Raccontatrekking 2022

4 dicembre 2022: Colle Impiso > Serra delle Ciavole di Walter Bellizzi

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Giunti a Colle Impiso da Campotenese, il sole ha fatto capolino tra la pioggia e le nuvole grigie. Spazi di un azzurro tiepolesco si sono sempre più allargati fino a quando una radiosa giornata autunnale ha preso il sopravvento. Calorosa l’accoglienza agli amici del CAI di Grottaglie, con i quali immediatamente si è fraternizzato e, dopo un breve saluto dei responsabili delle sezioni e degli organizzatori, ci si è subito incamminati con passo lesto lungo l’itinerario descritto dalla scheda tecnica. Incolonnati lungo il sentiero dei Carbonai si è giunti a Piano di Vacquarro Alto, spettacolare punto di passaggio (1440 m), dove il manto nevoso si è fatto più consistente. Man mano che si saliva lungo il Bosco di Chiaramonte la neve diventava più corposa. Arrivati a Piano Toscano il biancore della neve colpita dai caldi raggi solari ci abbagliava. Lo sguardo spaziava lungo i Piani del Pollino e l’austera Serra della Ciavole, vestita del verde scuro dei maestosi pini loricati, che ci invitava a salire per conquistarne la vetta. Calzate le ciaspole, è stato più agevole percorrere l’imbiancato pianoro per avvicinarci alle pendici della Serra passando tra due giganteschi pini loricati che parevano ergersi a guisa di vedetta del Piano. Dopo esserci un momento rinfrancati e fotografato la bellezza che la natura ci offriva ci si è inoltrati su per un boschetto di faggi e pini e affrontato un’impervia salita che ci ha condotti sulla spalla Sud della Serra, ultimo tratto in leggera pendenza che costeggia un pinnacolo di rocce, prima di giungere in vetta. Camminando lentamente siamo giunti alla magnifica vetta di Serra delle Ciavole. Ai nostri occhi si è offerto un paesaggio incantevole. Il nostro sguardo veniva calamitato dalle cime imbiancate, splendendi sotto i raggi del sole, dei tre giganti del Parco del Pollino: Serra Dolcedorme, Monte Pollino e Serra del Prete. La felicità illuminava i nostri occhi e ci spingeva ad abbracciarci. Ognuno di noi nel suo cuore desiderava poter rimanere più a lungo per godere di queste bellezze che la natura ci offre in questo periodo dell’anno. Si è brindato ad un compleanno celebrato in quota con un liquore tipico pugliese che ha riscaldato gli animi. Ma il tempo stringeva e occorreva rispettare gli orari. La fatidica foto di gruppo con il CAI di Grottaglie, una calorosa stretta di mano e giù per i piani. Qualche allegra scivolata sulla neve e via velocemente per l’atteso appuntamento a Piano Toscano spinti dalla fame, vista l’ora già tardo-pomeridiana. Lì, al Piano, l’amicizia si è ulteriormente cementata tra le degustazioni di soppressate e formaggi calabresi e dolci pugliesi, il tutto bagnato da un ottimo vino. Non poteva mancare l’ottima grappa offerta da Giuseppe. Ma l’indugio nella conversazione ci ha fatto ritardare. Scesi a Piano Vacquarro, attraversato il fiume, rigoglioso per la stagione, che porta le acque della sorgente Spezzavummola al Frido, tolte le ciaspole, accese le torce frontali per l’incipiente buio ci si è incamminati per Colle Impiso. Vedere le lucine delle torce che salivano adagio nel sentiero tra gli alti faggi ci portavano alla mente i seguenti versi di Dante (Purgatorio, Canto XXIX):

“e vidi le fiammelle andar davante,

lasciando dietro a sé l’aere dipinto,

e di tratti pennelli avean sembiante;”

Arrivati a Colle Impiso ci attendeva la gustosissima torta offerta da Carla. Dopo di che ci siamo salutati con gli amici pugliesi. Un arrivederci nostalgico per i bellissimi ed emozionanti momenti escursionistici che il CAI ci offre per riappropriarci di quella armonia fra l’uomo e la natura sempre presente nel nostro animo. Un ringraziamento doveroso va rivolto ad Eugenio che con il suo indomito spirito e la sua precisa conoscenza del territorio ha assicurato che tutto si svolgesse nel migliore dei modi. Un saluto e un ringraziamento al Presidente del CAI di Grottaglie ed all’amico Giuseppe che mi ha accompagnato in questa coinvolgente avventura.

20 novembre 2022: Giornata nazionale del Sentiero Italia CAI di Mimmo Filomia

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Il CAI di Castrovillari ha partecipato, nonostante la prevista giornata piovosa, all‘appuntamento fisico e ideale, in contemporanea, con tutti i soci delle cinque sezioni e sottosezioni calabresi e nazionali del Club Alpino Italiano. Un motivo per onorare e condividere il lavoro impegnativo, nel corso degli anni, svolto dai soci delle 808 tra sezioni e sottosezioni, addetti per la segnatura e segnatura del sentiero più lungo al mondo (ben oltre 7900 Km). Il SICAI è un manufatto, inteso come ponte che unisce l’Italia tutta; le sue 808 arcate, quante le sezioni che accolgono circa 330 mila soci, consentono un turismo sostenibile a ritmi lenti che permette agli amanti della montagna di penetrare nel territorio (Alpi , Appennini e isole) alla scoperta di borghi, santuari, riti, costumi, cultura e accoglienza, ambienti fiabeschi, che i soci esperti, conoscitori del territorio, ciascuno per la sua parte diligente e tematica, hanno saputo disegnare dai rovi dell’oblio per porgerli, lungo i bordi del tracciato all’attenzione dei viandanti. "È un itinerario che può essere paragonato a una vera infrastruttura, ma senza un solo grammo di cemento», afferma il Presidente Generale del CAI Antonio Montani. "Con la Giornata nazionale di domenica 20 novembre, si vuole celebrare e promuovere il turismo outdoor lento, sostenibile e globale, che è una delle espressioni più evidenti e avanzate dei mutamenti che interessano la società contemporanea". Queste le parole di Giacomo Benedetti, delegato della Presidenza Generale al Sentiero Italia CAI. Oggi il percorso era invitante, senza asperità, ma il meteo ha dissuaso molti a partecipare. L’escursione odierna interessava un segmento del Sentiero Italia 601 Piano Novacco (1310m) – Laghetto Piano Tavolara (1351m). La pioggia ci ha accompagnato sulla via del ritorno. Da previgenti abbiamo posto rimedio, e a camminare sui soffici foliage color giallo rame, come anche saltare divertiti, su passerelle naturali create dai massi affioranti del torrente, è stata una prova di equilibrio e autostima; è stato ancheun perpetrare il rito della pioggia che, finalmente, gonfia fiumi e torrenti, all’insegna del ritorno alla normalità climatica e ambientale. Vi assicuro che essere avvolti dalla pioggia invadente che ti scivola addosso dappertutto è come entrare in simbiosi con la natura. Senza volerlo, abbiamo sorpreso il bosco nella sua intimità naturale al cospetto della tanto attesa pioggia. Il terreno asciutto, non assorbe l’acqua e si trasforma in mille rivoli piccoli e grandi che cercano di guadagnare, precipitando, l’alveo a valle. Si osserva e si partecipa agli effetti rivitalizzanti sul bosco che emana profumi e suoni arcani prodotti dal brontolio dei tuoni che fanno vibrare l’aria attorno. Ovunque il gorgoglio dell’acqua che diventa la colonna sonora del viaggio. Un ritorno alla natura fa sempre bene anziché osservare la pioggia dai vetri della finestra asettica di casa. La giornata è servita come sopralluogo per la verifica e manutenzione segnaletica e pulizia del sentiero. Grazie a Walter per il grappino finale e a Carla per la torta dedicata al SICAI..

13 novembre 2022: Anello della Madonna di Pollino di Saverio De Marco

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L’acquazzone della sera prima ha lasciato un ammasso di nebbia sulle montagne e immediatamente a valle, che lascia trasparire il velo bianco di una spruzzata di neve, ma il cielo è limpido e sereno e anche le ultime nebbie si diradano. Vedo tutti i giorni da casa mia Timpa della Madonna del Pollino, una montagna ambivalente, aspro dente roccioso con un’anima selvaggia ma legata alla cultura del mondo agropastorale. delimitata nell’impervio versante Ovest dal Frido, ad Est segnata invece dal vallone di Fosso Iannace, vi si può arrivare anche in auto; sulla cima si erge infatti lo storico Santuario della Madonna del Pollino, luogo di culto della religiosità calabro-lucana. Se si vogliono ammirare i suoi scorci più selvaggi, ritrovando lo spirito che animava gli antichi pellegrini che salivano d’estate, bisogna però giungervi a piedi. La partenza dell’escursione di oggi è al parcheggio di Fosso Iannace con un gruppo nutrito di soci della sezione CAI Castrovillari, di cui faccio parte, guidati dagli amici Eugenio e Carla -che conosco ormai da tempo- e dal presidente Mimmo. L’aria nella forra è fredda, dopo una breve presentazione cominciamo a riscaldarci sul sentiero delle Gole di Iannace. Il percorso è attrezzato con dei ponticelli in legno poco invasivi, che permettono di passare da una sponda all’altra; recentemente è stato rimesso a posto e in sicurezza dopo i lavori di manutenzione ordinati dall’Ente Parco con la collaborazione/coordinazione di alcune guide ufficiali. L’acqua, con forza delle piene qui erode continuamente il fondo della gola, sovrastato da alte pareti di roccia. L’ambiente è selvaggio e spettacolare, si trovano esemplari alti di faggi dai fusti colonnari e abeti bianchi, il più bello dei quali si incontra presto lungo il sentiero, cresce nella roccia e si erge alto e dritto proprio in mezzo alle gole; a fianco, un abete marcescente con buchi di alimentazione scavati dai picchi ci ricordano l’importanza che gli alberi monumentali, anche da morti, hanno per la biodiversità delle foreste. Un altro grande abete è stato più sopra spezzato probabilmente dal fulmine, parecchi faggi sono stati travolti dalla furia degli elementi. È presente anche qualche acero di monte colossale, dalla corteccia rosata che presenta delle caratteristiche “schegge”. Salendo, il letto del fosso si allarga e intanto il sole comincia a riscaldarci, la comitiva è animata e nelle brevi pause si scherza in compagnia. Così, arrivati a metà del percorso delle gole, cominciamo ad intravedere in alto una colonia di pino loricato che pochi conoscono, appollaiata sulle rocce, anche perché d’estate i faggi con le loro foglie nascondono questi esemplari. Usciti dalle gole, si prende il sentiero che porta al Santuario della Madonna del Pollino, attraversando i fiabeschi faggi monumentali che si incontrano dopo la radura di Piano Porcaro per uscire su una cengia panoramica. Si sosta al Rifugio Pino Loricato, dove ci fermiamo per pranzare assaggiando qualche buon prodotto tipico delle valli calabresi e prendendo qualcosa al bar del Rifugio, che oggi è aperto. Si prosegue per il Santuario dopo aver fatto un’altra sosta allo stand di un pastore della Valle del Frido, che vende formaggi tipici. Alla statua bronzea dell’artista Daphne Dubarry raffigurante la Vergine del Pollino, riscaldati ancora dai raggi del sole e godendo dei paesaggi del punto panoramico, facciamo una bella foto di gruppo. Ora ci tocca scendere lungo la ripida e panoramica cresta, lungo un sentiero caratterizzato da un’ampia varietà botanica: qui troviamo la stregonia siciliana, c’è ancora qualche garofano selvatico fiorito, ornielli, lecci, aceri di varie specie, qualche roverella, faggi e qualche abete bianco convivono in quest’ambiente roccioso che d’autunno brilla dei contrasti cromatici della vegetazione. È forse uno dei posti migliori del Pollino lucano dove si possono ammirare e fotografare i colori autunnali. Per chiudere l’anello si prende il sentiero che riporta alla rotonda sulla destra, ma voglio far vedere al gruppo l’avvallamento di Petra Iaccata, formato dallo sprofondamento di un blocco calcareo, che ha interrotto appunto la linea di cresta: iaccare in dialetto significa togliere, spaccare. Erano posti questi frequentati in passato dai pastori di pecore e capre, e perciò ogni area aveva un nome. Oggi la vegetazione ha ripreso terreno nei pascoli abbandonati e qui al posto delle capre si possono incontrare cervi e caprioli. Siamo sul Sentiero Italia, lungo il primo tratto della tappa “Madonna di Pollino/San Severino Lucano”. Il sentiero adesso scende, costeggiando delle pareti rocciose. Si passa a fianco di uno degli alberi monumentali più belli del percorso, un enorme tiglio selvatico cresciuto in una frattura rocciosa. Il sentiero riporta alle Gole basse di Iannace, ma adesso bisogna fare una deviazione fuori sentiero per tornare alle macchine, seguendo una labile pista che attraversa una radura popolata di ginepri, che riporta alla strada del Santuario, e quindi poco dopo al parcheggio. I partecipanti hanno apprezzato molto la varietà ambientale e paesaggistica di questo “Anello della Madonna del Pollino”.

29 ottobre/1 novembre 2022: Parco delle Madonie di Carla Primavera

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“La verde isola Trinacria, dove pasce il gregge del sole.”(Omero)

Era da tempo che avevamo in mente le Madonie. Abbiamo attraversato spesso questa isola meravigliosa, incontrando le varie sezioni del Club Alpino Italiano presenti sul territorio, questa volta ci hanno accolto le sezioni di Palermo e Cefalù. Il primo incontro è stato con il luogo mistico del Santuario del Tindari, dove abbiamo ammirato la famosa Madonna Nera. Una statua venuta dal mare. Un racconto leggendario, tramandato per secoli, aleggia attorno al suo ritrovamento. Maria Santissima, dispensatrice di grazie e protezione era trasportata su una nave che si era rifugiata nella baia dei laghetti di Tindari per sfuggire a una violenta tempesta. Solo quando i marinai scaricarono la cassa contenente il venerato Simulacro della Vergine, la nave poté muoversi e riprendere la rotta sulle onde placide del mare rabbonito. E li rimase. Il viaggio riprende nel pomeriggio, destinazione Piano Battaglia, nel cuore delle Madonie. Ci aspettano, presso il rifugio Marini, i due vicepresidenti del CAI Palermo: Antonietta e Toti, instancabili amici e perfetti padroni di casa. A cena, rigorosamente a base di funghi, si discute sull’appuntamento e la meta del giorno dopo. Ma è per il dopocena che arriva il pezzo forte, infatti Pino, con la sua musica e il suo fido mandolino rallegra l'atmosfera deliziandoci con bellissime canzoni che coinvolgono tutti gli ospiti del rifugio. Ci aspetta Pizzo Carbonara, la cima più alta della Sicilia, insieme agli altri soci della sezione che ci raggiungeranno all’appuntamento mattutino. Nello storico rifugio del CAI sezione Conca d’Oro di Palermo, aperto nel 1947 e intitolato alla memoria di Giuliano Marini socio fondatore, abbiamo trovato cortesia e comodità che a 1.600m non ti aspetti. Gestito da personale giovane e competente. Una chicca davvero! Da Piano Battaglia inizia la nostra risalita verso la cima del Carbonara. Il massiccio ha una forma a panettone, con pareti quasi verticali e versanti scoscesi che dai 1200 metri fin quasi ai 1800 metri circondano i pianori sommitali. Ma l’orografia di questa montagna, costituita in gran parte da calcari mesozoici, ha rappresentato, e continua a rappresentare, una “palestra” didattica per generazioni di studenti universitari di scienze geologiche e di scienze naturali. Strane forme dei fossili contenuti nelle rocce madonite, evocano mondi sconosciuti e scomparsi, come alghe e spugne che si rinvengono nelle zone calcaree della catena montuosa. La seconda escursione riguarda il monte Quacella, un territorio montuoso molto suggestivo. Da un punto di vista naturalistico, ha davvero tanto da offrire. Include il Monte Quacella, a nord del Vallone Madonna degli Angeli e l’Anfiteatro della Quacella, che è ricco di guglie, pinnacoli, canaloni e ghiaioni. Il Monte Quacella è parte di una cresta arcuata, allungata da Nord a Sud, con un versante concavo a Ovest, soggetto a forte erosione e un versante più stabile a Est, coperto di boschi. Il rilievo è formato da calcari dolomitici e la roccia ha un aspetto poroso. Questo spiega il nome del monte, che deriva da “quacedda” o “quacina”, il pietrisco dell’impasto cementizio. Il botanico Michele Lojacono Pojero le ha descritte come le Alpi di Sicilia. Al rientro, approfittiamo per fare un salto a Petralia Sottana, dove ammiriamo la seicentesca Chiesa Madre, cioè il Duomo dedicato alla Madonna Assunta. Un portale tardogotico dice però che la chiesa esisteva già nel 1500. L'interno, a tre navate, è particolarmente ricco di opere d'arte. Scorgiamo un percorso del Sentiero Geologico Urbano, un itinerario unico in Europa, segnato con borchie d’ottone, che portano a scoprire fossili del Miocene, coralli sui portali delle case e delle chiese, grotte carsiche, sorgenti in pieno centro cittadino e un’antica neviera. Perle da contemplare con devota ammirazione. Il giorno seguente salutiamo affabilmente i nostri amici palermitani e ripartiamo per incontrare la sezione di Cefalù. Ci aspettano Josè e Caterina, insieme ad altri soci, per risalire la Rocca di Cefalù. Luogo di interesse storico naturalistico molto suggestivo della cittadina normanna che si affaccia sul mar Tirreno. Dall’alto, infatti, è possibile godere di una vista strepitosa sul mare e sull’intera città famosa per lo splendido Duomo, fra i beni di Sicilia tutelati dall’Unesco. Chiamata dagli abitanti “u castieddu” ovvero il castello. Impossibile non accorgersi di lei, è infatti la rupe che sormonta il borgo con un’altezza di quasi 300 metri. Dalla cima del promontorio c’è una vista che lascia senza fiato e soprattutto sembra quasi di toccare il mare e gli edifici di Cefalù con le mani. Con questo panorama mozzafiato avviene lo scambio dei gagliardetti tra le sezioni. Non potevamo desiderare uno scenario migliore! Dopo i saluti ai calorosi amici siciliani, ci ristoriamo nella piazzetta del Duomo con arancini e brioche con gelato…deliziosa Sicilia! Si riparte a malincuore, ma con in testa già l’idea di ritornare. Grazie ad Antonietta, Toti, Josè e Caterina. Grazie Sicilia!

