di maestosi faggi nei pressi di una croce in legno. Fino ad un paio di anni fa, l'ultima domenica di agosto, il parroco di San Sosti con a seguito un bel numero di fedeli veniva a celebrare qui la Santa Messa. Ora il parroco è anziano e questo non avviene più.Scambiati i saluti con gli allevatori proseguiamo e attacchiamo l'erta salita che conduce in poco più di mezz'ora in cima alla Muletta. Tra le pietre possiamo ammirare una miriade di fiori dagli svariati colori: Edraianthus, Anthyllis, Globularia, Helianthemum, ecc. Dalla Muletta lo sguardo spazia sul Campo, sulla Mula, sul Pellegrino, su Montea, sulla Caccia e su Petricelle, sullo Ionio e sul Tirreno ma oggi la giornata è molto afosa e la visuale è scarsa. Fatta la foto di gruppo in vetta, ritorniamo al Campo, dove all'ombra dei faggi consumiamo il meritato pasto al suono dei campanacci delle mucche che ci guardano con occhio perplesso mentre si dirigono in ordinata processione ad abbeverarsi ad una pozza d'acqua. Dopo un po' arriva anche un gruppo di cavalli che, scalpitando va a dissetarsi alla stessa pozza. Riprendiamo il cammino del ritorno e arrivati alle macchine a Piano di Lanzo ci tocca sacrificarci davanti alle torte di Mario e ai liquori preparati dalla mamma di Carmen. Il percorso è stato lungo, 19 km, ma molto appagante.

