Raccontatrekking 2022

16 gennaio 2022: S. Maria del Cedro > Grisolia di Carla Primavera

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L’accoglienza della sezione di Verbicaro non poteva essere stata migliore: una succulenta ciotola di pezzetti di cioccolata saldata con altrettanta quantità di cedro, preparata dal nostro amico e organizzatore Alberto Dito. E’ stato bello immaginare la miriade di anime che nei secoli hanno percorso questi antichi sentieri di collegamento, tra Santa Maria del Cedro e l’abitato di Grisolia. La vista dei muretti a secco, che sorreggono antichi terrazzamenti e queste mulattiere, a tratti di forma concava per agevolare il passaggio delle greggi, sono stati i nostri compagni di viaggio verso la scoperta dell’antico abitato di Grisolia. Giunti al sito principale, abbiamo ammirato ruderi di antiche abitazioni, una chiesa con ancora un’abside quasi integra e una antichissima aia, molto ben conservata, dove veniva macinato il grano. Ogni pietra, ogni anfratto ci parlava di uomini e di donne dedite alla vita lenta, dove la giornata di lavoro iniziava al sorgere del sole e terminava al tramonto. L’anello in pietra, davanti al muro di ogni abitazione, ci indica lo stretto contatto che si aveva con gli animali da soma, preziosi collaboratori per l’uomo contadino. Poi i grisolioti, decisero di spostarsi sulla collina più in alto, più sicura dagli attacchi dei nemici che arrivavano dall’immensa distesa marina. E tutto fu abbandonato. Da lassù il nostro sguardo ha spaziato dalla vicina isola di Cirella, fin su a Scalea, Praia a Mare, Maratea. Le montagne, nostre amiche, facevano capolino all’orizzonte: dalla Montea alla Mula e al Pellegrino, poi a nord il Monte Alpi e il Coccovello. Giornata bella ma non limpidissima, visto il rialzo delle temperature, a sud era visibile solo lo Stromboli. Certo è che la storia di Grisolia comincia già in epoca neolitica visti i resti trovati nella grotta della Serra, in cui oltre a frammenti fittili appunto di epoca neolitica sono stati rinvenuti resti fenici. In zona marina troviamo resti di ville romane, probabilmente di epoca imperiale. Nel periodo romano, inoltre, tra il 400 ed il 200 a.C., Roma installò in località Pantanelli un presidio militare per il controllo dell'accesso, in quanto la Sibari-Laos, una delle vie più importanti che congiungeva lo Ionio con il Tirreno, passava attraverso il Varco del Palombaro nel territorio di Grisolia. Nell'Alto medioevo Grisolia crebbe nella comunità monastica italo-greca del Mercurion, lo testimoniano i numerosi luoghi di culto che in quell'epoca fioriscono nel territorio grisolioto e che sono legati a santi della cultura di Bisanzio più che di Roma: il monastero di San Nicola e la cappella di Santa Sofia su tutti. Invece l'attuale Santa Maria del Cedro fu fondata nel XVII secolo dagli abitanti di una località preesistente, Abatemarco, a seguito di un'alluvione che distrusse il borgo. Appartenne al feudo dei Brancati di Napoli, assieme alle località confinanti di Orsomarso, Grisolia e Marcellina (quest'ultima parte oggi del comune) fino a tempi recenti. In epoca unitaria la località, denominata allora Cipollina (Cispollinum in latino), da cis-polis, al di qua della (grande) città o al di qua del Pollino; Laos, fu dapprima frazione del comune di Grisolia (situato a monte), poi comune autonomo con il nome di Santa Maria. Nel 1968, all'inizio dell'espansione turistica, prese il nome attuale di Santa Maria del Cedro. Tutta la costa, denominata Riviera dei Cedri, dimostra il legame ancestrale con questo frutto. Citato per ben settanta volte dalla Bibbia, è per la religione ebraica, il frutto più prezioso. Non è un caso se i rabbini di tutto il modo, ogni estate, tra luglio e agosto, si danno appuntamento proprio a Santa Maria del Cedro. E insieme ai contadini del posto selezionano ad uno a uno i cedri migliori per la festa delle Capanne (Sukkoth). La Calabria dei contadini delle mani callose, della comunità greco-ortodosse e dei santuari cristiani che si specchiano nel mare si scopre ancora più multiculturale. Crocevia di popoli e culture. Culture diverse che nei secoli hanno trovato su questo nostro terreno un humus fecondo. Sembrerebbe, infatti, che a introdurre questa coltivazione siano stati proprio gli ebrei ellenizzati durante le loro migrazioni. Ma il frutto usato nel rito deve essere perfetto come indicato dai testi rabbinici. Nessuno stupore, dunque, se arrivato il momento della raccolta, sono i sacerdoti ad affiancare i contadini del luogo per assicurarsi che il cedro non provenga da pianta innestata e sia perfettamente sano: non maculato e senza rugosità. Una ricerca minuziosa e attenta a cui i rabbini si dedicano personalmente fin dalle prime ore del giorno. Sono i contadini, però, che hanno l’onere e l’onore di raccogliere il frutto dalla pianta. Una raccolta faticosa che avviene stando sempre in ginocchio perché le piante sono basse e le spine dei rami acuminati. Il raccolto, come vuole la tradizione, è anche un momento di festa che richiama curiosi e turisti. Un rituale che la Calabria, terra aspra, profumata come i suoi agrumi ha l’obbligo di condividere e promuovere. Il cedro non solo come coltura, dunque, ma anche come elemento di condivisione tra religioni differenti: quella cristiana e quella ebraica, tra popoli distanti e culturalmente diversi. La Calabria come ponte e di punto di incontro tra universi che dialogano. è anche la storia di un incontro tra popoli, quello d’Israele e quello di Calabria, tra religioni, quella ebraica e quella cristiana, tra sacro e profano, tra realtà e speranza. Il frutto dell’albero della vita di cui finalmente poter mangiare senza colpa, in una logica di rinnovata alleanza che consegni al mondo l’immagine di un’altra Calabria. E noi vogliamo essere questo: punto di collegamento tra le culture e infaticabili curiosi. La nostra Terra se lo merita.