23 ottobre 2022: Monti Alburni… Il Tracciolino del Panormo di Caterina Coppola

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Il gruppo dei camminatori, variegato per età e provenienza, comincia a percorrere il cammino in perfetto orario partendo dal paese di Sicignano, non prima che la nostra guida, Mimmo, ci abbia fornito qualche dettaglio su ciò che affronteremo nella giornata, ricordandoci che questo di oggi è un trekking per Escursionisti Esperti e non sarà la lunghezza del percorso a rendere impegnativo il cammino,quanto il dislivello (1100 m) su un tracciato spesso evidente ma a tratti quasi libero nel ripido bosco. Guardato dal basso il Panormo si mostra in tutto il suo splendore e Mimmo ci fa notare che l’interesse di oggi è legato anche al fatto che percorreremo uno dei tanti sentieri che dai paesi che fanno corona all’acrocoro degli Alburni raggiungono le parti alte del massiccio montuoso. Lasciate le auto alla periferia del paese ci incamminiamo lungo un sentiero prima dolce e poi più ripido, ben tracciato dalla maestria di pastori e boscaioli per la necessità di raggiungere comodamente le parti alte della montagna. Il sentiero s’inerpica aggirando o varcando pinnacoli calcarei con tornanti brevi e ravvicinati dove spesso sono visibili i resti di vecchi muri a secco e massicciate. Dopo questa iniziale salita attraverso castagneti e camminando su un tappeto di ricci, raggiungiamo la faggeta arricchita da frassini, ornielli, sorbi, carpini, aceri. Raggiunta la quota di circa 1300 m. lasciamo il sentiero classico, quello che porta al Vucculo dell’Arena e cominciamo, casco in testa, la splendida traversata che corre tra la base delle pareti e il bosco. Soggiogati dal suo candore, costeggiamo per un paio d’ore i bianchi bastioni del Panormo, lungo una linea ondulata ornata da straordinari tassi secolari. Quasi a metà della traversata arriviamo alla Grotta del Drago, stretto antro roccioso e buio, e mentre ci riuniamo per una foto di gruppo, la sorpresa è un istrice spaventato dalla nostra presenza vociante, che dal bosco corre a nascondersi nella cavità. Verso la parte finale della traversata le pareti verticali e lisce hanno un incredibile splendore argenteo impossibile da immortalare in una foto. Arriviamo al Varco dei Cavalieri con una ripida salita su una debole traccia nel bosco, prima dell’ultimo attacco alla cima sulle grandi pietre assolate. È qui che alcune di noi, dopo 5 ore di cammino, fanno fatica a mantenere il ritmo necessario ma, aiutate e sostenute dalla sapienza del grande Mimmo, che con disponibilità e leggerezza si offre di portare due zaini per l’ultimo tratto, avendo poi anche il garbo di lasciarli qualche metro prima della cima, a 1740 m. Il percorso ad anello non consente ripensamenti e bisogna andare avanti, per forza. Riceviamo anche molti consigli su come affrontare le maggiori difficoltà di una salita in montagna e su come alimentarci per non andare in deficit calorico. Dalla cima del monte abbiamo modo di comprendere anche l’altra anima degli Alburni, quella cioè dell’altopiano carsico inclinato a Sud-Ovest e ammantato dalla rossa faggeta autunnale. Sulla cima, un pasto più o meno frugale e una torta caprese ci consentono di riprendere le forze per affrontare il ritorno nel bosco dal suolo morbido, attraversando “gravittoni” ammantati di muschio e piccole voragini carsiche che nascondono grotte ancora inesplorate. Una piccola deviazione verso la Loggia del Panormo (Vuccolo dell’Arena), affaccio luminoso e verticale sulla parete di Nord-Ovest, per poi riprendere il sentiero che avevamo percorso all’andata, arrivando alle nostre automobili verso le 17, stanchi e allegri anche prima della birra di ordinanza nel piccolo bar di Zuppino. Poi i saluti e il viaggio di ritorno verso Calabria, Puglia, Basilicata, Lazio. Un grazie particolare a Giacomo che, da gentile padrone di casa, ha avuto la pazienza di fare per sette ore ciò che, per la conoscenza dei luoghi, e per le sue lunghe gambe da fenicottero, avrebbe potuto percorrere in poco più di un baleno. Grazie al Presidente del CAI di Castrovillari, Mimmo, e a Carla, instancabile e coinvolgente responsabile delle escursioni.

16 ottobre 2022: La Montea di Mario Sammarco

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Sembra quasi ieri, eppure sono trascorsi oramai già quattro anni dal 16 settembre 2018. Ebbene si cari amici, l’ultima volta della sezione CAI di Castrovillari sui crinali di Montea risale proprio al 2018. E da allora di vette, crinali, passi e radure, la nostra sezione ne ha continuato a ripercorre incessantemente tanti, grazie alla vitalità, al desiderio e all’entusiasmo di conoscenza e amore per le nostre montagne in perfetta armonia con la natura. Questa volta a farci compagnia e in perfetto sodalizio non c’erano solo gli amici della nostra sezione ma anche quelli venuti da lontano. Gioia del Colle, Cosenza, Sottosezione di Serra Pedace, Reggio Calabria, per un totale di circa 50 partecipanti. Non vi nascondo la mia personale ansia e preoccupazione per tutta la settimana precedente la fase organizzativa per un gruppo così numeroso, chissà forse troppi per la tarda stagione. Ma la Montea, grazie al fascino dei colori dell’autunno, ha saputo, come sempre, accoglierci nella sue infinite sfumature. E come allora ci ritroviamo in piazza del centro abitato di Sant’Agata d’Esaro per organizzarci con le auto, in quanto dei 6 Km. di strada da percorrere, gli ultimi 4 sono in sterrato e occorre, pertanto, munirsi necessariamente di un fuoristrada o di auto dotata di trazione 4X4. Parcheggiamo le auto in prossimità del rifugio in legno “Le Vasche” nel quale gli amici della Sezione di Gioia del Colle, per l’occasione hanno pernottato e da li a poco ci ritroviamo in prossimità delle prime vasche di Fontana Cornia, a quota 1032, punto di partenza della nostra gita. Qui è d’obbligo un saluto di benvenuto e ringraziamento ai partecipanti così numerosi, e anche a chi, come la nostra guida esperta, profondo conoscitore di questi luoghi, nonché coordinatore della tappa odierna, Vincenzo, non ha potuto parteciparvi. Ci è mancata certamente la sua presenza, pur narrandoci di aver transitato su questi crinali, chissà forse per almeno 50 volte. Dopo il segnavia, bianco e rosso del Camminitalia sentiero n. 601 che a destra conduce verso la Tavola dei Briganti, Pietra Portusata e il Campicello, a sinistra intraprendiamo il nostro sentiero 605B, che ci conduce più a monte verso “Fontana la Pietra” e da lì a poco ci inoltriamo a sinistra nel sentiero del bosco dei primi faggi per un ripido pendio. Qui ha inizio l’ascesa vera e propria, e comprendiamo fin da subito dell’impegno che occorrerà porre, ancor prima di affrontare il continuo sali scendi lungo i crinali di Montea. Nel bosco possiamo già contemplare i colori vivaci dei faggi, dei frassini e degli aceri nella propria veste autunnale. Una vera e propria esplosione di colori che caratterizzano particolarmente la flora in questa stagione dell’anno. Oltrepassata l’ascesa della faggeta ci concediamo qualche attimo di pausa, e di energia minerale per riprendere le forze e intravedere il sentiero verso i primi passi del crinale di Montea che ci appare, fin lì, quasi irraggiungibile. Lasciato il bosco di faggi, possiamo già ammirare il panorama mozzafiato a 360° che solo la regina di queste montagne sa regalarci. Intraprendiamo il sentiero che si snoda lungo la dorsale in un continuo saliscendi che caratterizza e contraddistingue questa vetta aiutandoci in alcuni passaggi difficoltosi, anche con le mani. Lungo tale crinale, suggestivo e panoramico, osserviamo sulla nostra destra, versante Nord, le pendici della Montea, il Varco del Palombaro con la Valle del fiume Rosa, la Pietra dell’Angioletto, il campo di Annibale, La Mula, il Cozzo del Pellegrino e ancora più a Nord il massiccio del Pollino e del Dolcedorme. Qui lo sguardo si perde nelle immense foreste di faggi in una natura per fortuna, e per certi aspetti ancora incontaminata e selvaggia. Mentre sulla nostra sinistra osserviamo il Faghitello, il monte La Caccia e il Petricelle che al tramonto si specchiano nelle acque del Tirreno. Ci concediamo una pausa al punto trigonometrico, a quota 1785 m. e da lì a poco, dopo qualche consulto, tenuto conto dell’ora e del percorso che ci attende lungo la via del ritorno, se pur con qualche rimpianto, decidiamo di fermarci lì a consumare il nostro pranzo a sacco. E poco importa se il nostro sguardo giunge fino alla cima a quota 1825, dove il gruppo degli amici che ci precedono, godono della vetta ormai raggiunta. Godiamo e ci rallegriamo di tutto questo splendore, e delle sue infinite sfumature che la Montea, la montagna incantata ogni volta ci concede. Ammiriamo particolarmente la presenza, la forza, la preparazione delle donne del gruppo, in un numero sempre crescente, nonché la loro tenacia mostrata per la ripida e difficoltosa ascesa, con l’auspicio, certamente di poter condividere a presto la passione di ripercorrere quei sentieri che ci conduco alla scoperta delle nostre vette. Breve sosta. Sulla via del ritorno ammiriamo il Dito del diavolo, spuntone di roccia in perenne equilibrio.

9 ottobre 2022: Piano Novacco > Monte Caramolo di Mimmo Filomia

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Questa domenica l’autunno sembra averci graziato riservandoci una bella giornata di sole. Giusto in tempo, per gustare policromie su tavolozze ambientali dove madre natura si diverte a regalarci il fenomeno del “Foliage” che si ripete alla fine del ciclo vegetativo delle piante. La giornata coincide con la 2^ Edizione di “Una Montagna di Salute” cui la nostra sezione aderisce all’interno del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2022 di ASviS. Un evento diffuso della Commissione Centrale Medica CAI, in collaborazione con il territorio attraverso le Commissioni Regionali. La nostra referente dott.sa M. Belmonte della CMR al briefing, ha spiegato bene i vantaggi in benessere e salute che la frequentazione sostenibile della montagna producono all’escursionista assiduo. D’altronde il movimento è proprio nella natura, guai a rallentarlo o fermarlo. Il sentiero CAI 631 si sviluppa nell’area del sistema montuoso dell’Orsomarso, Parco del Pollino, qui mostra rilievi più dolci, meno aggressivi e poco selvaggi. Nella stagione invernale si può fare sci da fondo sia a Piano Novacco 1311m che a Piano Scifarello 1540m per raggiungere il quale, bisogna progredire con un pò di disagio fra le pietre di una strada disastrata. Un motivo in più per goderci, dopo la fatica ed esserci dissetati alla fontana Scifarello. Il sole ci rinvigorisce nell’affrontare il lungo pianoro di Scifarello nella faggeta, fino al rifugio incompiuto di Piano Caramolo. Qui ci soffermiamo per il rituale scambio di energizzanti per zittire l’immancabile languorino. Siamo in ventotto. Giusto per tracciare la scia di provenienza degli partecipanti rivediamo vecchie e nuove conoscenze del Gruppo CAI Corigliano/Rossano, Spezzano Albanese, Bagnara Calabra e alcuni amici del CAI di Lecce sopraggiunti in cima. Si continua a camminare su un comodo sterrato fino a giungere al più impegnativo tratto di sentiero che con comodi tornanti ci fa guadagnare da Ovest la vetta posta a 1827m. La vetta del Monte Caramolo dal suo punto trigonometrico con vista ad angolo giro, ingloba monti e mari. Si vede nitida la catena del Dolcedorme che dalla base inferiore della Manfriana, quasi a emergere dal mare Jonio, culmina sul Pollino per poi continuare a emiciclo con Serra del Prete, Timpone Capanna, Coppola di Paola fino ai monti dell’Orsomarso che lasciano intravedere Il mare Tirreno. La cima del Caramolo è un confortevole salottino dove un masso diventa una comoda poltrona, ai sensi non importa, perché hanno fretta di viaggiare in alto e lontano, in cerca di attimi tranquilli e confortevoli. La centralità del Monte Caramolo lascia intravedere con volo planare le cittadine di Castrovillari, Saracena, San Basile, Frascineto. Non a caso, questo sito, per la sua lungimiranza, la società di telecomunicazione in passato, ha qui installato due parabole passive, ora obsolete, per indirizzare le onde magnetiche telefoniche emesse dai ponti, radio-riceventi, vincendo cosi la rotondità della terra. Dopo la pausa pranzo, inondati dal sole, ci proponiamo per la consueta foto di gruppo che sancisce il coronamento di una bella giornata trascorsa in movimento e all’aria aperta proprio come suggerisce l’evento odierno. Oggi per noi una “ Montagna di Salute” è stata l’ascesa al Monte Caramolo.

2 ottobre 2022: Pietrapaola di Pino Salerno

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In sinergia con la sottosezione di Cerchiara di Calabria e con il Gruppo Club Trekking Corigliano/Rossano come da programma si parte per Pietrapaola. ET (Escursionistica, Turistica, Archeologica). L’escursione inizia prendendo un’antica via mulattiera (‘a via e Gardu), che percorrevano i contadini del borgo per recarsi alle campagne situate dall’altra parte del fiume. Questo sentiero infatti attraversa le gole e si inerpica con un semplice zigzagare verso il paese, in una fitta vegetazione con prevalenza Lecci e macchia mediterranea, attraversando piccoli corsi d’acqua. Procedendo è facile scorgere nella vegetazione segnali di passaggio della selvaggina locale, volpi, cinghiali, lepri ecc. Pietrapaola è un paese piccolo, situato dal mare alla Sila Greca. Si erge su una collina dove ai lati scorrono nelle gole due torrenti, le case sono situate sotto una grande Rupe denominata “Timpa del Castello”. Appena giunti ci siamo recati alla sorgente “FRISCHIA” per riposarci e rifocillarci, da qui inizia il classico trekking urbano per le vie e “vinelle” del centro abitato. Contrariamente alla volta scorsa siamo arrivati sulla collina che sovrasta il paese per poter scattare delle belle foto panoramiche, continuando il giro ad “anello” attraversando la località “Acquarella”, siamo giunti presso il sito della “Tomba Brettia” risalente al IX-VII secolo a.c. Scandendo passiamo per la caratteristica Piazza Dema, costeggiato la Rupe Castello e Via Montanari per giungere alla piazzetta del paese. Visitato la Chiesa, l’arco denominato “del Cimitero”, oggetto di restauro. Nel terminare il periplo della Rupe siamo passati da un insediamento massiccio di grotte, un’architettura rupestre di tipo eremitico, ad opera dei pazienti monaci calabro-greci, cosiddetti “Basiliani”, scavate nelle zone arenarie e tufacee. Molto gradita è stata la visita al piccolo museo allestito in un antico frantoio “Trappito” gestito dall’associazione Ricchizza e che ospita, tra le altre cose, una raccolta di foto, fatti e testimonianze dei caduti locali della Grande Guerra, la stessa associazione che ha provveduto alla manutenzione dei sentieri. Arrivati a Piazza Rio ci avviamo verso la via del ritorno non prima di avere visitato la “Grotta del Principe” situata a circa 40/50 metri tramite una scalinata nella pietra arenaria. Infine abbiamo visitato il Sito Fortificato Italico comunemente detto “MURAGLIE DI ANNIBALE”, si tratta di un circuito difensivo Brettio risalente al IV e III secolo A.C. costruito con blocchi di pietre locali non squadrati dove in alcuni tratti raggiungono i tre metri di altezza.

24 Settembre 2022: La montagna che include di Francesco Di Giano

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Per il secondo anno consecutivo organizziamo una giornata speciale per le anime fragili del nostro territorio. Il CAI di Castrovillari, in collaborazione con gli amici di Special Olympics Italia Team Calabria, Associazione Famiglie Disabili “Totum Team”, Asd Meglioinsieme, il Filo di Arianna, con il sostegno del CSV di Cosenza, ha riproposto la giornata “La Montagna che include”: un incontro inclusivo con la natura per far scoprire l’amore e la passione per la montagna. Ci siamo trovati tutti insieme al nostro Rifugio Biagio Longo, abbiamo indossato una maglietta “speciale” e attraverso i nostri operatori TAM (Tutela Ambientale Montana) abbiamo utilizzato i nostri cinque sensi per sincronizzarci con l’ambiente circostante. Con l’udito i ragazzi e noi abbiamo ascoltato il nostro respiro e poi anche quello della natura; con il naso abbiamo sentito i suoi profumi e gli odori; con le mani abbiamo toccato le foglie degli alberi per percepire le loro diversità; con gli occhi abbiamo visto, attraverso degli opuscoli e non solo, chi vive con noi nell’ambiente; infine con la bocca ci siamo concessi un lauto pranzo tutti insieme, ringraziando l’ambiente per i suoi doni che ci concede, permettendoci di trasformarli e gustarli in dolce compagnia. Dopo il pranzo abbiamo fatto una lunga passeggiata tutti insieme fino a giungere al bosco. Prima di salutarci ci siamo messi in cerchio, prendendoci per mano e scambiandoci una stretta che simboleggi la fiducia verso l’altro. Abbiamo trascorso una giornata “speciale”, animati dal desiderio di dedicarci alle persone più fragili per farli entrare in contatto con le bellezze delle nostre montagne. Un ringraziamento caloroso ai soci che si sono resi disponibili, agli operatori delle associazioni e ai ragazzi del servizio civile che ci hanno accompagnato in questa giornata. Infine un caloroso ringraziamento alle persone “speciali” che hanno trascorso insieme a noi una giornata inclusiva e unica nel suo genere, con l’auspicio di poterla ripetere al più presto.