13 giugno 2021: Parco Nazionale d’Aspromonte di Carla Primavera

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L’Aspromonte è sempre stato nel nostro cuore. Non potevamo certo mancare questo appuntamento, nona edizione di "in CAMMINO nei PARCHI" organizzata dal CAI in collaborazione con Federparchi. Una giornata nazionale che racconta i territori e le popolazioni. Annullata nel 2020 per i motivi ormai noti a tutti noi, e ripresa, come organizzazione, dalla Sezione CAI di Reggio Calabria, questa giornata nazionale, in Calabria, coincide con una intersezionale regionale dove, di anno in anno, una sezione diversa riunisce tutte le sezioni calabresi per rinsaldare i legami, rivedere vecchi amici e incontrarne dei nuovi e far conoscere ancor di più la nostra meravigliosa regione a chi fa parte del mondo del Club Alpino Italiano. Erano presenti tutte le sezioni calabresi e, nonostante la distanza chilometrica, noi eravamo i più numerosi. Presenti il neo eletto Proboviro nazionale Claudio Zicari, il Consigliere Centrale Eugenio Iannelli e una bellissima famigliola con due vivaci ragazzi che hanno allietato la nostra escursione. Hanno voluto condividere con noi la sistemazione per dormire e mangiare, anche i nostri amici del CAI di Cosenza, Roberto, Luca e Angela. La nostra scelta è ricaduta sul borgo di Gallicianò, frazione del Comune di Condofuri e unico borgo attualmente interamente ellenofono, anche se la lingua arcaica è utilizzata in un ambiente sempre più esclusivamente domestico. Grazie al suo isolamento strutturale, ha mantenuto intatte le tradizioni culturali, artigianali, musicali e ha sviluppato nei suoi abitanti un forte spirito di aggregazione e ospitalità, caratteristiche peculiari dei Greci di Calabria. Giovanni, Nino, Leonardo, ci hanno fatto sentire veramente a casa, coccolandoci con quella gentilezza e quelle bontà tipiche: maccheroni al sugo con ricotta di capra, salumi, sott’oli, formaggi, latte di capra a colazione e altre chicche, tipiche di questi luoghi e rigorosamente di produzione propria. Abbiamo avuto l’onore di essere accompagnati a visitare la piccola chiesa ortodossa di Panaghìa tis Elladas (Madonna di Grecia), proprio da Domenico Nucera, l’architetto che si occupò della ristrutturazione di questa chiesetta bizantina, edificata ristrutturando una casa in pietra nella parte alta del paese, aperta al culto e che rappresenta la testimonianza, in un rinnovato clima ecumenico, di un ritorno da pellegrini degli ortodossi in siti di culto greco. Accanto alla chiesetta è stato costruito anche un piccolo anfiteatro che si affaccia sulla valle dell'Amendolea. Abbiamo proseguito con la visita al piccolo museo etnografico, che è stato realizzato raccogliendo utensili utilizzati nella vita quotidiana dagli antenati degli abitanti del borgo. Sono presenti coperte di ginestra, musulupare (stampi tradizionali per formaggio), zampogne, lire ed altri rari oggetti che appassionano gli amanti dell’antropologia culturale. Una stanza riproduce fedelmente la vita degli antichi abitanti di Gallicianò. Completiamo la visita del borgo con la Chiesa di San Giovanni Battista, di origine bizantina, edificata nella splendida piazzetta del centro storico; essa ospita il santo patrono con duplice veste: da adulto, nella statua in marmo conservata nella nicchia sopra l’altare, e da bambino, nel simulacro che il 29 agosto viene portato in processione per le vie del paese. Dietro l’altare vi è presente una struttura lignea di tipo barocco meridionale che custodisce, dentro una nicchia sormontata da un arco di trionfo, una pregevole statua in marmo bianco raffigurante il santo patrono. Il fonte battesimale anch’esso marmoreo è decorato con motivi floreali e foliacei tra i quali si nasconde il bellissimo volto di un putto. Insomma una bella immersione nell’Arte e nella Cultura grecanica. La giornata dedicata all’escursione, prevede la partenza dalla località Licordari, nel comune di Roccaforte del Greco, altro borgo distante da Gallicianò meno di 10 chilometri. Qui, riuniti tutti i partecipanti, abbiamo raggiunto Punta d’Atò, il cui significato in grecanico (aquila) conferma l’eccezionalità del punto panoramico. Visibilissimo l’Etna, in tutta la sua maestosità e i suoi pennacchi di fumo. Una roccaforte rocciosa che ci ha regalato un panorama incantevole e che ci ha consentito di osservare un imponente fenomeno erosivo per il quale Giustino Fortunato definì l’Aspromonte “uno sfasciume pendulo sul mare” e cioè la frana che si è aperta nel vallone Colella. Enorme, inoltre, è l’apporto di detriti che la frana riversa nella Fiumara Amendolea. Il fenomeno esiste ormai da oltre 70 anni e, nonostante i tentativi di rimboschimento, è in continua evoluzione tanto da essere divenuta la più grande d’Europa. Raggiunta la località Zumbello, gli organizzatori ci hanno deliziato con un gustoso pranzo a base di fagioli e salumi vari, annaffiati da buon vino e sane chiacchiere. Prima di riprendere la strada del ritorno, non poteva mancare i saluti istituzionali da parte dei Presidenti sezionali, del neo eletto al Collegio Nazionale dei Proboviri Claudio Zicari e del Consigliere Centrale Eugenio Iannelli. Un grande ringraziamento alla sezione di Reggio Calabria per la minuziosa organizzazione e agli Operatori TAM presenti, Rocco, Maurizia, Pietro e Francesco per il lavoro svolto. Alla prossima!