9 gennaio 2022: Piano Ruggio > Monte Grattaculo di Luana Macrini

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Domenica 9 gennaio … e il calendario escursionistico del Cai Castrovillari si apre ai passi nuovi del VentiVentidue tracciando così un inizio inatteso ma ricco di luoghi da vivere e ri_vivere ancora! L’escursione ci ha portato sulla cima del Monte Grattaculo attraversando il sentiero, traccia 902, che sale sulla montagna alla destra del rifugio De Gasperi. Proseguendo nel bosco abbiamo raggiunto una dolina che ha aperto lo sguardo di ognuno di noi, anche di quello più pigro e fiacco, invitandoci in piena libertà ad affacciarci sul limite e ammirare quanto di intenso e infinito inizia ad aprirsi ai nostri occhi: Piano Ruggio nella sua interezza e le vette circostanti. Si prosegue e si entra di nuovo nel bosco, si avanza in salita fino a giungere una pietraia… una zona sprovvista di vegetazione, il vento soffia e ci spinge a salire su verso la cima, sì ci siamo!, e in breve raggiungiamo la dolina di vetta. Fa freddo, il vento si fa sentire con tutta la sua energia ...e nonostante il corpo inizia ad inviarci segnali di disagio non possiamo non fermarci, rallentare la corsa dell’attraversata, e, giunti sù, godere del luogo che meravigliosamente ci ospita: un balcone naturale suggestivo e provocatorio che si dona completamente nella sua bellezza, e il nostro sguardo spazia e si muove librando e volteggiando sulle vette principali del Pollino, prima fra tutte Serra del Prete. Siamo lì, fermi e fieri, parte di quella vastità che ci fa sentire “piccoli così” e consapevoli che quel luogo bisogna oggi viverlo e respirarlo profondamente e lasciarlo entrare nelle intimità delle nostre vite quotidiane. Il sentiero 902, il primo calpestato dell’anno, si è fatto cammino di scoperta mostrandoci che la natura, i suoi luoghi e le sue storie [consideriamo l’ilarità del nome ‘Grattaculo’ e riviviamo la via che è stata strada di vita battuta dai briganti] diventano oggi, domenica 9 gennaio ventiventidue, un tramite speciale che stabilisce un rapporto forte tra il nostro io e il paesaggio: un panorama che anche oggi ci ha accolto in una relazione che affascina e che sposta e traccia i nostri futuri passi.