25 settembre 2022: Baia degli Infreschi (PNCVDA) di Filomena e Massimo Sirufo

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Inizia di buon'ora la nostra escursione domenicale nell'Area Protetta della Costa degli Infreschi e della Masseta. Alle ore 7 tutti in viaggio per ammirare una delle più suggestive località del Cilento e per condividere, come sempre, con tutto il gruppo CAI emozioni, esperienze, sorrisi e fatica. Giunti al porto di Marina di Camerota, veniamo accolti da Lucio, la nostra guida, esperto conoscitore del territorio, abile narratore della storia e delle tradizioni del luogo, paziente e disponibile con tutti. Dopo un break "dolce" con i bocconotti di Mormanno offerti dal nostro amico Carmine e l'ottima crostata preparata da Carla, attraversiamo la spiaggia di Lentiscelle, sentendo da vicino l'odore del mare, il vento, l'aria; tra le nuvole fa capolino il sole rendendo la temperatura gradevole e ideale per la nostra escursione. Lasciamo la costa e percorriamo uno stretto sentiero circondati dalla caratteristica flora del Parco Nazionale del Cilento. Ed è proprio sotto l'ombra di un grosso pino a strapiombo sul mare che Lucio ci racconta come l'erba "tagliamani" (Ampelodesmos mauritanicus), Graminacea perenne diffusa in questo ambiente, veniva utilizzata per cordami, legacci, reti da pesca, ecc. e rappresentava una fonte di economia molto importante per tutta la zona. Godiamo dall'alto di un panorama incantevole che lascia senza fiato... mare, grotte, scogli e montagne in lontananza... abbiamo davvero la sensazione di essere sospesi tra terra mare e cielo. Scendiamo verso la spiaggia di Pozzallo, uno scorcio di mare stupendo avvolto da una spiaggia di ciottoli e ghiaia e da rocce levigate dalla forza del mare. Riprendiamo il cammino ed arriviamo ad ammirare dall'alto la Baia degli Infreschi il cui nome ricorda le sorgenti di acqua dolce che sgorgano a mare....il panorama è spettacolare e non possiamo fare a meno di considerare questo momento una sorta di premio per la fatica fatta e quella ancora da fare!. Ammiriamo i ruderi della vecchia tonnara, la cappella dedicata a San Lazzaro e l'accogliente spiaggia dove consumiamo il nostro pranzo e la gustosa ciambella preparata da M. Grazia per festeggiare il suo compleanno. Qualche "eroico" compagno di viaggio fa una breve nuotata nelle splendide ma agitate acque della baia e ci prepariamo al rientro. Per le avverse condizioni meteo-marine non è stato possibile rientrare in barca come da programma e così ne approfittiamo per ammirare da vicino quella che nel 2013 è stata la più bella spiaggia d'Italia... la spiaggia di Cala Bianca. Quando il sole accenna la sua discesa verso il mare riprendiamo il cammino per rientrare al porto, salutarci e darci appuntamento alla prossima avventura!

18 Settembre 2022: Ferrata del Redentore di Ferdinando Falcone

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Inizia per me una nuova avventura… E quale approccio migliore alla mia prima Domenica da socio CAI, se non affrontare quella che viene definita una tra le più belle e suggestive ferrate del sud Italia, La Ferrata Del Redentore, ai piedi del maestoso Cristo, che abbraccia Maratea e si impone sul suggestivo Golfo di Policastro. La mattinata inizia con grande entusiasmo, un buon caffè condiviso con nuovi e vecchi amici, strette di mano e sorrisi scambiati con nuovi volti che da lì a poco sarebbero diventati nuovi compagni di viaggio. Raggiungiamo Maratea dove ad aspettarci ci sono gli amici di Rossano, indossiamo subito gli zaini e imbocchiamo un piccolo sentiero con passo leggero e ritmato come vogliosi di lasciarci alle spalle i pensieri e gli impegni dell’urbana quotidianità. Giungiamo al punto d’attacco della ferrata, indossiamo l’attrezzatura sotto gli scrupolosi e attenti occhi di Carla, Luana e Gianmarco, e, appena pronti, ascoltiamo un loro breve briefing dove ci rammentano tutte le regole, suggerimenti e comportamenti da seguire per affrontare l’esperienza in massima sicurezza. Tutto pronto, indossiamo il casco, agganciamo i moschettoni al cavo d’acciaio e si Parte!!! La prima parte del percorso è un susseguirsi di passaggi su gradini di metallo che ci aiutano ad affrontare le pareti rocciose, alternati a tratti meno impegnativi, che ci danno modo di riprendere fiato ed allo stesso tempo di iniziare ad assaporare l’adrenalina che pian piano inizia a scorrere dentro di noi, ormai lo percepiamo, la distanza che ci separa dai ponti sospesi diminuisce e la cadenza dei battiti dei nostri cuori aumenta. Ed eccoci qui, al cospetto del primo ponte, un elemento di congiunzione tra due pareti di roccia con un forte significato simbolico, ognuno di noi vuole attraversarlo, ognuno di noi con il suo “perché” nel cuore. Ci ancoriamo al ponte, un respiro profondo, e via! I passi appaiono decisi, fluidi e la mente sembra essere già dall’altra parte, sembra fatta…. …e invece, sentiamo in un attimo il respiro affannarsi, il cuore salire in gola e quel “Perché” comparire e risuonare nelle nostra testa come se volesse intimorirci ,ma non possiamo esitare, non possiamo fermarci a pensare, anche perché la risposta a quella domanda la conosciamo bene e allora ripartiamo, avanti con un altro passo e un altro ancora fino a raggiungere quel gradino di roccia che ci da fiducia e quella sensazione di sicurezza e forza per affrontare il secondo ponte e la parete finale con grinta e determinazione … questa parte finale risulterà essere la più tecnica e impegnativa e sembra essere stata messa qui di proposito, a ricordarci che le difficoltà della vita ci forgiano e ci rendono più audaci. E dopo quest’ultima fatica, la giusta ricompensa che tutti meritiamo, un panorama ammaliante e quella meravigliosa sensazione di essere sospesi tra cielo e terra, quasi come se fossimo degli “Astronauti” …

11 Settembre 2022: Visita guidata a Zungri di Marisa Mortati

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Come sempre, il connubio Gruppo Archeologico del Pollino e Club Alpino Italiano Sezione di Castrovillari è stato vincente, anche domenica 11 Settembre, nell’organizzare la visita a Zungri, “la città di pietra” in provincia di Vibo Valentia. Accompagnati da una gentile e giovane guida, Giusy, l’esplorazione del borgo ha inizio con la visita all’insediamento rupestre (o “Grotte”) che si estende su una superficie di circa 3.000 metri quadri risalente al VIII-XII secolo. Tra le varieipotesi sulla storia e le origini, la più affascinate riguarda il nome del villaggio rupestre di Zungri, quale il villaggio delle Grotte degli “Sbariati”, religiosi erranti in fuga a seguito delle invasioni barbariche. Le case/grotta risalirebbero dunque al X secolo. Il sito si affaccia sulla valle attraversata dal torrente Malopera;arrampicato su un costone roccioso, è costituito da decine di unità rupestri, in parte scavate nella roccia e in parte edificate, ad uso abitativo, per il ricovero di animali domestici, per la produzione di vino e calce, per la conservazione di granaglie. Il percorso fa pensare all’essenzialità delle abitudini degli abitanti e della capacità di sfruttare ogni piccolo spazio per le necessità quotidiane di una vita semplice. Terminata la visita alle grotte, desiderosi di conoscere le testimonianze della civiltà zungrese, ci rechiamo al museo della civiltà contadina e rupestre che custodisce una ricca collezione di oggetti della cultura tradizionale locale dal XIX al XX secolo, riorganizzati in diverse sezioni tematiche tra cui l’agricoltura, la tessitura, la forgiatura, abiti e arredi domestici, numerosi strumenti di lavoro rurale, antichi macchinari di produzione e diversi oggetti di uso quotidiano. La caratteristica di tutti gli oggetti ed ornamenti è la semplicità e la linearità nelle forme e la loro funzionalità nella vita contadina degli abitanti del posto. Il nostro cammino prosegue lungo le vie del paese alla scoperta dei portali, portoni dipinti, ed i murales, narranti la storia, la civiltàcontadina del borgo, la fantasia e l’animo dei zungresi.Considerati “opere pittoriche a cielo aperto” sono stati oggetto di un concorso, “I vecchi portoni raccontano”,ideato per rivalutare il centro storico, ormai quasi del tutto abbandonato a causa dell’emigrazione. Il primo portone alla nostra vista è quello curato dell’artista Vittorio Pinto di Mileto, rappresentante una maternità; successivamente incontriamo quello dipinto da Michele Gatti, con vari personaggi zungresi. A seguire, ammiriamo l’opera dell’artista Caitlin E. Werrell, americana ma residente a Tropea, che sul suo portone ha interpretato le grotte di Zungri e un passaggio sui merletti ricamati dalla gente locale; infine, le due opere dei fratelli Francesco e Clara Crudo, che hanno rappresentato un contadino che si riposa ammirando il panorama del golfo di Sant’Eufemia in località Provazzi. Infine, il dipinto di Maria Neve Vallone, che ha riprodotto nonna Marianna che raccoglie i suoi fichi d’india. Percorrendo via Umberto I si giunge ad altre due porte dipinte da Giuseppe Costanzo che ha rappresentato la lavorazione e produzione del carbone che fino a quarant’anni fa si produceva, e quella di Gabriella Raponi che ha dipinto nel portone due coniugi che rientrano a casa con la loro capretta dopo un lungo e duro lavoro nei campi e sulla finestra sovrastante un’altra figura riprodotta in cartapesta che attende il loro arrivo. Il percorso si conclude davanti alla Chiesa della Madonna della Neve, santa patrona della cittadina,con il portone dell’artista Luigi Di Mari, siciliano ma residente a Zungri, che ha rappresentato un’altra maternità.All’interno del Santuarioammiriamo il quadro incastonato all’altare maggiore e gelosamente custodito, raffigurante la Madonna della Neve, Santa Elisabetta e San Giovannino.La guida ci informa che, nota come la Madonna della Neve, è da ritenersi copia antica o replica dalla cosiddetta Piccola Sacra Famiglia ora conservata nel museo di Louvre a Parigi, ritenuta di solito opera eseguita nella bottega di Raffaello negli anni 1518-1519 per il cardinale Gouffier de Boissy. Terminata l’interessante visita al borgo, ci concediamo il pranzo immersi nel rilassante panorama offerto dalla natura. La nostra escursione prosegue nel pomeriggio sulla “Costa degli Dei” con una rigenerantesosta nella bella “perla del Tirreno”, l’affascinante Tropea! A fine giornata i commenti di tutti sono positivi perché pienamente soddisfatti della giornata trascorsa in compagnia di soci e amici, del piacere di aver conosciuto la storia di luoghicalabresi di un passato quasi dimenticato dalla nostra società, del benessere datoci dalla natura circostante, della convivialità e della condivisione di prelibatezze ormai rare!

4 settembre 2022: Attività di sensibilizzazione ambientale di Antonello Parrilla

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Come ogni anno la sezione del CAI di Castrovillari insieme agli ORTAM (Operatori Regionali Tutela Ambiente Montano), dello stesso sodalizio, propone un’attività di sensibilizzazione ambientale per i propri iscritti. Questa volta l’iniziativa si è svolta all’interno del Parco Nazionale del Pollino, sul territorio dei comuni di Civita e Frascineto, all’interno della Fagosa. L’iniziativa ha previsto la raccolta dei rifiuti lungo la stradina sterrata (codice catastale del sentiero 941) che da Colle Marcione (1227 m) porta alla Fontana del Principe. Lungo il percorso abbiamo costatato, con immenso rammarico, che l’utile e bella stradina forestale è stata degradata dall’opera incessante degli attraversamenti dei fuoristrada che hanno scavato dei veri e propri fossati. L’iniziativa di sensibilizzazione ha proposto il rispetto dell’ambiente, ma è meglio dire, citando Carla, che tutto ciò che è stato fatto nella giornata ha voluto aprire uno spiraglio verso “l’Amore, inteso nel senso più largo e intero della parola. Per la famiglia, per la natura che ci circonda, per quel piccolo contributo che ognuno di noi deve dare”. La grande famiglia del CAI in queste attività ha dato sempre un grande contributo, che nasce dalla coscienza del singolo socio e dalla voglia di impegnarsi per l’ambiente che ci ospita e per il futuro della comunità. L’obiettivo di quest’azione non è stato tanto quello di sensibilizzare chi ha partecipato, perché il socio CAI ormai da anni è cosciente dell’importanza di liberare dai rifiuti il territorio, ma quello di dare un segno concreto di fermezza nei confronti di chi inquina e abbandona i rifiuti, incuranti dell’importanza di rispettare la natura e di impegnarsi per il futuro del pianeta. È stata una “marcia pacifica” tra gli alberi che con entusiasmo e impegno abbiamo liberato dagli scarti della nostra società. Mentre si procedeva in questo “lavoro” i partecipanti hanno discusso tra di loro sulle possibili soluzioni. Alcuni proponevano il riciclaggio e la trasformazione in nuovi oggetti dai rifiuti, mentre altri auspicavano un abbandono della società produttivistica e dei consumi, perché questo tipo di società corrisponde al degrado della qualità della vita (dell’acqua, dell’aria e dell’ambiente). Non è possibile una crescita economica infinita in un mondo finito. Per la buona riuscita di questa giornata è doveroso ringraziare, naturalmente tutti i partecipanti, ma in particolare Damiano che ha individuato il percorso, fatto i sopralluoghi e che non si è risparmiato nella raccolta dei rifiuti.

2 agosto 2022: Gran paradiso (4061m) di Luana Macrini

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Raccontare il “Gran Paradiso”… forse è preferibile scrivere… raccontarsi in relazione con il 4000 interamente italiano, sù verso quella vetta che apre, accoglie e traccia l’eccezionalità di una sorpresa che offre ‘brividi di assoluto’: il magico confine tra il finito e l’immenso. E non è un palpito agito dalla solo altezza della montagna piuttosto dalla emozione, dalla profondità e dal tumulto di sentimenti che ogni passo, ogni respiro, ogni affanno hanno emanato, scritto e consumato. E poi… “è la montagna che sceglie se farci salire oppure no”: un pensiero curioso, una sentenza speciale e romantica che custodisce il mistero seducente che si anela durante la scalata trattenendo a sé quel profondo senso dell’imponderabilità e del limite umano. L’ascesa al Gran Paradiso .. ha mosso un piccolo gruppo di uomini e donne, un piccolissimo popolo caino dagli zaini pesanti e carichi di suggestioni, di desiderio, di frenesie e di trepidazioni che hanno respirato ogni metro con una inconsueta fame e sete di aria… nello sforzo di un acclimatamento che non voleva perdersi e perdere quello scambio di “aria naturale e unica”, e nella continua salita mantenere fissi e forti attenzione e concentrazione per catturare e acchiappare ogni traccia possibile che potesse disegnare per ognuno la più personale e intima salita al Paradiso. Il “brivido assoluto della vetta” non ha avvolto tutti… e l’amaro dell’immensità mancata ha abitato il cuore e gli angoli di quegli occhi che hanno sentito il triste calore di una “stilla di umore” che non ha saputo e potuto nutrire la perdita di senso della cima non raggiunta. E infine… una lunga sosta silenziosa dopo aver penetrato il ghiaccio con i ramponi, cullata e tenuta in sicurezza dalla cordata che lenta si è portata sotto la vetta, stretta e legata agli unici compagni di corda che tiro dopo tiro hanno reso, a quella strana e beffarda perdita di senso, un significato che non può ripetersi. Una sensazione che nel farsi dono ha offerto agli occhi, al cuore e all’anima un panorama che ugualmente ha incantato confermando quanto è meraviglioso tutto quello che ci circonda … anche e soprattutto nella sofferenza di un tempo che rende difficile la visione di una nuova quotidianità: un ghiacciaio assordante che soffre e che subisce la perdita rumorosa della sua linfa che l’ha resa e la renderà sempre indelebile nei desideri e sogni di ognuno.