6 giugno 2021: Timpa di San Lorenzo di Eugenio Iannelli

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Torniamo sulla “normale” della Timpa con un grande groppo in gola. Infatti l’ultima volta l’avevamo scalata in tutta la sua aerea lunghezza per festeggiare e omaggiare un grande alpinista quale era Franz Rota Nodari che il giorno prima, a Castrovillari, aveva tenuto col fiato sospeso una ammutolita platea di circa 100 persone, con immagini fantastiche, fuori dall’ordinario, delle "sue" 82 vette sopra i 4000 metri e la dettagliata esposizione sul come, dove e quando, tutto questo è stato possibile. Franz purtroppo è venuto a mancare nel 2018, lasciando grande amarezza, dispiacere e un profondo vuoto nel cuore delle persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Tanti amici quel giorno, un’avventura indimenticabile. Cosi scriveva la nostra Presidente Carla: “Grazie Franz, ci auguriamo che la nostra accoglienza ti abbia conquistato, le nostre montagne affascinato e abbiano fatto nascere in te il desiderio di tornare.” La giornata di domenica invece è stata vissuta con grande distensione, ormai le giornate si sono allungate e ci possiamo concedere di partire anche più tardi. Siamo in tanti, ma permettetemi una citazione speciale per gli amici di Marcellinara (CZ), Fiorella ed Emanuele, che hanno fatto un bel viaggio pur di stare con noi. La zona la conosciamo, fantastica, apre infiniti e coinvolgenti scenari sulla storia geologica del nostro Parco e panorami mozzafiato. Percorriamo un tranquillo sentiero che solo nella parte cacuminale diventa leggermente più irto. Camminiamo su prati e rocce dove sono perfettamente visibili e riconoscibili le “rudiste”, fossili di molluschi bivalvi, che appaiono intorno ai 160 milioni di anni fa e si estinguono intorno ai 60 milioni di anni fa, elementi tipici della formazione di "piattaforme carbonatiche", cioè sedimenti che diventeranno per gli specifici processi geologici, rocce calcaree. Questi molluschi, vivevano fissi sulla roccia sottomarina poco profonda, in gruppi numerosi e la particolare genesi delle rocce carbonatiche li ha resi parte delle stesse. Oggi sono per gli studiosi ottimi "fossili guida", cioè una particolare categoria di fossili che possono essere utili per individuare l’età del sedimento in cui sono contenuti. Per quelle del Pollino, la loro utilità permette di datare con più precisione il periodo del Cretacico (145-65 milioni di anni fa). In cima, dopo le foto di rito, consumiamo il pranzo al sacco e ridiscendiamo compiendo una variazione sul percorso che ci permette di arrivare alla Chiesetta di S. Anna. Piccola costruzione in pietra locale murata a secco, si mimetizza bene con la roccia su cui poggia. Alla fine degli anni Ottanta, fu costruito, accanto alla chiesetta, un campanile, per darle “più decoro”. Si sa poco dell’origine della chiesa e del culto. Si ritiene sia stata costruita per dare un luogo di preghiera e di riferimento ai pastori che, isolati, raramente potevano recarsi in paese. Un luogo di preghiera e di ritrovo. E questo certamente dava forza e coraggio ai pastori, soprattutto nella stagione invernale quando le nevicate erano abbondanti. La festa, ultima domenica di luglio, è molto sentita dai Sanlorenzani. Questo grazioso luogo di culto era ancora più piccolo di come si presenta oggi. Infatti, fu ampliato negli anni 1951/52. La giornata volge al termine ma, ma per chiuderla degnamente, i saluti ce li concediamo davanti a un bel boccale di birra e degustando il dolce della nostra Carla, del gruppo di Corigliano/Rossano, comodamente seduti nel bar centrale di San Lorenzo Bellizzi.

30 maggio 2021: Morano Calabro. Colloreto > Colle Gaudolino di Mimmo Filomia

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Escursione da Colloreto a Gaudolino, frazione della tappa del Sentiero Italia 901 Morano Calabro - Gaudolino - Madonna del Pollino. Escursione con tanti partecipanti e condivisa con gli amici del Gruppo CAI Club Trekking di Corigliano/Rossano. Ancora nel rispetto del Covid 19, dopo le raccomandazioni di rito e i saluti di benvenuto ai nuovi e consolidati soci, ci avviamo sul bianco sentiero che in pochi tornanti ci conduce sulla corte del Monastero Agostiniano di Colloreto. Qui, fa bella mostra di sé, una particolare fontana circolare, che induce riflessione su l’originale uso. Il Monastero, posto a 900 m, è stato un importante crocevia religioso, artistico e commerciale, prima di essere distrutto dalle leggi Murattiane. Proseguendo, poco più in alto, invece, la leggenda narra, a testimonianza dell’opulenza dei monaci presenti, che da un foro di un manufatto, non poco distante dalla fontana, fuoruscisse il latte munto sulla collina sovrastante. Ci lasciamo alle spalle i rumori della civiltà, appena colorata di “giallo” proveniente dal nastro d’asfalto dell’autostrada A2 del Mediterraneo, che al di sotto entra nelle viscere del rudere. I segnali bianco/rossi del CAI, sono la conferma che siamo sul sentiero giusto e questi non ci abbandoneranno fino a Colle Gaudolino (1680m). Oggi il meteo, sempre più preciso, non è dalla nostra parte, ma, l’appropriato equipaggiamento personale, ci consente di continuare e sorprendere il bosco, nell’incontro con la pioggia e gustare l’odore emanato dalle foglie secche umide, calpestate e il luccichio di quelle novelle gocciolanti. “La nebbia agli irti colli piovigginando sale”, perciò tutti Carducciani in escursione. Il sentiero è un’antica via istmica tra Calabria e Lucania, in passato, da qui, è transitato di tutto, greggi al pascolo, mercanzie, briganti, pellegrini. Il sentiero, conosciuto come la “Scala di Morano” lungo 6 Km, si sviluppa in verticale. Oggi ha presentato difficoltà di progressione anche per la nebbia e la pioggerellina, ma, le peculiarità intrinseche dell’ambiente visitato, le hanno fatto passare in secondo ordine. Il sentiero, da subito in salita e a gradoni, stretto tra Serra del Prete e il contrafforte di Pollinello, restituisce due copiose sorgenti, Tufarazzi e Serra: gioia per gli escursionisti assetati e stupore per le cascate che formano. Giungiamo al rifugio di Gaudolino, nel tempo previsto, ma non avendo prenotato, siamo stati costretti a dividere spazio e fuoco con altrettanti numerosi amici provenienti dalla Puglia. Condividere il pranzo al sacco, a tavola e al coperto, tra una folata di nebbia e uno scroscio di pioggia, ai piedi del Pollino non ha prezzo! Oggi nebbia e pioggia incontrate in quota, ci hanno fatto entrare in simbiosi con la natura. Vedere gocciolare e scivolare sulla mantellina le stesse goccioline che prima hanno bagnato gemme e foglie sugli alberi, rappresenta un legame tra natura e uomo. Altra cosa è vedere, pigramente, scendere la pioggia con il naso schiacciato sul vetro della finestra di casa. Al ritorno il meteo ci ha graziato regalandoci sprazzi di sole, per la foto di gruppo, a suggello di una bella performance.