24 luglio 2022: Giornata dell'ipertensione arteriosa in Montagna (CMR Calabria) - Rifugi di cultura, SICAI, raccontando la Rueping di Mariarosaria D’Atri

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Intensa e partecipata la giornata del 24 luglio per la sezione Cai di Castrovillari che ha organizzato lo svolgimento di due importanti eventi in programma: la giornata dei rifugi di cultura, e la giornata nazionale dell' ipertensione arteriosa. Riuniti al piano di Novacco all'ombra di un confortevole gazebo si sono ritrovati oltre 50 soci e simpatizzanti che si sono gentilmente prestati alla misurazione della pressione arteriosa, attività predisposta a fini statistici dalla Commissione Centrale Medica del CAI. Anche in Calabria si è da poco costituita la Commissione interregionale Medica che in sinergia con la sede centrale ha svolto le attività programmate. Un sentito ringraziamento va a tutti i volontari che hanno dato la loro disponibilità, nonchè agli operatori sanitari che hanno aderito con entusiasmo alla costituzione della commissione. Accompagnati da Federica, della Pro Loco di Saracena, dal Dott. Tolisano, è seguita una breve escursione lungo il tracciato ferroviario della Rueping, la ditta tedesca che agli inizi del secolo scorso effettuò un notevole disboscamento nelle montagne di Novacco.La storia di questi boschi di faggio e di quelli dei territori vicini, inizia nel 1910, quando una ditta tedesca, la Rueping appunto, e il comune di Saracena stipularono un contratto che prevedeva lo sfruttamento di questo immenso patrimonio forestaleper almeno un ventennio. In tempi di emigrazione forzata l'arrivo della Rueping fu un toccasana per gli abitanti del luogo; tutti avevano l’opportunità di lavorare guadagnando bene. Dal Nord Italia, poi venivano gli operai specializzati in grado di far funzionare i sofisticati macchinari da utilizzare, e per i quali la ditta organizzo' un centro residenziale in grado di ospitarli insieme alle loro famiglie. Con la Rueping lavoravano all'incirca 600 persone; veniva prodotto legname di prima scelta, da cui si ricavavano traverse ferroviarie, calci di fucile, manici di scopa e di pala, e altro; con il materiale di scarto si otteneva il carbone. Binari ferroviari e teleferiche erano sparse in quasi tutto il territorio: da Piano di Novacco a Piano di Vincenzo sino a Tavolara; al Monte Caramolo; dal Piano di Minatore a Timpone della Magara; da Serraiola a Scifariello. Rimangono a testimonianza della storia di questo territorio stazioni di arrivo e di partenza delle funivie, fili d'acciaio; tracciati decauville per l'esbarco del legname sino a Campolongo; una struttura abitativa a Piano di Novacco; i resti di una grande abitazione nel pianoro di Campolongo, per il pernottamento degli operai che facevano muovere la funivia; un acquedotto sul Piano di Novacco, datato 1922; la vecchia cabina elettrica, costruita nel 1910; infine, la strada che collega Saracena alla SS 105, costruita nell'inverno del 1925, un regalo della Rueping ai cittadini di Saracena. Qualche anno piu' tardi, a causa di insanabili contrasti con gli amministratori di Saracena, la Rueping smantello' i cantieri e si trasferi' nelle montagne lucane. Subentro' poi un’altra ditta che, dal 1950 al 1958, effettuo' tagli di diradamento lasciando gli alberi migliori. Da allora, non si effettuano piu' tagli. Un ringraziamento sentito va alla Pro Loco di Saracena per averci fatto conoscere questa realtà, raccontandoci la storia durante il cammino Al termine della passeggiata tutti i partecipanti si sono ritrovati allegramente al piano di Masistro dove radunati intorno a saporite leccornie hanno consumato le loro libaggioni. Tanta allegria e tanta convivialità hanno caratterizzato la giornata a riprova che momenti come questi sono quelli che rinsaldano la voglia di appartenenza a un'associazione come il CAI.

17 luglio 2022: Corno Grande del Gran Sasso di Barbara Cersosimo

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“Quand’io fuoi sopra la sommità mirand’all’intorno, pareva che io fussi in aria” è il 1573 quando Francesco De Marchi, alpinista e speleologo, esprime così l’emozione provata dopo aver compiuto la prima scalata ufficiale sulla cima maggiore del Gran Sasso, conosciuta oggi come Corno Grande (2912m). Il Gran Sasso d’Italia è il massiccio montuoso più alto degli Appennini, è precisamente il 19 agosto 1573 quando Francesco De Marchi all’età di 69 anni ne conquista la vetta più alta, accompagnato da Cesare Schiafinato e da Diomede dell’Aquila, in cinque ore e un quarto attraverso quella che oggi è la Via normale. Il gruppo escursionistico del CAI di Castrovillari e del CAI di Reggio Calabria, formato da 11 persone, guidato da Giuseppe Marino e Gaetano Cersosimo ha deciso di intraprendere la via normale che porta al Corno Grande ripercorrendo passo dopo passo quelle stesse emozioni vissute dai primi alpinisti che hanno compiuto questa impresa. Sabato 16 luglio ci ritroviamo in Abruzzo, una parte del gruppo escursionistico si ferma all’Aquila per visitare la città ed altri si dirigono a Colle Imperatore raggiungendo il gruppo alpinistico con cui giungono a Monte Aquila. Nonostante i forti terremoti del 1315, del 1461 e del 2009, all'Aquila è ancora presente un ampio patrimonio storico che mostra uno strato medievale testimoniato soprattutto dalla cinta muraria, uno rinascimentale che caratterizza numerosi palazzi e chiese. Il tour della città ci porta prima alla scoperta della fontana delle 99 cannelle a ridosso del fiume Aterno, le 99 cannelle rappresenterebbero i novantanove castelli che circondavano la città nel XIII secolo. Successivamente si percorrono le strade del centro abitato alla scoperta delle sue numerose chiese all’interno dei quattro quartieri che dividono la città, in particolare la basilica di Santa Maria di Collemaggio e la cattedrale metropolitana dei Santi Massimo e Giorgio conosciuta comunemente come Duomo. La mattina di domenica 17 luglio alle 7.30 il gruppo escursionistico si incontra a Fonte Cerretto (1120m) per prendere la funivia che ci conduce a Colle Imperatore (2130m) da cui si avvia la nostra ascesa al Corno Grande. Il nostro sguardo si dirige subito verso il Gran Sasso che appare ai nostri occhi colossale e imponente. Chiamato dagli antichi Romani Fiscellus Mons (Monte Ombelico) per la sua posizione centrale nella penisola italiana, questo massiccio montuoso fu poi denominato nel Medioevo Monte Corno, dizione che serviva ad indicare sia il Corno Grande sia l’intera catena. La denominazione “Gran Sasso” è molto tarda e risalirebbe addirittura al Rinascimento quando Francesco Zucchi di Montereale in un suo poemetto del 1636 fa riferimento al massiccio come al “Sasso d’Italia”. Si intraprende il sentiero in salita passando a fianco al giardino botanico ed all’osservatorio astronomico, poco dopo si incontra una biforcazione, noi proseguiamo a destra (sentiero CAI n.101) abbandonando il sentiero per il rifugio Duca degli Abruzzi. Si sale fino alla sella del monte Aquila a 2335m e si intraprende il sentiero CAI n. 103. Una volta giunti alla Sella del Brecciaio il panorama si apre sul roccioso Corno Piccolo ed il sentiero comincia a salire ripido tra rocce e ghiaia fino a giungere al traverso che ci porta a risalire il crinale finale. Da qui il pendio si fa sempre più ripido, mettiamo da parte i bastoncini per salire con grinta tra le rocce, aiutandoci con le mani, senza perdere di vista i segnavia. Sebbene il cammino diventa a questo punto più duro e tecnico è l’adrenalina che ci porta ad inerpicarci con forza e determinazione. Alle 11.15 siamo in cima alla vetta occidentale del Gran Sasso, a quasi tremila metri lasciandoci dietro circa 900m di dislivello. Si respira un’energia speciale lassù, ci si sente appagati dal panorama e si dimentica la sforzo fisico compiuto. Dalla vetta di Corno Grande si possono osservare le cime principali del Gran Sasso, il mar Adriatico e la valle di Colle Imperatore. Firmiamo il libro di vetta, un grande libro rosso, e facciamo la consueta foto di gruppo, simbolo di un cammino condiviso; perché sebbene raggiungere la meta è una soddisfazione personale per ognuno di noi, ciò che ci ha arricchito in questa esperienza è stato il percorso, che ci ha permesso di condividere emozioni, pensieri, ed ammirare nuovi paesaggi. La discesa è ancora più impegnativa della salita, abbiamo le gambe stanche e siamo euforici ma non dobbiamo perdere la concentrazione e affrontare con calma il tratto sassoso. Riprendiamo la via dell’ascesa ma giunti alla biforcazione finale deviamo dirigendoci al rifugio Duca degli Abruzzi (2388m). Qui si respira un clima sereno e rilassante incontrando altri escursionisti provenienti da tutto il mondo che hanno compiuto la loro impresa odierna, con accanto l’immancabile birra post escursione osserviamo increduli e sbalorditi la cima che poche ore fa avevamo raggiunto contornata da un panorama mozzafiato. A chi dovesse chiedermi perché lo hai fatto risponderei che quello che si prova sulla vetta non si può spiegare a parole ma bisogna viverlo.

17 luglio 2022: Torrione Cambi e Vetta Centrale del Gran Sasso di Gianmarco Martino

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Da neonati quando ci prendevano in braccio e ci sollevavano cominciavamo a star bene. Nella culla, giù, piangevamo, invocavamo la mamma, ci sentivamo soli: essere sollevati cambiava tutto, stare su era bello. Dalla posizione supina a quella eretta, ci hanno insegnato a stare in piedi e non a carponi, attenti a non scivolare, giù. Hanno applaudito i nostri primi passi, ci hanno insegnato che "verso su" è bene: in alto era meglio di giù, attento a non cadere. Anche nelle metafore quotidiane la distinzione è rimasta: come sei caduto in basso, sei di basso livello... l'abbiamo, letteralmente, in corpo. L'alpinismo deve la sua esistenza a questa cornice metaforica in cui ognuno è incluso. Muoversi verso su, verso il meglio, verso l'alto, per essere migliori di quando si era partiti.

Il miraggio. Traversiamo leggeri e veloci le scalette e i cordini metallici che, in brevissimo tempo, ci conducono al Bivacco Bafile. Per molti la giornata sarebbe terminata qui: la nostra, invece, stava per cominciare. S'individua l'attacco del canalino che, in perfetta verticale sulla valle dell'inferno, risale la Est del Corno Grande. Uno scomodo passo di II dà inizio all'arrampicata; poi è un susseguirsi di facili passaggi su pietre instabili. Il grande masso incastrato (III) da aggirare con decisione e forza sulla sinistra ci conduce all’espostissima crestina terminale dove, finalmente su roccia buona, arriviamo alla grande terrazza. No, niente ombrelloni e cocktail colorati, solo un cumulo di rocce a picco su ciò che rimane del Calderone. Siamo nella conca, isolati e chiusi. Pareti di roccia, roccia ovunque. Individuiamo ora l'enorme fessura che taglia in diagonale la parete Nord/Ovest: risaliamo, agili, la via Gualerzi fino all'omonima Forchetta. Sulla destra, in pochi metri, raggiungiamo i 2875m del Torrione Cambi. Il tempo di abbracciarci, sorridere, prendere fiato: subito lo sguardo va al prossimo picco, al canalino da risalire, al passo successivo. Dopo una breve calata, cauti discendiamo fino a un enorme masso sotto cui passiamo; il passo è scomodo (II+), la roccia buona si alterna allo sfasciume di questo luogo isolato. Continuiamo rapidi e concentrati, il fiato tiene, e siamo sui 2894m della Vetta Centrale. Lassù diventiamo ancor più leggeri dell'aria, le nubi si alternano al sole, questo isolato sperone di roccia, felici di meraviglia, stanchi ma sorridenti, un abbraccio che non ha eguali. L'immensità sopra, sotto e dentro di noi.

L'attesa. Il rientro verso il basso è nient'altro che una lunga traversata nella pazienza dei nostri cuori, delle nostre teste, delle nostre pulsazioni. I lampi, i tuoni, le nuvole nere, la nebbia. Tutto metaforico, senz'altro. No, non riusciamo a scendere, liberi e rapidi, non siamo più leggeri. No, attendiamo tanto, troppo. Aspettiamo a calarci, ci raffreddiamo, il sole che non c'è, la linea che non si libera. Compatti, pazientiamo, aspettiamo, desideriamo qualcosa di dolce, ripetiamo decine di volte quei gesti che in tutto quel lungo pomeriggio, poi diventato sera, dovevamo fare. Le corde che s’incastrano, le calate lentissime, le tante, troppe, cordate che incontriamo. Ci sentiamo inermi, deboli e provati. Le scariche di sassi, pareti di roccia, roccia ovunque.

Infine cala la notte e pochi flash la illuminano. L'ultima calata al buio, la chiamata, la fuga, la paura irrazionale di perderla, tre luci nelle tenebre, i lacrimoni, le urla e l'incontro, per mano nel buio. E poi la gioia, il lento rientro, il dolore, l'eterna giornata che non termina, una luna che sorge e che illumina i nostri animi. Ci fermiamo a guardare il suo profilo femminile, col broncio.

Il ritorno. Infine si torna giù. Siamo tornati giù, ma non siamo più come prima. Manteniamo le stesse ansie, le stesse speranze, ma abbiamo una forza in più perché un'altra vita è possibile. Lassù, abbiamo ritrovato facoltà che pensavamo dimenticate, lassù c'è il pan-orama, ossia la visione del tutto, possiamo finalmente vedere lontano. E sì, quanto lontano possiamo vedere dal nostro cuore e dai nostri pensieri. Da lassù vediamo il molteplice, il fluire del tempo cambia, affidiamo alle volute omissioni le nostre verità, rinnoviamo i sentimenti. Sì, un'altra vita è possibile.

Da laggiù, invece, non avremmo visto nulla.

3 luglio 2022: Monte Botte Donato di Giuseppe Oliverio

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La giornata si presenta con un gran caldo già dalle prime luci dell'alba e l'escursione calza a pennello per il percorso interamente nel bosco. Ci ritroviamo così al “Fallistro” in Sila grande, 1400 mt circa di quota. Siamo 12 persone del CAI Castrovillari e, dopo una breve spiegazione del tratto che ci accingiamo a percorrere, ossia il sentiero CAI Italia U20, ci immergiamo fin da subito nel fresco bosco silano di faggi e pini vicino al fiume Neto dove lo scorrere dolce dell'acqua unito al suono delle foglie formavano come una sinfonia. I vari torrenti e i passaggi vicino agli stessi davano una sensazione di freschezza, euforia e meraviglia, non solo fisica ma anche, e soprattutto, nello spirito. A circa metà percorso arriviamo nell'ampia prateria di “Macchianello”, 1600 mt circa dove ritroviamo di nuovo il fiume Neto, precedentemente lasciato sulla nostra sinistra. Da qui condivido con gli amici escursionisti sia la vista del piano, simile a una tipica foresta del Nord Europa, sia una occhiata sul greto del fiume dove è presente il rarissimo è piccolissimo fiore chiamato volgarmente elefantina (RhynchocorysElephas). Dopo aver ammirato gli stessi è fatto qualche foto, una breve pausa per dissetarci si prosegue con il percorso che va delineandosi in una più accentuata salita, sempre con a fianco il respiro del torrente che la fa da padrone dando una sensazione di vita. Arrivati allaSella Monte Botte Donato, un venticello fresco ci accompagna fino in vetta al Monte Botte Donato che con i suoi 1928 mt è il più alto della Sila. Facciamo qualche foto di rito e scendiamo qualche centinaio di metri fino alla piccola cappella recentemente restaurata, peccato che sia chiusa. Decidiamo di fermarci a condividere ciò che abbiamo portato e dopo un'oretta circa ci riavviamo verso la via del ritorno. Circa 16 km di pura meraviglia. Un sincero grazie a tutti i partecipanti che hanno onorato me e Gianmarco, al presidente del CAI Castrovillari Mimmo Filomia per averci permesso di condividere uno degli angoli più belli delle nostre montagne. Un grazie a Gianmarco per aver coadiuvato alla grande come suo solito la buona riuscita dell'uscita.

12 giugno 2022: “In Cammino nei parchi” di Eugenio Iannelli

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Dopo due anni di forzata sosta riprende più bella e partecipata che mai la Intersezionale Regionale CAI Calabria. Legata alla manifestazione nazionale “In Cammino nei parchi” si è svolta nel Parco nazionale della Sila e precisamente sui sentieri di Villaggio Cupone sulle rive del Lago Cecita. Le cinque sezioni calabresi del Club Alpino Italiano, Castrovillari, Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria e Verbicaro sono state, ospiti graditi, della Sezione CAI di Cosenza, ottima organizzatrice dell’evento. Il sentiero rimane una traccia indelebile ed identitaria per una frequentazione responsabile della montagna e solo l’impegno dei volontari del CAI, attraverso ricerca storica, segnatura e pulizia ha evitato il loro completo abbandono. Con essi sarebbe andata perduta la tradizione legata alla montagna che in passato è stata mezzo di sostentamento con attività, boschiva e pastorizia. Camminando nel rigoglioso e lussureggiante bosco, i circa cento partecipanti, hanno potuto affrontare sentieri ben battuti e segnati. Attraverso i recinti appositi hanno potuto osservare gli animali nel loro abitat (daini, cervi, lupi) per la gioia di grandi e piccoli, la riproduzione della filiera del carbone ed evidenti, sugli alberi, i segni della raccolta della resina, attività molto sviluppata in questa parte della Sila. Tanto il desiderio di socializzare e godere della bellezza del posto. Alla fine dell’escursione, grazie all’attivismo dei soci della Sezione di Cosenza, ottimamente capitanati dal Presidente Roberto Mele, la convivialità si è trasferita in tavola. Gli organizzatori hanno dato il meglio di se offrendo a tutti i presenti un pranzo luculliano ma soprattutto intriso di amicizia e disponibilità come buona tradizione caina vuole. Alla fine del pranzo non potevano mancare i saluti, molto apprezzati, dei rappresentanti delle Sezioni presenti che hanno tutti evidenziato l’importanza di questi appuntamenti comuni per fare nuove amicizie e consolidare quelle già esistenti. Il neo presidente Regionale, Giuseppe Greco, ha aggiunto che incontri partecipati come questi, servono oltre a rinsaldare i vincoli di amicizia a creare una maggiore e intensa collaborazione fra le sezioni per il bene comune, la Montagna. Mentre il presidente regionale TAM, Mariuccia Papa, ha invitato tutti a un maggiore impegno e rispetto ambientale. Per ultimo il Consigliere Centrale Eugenio Iannelli si è soffermato sul nuovo corso intrapreso a livello nazionale dal CAI con l’elezione del nuovo Presidente, Antonio Montani, e sul grande lavoro svolto sin qui dalle Gruppo Regionale, dalle sezioni e dai soci grazie al quale la Calabria si è fatta molto apprezzare in ambito nazionale ai progetti cui ha partecipato.

5 giugno 2022: Piccole dolomiti di Frascineto di Francesca Gioia

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Mïre se na erdhit Ejanin, benvenuti ad Eianina. I saluti vengono espressi in lingua albanese, e sì, perché ad Ejanina piccola frazione del comune di Frascineto l'albanese lo si parla ancora. È la lingua dei nostri avi, che dopo la morte dell'eroe Nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), iniziarono un imponente esodo dai porti albanesi verso le terre del meridione d'Italia, profughi che sfuggivano alla dominazione turca e all'islamizzazione. Frascineto ed Eianina, furono fondati tra il 1490 e il 1491 e da più di cinque secoli, mantengono la loro lingua, usi e costumi. Ejanina è situata ai piedi della catena montuosa del Pollino, a 25 km dal Mar Jonio, 486 metri slm e una popolazione di circa 2.000 abitanti . Il nostro percorso inizia sopra il campetto di bocce di Ejanina. Dopo i saluti e una breve descrizione del percorso, si parte; affrontiamo su un largo sentiero sassoso una discreta salita sotto una particolare e variegata parete rocciosa, denominata per sua particolare bellezza "le piccole Dolomiti". Queste pareti di roccia ci fanno da corridoio per arrivare sù in cima al Timpone del Crivo. L'ambiente circostante è caratterizzato per lo più da rocce dolomitiche calcaree, meravigliosamente lavorate dalla natura, dalle tinte cangianti. Soprattutto nelle ore pomeridiane intensificano il loro colore giallo ramato, catturando gli ultimi raggi di sole. Alcune di queste rocce, prendono sembianze antropomorfe, come "La Madonna che prega" e ancora, "La testa di Skanderbeg", ed è proprio questo il punto che si sceglie per fare la foto di gruppo. Siamo in sedici, pronti ad affrontare la giornata rovente, che ahimè, il meteo aveva preannunciato, un' ondata anomala dell'anticiclone africano. Dopo la foto, riprendiamo a salire tra erbe officinali, paesaggi panoramici e strapiombi naturali, arriviamo finalmente, sul Timpone del Crivo, così chiamato dai nostri nonni, che un tempo coltivavano il grano su queste alture, dopo il raccolto, il grano veniva setacciato con il “crivo” cioè il setaccio. Il Timpone è alto 874 m ,su questa bella terrazza naturale godiamo di un splendido panorama, a Sud il Mar Jonio e poi la piana di Sibari la vicina Castrovillari con il monte Caramolo e ancora la Manfriana con tutta la catena montuosa del Pollino. Purtroppo è tutto scoperto e il sole brucia, dopo una brevissima fermata, giusto il tempo di bere, mangiare uno snack e rimettere per l 'ennesima volta la protezione solare si riparte, percorriamo l'anello della Giumenta, che ci porta all'omonimo rifugio. Il percorso si snoda su antiche mulattiere, dove non esiste nessuna traccia, l'erba è secca , l'unica vegetazione che rimane è la ginestra. Sono circa le tredici, siamo giunti al rifugio, vista l'ora, la stanchezza e la voglia di stare all'ombra consumiamo il nostro pranzo a sacco, ma soprattutto per stare sotto l 'ombra della tettoia e stare seduti sulle panche dei tavoli di legno. È vero, dopo il pranzo si ha voglia di sostare di più, ma abbiamo preferito rimetterci quasi subito in marcia per scappare dalla terribile afa, il più presto possibile. Velocemente percorriamo l'imperticata con i suoi tornanti, e in breve giungiamo al sentiero dell'Eremita, sul lato Ovest del Timpone del Corvo, per andare a visitare un antichissimo Eremo basiliano, Shën Mëria Këtië Lartë, ovvero Santa Maria di Lassù, costruito nel X secolo dai monaci e composto di due piani con celle e vani. In una parete vi era stato trovato un affresco raffigurante la Theotokos, la Madre di Dio. La seconda domenica di Pasqua, i pellegrini si recano con il Sacerdote per celebrare la Festa della Madonna e dedicarle canti e preghiere. Un tempo in questo piccolo santuario costruito sulla roccia, vivevano gli eremiti "Akoímitoi" i non dormienti, i quali giorno e notte pregavano Dio. Al piccolo santuario, a causa del caldo, siamo arrivati solo in cinque, ma gli altri lo hanno potuto ammirare, attaccato alle pareti di roccia, da lontano. Visitato e fotografato, riscendiamo e ci ricongiungiamo al gruppo . Ci rimettiamo in marcia e dopo circa un'ora, stanchissimi e assetati, abbiamo fatto ritorno alle nostre auto. Concludiamo cosi un percorso apparentemente facile ma reso più arduo dalla infernale calura. Stanchi ma soddisfatti, come sempre succede dopo una bella ed interessante escursione, restiamo esterrefatti e felici dal ristoro finale riservatoci dagli organizzatori che giustamente evidenziano come essere arbëreshe vuol dire anche essere ospitali. Comodamente seduti al tavolo di legno, sotto l'ombra di grandissimo albero di noce, l'acqua che zampilla e tante bottiglie di birra fresca, un vassoio di dolci e patatine, la stanchezza passa in fretta.

2 giugno 2022: Verzino di Carla Primavera

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Ci sono luoghi inaspettati, spettacolari e unici. È la nostra sensibilità che ci guida a ricercarli. La nostra Calabria ne è piena, anche se a volte ripercorriamo gli stessi itinerari, forse perché ci danno conferme, certezze e sicurezze di cui abbiamo bisogno. E forse anche perché sono infinitamente belli. Ma fedeli al motto CAI “camminare per conoscere, conoscere per amare, amare per tutelare” nel programmare le attività annuali ci pervade sempre il desiderio di andare oltre i nostri territori di riferimento, verso luoghi sconosciuti dove la nostra anima trova riposo e quiete. E tanta meraviglia! Ci affidiamo all’Associazione Verzino Adventure che accompagna i visitatori alla scoperta del territorio, ricco di scenari naturalistici incantevoli, unici e irripetibili. Ma soprattutto sono ragazzi innamorati del loro territorio che a dispetto degli stereotipi odierni hanno scelto di rimanere nel loro luogo di nascita e di valorizzare il loro patrimonio naturalistico. La visita del borgo inizia con il Palazzo Ducale, la chiesa di Santa Maria Assunta, il piccolo museo di minerali e attrezzature speleologiche, un antico frantoio oleario. È d’obbligo visitare il sito ipogeo, costituito da antichi insediamenti fatti di grotte alte anche 4 metri e larghe 7. Si narra che furono utilizzate anche dai monaci basiliani. Un borgo ipogeo unico in Italia dalla storia millenaria e perfettamente conservato e tutelato. Paragonabile, con le dovute differenzazioni, a quello delle Chiese Rupestri di Matera. La nostra visita prosegue nella valle del torrente Vitravo. Qui una natura rigogliosa allo stato primordiale, con percorsi di acqua purissima con cascate e piscine naturali, lasciano senza fiato e offrono all’escursionista la migliore fuga dalla calura estiva. Infatti, qui troviamo ristoro dalle temperature estremamente calde della giornata, ammirando paesaggi fiabeschi e scenari quasi amazzonici. Si prosegue verso il sito dei diapiri salini o cattedrali di sale, unici in Europa, per dimensione ed estensione. Questi ultimi, sono presenti solo nel territorio di Verzino e, soprattutto nella frazione Zinga del comune di Casabona. Qualcosa di simile si trova solo i Turchia. Queste particolari formazioni minerarie sono state inserite quali geositi di grande interesse scientifico nell’inventario nazionale dell’Istituto Superiore per la Protezione e La Ricerca Ambientale (Ispra) del Ministero per la Transizione ecologica. Grotte a cielo aperto disegnano nella roccia la sedimentazione di ere geologiche primordiali, un racconto di una storia millenaria di un sito incantevole unico dove, accanto a rocce policrome e diapiri salini, sgorgano fonti di acque sulfuree dalle proprietà curative. In una sola giornata, abbiamo spaziato tra architettura, storia e geologia, immergendoci in un mondo relativamente vicino a noi, quanto altrettanto sconosciuto. Questa è la Calabria. Questa è la nostra Terra. Un dovere conoscerla. Grazie a tutti.

22 maggio 2022: La fioritura delle peonie di Piano di Marco di Mario Sammarco e Vincenzo Maratea

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Il sole caldo già di buon’ora, il profumo tipico dei fiori di ginestre e l’intenso azzurro del cielo, ci preannunciano gli auspici di ciò che sarà una bella giornata da trascorrere in perfetta armonia con gli amici del CAI a stretto contatto con la natura e la sua infinita varietà di colori tipici di questa intensa primavera. Ci ritroviamo, come appuntamento, in Piazza dei Martiri, nel caratteristico e suggestivo borgo di Policastrello. Oggi frazione del comune di San Donato di Ninea e un tempo, fino al 1811, comune a sé. Siamo in 29, un bel numero di partecipanti per la gita domenicale, Soci CAI giunti da Reggio Calabria, Corigliano/Rossano e Castrovillari a cui diamo il nostro affettuoso benvenuto. Percorriamo subito in auto il tratto che da Policastrello giunge in località Principe, nei pressi del serbatoio comunale in prossimità dei ruderi della Chiesetta di San Felice, ormai coperta da rovi, dove parcheggiamo le nostre auto. Dopo un breve e doveroso saluto del Presidente della Sezione di Castrovillari, da guida e capo gita dell’escursione odierna, descrivo le caratteristiche del percorso, e le varietà di fiori che osserveremo lungo tutto il sentiero. Un sentiero del tutto nuovo ai partecipanti della gita che si snoda, per il primo tratto di circa 1 km e mezzo lungo strada asfaltata che dalla località Principe ci conduce alla località di Mezzafiumina, passando dalla sorgente e cascata dei Tufi, la quale d’inverno ci regala sempre belle emozioni, in quanto si presenta tutta ghiacciata. Il tempo di un breve break per il rifornimento di acqua alla fontana fresca del serbatoio dell’Abatemarco e da lì a poco iniziamo la nostra ascesa alla casetta (rifugio) un tempo demaniale e oggi di libero accesso a tutti gli escursionisti, e soprattutto ai ricercatori di porcini durante il periodo della raccolta. È certamente triste notare il letto secco e arido dei torrenti che circondano il rifugio in legno, quando un tempo, e fino agli inizi degli anni 80, questi torrenti erano ricchi di acqua e di trote. Per esigenze idriche, la captazione dell’Abatemarco con il traforo del monte la Mula, prosciugò completamente molti ruscelli e tante altre sorgenti su tutto il nostro territorio comunale. Si prosegue in ripida salita su una pista in terra battuta e un plauso va fatto ad una ragazza di 86 anni del CAI di Reggio Calabria che col suo passo costante ha tenuto testa per tutto il percorso a noi altri escursionisti, molto più giovani di lei. Dopo circa un'ora di cammino appaiono le prime peonie fiorite, in mezzo campi di asfodeli, che destano l'ammirazione di chi non le aveva mai viste dal vivo. Questa specie di peonia (Paeonia peregrina) è presente nel Parco del Pollino esclusivamente in alcune aree con poche popolazioni, localizzate nelle schiarite delle cerrete. Nello stesso ambiente è presente anche la Paeonia mascula, dai segmenti fogliari più larghi e meno numerosi. Arriviamo alla caserma forestale di Piano di Marco e ci dirigiamo verso la fontana per rifornire d'acqua le nostre borracce ormai vuote. Proseguiamo sulla sterrata che conduce verso l'Acqua di Frida ma dopo circa 20 minuti eccoci giunti alla nostra destinazione: il giardino delle peonie. Benchè quest'anno la fioritura sia un po' in ritardo, lo spettacolo ci lascia ugualmente senza parole. Fuori cellulari e macchine fotografiche alla ricerca della peonia più bella da immortalare. Una bella impresa! Sono una più bella dell'altra. Fatta la rituale foto di gruppo, ritorniamo sui nostri passi fino alla fontana dove consumiamo il meritato pasto. Anche il riposo è d'obbligo. Riprendiamo la via del ritorno con un percorso ad anello che ci riporta al luogo dove abbiamo lasciato le auto. Lungo il cammino ancora tante peonie da osservare, qualche pianta di belladonna e colossali cerri scampati ai tagli di qualche decennio fa. Al ritorno della nostra escursione, non possiamo fare a meno di una visita nel caratteristico centro storico di Policastrello, dalla chiesa del SS. San Salvatore del XV sec, con all’interno le sue pregiate sculture lignee e l’ingresso laterale scolpito su pietra, uno sguardo fugace al castello dei Sanseverino di origine normanna, e una visita al battistero di San Pietro di origine bizantina. Ma la sorpresa più gradita è l'accoglienza in piazza. Una tavola imbandita con gustose torte e ottimi dolci che Elisa, moglie di Mario, ci prepara ogni volta con tanta cura e delizia. Una birra, un caffè, l'ottima crostata della nostra socia Francesca, e i sorrisi e i saluti degli abitanti del piccolo borgo, ci ripagano dalla fatica della giornata.

15 maggio 2022: PNCVDA - Sentiero della Manna di Gaetano Cersosimo

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L’escursione in programma sul monte Bulgheria, purtroppo, non è stato possibile farla, in quanto il meteo, ancora una volta, non era a nostro favore. Il Leone che Dorme, così viene chiamato dagli abitanti del posto, in verità è una montagna non altissima con i suoi 1225 metri. Nel 2016, come scrisse Eugenio nel suo racconto, tornammo bagnati come pulcini. Per me, con il terzo tentativo invece, è un cavallo imbizzarrito, non si lascia montare, in questo caso calpestare, facilmente ma solo in alcuni periodi dell’anno, come infatti ci suggerisce Lucio, l’altra guida del gruppo. Arrivati a San Giovanni a Piro, siamo stati costretti a cambiare itinerario. Lucio conoscitore del luogo ci ha indicato un sentiero alternativo, storico, culturale e naturalistico: il Sentiero della Manna. La partenza è dal piazzale di San Giovanni a Piro, superato il paese si arriva al cimitero dell’ Immacolata, da qui si intraprende un comodo sentiero fitto di vegetazione di eriche e lecci secolari chiamato anche il sentiero dei Pellegrini per raggiungere la chiesa della Madonna di Pietrasanta.“Sentiero della Manna” perchè a metà sentiero per la chiesa si incontra un pozzo d’acqua sorgiva dentro una roccia, sulla quale infatti sorge il santuario. L’acqua della sorgente è ritenuta miracolosa per le grazie ricevute dagli abitanti. Si giunge al piazzale della chiesa SS. Pietrasanta, qui la sosta è obbligata in quanto luogo di fede e per il panorama meraviglioso. Ci addentriamo nella pineta per raggiungere la cresta del monte Paccuma, qui si apre un panorama mozzafiato, con vista dell’intera costa del Parco Marino, della Costa degli Infreschi e della Massetta. La Costa è una spettacolo selvaggio e naturalistico del Mediterraneo. Come racconta Lucio qui avveniva la raccolta delle canne, delle ginestre, del legno di ulivo e delle eriche per la creazione di panari che venivano commercializzati che contribuivano all’economia del posto. Una comoda carreggiata ci porta al pianoro Ciolandrea, splendido balcone panoramico sulla costa tirrena, qui è possibile ammirare il porto di Policastro, le spiagge della costa, la Torre Spinosa, la torre è a picco sul mare, il promontorio di Punta Spinosa, la costiera Lucana e quella Calabra. Il Pianoro di Ciolandrea è in assoluto uno degli angoli più suggestivi e pittoreschi della Costa. Si scende per un bel sentiero ammirando la macchia mediterranea, contornata da orchidee, fiori variopinti della costa e respirando un profumo intenso di mirto. Un cammino armonioso, allegro e superlativo. Ci fermiamo per consumare il consueto pranzo a sacco, nonché un momento di condivisione delle nostre esperienze. Carichi di energia , proseguiamo per raggiungere la Torre Spinosa , torre di avvistamento del XVI secolo, posto che offre una bellissima prospettiva del borgo marino, Scario, meta del nostro arrivo. Giunti al paese, con moderata stanchezza e fatica, ma con il piacere di aver visitato posti meravigliosi, ci godiamo una meritata distensione per vivere a pieno questo momento e raccontarci quello che abbiamo fatto. Andiamo, si perdono ore di luce, disse John Wayne nel film “COWBOY”.

1 maggio 2022: Valle di Tacina e Ciricilla di Carla Primavera

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Il nostro cammino parte da località Ciricilla, che era una piccola stazione sciistica nel territorio di Taverna, nei pressi del Villaggio Mancuso e ci porterà nella alta valle del Tacina. La voglia di “esplorare” questa vallata è tanta, visto che il giro previsto dai nostri direttori di escursione è nuovo e ricco di passaggi da affrontare. Questa intersezionale, pensata e ideata da mesi, ci farà ripercorrere sentieri antichi che sanno di grazia e spensieratezza. Il lago Tacina, invaso artificiale nel cuore del Parco Nazionale della Sila Piccola, è al centro di una delle valli più suggestive della Calabria, ed offre paesaggi d'alta quota d'incomparabile bellezza. In fila indiana, per non calpestare le prime fioriture, giungiamo sulle sponde del lago, dove con una piccola cerimonia, viene consegnato il libretto di Operato Regionale TAM (Tutela Ambiente Montano) al nostro amico Salvatore, suggello di impegno e condivisione nel sodalizio CAI. Il lungo serpentone prosegue zigzagando per evitare gli innumerevoli rivoli che convergono nel corso d’acqua principale, evitando dove possibile insidiose distese di fango che nascondono brevi profondità mascherate da densi ciuffi erbosi. La vista sulla valle e sulle tre cime del monte Gariglione è magnifica. Delicate fioriture di viole, asfodeli, narcisi e orchidee, ci accompagneranno lungo tutto il percorso, ricordandoci che ormai la primavera è ampiamente arrivata, con le sue macchie colorate e l’aria tersa. Il costeggiare antichi ruderi di pastori, dette vaccherie, ci ricorda il glorioso passato di gente dedita alla pastorizia, che ha fatto di questi luoghi, baluardi di resilienza. Spazi depositari di dignità e fatiche inaudite, nonché sconosciute agli uomini e alle donne che vivono la nostra contemporaneità. Il punto di ritorno sarà segnato dalla confluenza del Tacina con il fiume Piciaro, così chiamato per l’alta produzione della pece, che un tempo, veniva estratta dai boschi di pino laricio che da esso venivano attraversati. Un’altra bella domenica trascorsa insieme ad amici che condividono le stesse passioni: l’amore per la natura e la connessione con l’ambiente, unico vero collante tra anima e universo. Grazie alla sezione di Catanzaro per la splendida ospitalità e…sicuramente alla prossima!