23 maggio 2021: PNCVDA - Monte della Stella di Gaetano Cersosimo

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Finalmente ci siamo rimessi a camminare, seconda uscita dopo la pausa causa Covid. Nel suggestivo Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, siamo andati alla scoperta del Monte della Stella (1131m). Partiti da Perdifumo, un borgo situato nel Cilento Antico, che sorge su un convento dedicato a S. Arcangelo, gli abitanti, in seguito, si spostarono a valle, dove scorreva un torrente da cui prende il nome attuale del paese, ossia "ai piedi del fiume", quindi Perdifumo. Oggi caratterizzato dalla piazzetta, dalla Fontana pubblica del 1500, dalla parrocchia di S. Maria delle Grazie, dai numerosi palazzi gentilizzi con portali in pietra lavorata. Importanti sono i borghi vicini, Vatolla, immersa in una vasta area verde formata da castagni, ulivi e macchia mediterranea. Mercato Cilento altra frazione importante. Nel borgo si tenevano importanti mercati commerciali di tutti i generi e al quale affluivano numerosi visitatori provenienti dai paesi circostanti. Camella, borgo di origine longobarda, caratterizzata dalla chiesa a San Nazaro Martire. Perdifumo fu vissuta anche dal brillante fisico catanese Ettore Majorana, laureatosi alla guida di Enrico Fermi, il cui carattere timido lo portava spesso a rimanere in casa a studiare. Egli decise di scomparire per motivi personali e successivamente si rinchiuse nella Certosa di Serra San Bruno in Calabria, per sfuggire a tutto e a tutti perchè non tollerava la vita sociale. Dopo venti minuti di cammino ci siamo ritrovati immersi in un paesaggio di montagna. Il suggestivo sentiero ci conduce alla Sella di Corvara (700m), per prima una zona boscosa e poi sul crinale, altamente ombreggiato e panoramico, una vista mozzafiato. Si osserva, da una parte, la catena montuosa degli Alburni, il Monte Cervati, il Monte Gelbison, Monte Bulgaria, dall'altra, Punta Licosa, la costiera Amalfinata, Capo Palinuro e, anche se offuscata dalla calura estiva, l’isola di Capri. Camminando lungo il crinale si affacciano i ruderi di Castelluccio, un'importante fortificazione longobarda dalla quale si domina la Piana di Paestum, qui veniva ricavato il legname di castagno, commercializzato e utilizzato per la costruzione di mobili, recinzioni e pali per vigneti. Proseguendo il dolce percorso si arriva alla "Pietra Ru' Lu Mulacchio", gigante di pietra che, nel dialetto cilentano significa "Pietra del figlio illeggittimo", perchè associato ai riti di fertilità e anche luogo dove si consumavano amori e tradimenti. L'uomo è stato sempre affascinato da queste virtù e poteri magici. Questi monoliti sono incastonati al centro di un piano verde. Sopra a queste enorme rocce si può salire con una scaletta in legno, secondo la tradizione locale possedevano un potere "ermetico", che sarebbe confermato dal fatto che nel giorno del solstizio d'inverno i raggi del sole attraversavano esattamente lo spazio unito tra le pietre. Continuando sul sentiero fiorito di ginestra raggiungiamo la vetta del Monte della Stella e della piccola chiesetta consacrata alla Madonna, risalente all'anno mille. Un itinerario da non perdere. Alla chiesetta, approfittando della pausa pranzo consumata su un terrazzo, degustiamo i nostri prodotti con lo sguardo rivolto allo spettacolare Capo Palinuro esattamente ai nostri piedi. Riprendiamo la lunga e lenta discesa, cosidetta "La Scala Santa", facendo dovute pause per ammirare altri monoliti di pietra e per goderci i colori e i profumi della flora e in questo periodo tutti in fiore, come i lecci, i fichi d' india, carrubi, corbezzoli, mirti e sambuco. Abbiamo apprezzato, al nostro passaggio, le frazioni di Amalafede e di Guerrazzano, piccoli borghi del Cilento, con vicoletti, stradine e antichi portali. Giungiamo infine a Stella Cilento, un piccolo paese di 700 abitanti, chiamato prima nel XIX secolo "Porcili", tale perchè dava un’immagine poco gradevole del luogo, l'amministrazione lo modificò in Stella Cilento, con riferimento al vicino monte. Concludiamo l’escursione seduti ai tavolini del bar del paese degustando la ciambella rustica di Carla, del Gruppo CAI Corigliano/Rossano, e delle freschissime birre. Abbiamo avuto la pazienza di aspettare e la montagna ci ha ripagati con i suoi scenari stupendi. Ci siamo tuffati in una natura incontaminata e in una storia millenaria fatta di miti e leggende. Un ringraziamento a tutti i presenti, un ringraziamento speciale a Francesco, Giovanni e Luigi che con la loro sapienza hanno arricchito la nostra conoscenza su questo territorio cilentano.

7 marzo 2021: PNS - Montescuro > Macchia Sacra di Eugenio Iannelli

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Considerato che a gennaio abbiamo dovuto rinunciare a diverse escursioni a causa del lockdown si è pensato di organizzare un gradito fuori programma sulla neve per trascorrere serenamente una giornata in montagna. Anche questa domenica la partenza è avvenuta sotto un cielo plumbeo e minaccioso di pioggia, ma, appena arrivati in Sila, dopo una sosta in quel di Cosenza per aggregare il gruppo dei partecipanti provenienti da diverse centri, la situazione si è presentata in modo completamente diverso. Una bella giornata era lì ad attenderci per permetterci di gustare una bella passeggiata con le ciaspole lungo la nota e frequentatissima Strade delle vette silana. Un percorso dedicato agli appassionati di sci di fondo ma utile per una facile escursione senza grandi dislivelli, adatta a tutti. Attraverso spettacolari paesaggi montani, fatti di ampie vallate e fitte faggete la “Strada” collega le tre grandi vette della Sila, Monte Scuro (m1621), Monte Curcio (m1768) e Monte Botte Donato (m1928), tra queste la nostra meta il pianoro di “Macchia Sacra” situato proprio sotto le pendici di Monte Curcio. Monte Curcio è conosciuto ai più perché sulla sua sommità arriva la funivia proveniente da Camigliatello Silano, nota stazione sciistica calabrese, e perché negli anni ’70 proprio da Monte Curcio a Macchia Sacra scendeva una pista di discesa servita da uno skilift. L’escursione, nemmeno tanto breve, avendo percorso in totale più di 12 km, è scivolata via tranquilla tra le chiacchere dei partecipanti e l’osservazione dell’ambiente montano Silano che è sicuramente diverso da quelli cui siamo abituati nel nostro Pollino ma non per questo meno belli e affascinanti. Arrivati a Macchia Sacra, dopo le consuete foto di rito, abbiamo avuto modo di rifocillarci con un gustoso pranzo al sacco farcito con prelibatezze nostrane che hanno riscontrato l’apprezzamento di tutti. Veloce è stato il ritorno alle auto. Dopo aver dismesso le ciaspole e la degustazione di un buon caffè ci siamo salutati con l'augurio di vederci presto in occasione delle prossime uscite in programma, pandemia e lockdown permettendo.