25 aprile 2022: Lungo i laghi della catena costiera di Eugenio Iannelli

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Una intersezionale particolarmente riuscita che ha visto la partecipazione di 4 delle Sezioni calabresi con circa 70 soci. Dopo i saluti del Presidente della Sezione di Verbicaro, organizzatrice, del neo Presidente Regionale Pino Greco e dell’Amministrazione Comunale di Cetraro diamo inizio a una passeggiata rilassante per boschi e laghi naturali in uno scenario che infonde tanta serenità. Il lungo serpentone, guidato dall’esperto e preparato Marcellino, attraverso un facile sentiero ha raggiunto la zona dei laghi dove i partecipanti hanno potuto ascoltare storia e leggende di questo lembo di Calabria e nel contempo circumnavigare le sponde dei laghi, immergersi nella maestosità dei suoi alberi e specchiarsi nelle acque cristalline. Ovvio che con queste premesse le fotocamere sono state le artefici principali di questa splendida giornata ma come sempre non riescono ad immortalare pienamente e fedelmente l’estrema bellezza dei luoghi visitati. L’Itinerario offre ai suoi frequentatori uno straordinario ed unico scenario paesaggistico di estrema importanza, tale da suggerire, da solo, la creazione di un Parco Naturale Regionale, Monte Caloria, che costituisce il complesso "sistema" dei laghi naturali, unici nel loro genere e per la loro importanza in tutta la Regione Calabria. L'area comprende boschi con esemplari vetusti di faggio, di castagno, di abete e ricche sorgenti che alimentano torrenti e ruscelli. La peculiarità è rappresentata dalla presenza di laghetti naturali facenti parte di un'area SIC (Siti di Importanza Comunitaria) unici in tutta la Calabria. I laghi hanno dimensioni esigue. Ma l’ambiente umido favorisce la creazione di particolari habitat, che fanno registrare una diversificata presenza di endemismi vegetali. I più piccoli sono lago del Frassino e lago Fonnente, più grandi il lago di Astone, il lago Trifoglietti, il lago dei Due Uomini, lago Paglia, lago Pressico compresi nei comuni di Fagnano, Malvito e Cetraro. È un percorso molto remunerativo per gli spazi, i colori, per i panorami, che si attraversano in una serie di Piani ad alta quota. Formazioni forestali a faggio ben conservate li circondano. La faggeta è legata ad un bioclima supratemperato. Le numerose torbiere presenti si caratterizzano per lo spesso strato di sfagni su cui si innestano formazioni vegetali di cariceti e giuncheti particolarmente ricche di specie rare. Nel lago dei Due Uomini è presente il tritone alpestre, animale esclusivo della fauna calabrese. Sono presenti anche altri due tritoni: il Triturus carnifex e il Triturus italicus. Dopo la sosta per il pranzo a sacco consumata sulle sponde del Lago Paglia, meta di numerosi turisti della domenica, ci avviamo per il sentiero che costeggia il lago Pressico e l’omonimo rifugio. Dopo aver scattato la consueta foto di gruppo riprendiamo la via del ritorno che fluisce veloce e tranquilla.

24 aprile 2022: Madonna del Riposo di Mimmo Filomiao

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Riprende la tradizione locale dei castrovillaresi che li vede protagonisti ogni anno in una manifestazione escursionistica, religiosa e culturale legata alla montagna, la domenica in Albis, ottava di Pasqua. L’evento giunto alla 18^ edizione, ormai è entrato nelle coscienze di tutti, divenuto un luogo comune e un desiderio che alla fine diventerà realtà. Questa sana tradizione, affonda le radici nel 1836 anno in cui è costruita la cappella ottagonale, (690m) al posto di un arco votivo, dedicata alla Madonna con il Bambino fra le braccia. Il luogo panoramico suscita rispetto per la natura e tranquillità. Il viandante che vi giunge in stanca a mezza costa avverte ammirazione, contemplazione e voglia di riposo, donde Madonna del Riposo. Purtroppo per pandemia da Covid19, anche questo evento per due anni è rimasto solo un buon ricordo e ci insegna quando siano importanti la salute e la libertà di movimento. Il CAI di Castrovillari è stato da sempre impegnato nella protezione valorizzazione e sviluppo del territorio, è stato l’artefice nel riproporre questa tradizione, altrimenti caduta nell’oblio, legata alla presenza dell’uomo in montagna. La tenacia del nostro sodalizio nel tutelare e valorizzare quanto di buono c’è sul territorio, ci ha premiato, con la consapevolezza che la tradizione è la tracciabilità che contraddistingue la storia dalle origini delle popolazioni. La variabilità del tempo di questa pazza primavera, ci aveva fatto temere il peggio; pioggia nella pianura e neve sui monti. Oggi, invece su di noi, il cielo azzurro, con il sole che si apre un varco a illuminare il sentiero e la bianca cappella ottagonale, adesso sconsacrata, posta su Monte Sant’Angelo, dimora memorabile, della Madonna del Riposo. In circa quaranta fedeli pellegrini, intraprendiamo il sentiero che nell’arco temporale di tre secoli, ha visto salire su monte Sant’Angelo una moltitudine di persone e devoti incuriositi dal panorama che vede la catena del Monte Pollino con Serra Dolcedorme degradare verso il mare Jonio. Non solo, in un solo colpo d’occhio appaiono tutti i paesi del comprensorio attorno a Castrovillari, incastonati nel verde collinare; quasi un volo planare con gli occhi di un drone, inquadrando nei punti cardinali, mari, monti, paesi e destinazioni lontane. Conoscere il proprio territorio e partecipare a gestire i suoi beni immateriali in nome del progresso, produce affezione al luogo di appartenenza. L’escursione si sviluppa su sentiero CAI 989 in partenza da Piazza Giovanni XXIII° Castrovillari (350m). Non presenta particolare difficoltà essendo una attività a ritmi lenti, con pendii smorzati a zig zag, non vertiginosi, che dolcemente superano la verticalità per la cima Monte Sant’Angelo (794m), senza accorgersene, anche perché distratti da panorami mozzafiato. La consueta "Pasquetta dei Castrovillaresi", a cui hanno aderito simpatizzanti dei paesi limitrofi ed oltre, anche quest’anno è stata ricca e abbondante di leccornie pasquali. Tutto come da copione, a base di prodotti tipici da condividere con tutti per una giornata in allegria e all’aria aperta, accanto alla Madonna, che attende dimora migliore, per Lei e per la nostra dignità cristiana. Quella odierna, è stata un’edizione all’insegna dell’informazione audiovisiva, grazie a Radio Kontatto Pollino FM 99,00 e sul web Kontattoradio.it, condotta come ogni anno, da Antonio Pandolfi, che ha mostrato, grazie alla disponibilità multifunzionale del CAI, le condizioni strutturali degradate della chiesetta, e l’ascesa del serpentone multicolore degli escursionisti pellegrini devoti.

10 aprile 2022: Murgia Timone di Grazia Riso

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Matera, a partire dai sassi fin sulle Murge delle Chiese rupestri, conserva un patrimonio naturalistico molto vasto. Il parco della Murgia si estende per quasi diecimila ettari, per la maggior parte costituito da colline rocciose, torrenti ed eremi medievali accolti da una vegetazione multiforme e ben tenuta. Partiti dalla centralissima Piazza Vittorio Veneto, è stato molto piacevole percorrere tutto l’anello, che ci ha fatto attraversare buona parte della Gravina di Matera fin sul punto panoramico di Murgia Timone, di fronte i Sassi di Matera. Un bellissimo trekking in questo Parco in cui, oltre alle bellezze degli ambienti naturali e selvaggi, siamo venuti a conoscenza delle testimonianze storiche, archeologiche e artistiche del luogo. Le chiese rupestri del comprensorio murgico materano sono il prodotto più originale e qualificato di una cultura arcaica. Numerosissimi i santuari dedicati alla Vergine Maria come la Santa Maria della Palomba, dove l'appellativo 'la Palomba' rimanda alla colomba scolpita sul portale. In prossimità del santuario, il Parco Scultura “La Palomba”, nato su iniziativa dell'artista Antonio Paradiso, in una cava di tufo esaurita, è un luogo straordinario. L’artista ha realizzato una mostra d'arte permanente delle sue opere, in un museo a cielo aperto situato sulla SS Appia. Successivamente abbiamo consumato il nostro pasto presso lo Jazzo Gattini, un antico ovile del XIX secolo completamente ristrutturato, sede del centro visite del Parco. Nell’area del villaggio insiste anche un sistema di tombe dell’età del bronzo e del ferro. Chi come me ama passeggiare in modo sereno e rilassato, non può resistere alla voglia di calpestare i magnifici sentieri rupestri. I luoghi più caratteristici dove svolgere le escursioni sono sicuramente questi dell’altopiano e del Canyon della Gravina. Posti affascinanti dove la natura esprime al meglio la sua bellezza, estesa tutta intorno ai canaloni di roccia. Il belvedere di Murgia Timone, la timpa di Murgecchia (tra grotte e Chiese rupestri medievali) sono luoghi in cui la natura ti fa dimenticare la zona movimentata del centro cittadino. In queste zone, ampiamente estese e ricche di abbondante manto verde, si trova la pace assoluta che in questa occasione è stata per la maggior parte del tempo accompagnata da forti raffiche di vento le quali, per alcuni tratti, hanno reso il percorso, apparentemente facile e rettilineo, difficile e per certi aspetti faticoso. Le condizioni climatiche non perfette, spirava un forte vento, non sono riuscite a fermare quel senso di libertà che si prova solo attraversando questo paesaggio roccioso in compagnia di te stesso e dei compagni di viaggio del CAI di Castrovillari, Lagonegro e Matera: un gruppo di 43 persone che hanno reso il viaggio più piacevole e che si è dimostrato essere compatto e responsabile. A Rocco, Alessandro, Cosimo, Giovanni e Nicola, del CAI Matera, va il nostro ringraziamento per averci fatto scoprire tanta bellezza. La giornata si è conclusa con la consegna dei gagliardetti ai rappresentanti delle sezioni lucane. Un ringraziamento della splendida giornata in visita a Matera va agli organizzatori del CAI di Castrovillari, Carla e Mimmo, che hanno reso una semplice escursione, un’avventura indimenticabile. Per me la prima in luoghi così straordinari!

2/3 aprile 2022: Sentiero degli Dei di Mariarosaria D'Atri

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Tra storia e leggenda, e sospesi tra il cielo e il mare, il CAI di Castrovillari torna in Costiera amalfitana. Un numeroso gruppo di appassionati tra vecchi, e nuovi soci del CAI, sfidando le avverse previsioni meteo del fine settimana hanno raggiunto la parte alta della Costiera Amalfitana. La prima tappa del viaggio è stata Castellammare di Stabia dove, accompagnati dal Presidente regionale del CAI della Campania, abbiamo visitato bellezze archeologiche di raro valore ancora inesplorate e poco conosciute al turismo di massa. Stabiae è l’antico nome dell’insediamento sito a Sud del Golfo di Napoli risalente ad un arco cronologico compreso tra il VII e il III sec. a.C. Dall’esame dei reperti rinvenuti è stato attestato l’importante ruolo strategico e commerciale svolto da questa città in età arcaica. Dopo alterne vicende e l’annientamento ad opera di Silla nell’89 a.C., Stabiae si trasformerà in un sito residenziale, e sul pianoro di Varano vengono costruite ville di otium in posizione panoramica e un impianto urbano di circa 45.000 mq non ancora riportato interamente alla luce. Stabiae viene sepolta durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da circa 3 m. di cenere e lapilli. Dopo circa 42 anni dall’eruzione, Stabiae ritorna a vivere, e ripopolarsi. Ma è solo per volere di Carlo III di Borbone che il 7 giugno 1749 ebbero inizio gli scavi di Stabiae. Fu esplorato un impianto urbano, con botteghe e strade e sei ville residenziali. Tra le principali Villa S. Marco, con circa 11.000 mq si estende in splendida posizione panoramica sul golfo. Così denominata da una cappella esistente nella zona nel ‘700, la villa comprende due grandi peristili, situati a diversi livelli, intorno ai quali si sviluppano una grande piscina, sale di rappresentanza e ambienti residenziali. La villa è dotata di un completo quartiere termale. Non di meno valore Villa Arianna, così denominata dall’affresco raffigurante Arianna abbandonata da Teseo a Nasso, rinvenuto negli anni ’50 sulla parete di fondo del triclinio 3; fu scavata in epoca borbonica e successivamente interrata. Collegata con la pianura sottostante attraverso rampe e gallerie è articolata in quattro nuclei: atrio e ambienti adiacenti, risalenti ad età tardo-repubblicana, ambienti di servizio e termali di età augustea, ambienti ai lati del triclinio estivo risalenti ad età neroniana e grande palestra annessa alla villa in età flavia. Per motivi di tutela e conservazione dalle ville furono distaccati numerosi affreschi che furono raccolti nell’Antiquarium stabiano, inaugurato nel 1957. L’Antiquarium arrivò a raccogliere oltre 8.000 reperti, non solo provenienti dalle ville stabiane, ma anche dalle altre costruzioni che nel corso degli anni venivano esplorate nel territorio. L'Antiquarium stabiano è stato sostituito nel 2020 dal Museo archeologico di Stabia, che ne ha inglobato la collezione, ed è ubicato nella reggia di Quisisana costruita nel XIII secolo dai sovrani angioini come luogo di villeggiatura e di cura. Dopo l’interessante visita al museo il presidente del CAI ci ospita nella sede della sua sezione dove al riparo dalla pioggia battente consumiamo le nostre colazioni accompagnate da un ottimo vino offerto dal presidente. Proseguiamo il nostro viaggio con un tempo inclemente e in tardo pomeriggio raggiungiamo Agerola; ci rincuora la calorosa accoglienza di Mario l’albergatore, e di Marco il nostro socio CAI di Castellammare compagno di cordata delle sortite estive del CAI di Castrovillari. Piove tutta la notte e c'è la neve sul Faito e sul Vesuvio, ma non si dispera, certi che all’alba tutto possa cambiare. E infatti all'indomani un venticello fresco ha spazzato via tutte le nubi lasciando spazio ad un cielo terso e un sole confortevole che non ci mai abbandonato. Marco ci aspetta nella hall dell’albergo per trascorrere la giornata insieme noi, gli amici del CAI. Partiamo lesti alla ricerca degli scorci mozzafiato che offre questo splendido sentiero a picco sul mare non a caso denominato degli dei. Già, ma perchè? Pare che i greci lo chiamassero così perché portava a quel tratto di mare, l’arcipelago de “Li Galli”, dove vivevano le sirene che avevano affrontato Ulisse. Il furbo condottiero, pur di ascoltare il canto leggendario e non venirne ammaliato, decise di farsi legare all’albero maestro della sua nave, mentre invece il suo equipaggio, con le orecchie tappate, portava l’imbarcazione a largo. Gli Dei dell’Olimpo, però, ignari della sua furbizia e preoccupati, scesero sulla Terra per impedirne il naufragio. Ma sbagliarono ed arrivarono a pochi chilometri di distanza dall’arcipelago. Iniziarono così a correre e la leggenda vuole che furono i loro passi a solcare le rocce della costiera creando quello che oggi definiamo il Sentiero degli Dei. Il Sentiero CAI 327, è un percorso, che collega la frazione Bomerano di Agerola alla frazione Nocelle di Positano, attraversa i monti Lattari e offre alcuni dei panorami più suggestivi della Costiera Amalfitana. Dalla Piazza Capasso ci si incammina lungo la stradina in lieve discesa che lambisce le abitazioni. Dopo un facile passaggio su un piccolo ponte di legno percorriamo un breve tratto asfaltato fino all’inizio del sentiero pedonale, che in pochi minuti porta alla Grotta Biscotto, così detta per la friabilità delle sue pareti in roccia. Sul lato opposto, si possono ammirare alcuni ruderi che costituiscono un esempio di architettura rupestre tipica della zona. Proseguiamo fino ad arrivare al Colle La Serra dove il sentiero si biforca; con il suggerimento di Marco scegliamo quello più panoramico anche se un po' più esposto. Con la montagna da un lato e il mare dall’altro ad ogni passo e ad ogni svoltar di crinale si scopre un paesaggio nuovo e più bello. Prima il mare con le sue piccole insenature, poi il golfo di Salerno, e infine la Penisola sorrentina, Punta Campanella, l’isola de Li Galli, e in fondo Capri con i suoi fantastici Faraglioni. Ma non ci sono solo i panorami, ci imbattiamo anche nella meravigliosa macchia mediterranea: dalla flora con le erbe e gli aromi (timo, alloro, rosmarino, mirto, ecc) della più tradizionale cucina locale, alla fauna contraddistinta dalla presenza di donnole, volpi e ricci, rondini, civette, corvi e falchi pellegrini. Proseguiamo fino alla località Nocelle, dove ci rifocilliamo con le provvigioni di Mario. Una tranquilla sosta e proseguiamo, ma questa volta non scendiamo sulla statale, Marco ci fa continuare in costa lambendo dall’alto Positano, perchè vuole portarci nell’affascinante dedalo di viuzze e gradini e farci percorrere un breve tratto della famosa “scalinatella longa longa” famosa canzone scritta da Murolo in onore di una contessa, moglie di un famoso pittore tedesco che lì alloggiavano. Perchè Positano con le sue bellezze ha costituito anche una importante base di espressione artistica per i tanti che si sono trovati di passaggio nel paese, per diverse ragioni storiche. E fu così che la “Scalinatella longa longa longa, strettulella strettulella” è divenuta nota in tutto il mondo. Camminiamo ancora un pò inebriandoci di queste magiche atmosfere e superata Positano troviamo l’autobus ad attenderci per il ritorno. Sogniamo anche noi con gli Dei cari amici e amiche del CAI, ci fa sicuramente bene!

27 marzo 2022: Attività TAM - Morano Calabro di Francesco Di Giano

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Finalmente al terzo tentativo il gruppo TAM (Tutela Ambientale Montano) della sezione Cai Castrovillari riesce ad organizzare un’attività dedicandola alla ricorrenza della giornata mondiale dell’acqua che si celebra ogni 22 marzo dal 1992. Nel 2020 e nel 2021 non è stato possibile a causa dell’emergenza sanitaria “Covid 19”. La nostra prima escursione riguarda una passeggiata all’interno del comune di Morano Calabro – uno dei borghi più belli d’Italia, definito il “Presepe del Pollino - che ripercorrere l’antico acquedotto cinquecentesco che forniva l’acqua a fontane pubbliche e a palazzi privati che erano ubicati sullo stessa curva di livello. Questo acquedotto captava le sorgenti di San Francesco presenti in contrada San Paolo più a monte di 6 km con un dislivello di 45 m, terminando al convento dei Cappuccini. Il nostro luogo di ritrovo è stato la chiesa di San Bernardino da Siena con il convento dei Minori Osservanti edificati nel 1452. Abbiamo percorso a ritroso il tracciato dell’acquedotto, costeggiando gli edifici nobili e le fontane pubbliche da esso servite. Il primo palazzo signorile che si incontra è quello degli Scorza, successivamente quello dei Scorza-Rusciani, poi quello dei Scorza-Blando, etc… Quasi tutti questi palazzi risultano, purtroppo, non abitati e, quindi, non è stato possibile entrare per visitare le fontane e i canali da cui passava l’acqua dell’acquedotto. L’unica abitazione che abbiamo potuto ammirare nella sua intera bellezza è stata l’albergo-ristorante Villa San Domenico, un palazzo signorile del settecento. Ci accolti il proprietario e con lui l’abbiamo visitato, ammirando al primo piano il canale e la fontana in cocciopesto in cui passava l’acqua dell’acquedotto. Successivamente ci ha fatto visitare le vasche o cisterne (cibbie) che venivano riempite dall’acqua dell’acquedotto e da quella piovana, venendo utilizzate per l’irrigazione dei giardini e degli orti presenti nella villa. Le cisterne erano collocate con un sistema di vasi comunicanti collegate ai canali dell’acquedotto, cosicché si recuperava l’acqua in eccesso e si evitavano gli sprechi. Lasciando il palazzo ci siamo incamminati su un tracciato che ci ha permesso di percorrere le viuzze interne del centro storico di Morano, ammirando le fontane pubbliche che erano servite dall’acquedotto, giungendo fino a quella di San Francesco, collocata nella campagna moranese vicino al tracciato della Ferrovia Calabro-Lucana, recentemente ristrutturato. Gli abitanti e i viandanti facevano provvigione dell’acqua presso queste fontane per dissetarsi e per i loro utilizzi quotidiani. Anche noi arrivati alla fontana di San Francesco abbiamo potuto assaggiare la fresca acqua e farci una bella fotografia tutti insieme. Successivamente ci siamo avviati per un sentiero di campagna, parallelo a quello del Sentiero Italia che porta ai ruderi dell’antico monastero di Colloreto. Percorrendo questo tracciato siamo arrivati nel complesso rurale della famiglia Radicione, dove abbiamo potuto ammirare nella sua intera bellezza le sorgenti del fiume Coscile. Siamo rimasti a bocca aperta dalla sua magnificenza. Qui ci siamo ristorati e poi abbiamo ripreso il nostro cammino ritornando alle macchine, percorrendo un altro tracciato che ci ha permesso di ammirare altri luoghi caratteristici di Morano Calabro. Con questa giornata abbiamo voluto festeggiare l’acqua, un bene prezioso di cui si sottovaluta, purtroppo, oggi le sue criticità. Una ricerca recentemente condotta da Ipsos, Finish e Future Food Instute con un campione di oltre 1000 rispondenti ci riferisce che solo il 25% degli intervistati ritiene l’acqua un problema attuale e che il 68% ritiene erroneamente che il consumo familiare di acqua giornaliero sia inferiore ai 100 litri (in realtà è mediamente di circa 500 litri). Questo studio osserva per il 2020 un calo nelle precipitazioni tra il 10-15% rispetto al periodo 2006-2015. Nel dettaglio per le regioni del Mezzogiorno si hanno i seguenti dati: Basilicata (-10%); Puglia (-11%); Molise (-12%); Abruzzo (-25%); Calabria (-37%) e Campania (-44%). Altri dati di questa ricerca ci raccontano che il prelievo giornaliero medio pro-capite di acqua potabile si aggira intorno ai 400 litri in Italia con punte di 454 nel nostro Mezzogiorno. Confrontandoci con i paesi europei, l’Italia risulta quello che consuma giornalmente più acqua pro-capite, 243 litri, rispetto a una media europea di 165 litri. Infine circa il 40 % dell’acqua immessa nella rete di distribuzione non arriva all’utilizzatore finale. Nel nostro Mezzogiorno questi dato è più elevato: Abruzzo (55,6), Campania (45,5), Basilicata (45,1); Puglia (45,1) e Calabria (44,9). Che cosa possiamo fare noi per tutelare di più questo bene comune che l’acqua? Vi lascio con un indirizzo di un sito in cui potete leggere alcuni consigli per evitare sprechi inutili dell’acqua: www.rinnovabili.it/ambiente/acqua/15-consigli-risparmiare-acqua-casa-876/

13 Marzo 2022: Cascata Cerasia nell’ alta valle del Torrente Colagnati di L. Arcovio

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Con un limpido e tonante rintocco di campane inizia una meravigliosa giornata escursionistica. Immersi a pieno nella rigogliosa macchia montana di Corigliano/Rossano, allietati dalla fraterna compagnia degli amici di Castrovillari, siamo giunti in località S. Onofrio. L’area, un tempo ospitava un importante monastero, distrutto durante il periodo delle scorrerie mussulmane; la presenza della piccola Chiesetta dedicata al Santo eremita, ne ricorda il glorioso passato. Il sito, nel tempo diventa così crocevia di briganti, cacciatori, contadini e pastori. Sono questi ultimi che da oltre un secolo abitano la valle del Colagnati, vivono le pratiche della transumanza, custodendo il prezioso e antico legame tra uomo e natura. Appena arrivati, incontriamo il grande “Zu Ottavio Vallonearanci” pastore e devoto custode della Chiesa, che ci saluta suonando le campane a festa; Ottavio ci apre le porte consentendo a tutto il gruppo di portare un doveroso saluto alla statua del Santo di origini orientali. Come i monaci dell’antico ordine basiliano, il gruppo escursionistico (n. 20 partecipanti) ha affrontato questo affascinante viaggio alla ricerca di bellezza e forti emozioni. Guidati dagli organizzatori del Gruppo Cai - Club Trekking Corigliano-Rossano, Lorenzo e Luigi, il percorso si presenta dapprima relativamente comodo. I soci hanno percorso con grande entusiasmo e spirito d’osservazione la carrareccia, che ben presto rivela il suo potenziale. I partecipanti si trovano ad affrontare gradualmente tratti più dissestati e con forte acclività. Ci ritroviamo presto d’innanzi alle tracce inconfondibili del lupo, peli di cinghiale, nelle sue deiezioni, ci rivelano il suo ultimo pasto. Tuttavia, a breve distanza, la presenza di alcuni aculei d’istrice non lasciano dubbi e arricchiscono il quadro degli eventi: nella notte un cruento scontro si è consumato e verosimilmente il lupo, punto dagli aculei, è scappato! Riprendiamo il cammino ed ora i raggi del sole diventano più intensi, la fatica ed il sudore sono ben presto ricompensate da meravigliosi panorami mozzafiato. A metà percorso il gruppo s’imbatte nelle famose guglie rocciose delle Pietre Pizzute e dell’Arpia che come dei silenziosi giganti da sempre scrutano e controllano il passaggio di ogni uomo nella valle. Nei nostri occhi, le prime fioriture e lo schiudersi delle gemme anticipano a sprazzi l’espolsione dei colori primaverili e compensano il vuoto sugli spogli rami delle querce, dei frassini e dei bagolari ancora semi dormienti. I nostri passi spaventano una piccola vipera sul ciglio della strada, che scappa al riparo tra le foglie. Molte specie hanno già abbandonato il letargo! Il silenzio è interrotto dal fragore dell’acqua che riecheggia nella valle e impavida affronta grandi salti per poi infrangersi tra le rocce granitiche della sila greca. In prossimità delle falde del Monte Paleparto affrontiamo l’ultimo guado; Sono le acque del Torrente Cerasia che si uniscono a quelle del Colagnati incrementando la sua forza. Manca poco, la cascata è vicina! Lasciamo la carrareccia, per un ultimo tratto selvaggio, caratterizzato da un bosco più fitto, ricco del sempreverde Pungitopo e da vetusti e secolari Cerri. Posizionata con cura una corda di sicurezza il gruppo affronta e supera abilmente l’ultimo crinale molto scosceso. Ed ecco che davanti ai nostri occhi improvvisamente appare Lei, incastonata come una gemme preziona nella roccia, la Cascata della Cerasia! Rapiti dalla sua bellezza siamo tutti concentrati nel fotografarne la sua imponenza e la sua maestosità; riprendiamo anche una splendida poiana che passa rapida sulle nostre teste, quasi a volerci salutare curiosa. Soddisfatti e sazi negli occhi, torniamo indietro sui nostri passi. Giunti al punto di partenza nei pressi della Chiesetta di S. Onofrio per la rituale foto di gruppo, ci attende una grande sorpresa. Entrati nello spiazzo dove si tiene la tradizionale asta contadina, il cosiddetto “Incanto”, ritroviamo Zu Ottavio. Il nostro caro amico ha imbandito per noi una ricca tavola, con i migliori prodotti della tradizione agro-pastorale. Lo stupore e la gioia sono grandi. La giornata continua all’insegna della convivialità e la festa continua!

27 febbraio 2022: Cascata della Licertarara di Giuseppe Oliviero

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Un meraviglioso gruppo di 20 amici, nonostante il meteo incerto, tutti del CAI tra Club trekking Corigliano/Rossano e Castrovillari. Compattate le auto si arriva con le stesse fino all'abitato di Paludi, un piccolo borgo della Sila greca. Da lì si sale in quota di circa 1000 metri. Incomincia il cammino vero e proprio lungo una stradina forestale immersi in un tipico bosco termofilo con diverse essenze di querce. Il percorso è abbastanza agevole nell'incedere verso un bivio, dopo una manciata di chilometri si immette decisamente in discesa verso il fondovalle e verso la meta prefissata. Una poiana si alza in volo non distante da me dispiegando le sue maestose ali ed emettendo il suo fiero richiamo. Dopo circa 3 ore, arrivati sul letto del torrente e attraversato lo stesso a ziz zag, si apre agli amici escursionisti uno spettacolo naturale dalle sensazioni più differenti. Ammiriamo l'acqua che scorre dalla roccia tufacea non in modo impetuoso con un salto ma bensì come ad accarezzare dolcemente la roccia stessa fin sotto. Da qui ammiriamo lo spettacolo in un ambiente che oserei dire quasi da foresta tropicale per la flora circostante. Dopo aver fatto tante foto si risale un ripido pendio lungo un labile sentiero, passando al di sopra della cascata stessa sulla sinistra e attraversando di nuovo il torrente dopo un centinaio di metri si arriva ad una grande roccia, in realtà un agglomerato di fossili di milioni di anni, testimonianze delle forze naturali nell'evoluzione del nostro pianeta. Una grotta naturale dentro la stessa roccia, non molto profonda custodisce figure, lumini a S. Onofrio molto venerato dai pastori essendo il patrono protettore degli stessi. Qui ormai tra foto, aneddoti, e curiosità raccontati da Lorenzo decidiamo di consumare e condividere prodotti tipici portati da ognuno. Arriva il tempo del ritorno dalla stessa via, ma questa volta dopo aver riattraversato il torrente e dopo una breve e ripida discesa si sale repentinamente fino a riprendere quota la dove avevamo lasciate le auto. Un grazie va a Veronica per aver coadiuvato con attenzione la buona riuscita dell'escursione, agli amici tutti, infine un ringraziamento al guru, al mentore di questi angoli della Sila greca, Lorenzo, per aver meravigliato tutti i presenti con i suoi racconti intrisi tra storia e leggende. P.S.: concludo con un mio personale pensiero. In una umanità avida di potere penso che ci si debba rapportare a ciò che abbiamo fatto e visto oggi, l'acqua, come l'essere umano, dovrebbe scorrere libera, soprattutto per le future generazioni, così come la poiana si libra nell'aria a scoprire nuovi orizzonti, così come gli esseri umani dovrebbero alzarsi in volo a scoprire nuovi orizzonti di pace e fratellanza.

13 febbraio 2022: Direttissima del Doledorme di G. Cersosimo e S. Rosito

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Domenica si è svolta la seconda alpinistica verso una vetta molto importante, la vetta più alta della Calabria, la vetta più alta della catena montuosa del Massiccio del Pollino, “Serra Dolcedorme “ con i suoi 2.267m. Al mattino all’ appello risultavamo in 15, un gruppo compatto ed esperto, con amici da Reggio Calabria, Catanzaro e dalla Sicilia. Partiti da Valle Piana decisamente presto, dopo un piccolo briefing ci incamminiamo per il nostro obbiettivo. Proseguendo abbiamo effettuato varie soste prima di giungere al “Crestone dei Loricati”, da li abbiamo proseguito con piccole scalate su roccia fino a 400 metri di dislivello dalla vetta dove calzati ramponi e piccozza iniziamo la nostra ascesa imboccando il canalone di sinistra con molta attenzione e rispettando le consegne indicate dagli organizzatori. Gli ultimi 150 metri sono un vero sacrificio ma non si può mollare proprio ora, il vento rischia di buttarti giù ad ogni passo. Eccoci arrivati, eccoci qui, in cresta. Purtroppo la nebbia non è dalla nostra parte e quindi le nuvole coprono il panorama mozzafiato, ma in questi casi bisogna ascoltare solo il rumore della natura, del vento per goderti lo spettacolo. Dopo esserci ricompattati, recuperate un po’ di energie e scattata qualche foto iniziamo a scendere la cresta con una pendenza non da poco che ci porta al vallone di Faggio Grosso, compiendo così un anello fino alle auto, Valle cupa. Si conclude questa fantastica uscita dopo vari complimenti e saluti, si torna a casa soddisfati e ci si dà appuntamento alla prossima “follia”. Salvatore e Giuseppe)

Si era detto, ma d’altronde come nasconderlo, che l’uscita sarebbe stata abbastanza lunga e complicata dove bisognava stare attenti ad ogni singolo passo, un percorso classico dove in ambiente invernale regala il meglio di sé, ma alla fine il lavoro ripaga sempre e l’emozione che si prova mentre si percorre la parete è qualcosa di indescrivibile. Giunti in cima ciò che si vive non si può spiegare, nonostante le nuvole coprano il resto della visuale, tutto è incandescente, ma queste emozioni bisogna viverle in prima persona.Personalmente è stata la mia prima volta sulla direttissima del Dolcedorme, avere la fortuna di affrontarla a 19 anni con persone che ti seguono dispensando consigli non è da tutti, ringrazio Massimo che grazie ai suoi suggerimenti e spiegazioni tecniche mi ha facilitato la scalata della parete. Salendo il canalone pensi a ciò che stai compiendo e ogni passo è sinonimo di arrivo, ti volti e guardi cosa hai lasciato alle tue spalle e rimani stupito. La vetta merita il lavoro, è tutta da godere. PS: Non consigliata ai deboli di cuore. (Giuseppe Cersosimo)

Considerato che la mia iscrizione è recentissima posso affermare che non potevo ricevere accoglienza migliore, mi sono trovato molto a mio agio, sia con il gruppo che con le guide a cui vanno i miei ringraziamenti, Gianmarco e Massimo. Una volta arrivati in cima, è stata un’emozione incredibile, non c’era assolutamente da dire una qualsiasi cosa, bisognava solo godersi il panorama e godersi le emozioni, rumori che regalavano solo emozioni, i ramponi che frantumavano il ghiaccio, il fruscio del vento fresco e il sole che ogni tanto sbucava tra qualche nuvole, questa è la montagna, è una delle sue varie forme, questa è una delle esperienze che bisogna vivere per riflettere, per provare sulla pelle certe situazioni, per crescere, esperienzasicuramente da rifare! Ancora un altro un ringraziamento al CAI, alle guide ed a tutto il gruppo.(Salvatore Rosito)

6 febbraio 2022: Pollinociaspole di Eugenio Iannelli

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Purtroppo a causa di una nevicata imprevista di pochi centimetri anche quest’anno abbiamo dovuto cambiare l’itinerario originariamente programmato. E’ strano parlare di nevicata imprevista in febbraio, mese centrale dell’inverno, ma nel Pollino è diventata consuetudine. Sin da quando è nata la Sezione CAI di Castrovillari (1999) i suoi organismi dirigenti e i soci si confrontano e subiscono il problema dei problemi, la percorribilità delle strade in inverno. Ancora più strano che in un inverno povero di neve, quel poco che cade dopo circa un mese completamente asciutto, crei tanto scompiglio e disagio. L'immane fatica che svolgono le associazioni e gli imprenditori che investono fior di quattrini al fine di avvicinare gli appassionati e i turisti al Parco del Pollino nel più bel periodo dell’anno è tanta ma purtroppo vanificata e mortificata anno dopo anno. E’ veramente difficile, capire e giustificare una situazione del genere che si ripresenta puntualmente ogni inverno e che non permette una fruizione completa delle nostre montagne. A maggior ragione dopo due anni di pandemia dove il turismo è stato costretto a fermarsi e non vede l’ora di ripartire. Eppure l’Ente Parco del Pollino, secondo quanto riportato a caratteri cubitali sulla stampa, è più volte intervenuto con finanziamenti e ogni anno investe migliaia di euro concedendo cospicui contributi ai comuni per la pulizia delle strade montane che danno accesso ai luoghi più importanti. A questo punto una domanda sorge spontanea, ma allora sono proprio i sindaci dei comuni interessati incapaci di gestire questa situazione? Ebbene si. E’mai possibile pensare di non spalare la neve mentre è in corso la nevicata onde evitare che la neve si accumuli e renda ancor più difficile il lavoro? E’ mai possibile pensare di non spalare in qualsiasi giorno della settimana, tanto chi vuoi che ci vada in montagna, ma solo il sabato o la domenica? Di spalarla con mezzi non idonei usando trattori modificati e non turbine adatte per l'uso, di non prevedere di cospargere la strada di sale onde evitare il formarsi di ghiaccio, di spalare una solo corsia a causa dei tempi e dei mezzi che si utilizzano? E’ mai possibile? Nel Pollino è possibile! Eppure nelle loro tavole rotonde pontificano e non parlano altro che di Turismo, Natura, Ambiente, Sport, Economia etc. Ma forse per loro, come per tanti, la montagna apre solo “d’estate”. Ci dicono sempre che non abbiamo nulla da invidiare a regioni come il Trentino, la Val D’Aosta, il Veneto, dimenticando che a causa di questa loro incapacità non riusciamo, con tutto il rispetto, nemmeno a eguagliare o avvicinare la Sila e l’Aspromonte che sono a due passi da noi, nella stessa regione, e che in inverno sono meta di migliaia di turisti e appassionati di montagna. La misura è colma. Pensiamo e invitiamo caldamente, come associazione nazionale volta alla conoscenza, promozione, valorizzazione e tutela delle montagne, che sia arrivato il tempo che le amministrazioni comunali interessate si uniscano per affrontare e risolvere definitivamente il problema altrimenti, se continua cosi, converrebbe chiudere e dichiarare fallimento.