28 febbraio 2021: Cozzo Pellegrino di Eugenio Iannelli

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Dopo circa un anno finalmente riusciamo a organizzare e portare a termine un’escursione alpinistica. Trovare il percorso adatto e le condizione migliori per l’utilizzo dei ramponi e della piccozza non è stato facile, vuoi per le condizioni meteo quasi primaverili di questo mese di febbraio che hanno fatto svanire la neve, caduta abbondantemente solo sopra i 1600 metri, per lo scioglimento della stessa nei canaloni del versante Sud/Est, che li rende particolarmente pericolosi con queste condizioni, ma soprattutto per la impossibilità di valicare il confine Regionale calabro del nostro massiccio, dove la neve resta copiosa essendo esposto a Nord, come da ultimo DPCM del Governo. La scelta cade su Cozzo Pellegrino dove confidiamo di trovare il terreno adatto per divertirci e utilizzare la nostra attrezzatura. La giornata si presenta soleggiata e sufficientemente fredda, ciò favorisce una piacevole progressione attraverso il sentiero che porta verso Piano Pulledro, Piano delle Rose, per poi andare in vetta. La prima ora di cammino, fino a Piano Pulledro (1570m), scorre veloce ma senza una minima traccia di neve. Ciò facilita la camminata ma ci demotiva un po’. Superato però il bivio per Acqua del Mangano/Piano Novacco del Sentiero Italia CAI, il versante del Cozzo Pellegrino, montagna da noi vissuta e frequentata diffusamente, non smentisce la sua fama e man mano che ci inoltriamo nella faggeta il sentiero si presenta coperto di neve il cui strato aumenta con l’aumentare della quota. Proviamo a calcolare lo strato di neve sotto i nostri piedi. L’opinione di tutti è che vi siano 1,80/2 metri di neve. Increduli, proprio per le motivazioni sopra descritte, troviamo certezza e conferma nel notare i nostri segnali bianco/rossi situati esattamente all’altezza dei nostri piedi quando in condizioni normali, nelle fasi di segnatura, li sistemiamo a quasi 2 metri di altezza dal terreno proprio perché siano visibili anche con la neve. Ciò ci riempie di gioia ma, come sempre accade, c’è sempre il risvolto della medaglia. Infatti la tanta neve e il gelo della notte hanno reso, soprattutto in alcuni tratti impervi anche se non eccessivamente ripidi, il sentiero ghiacciato e pericoloso tanto da indurci a calzare i ramponi molto prima del Piano delle Rose e proseguire con accortezza e relativa tranquillità. Arriviamo cosi al piano sottostante la cima del Pellegrino e una volta intrapreso, al suo opposto, il canalino per la salita, ci ritroviamo immediatamente allo scoperto, dove, Impugnata anche la piccozza, proseguiamo su quella meravigliosa parete che non tradisce mai gli appassionati del Pellegrino che amano frequentarlo nella sua veste invernale. Una ripida parete che deve essere affrontata con l’attrezzatura, il piglio e l’attenzione giusti, sia in salita sia in discesa, ma che di rimando, al suo culmine, la vetta, concede grande soddisfazione. Sulla cima imperdibile panorama ma questa volta con un mare di nubi a fare da coperta su tutto il resto. Dopo le innumerevoli foto di rito il pranzo al sacco è arricchito da un estemporaneo, inconsueto ma molto sentito festeggiamento nei confronti di Massimo, un grande amico, un ottimo alpinista che ha cercato e trovato nella montagna il suo mondo e il suo modo di esprimersi. Lui, cosentino, da sempre iscritto al CAI Castrovillari, ama e ha eletto le montagne del Parco del Pollino come sua residenza e frequentazione abituale. Tanti auguri Massimo dal profondo del cuore. La via del ritorno, oltre al semplice e puro divertimento della discesa della parete, presenta un solo altro segno degno di nota, ovvero la comparsa di un bell’esemplare di capriolo che si fa osservare nella sua leggiadra corsa fino a scomparire dalla nostra vista. Completiamo la giornata condividendo le rimanenti emozioni davanti a un bel boccale di birra.