Ma abbandonando questo triste argomento, la Pollinociaspole è una manifestazione che riscuote sempre grande successo e che raduna tanti appassionati che desiderano cimentarsi nell’utilizzo delle racchette da neve. Si sono iscritti in tanti, molti neofiti, provenienti dallo Jonio cosentino, Rossano, Corigliano, Cariati, Cerchiara di Calabria, da Cosenza, da Potenza e tanti dai nostri paesi limitrofi, Morano Calabro, Mormanno, Frascineto. Una tiepida giornata ha consentito, di effettuare una bella escursione con meta Piano Masistro e Piano dell’Erba in comune di Saracena. Un percorso facile, alla portata di tutti, grandi e piccini, che ha consentito a molti dei partecipanti di fare la prima esperienza con le racchette da neve. Un attrezzo di facile utilizzo che consente di percorrere in sicurezza e senza grande fatica qualsiasi sentiero nel periodo invernale. L’evento -considerata la facilità del percorso- ha garantito la partecipazione e il divertimento per tutti indipendentemente dall’esperienza e dall’allenamento personale. L’obiettivo principale dell’evento resta quello di promuovere la conoscenza e la pratica di una attività sportiva ecocompatibile, attraverso l’uso di un attrezzo, che consente un approccio nuovo di vivere la nostra montagna in un periodo -quello invernale- ritenuto a torto poco frequentabile per le difficoltà logistiche e di adattamento. Al termine dell’escursione un piacevole e gustoso pranzo al ristorante de “La Catasta”, hub turistico di nuova concezione, per amalgamare nuove e vecchie conoscenze che sono parte integrante della grande famiglia del CAI e degli appassionati di montagna. Al termine della giornata commenti entusiasti mentre per gli organizzatori l’orgoglio e la soddisfazione di aver riproposto questa bella esperienza sportiva e di aver contribuito alla conoscenza e alla promozione del nostro territorio nonostante le enormi difficoltà incontrate.

30 gennaio 2022: Monte Alpi di Giuseppe De Luca

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Riuscitissima la prima invernale svoltasi sulle pendici della parete Nord di Monte Alpi Santa Croce. Si temeva un altro rinvio o annullamento a causa di una perturbazione che ha interessato le nostre montagne il giorno prima con nevicate e venti fortissimi in quota. Invece domenica 30 è stata una giornata semplicemente perfetta. L’itinerario pianificato e stabilito era la via alpinistica chiamata dagli apritori Mavavì che si sviluppa lungo il versante Nord di Monte Alpi Santa Croce ed è la più occidentale di un ventaglio di canali che vanno ad incidere la parete Nord. Questa bellissima ed interessante montagna,isolata,dalla forma strana di cuneo rovesciato, presenta creste vertiginose, pareti rocciose impervie e canali ripidissimi. Apprezzato da escursionisti, rocciatori, amanti delle vie di ghiaccio e misto,è di certo una “montagna completa” sublimata da panorami mozzafiato di ampio respiro in tutte le direzioni. Il paretone Nord-Est in inverno è una vera e propria palestra di ghiaccio. Vi è infatti tutta una serie di itinerari di misto di varia difficoltà e impegno che dipendono dal grado di innevamento e alla qualità del ghiaccio. Vie dai nomi piuttosto bizzarri come “Via del Corvo”, “Titanic”, “Nosferatu”, “Il ruggito dei Beoni”, “Memento Mori” e altre. Il folto gruppo, composto da dieci alpinisti,vede anche la partecipazione di alcuni soci della Sezione di Reggio Calabria. Il rendez-vous per tutti è l’uscita dell’autostrada Lauria Nord da dove ci muoveremo verso Contrada Miraldo di Castelsaraceno, proprio alle pendici della poderosa parete Ovest di Monte Alpi. Con noi abbiamo l'attrezzatura necessaria per affrontare in sicurezzapendenze che toccano i 55 gradi. Se sarà necessario e troveremo ghiaccioallestiremo tre cordate con progressione in conserva assicurata. Ci muoviamo dalla località di partenza Sorgente Vena nera a 1040 metri di quota intraprendendo la pista che collega questo versante con la località Bosco Favino che tra l’altro conduce anche al Belvedere della Cresta Nord. Purtroppo l’accesso alle strade che portano al Rifugio Armizzoneè compromessa dalla presenza di neve ghiacciata sul fondo. Allungheremo di poco il tragitto e avremo circa 300 metri di dislivello in più da colmare. Lungo il sentiero incontriamo uno strato di neve morbida che non supera i 15/20 centimetri ma che non rende la marcia particolarmente faticosa. Velocemente raggiungiamo il punto in cui abbandonare il sentiero per attaccare la nostra via sulla destra attraversando un’ampia radura prima di entrare nella sede del canale che più in alto appare dritto, stretto ed elegante. Purtroppo come si temeva le condizioni della neve non sono ottimali. Dobbiamo serpeggiare allo scopo di trovare “terreni migliori” e dove si affonda di meno. La neve per trasformarsi necessita di un rialzo termico affinché si possa sciogliere un pò e del rigelo per diventare dura come il vetrato. Emersi dalla vegetazione il canale si apre ad anfiteatro delimitato da pareti rocciose alte una quindicina di metri. La neve ora è più compatta, a volte risulta crostosa, a volte sfondosa e in alcuni brevi tratti ghiacciata. In prossimità delle rocce compaiono anche dei buchi profondi al nostro passaggio che richiedono una certa attenzione. A questo punto si decide di salire in libera perché una eventuale scivolata verrebbe arrestata dalla neve morbida in superfice.In tal modo procediamo in scioltezza con una progressione divertente e non difficile. Alle nostre spalle un anonimo monte Raparo dalla mole tondeggiante e parzialmente innevatoe un roccioso monte Armizzoneci accompagnano per tutta la salita. Sbuchiamo proprio sulla sella che separa il Pizzo Falcone, la vetta più elevata di Monte Alpi e Santa Croce. I complimenti vanno sicuramente a tutti ma in special modo all’unica donna presente oggi, Veronica che assolutamente all’altezza della situazione ha affrontato la dura salita con competenza, sicurezza e una buona dose di coraggio. Dopo una meritata pausa volta a integrare energie e fiato a mezzo barrette proteiche e frutta secca e per scattare qualche foto sulla spettacolare e ghiacciata piramide di Pizzo Falcone perennemente in ombra profondiamo un ultimo sforzo impegnando la cresta ovest per raggiungere la seconda vetta più elevata del comprensorio, Santa Croce alta 1893 metri. Da questo punto il panorama è assolutamente mozzafiato,a 360 gradi coprendo una porzione vastissima di tre parchi nazionali: il Pollino, il Sirino e il Cilento per non parlare di varie cime dell'Appennino campano. Sferzati da un vento teso e freddo proveniente da Ovest non ci lasciamo scoraggiare dalrestare un bel po’ in vetta per contemplare le cime più elevate del Pollino quali Serra del Prete, il Pollino, Serra Dolcedorme e una bellissima Serra delle Ciavole con la sua caratteristica forma trapezoidale. Di fronte si pongono invece i monti Zaccana e La Spina con il lago di Cogliandrino adagiato nella Val Sinni. Ad Ovest sorge la poderosa mole del Sirino innevato e a seguire il Gelbison, Cervati e addirittura in lontananza riusciamo a scorgere anche la vetta del Panormo, la cima più alta dei Monti Alburni. Un panorama davvero mozzafiato complice la bellissima luce di questa giornata spettacolare. Dopo esserci saziati di tanta bellezza e dopo la consueta ed immancabile foto di gruppo cominciamo a scendere per la ripidissima cresta Nord del Santa Croce che offre un affaccio superbo verso l’anfiteatro della Neviera. La cresta si presenta ghiacciata fino a che guadagniamo la faggeta dove cambiano drasticamente le condizioni.Nella parte bassae ripidissima la neve diventa morbida e ad ogni passo si affonda fino al ginocchio.Il gruppo inevitabilmente si allunga e finalmente guadagniamo il sentiero della Neviera dove ci fermiamo a consumare il nostro meritato panino. Infine mezzi infreddoliti anche a causa del vento che insiste all’interno del bosco percorriamo a ritroso il sentiero iniziale incrociando le tracce lasciate la mattina e andando a chiudere infine questo fantastico quanto faticoso e impegnativo anello ritornando alle nostre auto.Un sentito grazie a tutti i partecipanti che hanno reso vivace, interessante e rimunerativa questa ascensione, agli amici di Reggio Calabria, stanchi per la levataccia e il lungo viaggio affrontato ma assolutamente paghi e soddisfatti e all’immancabile Pasquale che con grande perizia mi ha egregiamente assistito nell’organizzare, coordinare e guidare un gruppo inusualmentenumeroso per questo tipo di uscita.

16 gennaio 2022: S. Maria del Cedro > Grisolia di Carla Primavera

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L’accoglienza della sezione di Verbicaro non poteva essere stata migliore: una succulenta ciotola di pezzetti di cioccolata saldata con altrettanta quantità di cedro, preparata dal nostro amico e organizzatore Alberto Dito. E’ stato bello immaginare la miriade di anime che nei secoli hanno percorso questi antichi sentieri di collegamento, tra Santa Maria del Cedro e l’abitato di Grisolia. La vista dei muretti a secco, che sorreggono antichi terrazzamenti e queste mulattiere, a tratti di forma concava per agevolare il passaggio delle greggi, sono stati i nostri compagni di viaggio verso la scoperta dell’antico abitato di Grisolia. Giunti al sito principale, abbiamo ammirato ruderi di antiche abitazioni, una chiesa con ancora un’abside quasi integra e una antichissima aia, molto ben conservata, dove veniva macinato il grano. Ogni pietra, ogni anfratto ci parlava di uomini e di donne dedite alla vita lenta, dove la giornata di lavoro iniziava al sorgere del sole e terminava al tramonto. L’anello in pietra, davanti al muro di ogni abitazione, ci indica lo stretto contatto che si aveva con gli animali da soma, preziosi collaboratori per l’uomo contadino. Poi i grisolioti, decisero di spostarsi sulla collina più in alto, più sicura dagli attacchi dei nemici che arrivavano dall’immensa distesa marina. E tutto fu abbandonato. Da lassù il nostro sguardo ha spaziato dalla vicina isola di Cirella, fin su a Scalea, Praia a Mare, Maratea. Le montagne, nostre amiche, facevano capolino all’orizzonte: dalla Montea alla Mula e al Pellegrino, poi a nord il Monte Alpi e il Coccovello. Giornata bella ma non limpidissima, visto il rialzo delle temperature, a sud era visibile solo lo Stromboli. Certo è che la storia di Grisolia comincia già in epoca neolitica visti i resti trovati nella grotta della Serra, in cui oltre a frammenti fittili appunto di epoca neolitica sono stati rinvenuti resti fenici. In zona marina troviamo resti di ville romane, probabilmente di epoca imperiale. Nel periodo romano, inoltre, tra il 400 ed il 200 a.C., Roma installò in località Pantanelli un presidio militare per il controllo dell'accesso, in quanto la Sibari-Laos, una delle vie più importanti che congiungeva lo Ionio con il Tirreno, passava attraverso il Varco del Palombaro nel territorio di Grisolia. Nell'Alto medioevo Grisolia crebbe nella comunità monastica italo-greca del Mercurion, lo testimoniano i numerosi luoghi di culto che in quell'epoca fioriscono nel territorio grisolioto e che sono legati a santi della cultura di Bisanzio più che di Roma: il monastero di San Nicola e la cappella di Santa Sofia su tutti. Invece l'attuale Santa Maria del Cedro fu fondata nel XVII secolo dagli abitanti di una località preesistente, Abatemarco, a seguito di un'alluvione che distrusse il borgo. Appartenne al feudo dei Brancati di Napoli, assieme alle località confinanti di Orsomarso, Grisolia e Marcellina (quest'ultima parte oggi del comune) fino a tempi recenti. In epoca unitaria la località, denominata allora Cipollina (Cispollinum in latino), da cis-polis, al di qua della (grande) città o al di qua del Pollino; Laos, fu dapprima frazione del comune di Grisolia (situato a monte), poi comune autonomo con il nome di Santa Maria. Nel 1968, all'inizio dell'espansione turistica, prese il nome attuale di Santa Maria del Cedro. Tutta la costa, denominata Riviera dei Cedri, dimostra il legame ancestrale con questo frutto. Citato per ben settanta volte dalla Bibbia, è per la religione ebraica, il frutto più prezioso. Non è un caso se i rabbini di tutto il modo, ogni estate, tra luglio e agosto, si danno appuntamento proprio a Santa Maria del Cedro. E insieme ai contadini del posto selezionano ad uno a uno i cedri migliori per la festa delle Capanne (Sukkoth). La Calabria dei contadini delle mani callose, della comunità greco-ortodosse e dei santuari cristiani che si specchiano nel mare si scopre ancora più multiculturale. Crocevia di popoli e culture. Culture diverse che nei secoli hanno trovato su questo nostro terreno un humus fecondo. Sembrerebbe, infatti, che a introdurre questa coltivazione siano stati proprio gli ebrei ellenizzati durante le loro migrazioni. Ma il frutto usato nel rito deve essere perfetto come indicato dai testi rabbinici. Nessuno stupore, dunque, se arrivato il momento della raccolta, sono i sacerdoti ad affiancare i contadini del luogo per assicurarsi che il cedro non provenga da pianta innestata e sia perfettamente sano: non maculato e senza rugosità. Una ricerca minuziosa e attenta a cui i rabbini si dedicano personalmente fin dalle prime ore del giorno. Sono i contadini, però, che hanno l’onere e l’onore di raccogliere il frutto dalla pianta. Una raccolta faticosa che avviene stando sempre in ginocchio perché le piante sono basse e le spine dei rami acuminati. Il raccolto, come vuole la tradizione, è anche un momento di festa che richiama curiosi e turisti. Un rituale che la Calabria, terra aspra, profumata come i suoi agrumi ha l’obbligo di condividere e promuovere. Il cedro non solo come coltura, dunque, ma anche come elemento di condivisione tra religioni differenti: quella cristiana e quella ebraica, tra popoli distanti e culturalmente diversi. La Calabria come ponte e di punto di incontro tra universi che dialogano. è anche la storia di un incontro tra popoli, quello d’Israele e quello di Calabria, tra religioni, quella ebraica e quella cristiana, tra sacro e profano, tra realtà e speranza. Il frutto dell’albero della vita di cui finalmente poter mangiare senza colpa, in una logica di rinnovata alleanza che consegni al mondo l’immagine di un’altra Calabria. E noi vogliamo essere questo: punto di collegamento tra le culture e infaticabili curiosi. La nostra Terra se lo merita.

9 gennaio 2022: Piano Ruggio > Monte Grattaculo di Luana Macrini

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Domenica 9 gennaio … e il calendario escursionistico del Cai Castrovillari si apre ai passi nuovi del VentiVentidue tracciando così un inizio inatteso ma ricco di luoghi da vivere e ri_vivere ancora! L’escursione ci ha portato sulla cima del Monte Grattaculo attraversando il sentiero, traccia 902, che sale sulla montagna alla destra del rifugio De Gasperi. Proseguendo nel bosco abbiamo raggiunto una dolina che ha aperto lo sguardo di ognuno di noi, anche di quello più pigro e fiacco, invitandoci in piena libertà ad affacciarci sul limite e ammirare quanto di intenso e infinito inizia ad aprirsi ai nostri occhi: Piano Ruggio nella sua interezza e le vette circostanti. Si prosegue e si entra di nuovo nel bosco, si avanza in salita fino a giungere una pietraia… una zona sprovvista di vegetazione, il vento soffia e ci spinge a salire su verso la cima, sì ci siamo!, e in breve raggiungiamo la dolina di vetta. Fa freddo, il vento si fa sentire con tutta la sua energia ...e nonostante il corpo inizia ad inviarci segnali di disagio non possiamo non fermarci, rallentare la corsa dell’attraversata, e, giunti sù, godere del luogo che meravigliosamente ci ospita: un balcone naturale suggestivo e provocatorio che si dona completamente nella sua bellezza, e il nostro sguardo spazia e si muove librando e volteggiando sulle vette principali del Pollino, prima fra tutte Serra del Prete. Siamo lì, fermi e fieri, parte di quella vastità che ci fa sentire “piccoli così” e consapevoli che quel luogo bisogna oggi viverlo e respirarlo profondamente e lasciarlo entrare nelle intimità delle nostre vite quotidiane. Il sentiero 902, il primo calpestato dell’anno, si è fatto cammino di scoperta mostrandoci che la natura, i suoi luoghi e le sue storie [consideriamo l’ilarità del nome ‘Grattaculo’ e riviviamo la via che è stata strada di vita battuta dai briganti] diventano oggi, domenica 9 gennaio ventiventidue, un tramite speciale che stabilisce un rapporto forte tra il nostro io e il paesaggio: un panorama che anche oggi ci ha accolto in una relazione che affascina e che sposta e traccia i nostri futuri passi.