21 febbraio 2021: Da Masistro a Piano Scifarello di Carmen Belmonte

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Appuntamento al solito posto e, come spesso capita, alla partenza da Castrovillari, ci accompagna un cielo nuvoloso, ma, come altrettanto spesso capita, arrivati a Campotenese, le nubi fanno spazio a un cielo terso. Il gruppo è numeroso e variegato, sono presenti soci CAI arrivati da Reggio Calabria, Crotone, Rossano e anche una famiglia con due piccoli neosoci, entusiasti e desiderosi di fare la loro prima esperienza con le racchette da neve. Lasciate le auto a poche centinaia di metri dal bivio per Piano Masistro ci avviamo verso Piano dell’Erba che raggiungiamo agevolmente per la poca presenza di neve che, purtroppo, ci accompagna sino al bivio per Piano Scifarello. Calziamo le racchette da neve nei pressi dell’abbeveratoio e ci portiamo sul piano dove possiamo ammirare il panorama sul Piano Novacco sottostante fino a raggiungere la cinta dei monti rivolti a Nord. La neve soffice, un caldo sole e l’imbuto creato dal piano invogliano i più a scivolare e divertirsi tutti insieme. Dopo il giusto divertimento si riprende la passeggiata sino alla parte opposta del piano che rappresenta la destinazione dell’uscita odierna. Qui prima di intraprendere il sentiero per piano Caramolo raggiungiamo un altro punto panoramico, questa volta sulla parte Sud/Est del parco, che ci permette di ammirare tutta la catena del Pollino da Coppola di Paola al Monte Sellaro. In questo bellissimo luogo consumiamo il pranzo al sacco. Dopo esserci rifocillati, circondati da questo panorama mozzafiato, ci incamminiamo per il ritorno alle auto con la consapevolezza di aver trascorso anche oggi una giornata piacevole tra persone accomunate dalla gioia di vivere la montagna con serenità e spensieratezza.

7 febbraio 2021: Belvedere de La Cresta di Mario Sammarco

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Ben tornato C.A.I. Ebbene si! Ben tornato agli amici della sezione CAI di Castrovillari. Dopo una lunga ed estenuante pausa, dovuta a divieti, limitazioni d’infiniti decreti e normative, ecco finalmente la prima uscita ufficiale della nostra cara Sezione del nuovo anno. E’ bastata una breve telefonata della nostra Presidente, alla quale auguriamo di trascorre con noi in gita e alla guida di questa splendida Sezione, ancora altre 100 primavere, per organizzare subito una uscita sulla neve, ma soprattutto è stato quell’input giusto, per suscitare in noi quell’entusiasmo e trasmetterci quell’adrenalina che muove ognuno di noi alla ricerca dei propri spazi, al contatto con la natura, a socializzare con gli amici ritrovati, per condividere con loro la gioia di stare insieme. Si quella gioia, allegria e spensieratezza che come dei bambini ci spinge a ritrovarsi a giocare per strada e che malati di Montagna come noi, ritrovano sul proprio sentiero la passione da condividere con gli amici di un tempo, con le proprie emozioni, e quel forte senso di aggregazione e appartenenza, che solo la Montagna sa regalarci. E così ci ritroviamo domenica mattina al bar da Nadia, al bivio Lìcastro di San Donato di Ninea per un caffè e per un doveroso e allegro saluto. Il desiderio di ritrovarsi per una gita fuori porto è veramente tanta. Si riparte in macchina, destinazione Rifugio Piano di Lanzo a quota 1350. In macchina con me l’amico di sempre e veterano, appena ritornato da Roma, Vincenzo Maratea. Dopo i tornanti che precedono e caratterizzano l’abitato e il centro storico di San Donato di Ninea, doverosa e breve, è la sosta al belvedere, in prossimità del ristorante Baita Malieni, per ammirare il panorama, particolarmente suggestivo per effetto della nebbia, che con un ampio manto avvolge i paesi della Valle dell’Esaro. S’intravedono, e appena emergono, come da una grande isola i suggestivi borghi di Policastrello, il castello di Malvito, il centro di San Marco Argentano. Oltrepassiamo e aggiriamo il suggestivo centro storico di San Donato di Ninea, posto ad un’altezza di 800 m dove spicca e domina, come un baluardo l’intera valle, dal piazzale della Motta, su uno sperone roccioso, la Chiesa di Santa Maria dell’Assunta. Lungo i bordi e le cunette della strada, non si può non osservare l’abbondanza dell’acqua che scorre incessante dai muretti e dai castagneti, per vie delle piogge intense di quest’inverno particolarmente piovoso. Giunti al Rifugio un breve saluto e benvenuto a tutti i partecipanti da parte dalla nostra Presidente prima di incamminarci verso la Cresta di Valle Scura, destinazione della nostra tappa. Alla prima radura, dove è posta la statua della Madonnina, occorre indossare le ciaspole per rendere meno faticoso e più agevole il percorso. La faggeta ci avvolge e ci guida, con tutta la sua eleganza e imponenza, lungo tutto il sentiero. Durante le pause, ci soffermiamo, di tanto, a osservare il panorama sottostante, dalla Valle dell’Esaro alla Piana di Sibari avvolti quasi completamente, come in un mare dalla nebbia. Mentre imponenti e maestose si mostrano, dal versante Sud occidentale la piramide della Muletta (1717m) e molto più conico, accentuato e ricco di neve il monte La Mula (1935m). Giunti al Piano della Cresta 1525 m, crocevia del sentiero 621 del monte La Calvia (1910m) e del Cozzo del Pellegrino (1987m) sostiamo per osservare il panorama con vista sino ai monti della Sila e del Golfo di Rossano. Ormai siamo a un passo dall’ultimo tratto di ascesa per gustarci il suggestivo effetto di vere e proprie dune di neve per poi giungere sul terrazzo della Cresta, obiettivo e meta della nostra escursione. Lo spazio di questo terrazzo naturale è limitato, occorre pertanto, osservare il panorama a turno, ma ne vale la pena. La visione spazia dalla sottostante Vallata dell’Abatemarco a tutto l’azzurro che dipinge la costiera tirrenica. In fondo alla valle ci appare sempre più maestoso il Monte Trincello con alle spalle i centri abitati di Grisolia, Santa Maria del Cedro e Scalea, fino al Golfo di Policastro. Dopo il panorama, ci tocca riscendere, ma il caldo sole e il riflesso innevato e abbagliante del Piano della Cresta, ci invitano a sostare e godere lo splendore di questa coltre bianca. Ed è proprio qui, che l’euforia e l’entusiasmo, ci spingono e ci invitano a improvvisare giochi sulla neve. Si slitta a tutta velocità sul pendio innevato della Cresta, con slittini di fortuna adattati al caso per la gioia dei più giovani e il sorriso degli adulti. Ebbene sì, la Montagna a volte è anche questo, la voglia di ritornar bambini. A malincuore bisogna tornare a casa, e ci incamminiamo sulla via del ritorno, ma senza prima aver fatto una doverosa sosta all’esterno dell’area del Rifugio Piano di Lanzo per consumare insieme, come in una grande famiglia, se pur con le dovute distanze del caso, le nostre buone e abbondanti provviste, accompagnate dall’assaggio del vino novello, del buon dolce di mia moglie Elisa e il tutto accompagnato perfettamente dall’ottimo limoncello della Dott.ssa Carmen.